Pippi_Stinta è andata in fissa

Pubblicato il 22 settembre 2018 da antonella landi

E per ora è attiva solo su Instagram.
Tanto poi le passa.
E torna.

Con le Cinciallegre

Pubblicato il 8 settembre 2018 da antonella landi

Con le appena conosciute Cinciallegre si ha l’impressione di essere amiche da un tempo molto lungo. Del resto lo vidi subito -da come si presentavano e da come stringevano la mano (forte e avvolta anche dall’altra che generalmente resta ciondoloni al braccio) guardando dritte in fondo agli occhi- che non erano persone a caso. Il caso, poi (e questo è un mantra che mi si ripresenta spesso ultimamente), non esiste. Questo incontro è stato voluto. Forse cercato. Di certo benedetto.
Ieri sera CinciallegraMoni e CinciallegraStefi avevano preparato per noialtre una cena sopraffina. Per cominciare, una tavolata di balocchi. Dìcesi balocchi quegli stuzzichini di cui mi nutrirei a oltranza, melanzane grigliate e condite, triangoli di pasta filo con ripieni vari, formaggio con scaglie di tartufo, pecorino fresco, olive cicciottelle e colorate, sbriciolona tagliata a tassello perché così si mangia la sbriciolona, prosciutto accoccolato su un vassoio. Tutti i piatti erano bellissimi, diversi e originali, spessi e rustici, policromi, capienti. La pasta era condita con burrata e pomodori, il pollo era cucinato con il cocco e con lo zenzero. Fichi e fichi d’india a ripulire. Quindi uno strudel preparato da CinciallegraCri e un gelato dai gusti peccaminosi portato da CinciallegraEnri.
Le Cinciallegre hanno moltissimi interessi, fanno yoga e scalano pareti, dirigono cooperative e fanno avvocatura, stanno al pubblico e sorridono. Per questo gli argomenti sono tanti e come Pindaro voliamo dal saluto al sole ai cinque tibetani, dai clienti scemi a quelli pazzi, dalla cattedra ai colleghi, tra ricette, confidenze, intimità.
La casa dove tutto questo ha avuto luogo non te l’aspetteresti mai così e aveva un giardino grande e strano che le girava intorno, deviava in un orticello e s’arrampicava per un poggio che confina con un bosco popolato di ricci e caprioli. Per un amore indomito verso gli oggetti di recupero, da ogni pertugio spuntava qualcosa di salvato e restituito a nuova vita, vecchie chiavi rugginose, sassi prigionieri in una rete da pollaio a forma di cuore, legni levigati dalle onde e poi sputati sulla spiaggia.
In mezzo a tutta questa fantasia, Bobi ha perso il senno e si è trasformato in una furia.
Nonostante ciò, le Cinciallegre lo hanno eletto sindaco e gli hanno detto di tornare.

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L’ospite narrante

Pubblicato il 7 settembre 2018 da antonella landi

CollegAttore (docente di Matematica presso la mia scuola e insegnante di tecniche teatrali presso il Teatro della Pergola) aveva una storia bellissima, tragica e comica insieme, da raccontarmi. Chiamo altre due colleghe a me molto care e organizzo una cena a casa mia dove lui sarà l’ospite narrante.
Il loro arrivo è abbracciato dai profumi della tavola: ho preparato due ciotole di riso (uno integrale, l’altro thai) da accompagnare alle diverse portate pensate per l’ospite d’onore, che è allergico a un monte di alimenti. Il pane e tutti i suoi derivati, per esempio. Ogni tipo di latticino. La carne. In un pomeriggio di aromi e di sudore ho cucinato verdure stufate, peperoni ripieni, dischi di melanzana con cupola di farcia in forno, sogliole e gamberi. Sul tramonto ho portato Bobi alle Cascine per camminare e rilassarmi. Alle otto e trenta eccoli tutti.
Mi si è incantato l’accendigas dei fornelli in cucina e un suono incessante quanto petulante (TRI TRI TRI TRI TRI) intende compromettere l’incontro.
“E’ impensabile mangiare con questo martellìo -dice CollegAttore- mi spoglio e te lo aggiusto.”
Sfila il gilet, toglie la camicia, resta in canottiera.
“Porti la canotta con questo caldo?!” trasaliamo ridendo noi donne. CollegAttore afferma che la mattina in scooter è freddo e ci intima di farci i cazzi nostri. Per placarlo gli diciamo che il sogno erotico di ogni donna è un uomo che gira per la casa in canottiera facendo lavori prettamente maschili. E infatti ualà, il rumore non c’è più (ometterò di rivelare il metodo a cui è ricorso Attore) (o forse potrei anche scriverlo?) (no, meglio di no) (ma sì dai! Ha reciso il filo con le forbici, quanto si dice la professionalità).
Ci mettiamo finalmente a tavola. Con un Buddha Bar in sottofondo spolveriamo quasi tutto e ci spostiamo nel salottino. Tra dolci caffè e liquorini CollegAttore ci racconta quella storia. Una storia che vorrei trasformare in un libro per ragazzi illustrato dai miei studenti, per cui no, nessuna anticipazione. La racconta col talento affabulatorio che lo contraddistingue, allunga le scene, dilata le descrizioni, crea l’attesa, fa esplodere la risata con un gesto mimico.
E insomma, mi metto al lavoro.

Bobi in fuga

Pubblicato il 5 settembre 2018 da antonella landi

Momenti di panico puro sabato scorso alle Cascine.
All’interno del polmone verde di Firenze, verso la metà della mattinata, si sono viste arrivare due ragazze, due giovani donne, du’ donnucce, una rossa e una mora. La rossa in compagnia di Uncerto Bobi, la mora agguinzagliata a Tale Spino. Penetrate nell’ombroso bosco, le due hanno dato via libera ai loro cani che, felicioni, hanno preso a correre alla rinfusa tra gli alberi. Le umane intanto s’intrattenevano vicendevolmente con racconti che non hanno alcun valore all’interno di questa relazione, e nessun valore neanche all’esterno. Quand’ecco, la rossa ricevere una telefonata.
“Ciao! Sì, siamo alle Cascine. No, non sono sola, c’è la Livia con Spino insieme a me. Ah, vuoi passare a salutarci al volo con la moto? Certo, ci trovi lungo i viottoli, vieni pure, Bobi ne sarà felice.”
E infatti Uncerto Bobi, all’apparire di un individuo non particolarmente capelluto calvo, ha preso a piroettare e urlare come un’aquila dalla felicità.
L’individuo di cui sopra, tuttavia, a un certo punto della mattinata ha annunciato che se ne sarebbe andato a casa propria perché A faceva troppo caldo, B aveva mille incombenze da sbrigare, C s’era rotto le palle ne aveva abbastanza di sudare e camminare. Le donne hanno accolto la notizia con malcelata indifferenza. Uncerto Bobi, invece, interrotti i suoi giochi sghembi con Tale Spino, ha preso a farsi guardingo. Teneva d’occhio i movimenti degli umani, intanto sgranocchiava un bastoncino.
Quando l’individuo ipocrinito ha abbandonato il gruppo, Bobi ha dato vita a una staffetta disperata che lo portava dalla rossa al calvo, dal calvo alla rossa, in un’incessante corsa apparentemente priva di senso, in realtà foriera di un messaggio molto chiaro: S T I A M O T U T T I N S I E M E.
Affinché interrompesse quella disperata pantomima, la rossa lo ha legato al guinzaglio e il calvo ne ha approfittato per allontanarsi, uscire dal bosco, passare dal chiosco di Simone e ricongiungersi alla propria moto. Distavano da lui alle donne con i cani succitati molti metri di distanza, tanto che -complici gli alberi del bosco- nessuno vedeva più nessuno. La rossa, appurata in Uncerto Bobi una riconquistata tranquillità emotiva, lo ha slegato. Il cane ha ripreso (apparentemente indifferente all’accaduto) a giocare col suo socio.
Ma ecco, lontana lontana, passare a tutto fòco la moto or ora nominata, e percorrere il viale asfaltato che, tagliando il piazzale del Re, riporta alla città.
Uncerto Bobi, finissimo d’orecchie, si è arrestato di colpo, ha mollato ogni gioco, ha scacato la padrona e ha staccato una corsa forsennata in direzione del motore.
Inutili i richiami a gran voce delle due donne (“BOBIIIIIIIII!!!!!! BOBIIIIIIII!!!!!”), inutile la corsa a cui (pant pant) si sono entrambe lanciate, inutili gli appelli agli umani sconosciuti che Bobi incrociava per la via (“FERMATELOOOOO!!!! BLOCCATELOOOOOO!!!!”). Segato in mezzo il parco più grande di Firenze, Bobi è scappato all’inseguimento di colui che, inconcepibilmente, chiama “babbo”.
La rossa è stata vista (oltre che rossa nei capelli) rossissima nel volto e col mascara che colava per il pianto, mentre (correndo a perdifiato) razzolava intanto con la mano sinistra nella borsa alla ricerca del cellulare con cui chiamare “babbo” e intimargli di fermarsi; la mora sudata fradicia dietro; Spino attonito che seguiva la scena.
Chissà quale epilogo avrebbe avuto questa storia, se una coppia di runners non si fosse lanciata sopra a Bobi immobilizzandolo e restituendolo alla rossa disperata.
Fatto sta che, per riaversi tutti quanti, si sono seduti sopra una panchina ad asciugare lacrime e sudore.
Passava di lì una vecchiaccia stronza anziana signora.
“Ma cosa è successo?” ha chiesto.
“Il mio cane era scappato, lo hanno ripreso queste due gentilissime persone sul viale, dopo che un motorino e una macchina l’avevao appena scansato” ha spiegato la rossa.
“E perché è scappato?” ha indagato ancora quella ficcanaso di merda curiosa signora.
“Perché il suo babbo è andato via in moto e lui l’ha inseguito disperato” ha spiegato ancora la rossa.
“Be’, signora, fossi in lei mi farei qualche domanda…” ha insistito la malefica vecchia insistente signora.
“Che domanda?!” ha chiesto perplessa la rossa.
“Se il suo cane è corso via da un altro, significa che sta meglio con lui che non con lei” ha dichiarato quella merdissima di donna signora così stranamente petulante.
“Ma io sono la sua mamma!” ha esclamato la rossa, sconvolta dalla sfaggiataggine dell’intrusa.
“Già il fatto che lei si definisca mamma di un cane la dice lunga, signora. Un cane è un cane. Nulla di più.” ha sancito quella maledettissima odiosissima facciadimerdissima donnaccia vecchia e brutta signora.
La rossa era così distrutta emotivamente, che non è riuscita nemmeno a mandarla dov’ella avrebbe meritato, per cui ha deciso che lo farà qui: signora, vada affanculo.

La mia Nadona

Pubblicato il 1 settembre 2018 da antonella landi

Quando la vidi per la prima volta, lei aveva sedici anni. Io tre. Era bellissima. Secca rifinita ma con il visino tondo, lo sguardo timido e corrucciato, gli incisivi leggermente in fuori. Due gambe luuuunghe e stecche che mostrava sotto minigonne anni Sessanta. Quegli anni lì. Due piccoli nei, uno al lato della bocca, uno sopra il mento. Gli occhi neri neri, i capelli lisci lisci, castani, rincalzati dietro le orecchie. Le mani affilate, le unghie curate. Cantava una canzone in cui si domandava cos’è la vita senza l’amore e si rispondeva che è come un albero che foglie non ha più. Ma che freddo faceva, in quegli anni lì.
Da piccina io cantavo sempre. Il mio gioco preferito era passare i pomeriggi a infilare 45 giri in bocca al mangiadischi blu, seduta sul lettino, e andare dietro alle parole. Di tutte quelle che cantava Nada, le mie preferite erano due. Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va, catene non ha, il cuore è uno zingaro e va. Ma soprattutto Gelosia ah ah. Mi esibivo spesso per il babbo, che me la prenotava tornato dal lavoro. “Su da brava, cantami Gelosia”. Gelosia ah ah, gelosia ah ah, è l’amore che non ti sorride piu’; la credevo un sentimento ed è una malattia. Guarirò, guarirò. In effetti son guarita. Ma non dall’amore che provavo per quella ragazzina.
Quando è diventata donna, Nada ha abbandonato il melodico italiano e virato verso altri generi musicali che non saprei come chiamare. Certamente oggi Nada è rock. Ma è anche intimista e sperimentatrice. La sua voce graffia più di allora perché negli anni ci è andata giù pesante con i sigari. Come tutte noi quando invecchiamo, è diventata più grossotta e gli son venute le cioccione. Resta indiscutibilmente bellissima e bravissima.
Ieri sera era in concerto a San Salvi Città Aperta.
“Mangiamo al giapponese e poi corriamo ad applaudirla?”. Impensabile un rifiuto.
Cantavo a squarciagola insieme a lei come da piccina e intanto mi tornava a gola il sushi. Ero felice.

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La dura vita di Pippi_Stinta

Pubblicato il 31 agosto 2018 da antonella landi

Aperto il profilo su Instagram, Pippi_Stinta è andata immediatamente in overposting.
Subito quelli di 5H l’hanno taggata.
Lei c’è rimasta male, ha fatto irruzione sul gruppo classe di whatsapp e ha chiesto spiegazioni.
Loro l’hanno tranquillizzata e per spiegarle cos’è un tag le hanno tenuto un corso di aggiornamento in tempo reale.
Lei però stentava a capire.
Allora le hanno fatto gli schemini come lei a lezione.
Lei ha risposto grazie, adesso ho capito, tuttavia chi vuole taggarmi deve pagare.
Loro hanno messo la faccina con gli occhi al cielo pensando questa non capisce un cazzo.
Di lì a poco, poiché metteva troppi like alle loro foto, le hanno dato di spammona.
Però almeno per ora non l’hanno bannata.

Pippi_Stinta va su Instagram

Pubblicato il 26 agosto 2018 da antonella landi

Chi mi conosce, conosce anche la passione che da sempre ho per la fotografia. Per questo quando entrai all’Artistico esultai vedendo che mi avevano assegnato una certa 3H a indirizzo audiovisivo multimediale. Generalmente i miei colleghi aspirano alle classi di Pittura, Scultura, Oreficeria. Io tra i fotografi ero (e sono) tutta nel mio centro e addirittura chiesi alla Pina se mi lasciava intrufolare in classe durante le sue ore per imparare qualche segreto dalla camera oscura.
Diversi anni fa una collega della vecchia scuola in cui insegnavo aveva detto “una come te, che ha sempre il cellulare in mano per scattare foto, deve farsi un profilo su Instagram!”, ma io ero stata faticona, avevo pensato che questo Instagram assomigliasse troppo a facebook (che aborro per partito preso), e avevo declinato il suo suggerimento.
Poi qualche mese fa, mi pare, mi rimbalzò di nuovo in testa quell’idea. Era un (raro) pomeriggio inattivo, forse pioveva perché quando piove il cervello mi si affina, mi misi al computer e ci provai. Seguii pedissequa le istruzioni, mi parve di cliccare i tasti giusti, di rispondere bene alle domandine, di inserire i dati richiesti. Ma (da non credere) fallii. Tornata a cercarlo, non trovai mai il mio presunto profilo e (umiliata) decisi di desistere per sempre.
Ma veniamo a tempi più recenti.
La fissa col plein eir e la copiosa produzione di acquerelli di cui sono vittima e carnefice da luglio a questa parte ha spinto un’altra collega ancora a suggerire l’inaugurazione di un profilo sulla piattaforma pensata per le foto. “Io intanto ti organizzo un vernissage” ha aggiunto. Pensavo che scherzasse, invece il vernissage pare si farà davvero. Non pensiamoci.
Mi sono rimessa al computer e ho ricominciato la trafila. Ma già all’inserimento del nome sono sorti i problemi: antonella_landi c’era già. Che fosse maledetta. Chi (cazzo) era costei, come osava soffiarmi l’identità, come poteva scattare foto qua e là nell’etere servendosi del mio nome!
“Pensavi di essere l’unica antonellalandi sulla terra? Sarà una tua omonima -mi ha illuminata LaCecy, amica genovese trapiantatasi a Trieste- scegli un nome nuovo e vai con quello.”
Grazie al suo aiuto paziente e puntuale, Pippi_Stinta esiste.
I miei studenti l’hanno stanata ancora prima che postasse la prima immagine.
Se non avete impegni migliori, cercatela.
Ah, sì, quell’antonella_landi di cui sopra ero io. Quel giorno ero stata brava e senza saperlo ce l’avevo fatta.

Ottavia chi?!

Pubblicato il 25 agosto 2018 da antonella landi

Quando (domenica scorsa, alla cena in campagna di Cri e Gio) ebbi la fortunata ventura di imbattermi in Cirana e le Cinciallegre (se ti sfugge chi sono leggi qui), tra le tante parole (molte delle quali strulle) che furono dette, ce ne fu anche qualcheduna (stranamente) sana. Tipo.
“Venerdì sera a Perlamora presentano un libro.”
“Che libro?!”
“Mah, qualcosa con Ottavia.”
“Ottavia chi?”
“O che lo so. Ottavia è nel titolo. Mi pare Ottavia e le altre. Dev’essere bellino. Perché non ci si va tutte insieme? E’ una serata al femminile, l’autrice è una donna e verrà presentata dall’assessora alle Politiche Sociali Ottavia Meazzini. Ci si sta bene anche noi!”
E chi poteva disse che, sì, ci sarebbe venuta perché, sì, ci si sarebbe state bene anche noi, tutte donne in mezzo ad altre donne.
La serata in questione, orbene, era ieri.

Intanto Perlamora che cos’è. E’ un circolo culturale-storico-agricolo. Proprio così, con questi tre aggettivi insieme. Un posto (ora che l’ho visto, incantevole) in un punta a un poggio del Valdarno, immerso nel verde collinare, tenuto parecchio a modino, dotato di piscina, villozza con torretta, parco lussureggiante e un ristorante favoloso dove ti portano quello che decidono loro, ma ci danno in pieno. Spesso capita che, dopo cena, si sospenda il ricreativo e si principi ad avviare il culturale. Come ieri sera.

L’autrice ospite della serata era la psicologa e psicoterapeuta Piera Spannocchi; il libro che presentava (avevano ragione le Cinciallegre) s’intitolava proprio Ottavia e le altre. Ora però cosa è successo.
Noi s’era salite lassù in punta animate dalle migliori intenzioni. Cenare con educazione, ringraziare sempre il cameriere Ignazio (che saluto caramente), dopodiché spostarsi sotto il tendone delle iniziative e ascoltare cosa aveva da dirci la Spannocchi. Ma -lo sappiamo tutti- non sempre i progetti che facciamo vanno in porto. John Lennon stesso disse che la vita è quello che accade mentre facciamo altri progetti. Ed ecco quello che è accaduto.

Cirana aveva una serata particolarmente generosa in fatto di battute. Noi, ascoltandola e gradendone l’indiscussa dote oratoria, le siamo andate dietro dietro come le nanine a Konrad Lorenz. L’è stato tutt’un chiacchierare, un ridere, un raccontarsi, ondeggiando tra il faceto ma anche il serio, fino a sconfinare addirittura nell’intimo, con punte tragiche che non starò in questa sede a riportare.
Le portate erano molto numerose e noi, giù, chiacchiera come se non ci fosse un domani, narrazioni, memorie, aneddotiche, lazzi, commozioni. Intanto mastica e bevi di santa ragione. Finché (dice) “inizia la serata”. Ma noi ferme al nostro tavolo, ancorate come navi in porto, appuntallate con i piedi alle seggiole e le mani aggrappate alla tovaglia. Non c’avessero a prendere di peso e a portar di là. Di là, intanto, partiva il carrozzone: presentazione dell’assessora, letture dell’autrice, financo inserti musicali di un tipo alla chitarra. Noi nulla. Inchiodate alla nostra postazione, s’è messo a tacere anche la Cri che (coscienziosa) ricordava: o ragazze, hanno incominciato, che si va o no? Risposta: no.
E infatti non ci siamo andate. Non ci siamo presentate proprio. Ci siamo alzate a una cert’ora giusto per cambiare lochescion e apparecchiarci intorno a un tavolino che noi abbiamo decretato da fumo, a speare beate seguitando con tutti i nostri discorsi.
Poi, quando la presentazione del libro è finita e gli ospiti se ne sono andati, s’è avuto anche il coraggio di dire l’era l’ora, senti come si sta in questo silenzio.

Il primo anniversario

Pubblicato il 24 agosto 2018 da antonella landi

A quest’ora, un anno fa preciso, lei era già in piedi, arzilla ed eccitata che non si teneva. Le amiche invece, ancora insonnolite e stropicciate, al massimo pensavano a fare colazione.
“Allora? Allora?? Allora??? Chi viene oggi con me?” chiedeva alle poverine. Erano giorni che le tartassava, vagolando piagnona e moccicosa per la casa e scordandosi perfino che era al mare. La spiaggia, il sole, l’acqua salata, l’abbronzatura, le ciane sotto l’ombrellone del Bagno Paradisino. Di nulla le importava. Tranne che di quell’appuntamento.
“Ti accompagno io” disse la Livia.
Avevano fissato per le cinque e mezzo. Faceva un caldo mostruoso, proprio quello che lei non sopportava perché non la faceva respirare, le toglieva la voglia di vivere, la annientava. Quel giorno il caldo manco lo sentiva. Sentiva invece il pizzicorino dell’eccitazione, quell’ansia bella che si ha per l’attesa di qualcosa di misterioso che s’immagina magnifico.
Le cinque e mezzo non arrivavano mai.
“Almeno vieni un’oretta sulla spiaggia insieme a noi -le dicevano- prendi un po’ di sole che pari Pippi Stinta.”
Si accampò sul grande terrazzo dell’appartamento, da sola, all’ombra, e attese.

“Oddio! Non ci posso credere! Ma ti rendi conto cosa stiamo andando a fare???”
“Sì. Cerca di stare calma però.”
“Non sto nella pelle! Come sarà? Sarà bello? Bellissimo? E se non scattasse la scintilla? Sai meglio di me che, se non scatta, c’è poco da fare.”
“Se non scatta giriamo i tacchi e ce ne andiamo.”
“Quanto ci vuole ad arrivare?”
“O quando vuoi ci voglia, siamo a San Vincenzo, s’ha da arrivare a Cecina. Un quarto d’ora e siamo lì.”
“Oddio che emozione! Sudo!!”
“Tu sudi perché fa caldo. Stai bonina, via.”
“Un appuntamento al buio e c’è un sole che spacca le pietre. Non ti sembra qualcosa di mistico, quasi di esoterico?”
“Mi sembra normale, è il 24 agosto e fa 40 gradi, accident’all’estate e a chi la vòle.”
“E’ un segno! Il 24 è per me un numero pieno di significati! Sono sicura che andrà tutto bene!”
“Speriamo, almeno tu l’abbozzi di piagnucolare e siamo tutte più contente.”
“Ma se invece andasse male?”
“Se va male te l’ho detto. Si ringrazia, si saluta, e ci si leva dalle palle.”
“Ma io voglio vada bene, non ce la faccio più a stare in questo stato!”
“Giù, mettiti un po’ zitta, siamo quasi arrivate.”

C’era un grande cancello, c’era una targa con un’immagine dipinta. C’era un nome in lingua inglese che tradotto diceva “Il Re degli Abbaioni”. Oltre il cancello c’era un viale verde che portava a una villa appollaiata su un giardino ben curato. C’era una donna che veniva loro incontro. E c’era lui.

(A Ubaldo detto Bobi, da un anno insieme a me)

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Bobi e Robert Redford

Pubblicato il 23 agosto 2018 da antonella landi

Una delle più grandi fortune della vita è stare bene nel posto di lavoro, il che vuol dire esercitare una professione che ci rappresenta e farlo insieme a gente ganza.
Quando chiesi il trasferimento all’Artistico di Porta Romana, lo feci perché l’edificio è straordinario e perché mi parlavano di una preside bravissima. Di lì a poco avrei scoperto che anche quelli che ci studiano sono particolarmente affascinanti e quelli che ci insegnano (ciascuno nel proprio personale stile) prevalentemente interessanti. Robert Redford (docente di Storia dell’Arte) spicca su tutti per cultura, intelligenza, doti didattiche, ironia e (che non guasta mai) avvenenza. Ha una casa-museo in cui ha raccolto opere d’arte di pregiato valore e un’oggettistica variegata che mescola con grazia disinvolta lo chic con il kitch. In quell’appartamento al quinto piano di un palazzo panoramico nella romantica periferia fiorentina non v’è un angolo sgombro e ogni stanza straripa di libri, quadri, suppellettili, ricordi, fotografie, sassi colorati, cuscini, palle di vetro, collezioni di uccelli e planetari. Andare a pisciare nel suo bagno comporta la concentrazione che di solito mettiamo in un atelier.
Ieri sera mi ha invitata a cena.
“Questa volta, se non ti dispiace, porterei anche Bobi. Da molto tempo ormai padroneggia sfintere e vescica, è disciplinato ed educato, insomma un brav’omino. Posso?”
Robert ha detto che non solo potevo: dovevo.
Bobi è entrato e, tartufo a terra, immediatamente ha preso a ispezionare. In salotto ha preteso di sedersi sul divano bianco latte. Per ammazzare il tempo dell’attesa della cena ha inteso baloccarsi con le palle di vetro colorato. Poiché Robert dissentiva, si è accontentato di ciucciare l’angolino di un cuscino ricamato a mano. Trasferiti in cucina, ha controllato cosa prevedesse il menù puntando le zampe sulla tavola e appoggiando le bagioge appiccicose sulla tovaglia di lino azzurro mare su cui ha lasciato una sgorata generosa. Quindi ha atteso la pausa cicchino per afferrare di nascosto (io però l’ho visto) una fetta di pecorino stagionato già adocchiata in precedenza e ingurgitarla senza masticare. Ha altresì gradito l’acqua fresca che Robert Redford gli ha versato nella ciotolina a forma di osso firmata Tiger.
Tornati in sala dopo il lauto pasto, ha rifiutato di sedersi sul telo offertogli da Robert ed è tornato ad accucciarsi accanto a lui sopra il divano, questa volta notando però un gatto di pezza nera adagiato sullo schienale e pretendendo con tutte le sue forze di entrarci in confidenza.
Quando, stremata dai richiami e umiliata dallo sbugiardamento a cui dovevo sottopormi, ho estratto dalla borsa la famosa palla parlante per cani (un oggetto strepitoso che consiglio anche a chi il cane non ce l’ha) per distrarlo dal gattino nero, ha preso ad inseguirla e conseguentemente a farla ruzzolare, sbattere e parlare, un casino a quell’oddio.
Robert Redford ha resistito fino all’una di notte. Infine ci ha cacciati.
Della serata mi resta una foto eloquente in cui Robert siede sul divano e Bobi, accanto a lui, si finge complemento d’arredo.