E io che credevo

Pubblicato il 25 ottobre 2019 da antonella landi

Quando, a settembre, la scuola è iniziata, mi sentivo strana. Non avevo addosso quel pizzicorino che in genere mi viene a ogni rientro, la voglia di conoscere le nuove classi, la carica per iniziare con loro un lavoro lungo nove mesi, la curiosità di scoprire che anno sarebbe stato. Per me sarebbe stato un anno monco, appena abbozzato, e questo mi demotivava. Guardavo il mese e mezzo che mi si profilava davanti e mi sembrava lunghissimo, inconcludente, una fatica inutile imparare novanta nomi nuovi se poi dovevo abbandonare all’improvviso tutti e tutto. “Mi sento scollegata”, “mi sento scollata”, “mi sento estranea”, “mi sento distante” non facevo che ripetere ai colleghi durante le riunioni preliminari. Loro mi rispondevano che, nei miei panni, si sarebbero sentiti solo euforici: tempo quarantacinque giorni e avrei iniziato un’avventura entusiasmante, la ricerca all’università, ma ci pensi, culona che non sei altro, per tre anni niente sveglie obbligate, niente compiti da correggere, appelli da fare, spiegazioni da preparare, disciplina da insegnare. Nessuna bèga, nessun rompimento, ma una nuova scommessa lavorativa, un impegno del tutto diverso, da affrontare con i propri tempi e i propri modi. Ma appunto, mi dicevo, perché ricominciare il vecchio lavoro, per poi doverlo finire così presto? Non sarebbe stato meglio se la Preside mi avesse utilizzata in altro modo?, che so, per le supplenze, per la biblioteca, per pulire l’atrio. Perché conoscere tutti quei ragazzi mai visti prima, fare un pezzettino di strada insieme a loro, con questo stato d’animo tiepidino e moscio, e poi salutarli?
Poi è giunto il 16 settembre. E sono entrata in classe.
Di giorno in giorno, di ora in ora, quella massa adolescente informe ha preso ad avere nomi, volti, espressioni, voci, movenze, sorrisi, personalità. Quando alle cose inizi a dare un nome, non sono più cose qualsiasi. Sono cose speciali. Figuriamoci le persone. Margherita, Niccolò, Greta, Lorenzo, Alessandro, Umberto, Eleonora, Sofia, Alice. Oscar, Paul, Pablo, Emma, Ardita. Diego, Mattia, Nico, Alessia, Lia, Noemi. Gloria, Ilaria, Irene, Sveva, Renata. Non sono più sconosciuti. Non sono più ragazzi e ragazze qualunque. Sono diventati speciali, unici, eccezionali, ciascuno con la propria storia, il proprio baule di giovane vita, la propria inconfondibile grafia che ho già imparato a distinguere da tutte le altre.
Ho cominciato a spiegare, a interrogare, ho sperimentato la flipped classroom, ho fatto far lezione a loro, ho assegnato una poesia da imparare a mente e li ho messi in piedi su una sedia con un microfono in mano, ho montato un leggìo e li ho chiamati a interpretare un brano a modo loro, ho assegnato un romanzo da leggere a casa, ho fatto una, due, tre verifiche, ho raccolto un sacco di voti e li ho inseriti nel registro elettronico, ho cercato di stanare i timidoni, di contenere gli spavaldi, di godermi i buffi e gli spontanei, ho ascoltato i loro racconti, ho guardato il loro profilo, annusato i loro capelli, osservato i loro astucci, i loro zaini, i loro cellulari. Li conosco. Mi piacciono. Mi sono affezionata.
Io che credevo che non valesse la pena imparare novanta nomi nuovi per così poco tempo, adesso vorrei sapere di loro molto, molto di più. Io che credevo che sarei stata meglio se mi avessero utilizzata per supplenze o biblioteca, adesso sono grata a chi ha deciso di farmi stare in classe. E io che credevo che questo mese e mezzo non sarebbe mai passato, che sarebbe stato farraginoso e lento, inutile e faticosissimo, mi ritrovo già alla fine con sgomento.

(Dedico queste parole ad Alice, che stamani ha pianto.
E ad Eva, che all’uscita mi si è fatta vicina e mi ha chiesto sottovoce: “Profe, ma il blog continuerà a scriverlo, vero? Sa, lo ha scoperto la mia mamma”.)

Voci di corridoio

Pubblicato il 9 ottobre 2019 da antonella landi

Alle tre nuove classi che mi sono state assegnate in questo pezzettino di anno scolastico che svolgerò, non ho ancora detto che alla fine di ottobre me ne andrò per tre anni dal liceo all’università. Ho taciuto la notizia perché prima preferisco conoscere e farmi conoscere dai nuovi alunni e perché penso che, sapendo della mia breve permanenza in classe, gli alunni non lavorerebbero come invece voglio che lavorino, cioè seriamente, come se fossi l’insegnante definitiva. Ma la Fama dalle ali late è sempre pronta a chiacchierare e ai ragazzi di terza è giunta la notizia di cui in molti, docenti ed ex studenti, sono a conoscenza.
“Professoressa scusi. A scuola circola una voce” chiede Faccia d’Angelo.
“Ah sì? Che voce?”
“Pare che lei presto se ne andrà.”
“Mi avvalgo del diritto di non rispondere.”
“Perché?”
“Perché sì.”
“No, via profe, ce lo dica. Sarà mica vero?”
“È vero.”
“Davvero?!”
“Davvero.”
“E dove va?”
“A fare il dottorato di ricerca all’università.”
“E quando torna?!”
“Quando tornerò, voi vi sarete diplomati e sarete fuori dalla scuola.”
“E perché non ce lo aveva detto?..”
“Perché temevo che, sapendolo, voi non avreste più voluto lavorare con i ritmi serrati che invece stiamo tenendo.”

Faccia d’Angelo infatti ha detto che, dato il pochissimo tempo a nostra disposizione, questo tempo bisogna gOderselo. Con l’accento sulla O, una roba bisdrucciola inascoltabile.

Amore a prima vista

Pubblicato il 15 settembre 2019 da antonella landi

Vero o no che con le case è come con gli umani? Un giorno ne vedi una e pensi: eccola, è lei, è la mia. Quella casa prende subito a parlarti, a sussurrarti: prendimi… prendimi… sono io, sono quella giusta, quella che cercavi, sono la casa dei tuoi sogni. Ma una casa non è mica una maglietta, che in cinque minuti la vedi, la provi, senti che ti calza e te la compri. Con una casa ci devi un po’ pensare, rimuginare, tornare a casa tua e sentire che quella là ti parla ancora, ti seguita a ronzare dentro il capo, mentre inizi a guglare come arredare un terrazzo, come sistemare una veranda tutta vetri, come costruire un lettone coi materiali da recupero, come trasformare una Singer in una base per il lavandino in bagno. La notte ti addormenti vagando mentalmente per le sette stanze immense di quella grande casa, che sta proprio nel quartiere che piace tanto a te, vicina al centro ma non dentro il casino, vicina al mare che ci arriveresti in pochi passi, e lungo la sua via tutti i negozini di cui avresti bisogno nella quotidianità, la bottega per gli animali, il panaio più buono di tutta la città, il fruttivendolo che non ti spenna, l’alimentari vecchio stile con i prodotti locali e genuini, il porto mediceo a un tiro di schioppo per scendere a comprare il pesce di giornata. La mattina ti svegli e il primo pensiero è lei, quella casa possente e immobile che hai lasciato in quel punto preciso della strada, sull’incrocio, dove sai che presto la ritroverai perché tornerai a vederla. E scorri la raffica di foto che hai scattato, e allarghi sul particolare, il battiscopa, l’angolino sbertucciato, i pavimenti di una volta, i panorami dalle finestre antiche.
Vai a trovare il babbo e glielo racconti, lui all’inizio sgrana gli occhi e dice: ma che fai sul serio?! E poi però quando la vede dice: madonna bella! E t’appoggia, t’incoraggia, ti dice: vai, fallo, hai ragione, ne vale la pena. Al Collegio dei Docenti lo racconti ai colleghi che c’hai accanto e uno dice: il lettone coi materiali di recupero te lo costruisco io. Un altro: io ti regalo quel mobile di gusto industriale che non posso più tenere e che ti ci starebbe proprio bene. E un altro: anch’io in cantina ho diversa roba che potresti recuperare e restituire a nuova vita. Intanto io quella casa l’arredo mentalmente, la monto, la smonto e la rimonto mille volte, il tavolo bianco rotondo lo metto lì, la vetrina del 1914 di là, il mobile del collega in una delle due camere, la mia grande libreria nello studio luminoso.
Chiami la banca, contatti il Fondo Espero, metti insieme la somma che puoi raggiungere, per una volta nella vita hai voglia di mattoni tuoi, la vocazione congenita al nomadismo abitativo ti abbandona lentamente, sei pronta, attempata ma pronta, a fare il passo che quasi tutti fanno da giovani e che tu hai sempre detto di non voler fare perché hai sempre pensato che niente in questa vita è nostro, solo la terra, il cielo, il mare, e quelli già ce li hai.
Ora però quella casa favolosa senti di volerla, senti di potertela permettere, sai che potrebbe cambiare la tua vita, e sai che sarebbe una vita ancora migliore. E quindi chiami l’agente immobiliare che te l’ha mostrata e gli dici: torno a vederla, la vorrei, anzi la voglio, vediamoci domani, alle 11, sul portone, all’angolo, come una settimana fa, ok?
E quando lui ti dice che un’altra agenzia l’ha già venduta, è come se quella casa ti cascasse tutta addosso, all’improvviso, sopra il cuore.

Come mi sono innamorata di lei

Pubblicato il 8 settembre 2019 da antonella landi

Io sono sempre stata innamorata di Firenze. Ero una ragazzina e sognavo il giorno in cui mi ci sarei trasferita. Andai a lavorare in Lombardia e tutte le notti dei cinque anni successivi mi sono addormentata pensando che prima o poi ci sarei tornata. Di Firenze mi piaceva tutto, anche le cose che non piacciono ai fiorentini. Il traffico, le code sui viali, il numero eccessivo di turisti in centro, le voci becere dei bottegai, gli scooter che t’entrano anche in tasca, le differenze abissali tra i quartieri. E quando finalmente mi ci trasferii, e ci tornai dopo l’esilio volontario, feci il possibile per godermela tutta, spremendola come un’arancia piena di succo rosso e zuccheroso, sfruttando ogni occasione per saltare sulla bicicletta e raggiungere quello che mi offriva per quel giorno, una mostra, un cinema, un concerto, un tè con le mie amiche, un aperitivo lungo l’Arno, la presentazione di un volume, una conferenza, un corso di ballo, un corso di yoga, un corso di pilates, un corso di cinese, con la Moleskine che certi giorni finiva lo spazio e non sapevo dove scrivere che alle cinque e mezzo alle Oblate c’era Leggere per non dimenticare. A Firenze ho vissuto i miei amori più importanti, ho preso qualche cantonata, sono andata a sbattere contro un calesse pericoloso e gigantesco a cui adesso graziaddìo non penso più. E ogni volta che camminavo sopra le sue pietre la trovavo sempre bella, bellissima, la città più bella di tutto il mondo, e l’emozione mi saliva in gola, i brividi mi si spandevano sulle braccia, gli occhi cercavano particolari ancora mai visti e si appoggiavano sulle conferme del suo splendore eterno. Sentirmi anonima dentro le folle che attraversavo ma non sentirmi sola, mescolarmi a gente che non avrei mai più incrociato nella vita. Tutto mi affascinava, e la guardavo come si guarda la persona che si ama, vedendone solo i pregi, negandone ogni difetto. Ho cambiato undici case e ho assaggiato la vita di ogni quartiere.
Poi, non so com’è accaduto, ho iniziato ad amarla sempre meno, che palle questi turisti che passano, consumano e se ne vanno distratti e frettolosi, che tristezza queste botteghe antiche che chiudono per far posto ai moderni mangifici, che pena scoprire pisciate ai muri del centro, e che agonia pagare anche l’aria che dobbiamo respirare. E le occasioni culturali sì belline, ma che casino per arrivare in centro, che gente volgare nei locali, che livello di nervosismo per le strade. Contemporaneamente, mi sono innamorata di un’altra.
Livorno da piccina credo di non averla neanche mai vista. Non posso dire di averci dei ricordi d’infanzia, le mie vacanze erano altrove, il babbo e la mamma non mi portavano su quel punto della costa, ma più a sud, il mare per me iniziava da Grosseto. Fu Claudia a trascinarmici, da grande, ma tante estati fa. Un’amica di un suo amico aveva invitato quel suo amico e gli aveva detto porta anche qualche amica, e lui l’aveva detto a lei, che l’aveva detto a me, che l’avevo detto a lui, che l’aveva detto a loro. Ci ritrovammo in sette in un appartamento lungo la via Grande, abbarcati nei lettoni, pigiati in cucina a preparare pesce fresco, e sempre a giro per mercati e strade con le ciabatte ai piedi, un permesso dei vigili per parcheggiare sotto casa e la sensazione che quella città mi avesse accolta prima ancora di domandarmi il nome.
Ma soprattutto furono gli anni successivi a convincermi che Livorno accoglie. Ci si andava il sabato, la domenica, d’estate, d’inverno, mezzi gnudi, intabarrati nei cappotti, con la scusa di mangiare il pesce, di vedere il mare, di ascoltare i livornesi mentre parlano, di bere uno, due, tre ponci al mandarino, di mangiare un frate fritto, un cinque e cinque dalla Gagarina. E ogni volta era così facile attaccare discorso, stabilire una relazione coi passanti, ridere coi venditori di ciarpame. Livorno senza turisti, genuina, verace, linguacciuta, lenta, rilassata, vagabonda, Livorno che se ti girano i coglioni vai sul mare e passa tutto, iniziò a diventare il mio nuovo amore.
Adesso la notte mi addormento pensando che forse quella casa in Borgo Cappuccini, un giorno, potrebbe essere la mia.

Un triennio da sogno

Pubblicato il 30 agosto 2019 da antonella landi

Sarà stato… quando? Piùo meno un anno fa. Una collega a scuola (eravamo sotto il portico che guarda il Parco della Pace, nostro angolo di paradiso nelle ore buche) me ne parlò per la prima volta.
“… E comunque io voglio fare il dottorato di ricerca” disse.
“Davvero? E puoi? Voglio dire, adesso che lavori e che hai chiuso con l’università da diversi annetti.”
“Certo che posso! Possiamo! Anche tu puoi!”
“Io?! Sìe, io tra un po’ vado in pensione.”
“L’età non c’entra mica nulla. E nemmeno il tempo che è passato da quando ti sei laureata. Noi il dottorato possiamo farlo sempre!”
“Ma noi chi?!”
“Noi dipendenti statali, noi che insegniamo nella scuola pubblica!”
E mi spiegò che, insomma, bastava avere un argomento da proporre in ateneo che risultasse interessante ai docenti universitari, trasformarlo in un progetto scritto bene e il gioco era (quasi) fatto.
“Fatto… più o meno. In realtà, oltre a trovare un tema valido, c’è poi da sostenere un concorso e vincerlo. Una volta idonei, per tre anni siamo sollevati dall’attività lavorativa e possiamo tornare a studiare mentre il Miur ci conserva il posto e lo stipendio.”
Io con i concorsi ero convinta di aver chiuso dopo il culo spaventoso che mi ero fatta vent’anni fa a prepararne due (quello ordinario e quello riservato) per conseguire l’abilitazione all’insegnamento. Tutta la Letteratura Italiana dalle origini a ieri; tutta la Storia dalla preistoria in qua; tutta la Geografia compresa quella umana, economica e sociale. Un mazzo che mi lasciò stremata per mesi. Uno stress per lo scritto pari solo a quello per l’orale.
Ma a me studiare piaceva. E piace ancora. Non dico quell’oretta quotidiana con la quale pianifichi la lezione per il giorno dopo. Dico lo studio-studio, quello che t’infili di capo dentro ai libri la mattina e ne riemergi solo per mangiucchiare qualcosina, e dopo ti rimetti lì gobba sopra a quelle carte fino alla sera tardi. E fai gli appunti, gli schemini come insegni ai ragazzi a scuola, dopo aver letto, inteso e sottolineato. Insomma lo studio da secchiona. Quanto mi piace. Alzarmi dalla sedia e trovarmi mezza arrocchettata per la posizione curva e sghemba tenuta troppo a lungo, dovermi stendere per terra con due libro sotto la testa e fare un po’ di tecnica Alexander. A me studiare non è mai venuto a noia. E quando gli anni dello studio all’improvviso terminarono, a me dispiacque da morire.
Ma quella storia lì del dottorato mi appariva remota, lontanissima dalle mie possibilità e dalla mia vita in generale. Che poi, chi ce lo aveva un argomento da proporre?
Ma hai visto a volte la vita come fa? Ti viene incontro, ti offre su un piatto dorato quello che tu eri convinta di non trovare mai. A me lo fece trovare dentro un canzone di Bobo Rondelli. E mi spinse, sempre la vita, a contattare l’artista livornese che già amavo così tanto. Come una pisserina, gli scrissi un messaggino tutto imbalsamato in cui gli dicevo che facevo la professoressina in un liceino di Firenze e che bla bla bla mi sarebbe piaciuto confrontarmi con lui per capire meglio ancora il testo di quella canzone e la persona che ci si nascondeva dietro e insomma bla bla bla che forse avrei potuto tentare di proporlo all’università e magari chi lo sa bla bla bla farci su un lavoro bello. Un monte di parole, per ricevere da lui una riga di risposta: il suo numero di cellulare.
E già per me, quella sera in cui partii da Firenze per andare a cena insieme a Bobo (e a mezza Livorno che passando di lì s’intratteneva), era come aver vinto una decina di concorsi tutti insieme. E conoscerlo, e parlarci, e nelle settimane successive andarci più volte a pranzo insieme, in piazza Garibaldi da Michela o dal Piulle in via dell’angiolo, e poi andare con lui, Gianni e la Mirta alle botteghe dell’usato a comperar cappelli di stoffa e cappotti di pelle, e scambiarsi libri e regalini, era meglio che fare cento dottorati.
Ma quello non era che l’inizio del regalo che la vita aveva deciso di farmi.
Il secondo fu quello di farmi ruzzolare dalle scale a scuola e stroncarmi il piede e la caviglia. La maledetta immobilità mi permise di tornare la secchia che ero e studiare per il concorso senz’altri pensieri.
Il terzo, più recente, è stato quello di farmi vincere il concorso sostenuto per metà in lingua italiana e per metà in una lingua (quella inglese) che ero convinta di non ricordare nella maniera più assoluta ma che, grazie alla Tiz e alle sue lezioni private e generose, ho rispolverato e imparato ad apprezzare.
E insomma sì, lunedì rientro a scuola per il Collegio dei Docenti, e il 16 in classe per fare lezione. Ma il primo di novembre saluterò tutti e per tre anni, anziché un’insegnante, sarò una dottoranda.
E (Pisa merda) andrò a vivere a Livorno. Ma questa è un’altra storia.

Approfondimento

Pubblicato il 6 agosto 2019 da antonella landi

Quindi?

Il punto della situazione

Pubblicato il 5 agosto 2019 da antonella landi

E insomma si diceva?

Il meraviglioso mondo dell’Inail

Pubblicato il 29 maggio 2019 da antonella landi

Quando ti fai male sul posto di lavoro, del tuo caso se ne prende cura l’Inail.
Fino a un certo punto della tua convalescenza però di quest’Inail nemmeno l’ombra perché chi ti segue è il medico dell’ospedale in cui ti hanno portata dietro l’urlo sguaiato dell’ambulanza, un medico, nel mio caso, ruvido all’apparenza ma nella sostanza un uomo gentilissimo che mi ha presa, credo di poterlo dire, a cuore come si fa con i figlioli o con i cani; e io del resto con lui uguale, tanto che, se alla visita ci trovavo la sua sostituta, una dottoressa giovane e carina ma, se mi si permette, un poco fredda e troppo tecnica per il mio bisogno di rapporto umano, storcignavo il naso e prima di andarmene lasciavo a lui una letterina adagiata sulla scrivania che la vedesse al suo ritorno dalla sala operatoria.
A un certo punto però i medici dell’ospedale, per quanto bene possano volerti, ti licenziano e ti dirottano in via degli Orti Oricellari, dove ha sede l’Inail; un bell’edificione tutto bianco e ben tenuto, con un cortile interno, tre scalette e un atrio luminoso da accecare, con tante seggioline giro giro. Che uno entra e subito gli viene incontro un omone in camicia, corpulento ma agile, svelto, sveglio la sua parte: ha un appuntamento? Se ce l’hai premi tasto giallo, se non ce l’hai premi tasto rosso. In ogni caso farai un’attesa incredibilmente breve, perché tutto, all’Inail, è organizzato alla perfezione. E qui uno -trattandosi di istituto pubblico- penserà sé, ciao, e invece sì, fidatevi, l’Inail, quello di Firenze almeno, funziona che è un piacere andarci.
Intanto questo portiere con la fisicità di un lottatore e la gentilezza di un individuo d’altri tempi, seguirà la tempistica di ciascuno dei presenti e, giunto il tuo momento, ti darà tutte le indicazioni necessarie a non smarrirti nei meandri ma imboccare l’àndito corretto.
E poi tutto il personale, dagli impiegati allo sportello alle signorine all’accoglienza, dalle infermiere ai medici legali, una cordialità da non si credere. Ma vorrei, se posso, spendere qualche parola in più sulle fisioterapiste. Dopo la visita dalla fisiatra, ti viene assegnata una fisioterapista: si prenderà cura del tuo arto sbertucciato tutte le mattine, per un periodo di tempo che può essere anche molto lungo, o non molto, dipende da cosa ti sei fatto.
E così tutte le mattine prendi a recarti all’edificio bianco, che è proprio dietro la stazione, dentro il quale tutto assume un aspetto protetto e ovattato, come un uovo in cui ti appallottoli dimenticando quello che hai lasciato fuori, il traffico, i treni, la tramvia (benedetto chi la volle), la caciara e gli spintoni, per metterti nelle mani di una donna che maneggerà, bombarderà, stirerà, piegherà e riabiliterà il tuo arto.
Tutto questo non da sola, ma in compagnia. In compagnia di un mondo: tre muratori di orgine albanese che si erano tritati braccia e spalle e che ogni mattina portavano il caffè alle fisioterapiste; un peruviano dolcissimo e Modesto anche nel nome a cui il braccio non tornava ancora dritto; una thailandese caduta mentre serviva ai tavoli di un hotel a cinque stelle in centro; una preside scivolata come me sulle scale della scuola che dirige; un giovane socio di una cooperativa che lavora coi disabili, diventato a sua volta più disabile di loro; un signore caduto dallo scooter mentre consegnava biancheria pulita negli alberghi cittadini. Un mondo di storie a cui ogni mattina si aggiungevano dei tasselli, dei particolari, in una scoperta quotidiana di varietà umana piena di fascino, roba che ti faceva alzare la mattina e dire: uh che bello anche oggi vado all’Inail.

Se la vita si ferma

Pubblicato il 24 maggio 2019 da antonella landi

Si vive in una corsa perenne, sveglia colazione doccia cane piscia cacca borsa libri auto traffico parcheggio scuola ciao buongiorno posso offrirti un caffè ci vediamo all’intervallo oggi interrogo profe mi giustifico li ha riportati i compiti quanto manca all’uscita auto traffico pranzo cane parco amiche bla bla bla ciao a domani aperitivo cena cinemino a letto presto a letto tardi.
Poi, un giorno, la vita si ferma. La vita ti ferma.

“Accidenti, ho dimenticato la mia scatolina di latta con i gessetti colorati nell’aula al piano di sotto: voi intanto prendete tutto quello che ci serve per fare Divina Commedia, io corro giù e torno subito!”
Ho corso troppo forte. Non sono più tornata.

E sì che le scarpe ai piedi ce le avevo bassine bassine. Ma il destro è andato di traverso e io col peso della scavallata mi ci son buttata tutta sopra, allegra e frettolosa che era sabato e tra tre ore saremmo usciti e per tutti noi sarebbe iniziato il finesettimana.
Per me stava per iniziare una prigionia lunga due mesi e mezzo.
Ho sentito fare CRACK! e il piede non mi ha retto più, le scale le ho fatte con il corpo, accasciato alla fine della rampa addosso al muro, una voce che non mi conoscevo urlava aiuto aiutatemi vi prego, la testa correva ad un pensiero solo, Bobi, signor’iddio fa’ che non mi sia rotta nulla o come farò con Bobi.

“Si tratta di una severa distorsione della caviglia con frattura del metatarso. Adesso la ingessiamo. Per dieci giorni starà distesa a letto e terrà il piede sollevato, appoggiato su cuscini. Si alzerà solo per andare in bagno e stando bene attenta a non appoggiare assolutamente il piede in terra. Si procuri un paio di stampelle. Tra dieci giorni tornerà qui a farsi rivedere. Le faccio un certificato per un mese.”
(Piangendo e tirando su il moccico col naso) UN MESE?! Io NON POSSO stare a casa per un mese! Faccio l’insegnante!”
“Uh che bello, e dove insegna?”
(Piangendo e seguitando a smoccicare) All’Artistico di Porta Romana, ho tre classi di cui una quinta, devo prepararli alla maturità, non è pensabile che io stia a casa per un mese, io…”
“Lei starà a casa almeno per un mese. Ma vedrà che dovrà starci molto di più. Coi piedi, signora, non si scherza. In quanto alla scuola, non ne farei una tragedia: prenderanno una supplente.”
(Sempre più disperata) Lei non capisce! Le classi… i ragazzi… il programma… (si soffia il naso con rumore)… le scadenze… i voti… il pagellino interperiodale…”
“Non capisco proprio perché pianga. Dovrebbe prima di tutto pensare alla sua salute.”
(Sull’orlo della disperazione) MA IO HO UN CANE!”
“Alt. Allora questo cambia tutto. La capisco perfettamente.”

È così che io e l’ortopedico siamo diventati grandi amici.

Il succhiotto

Pubblicato il 30 gennaio 2019 da antonella landi

Mi chiama al banco per chiedermi se so del libro che Marco Travaglio ha recentemente pubblicato.
“Scusa, ma quello che hai sul collo che cos’è, un succhiotto?”
“Ehm, beh, mph, quale?”
“Quello lì, quel livido rosso-violaceo sulla sinistra.”
“Ah, questo, beh, sì, ehm, penso di sì.”
“Pensi o lo è?”
“Profe, via, sì, lo è. Me lo ha fatto la mia ragazza domenica scorsa.”
“Ma che schifo, non ti vergogni?”
“Vergognarmi?! No, perché?”
“Perché dovresti!”
“Ma perché, scusi eh, non è mica nulla di male.”
“Non è nulla di male, però fa un po’ schifino. I succhiotti io non li sopporto, mi irritano, mi fanno senso.”
“Ma perché?”
“Perché sono l’espressione di un’intimità sbandierata, mentre penso che l’intimità sia bella proprio perché è tale, cioè intima, riservata, privata. Un momento esclusivo tra due persone che entrano in totale confidenza con i loro corpi e per questo va protetto.”
“La profe ha ragione, tu fai schifo.”
“È vero, sei indecente.”
“Oh, ma che volete, nemmeno a me piacciono i succhiotti se devo dir la verità. Ma eravamo alla stazione e io stavo per partire, lei restava lì, non ci vedremo più per settimane, e allora lei mi ha lasciato un segno, come per dire a tutte le altre che incontrerò nei prossimi giorni che non sono libero.”
“Cosa?! Vorresti dire che ti ha stampato sulla pelle un marchio di proprietà?! Peggio ancora!”
“Ma no professoressa, io invece la capisco. È come uno che si fa un tatuaggio perché vuole esprimere un messaggio, ecco, lei con questo succhiotto vuole dire che le appartengo.”
“Ma tu appartieni a te stesso, non sei un bove da marchiare!”
“Ha ragione la profe, i succhiotti sono proprio brutti.”
“Sì, anch’io la penso così.”
“Anch’io.”
“Anch’io.”
“Uffa oh, ma che c’avete stamattina, sarò libero o no di farmi fare i succhiotti che mi pare. Oltretutto cerco di coprirlo con la sciarpa.”
“Noi però lo abbiamo visto.”
“Infatti.”
“E ci fa schifo.”
“Infatti.”
“Scusate eh, io mi dissocio. Io non ho nulla contro i succhiotti e non mi dà fastidio vederglielo sul collo, anzi, mi piace!”
“Eh, tu dici così perché sei amico suo.”
“Non è questione di amicizia, il succhiotto è un atto passionale.”
“Vorrai dire animale.”
“Ma in fondo professoressa noi cosa siamo, non siamo animali?”
“Animale sarai te, io no di certo.”
“Io sì, sono animale e me ne vanto.”
“Però a te i succhiotti nel collo non te li ho mai visti.”
“Perché non me li fo fare.”
“E allora!”
“Ma non trovo nulla di male nel fatto che lui ne porti in giro uno. Anzi, bravo!”
“E la tua mamma che ti ha detto?”
“Sta scherzando professoressa, la mia mamma non lo ha visto, me lo nascondo quando sono in casa.”
“E i genitori della tua ragazza?”
“Figuriamoci, se lo vedessero non le farebbe freddo!”
“E allora vedi, c’ho ragione io.”

Che poi a me dei succhiotti in verità non me ne frega nulla, anzi, mi fanno tenerezza.
Ma come mi diverto a metterlo in imbarazzo e a fargli fare il viso rosso non c’è cosa.