Ciappino, ovvero: la fine dell’infanzia

Pubblicato il 8 dicembre 2018 da antonella landi

Per me l’infanzia ha avuto solo un nome. Ciappino.
Ciappino (detto anche Ciappo) era il mio orso di peluche. Medie dimensioni, pelo giallo senape, sguardo birichino, non ricordo neanche chi me lo regalò. Ricordo però alla perfezione quanto lo amavo. Ciappino era l’amico perfetto da abbracciare in qualsiasi situazione, sul divano mentre facevo merenda con pane vino e zucchero e guardavo A come Andromeda, sul pavimento mentre allestivo la mia mega fattoria popolata di animali da cortile tra cui una famiglia di ippopotami, una coppia di giraffe e tre rinoceronti, ma soprattutto a letto, nella notte, quando lo stringevo forte a me e anche la paura del cavallo sgozzato in quella scena maledetta del Padrino scompariva.
Ciappino è stato l’unico segno dell’infanzia che ho salvato dalla distruzione, a cui non sono sopravvissuti Teresa la rossa né tantomeno quell’odioso di Ciccio Bello, che mi stava sul cazzo da morire. Di quell’oca della Barbie poi non ne parliamo, non fecero in tempo a regalarmela che le avevo già mozzato quei capelli ossigenati da baldracca.
Ciappino invece era il mio amore e me lo sono portato dietro in tutti i diciassette trasferimenti di domicilio. In questa casa lo custodivo con una certa gelosia dentro un’anta dell’armadio, da cui lo estraevo di tanto in tanto per dargli un’annusata.
“Guarda, Bobi. Prima di amare così tanto Nello e te, ho amato lui, Ciappino. Te lo voglio presentare. Guarda bellino. Siccome quando ero piccola la mamma non voleva un cane in casa, io sfogavo tutta la mia tristezza su di lui, e sognavo che un giorno avrei avuto un animaletto tutto per me. Uh, scusa, mi suona il telefono, torno subito. Stai buono qui con Ciappino.”

img_7739

Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei

Pubblicato il 7 dicembre 2018 da antonella landi

Un mio stimato e abilissimo collega ha messo in piedi un corso di Grafologia che sto frequentando con inatteso entusiasmo. Costui si ispira non alla grafologia italiana -prettamente peritale, ossia circoscritta all’ambito giudiziario e finalizzata ad analizzare e confrontare le scritture contestate con l’obiettivo di accertarne la veridicità- ma a quella francese -attenta non soltanto alla descrizione del carattere dello scrivente, ma anche all’analisi approfondita della sua personalità-. Il metodo francese si fonda sui principi teorici di Jules Crépieux-Jamin raccolti nel suo “ABC de la Graphologie” (1929), e si arricchisce del contributo di altri importanti grafologi.
Il grafologo, nel compilare il suo piano di lavoro sotto la voce “armonia”, dà una valutazione particolare a sette precisi parametri, che complessivamente vengono ordinati nella sigla P.A.C.O.S.S.O. per comodità di memorizzazione e indicano, nell’ordine dell’acronimo: PROPORZIONE (concerne sia la dimensione verticale che orizzontale, nonché quella degli spazi. Proporzione dunque tra le tre zone della scrittura -zona superiore inferiore e mediana-, proporzione tra minuscole e maiuscole, delle lettere centrali tra loro e rispetto agli allunghi, equilibrio spaziale); AISANCE (l’agevolezza e la scioltezza del tracciato, intesa come gesto di spontaneità e naturalezza, unita alla facilità di coordinare i movimenti. Una progressione spontanea abile e flessibile è indice di buon adattamento e dell’efficienza del soggetto); CHIAREZZA (intesa come leggibilità delle forme, che non devono presentarsi complicate, ma essere chiare nella struttura e anche in relazione allo spazio ben rapportato tra le lettere, le parole, i margini e le interlinee. E’ indice di una personalità strutturata e anche di chiarezza mentale); ORDINE (rapporto equilibrato tra bianchi/neri ed una certa cura nel modo di gestire l’impaginazione e di controllare il flusso gestuale. Chiarezza e leggibilità con un buon controllo della spaziatura, che indica appunto una relazione equilibrata con l’altro ed è espressione di una buona organizzazione del pensiero); SEMPLICITA’ (scrittura che non presenta nulla di artificiale, non ha tratti inutili né orpelli, non ha sovrastrutture superflue né forme eccentriche o esagerate. La semplicità, nell’ottica dell’armonia, lascia apparire la spontaneità di uno scrivente che si presenta così com’è. E’ anche indice di buon senso e di obiettività); SOBRIETA’ (essenzialità, intensità senza complicazioni o ricercatezza voluta. E’ una scrittura moderata nel movimento e nelle dimensioni. Oltre ad essere un segno di circospezione e di misura è anche l’attitudine a vedere l’essenziale e a scegliere le priorità); OMOGENEITA’ (il grafismo deve essere privo di discordanze importanti sia nel tracciato che nella firma. L’omogeneità, quando va oltre una semplice uniformità di direzione di continuità e di forma, si collega alla qualità profonda di una personalità unificata).
Come una scolaretta secchiona, al corso (a cui partecipa anche Bobi) siedo in prima fila e prendo appunti nel quadernino moleskine che mi regalarono gli alunni della 5H. A casa rileggo tutto e mi esercito sulle grafie dei miei nuovi alunni di 3B, che sto imparando a conoscere e che suddetto corso mi rende molto più leggibili nel loro aspetto psicologico e caratteriale.

Ieri ero nel Profondo Veneto a trovare il babbo. A cena c’erano anche il Frenky e il Rondine.
“Babbo, scrivi una frase che ti fo l’analisi grafologica!”
“Che frase devo scrivere?”
“Quella che vuoi, una frase a caso.”
Lui ha scritto “Oggi Bobi mi ha veramente rotto i coglioni”.
Mi sento la più incompresa tra le figlie.

L’imbucata

Pubblicato il 29 novembre 2018 da antonella landi

Sono ventisei anni che insegno. E ventisei anni che, ogni novembre (o dicembre) e ogni aprile (o maggio), aspetto i genitori dei miei alunni per quello che va sotto il nome di “ricevimento plenario”: una giornata di ordinaria follia nel corso della quale la scuola viene presa d’assalto da orde di adulti che, prima schiacciandosi contro il portone d’ingresso come tafani ai vetri e poi correndo a perdifiato lungo i corridoi per accaparrarsi i posti migliori, va a consulto dai docenti. È vero, negli ultimi tempi questo rituale è reso meno scandaloso e più ordinato dal registro elettronico, tramite il quale è ormai possibile effettuare una prenotazione online da casa e presentarsi così al cospetto dei professori (almeno) non sudati e ansimanti. Resta comunque una giornata epica su cui si potrebbe scrivere un trattato antropologico e di cui, non avendo generato una progenie propria, ho sempre visto lo scenario dall’interno dell’aula assegnatami. Ma cosa accade all’esterno?
“Devi assolutamente intrufolarti in una scuola che non sia quella in cui lavori e fingerti mamma –mi ha detto un’amica, insegnante come me ma che, a differenza di me, ha una figlia liceale- Udirai cose che la nostra mente non arriva a immaginare”. Figurarsi se me lo sono fatta dire due volte: l’altra sera, sobriamente elegante in cappottino nero, ho scelto un liceo fiorentino in cui si svolgeva il ricevimento plenario e mi sono imbucata.
“La mia/ il mio” e “la tua/ il tuo” sono le prime espressioni su cui vorrei richiamare l’attenzione. Con queste abbreviazioni si indicano infatti gli studenti stessi. “Come va la tua?” dice una mamma a un’altra, entrambe in coda davanti all’aula del docente di Lettere. “Insomma. Mica tanto bene. La mia ha cinque a Italiano e Storia. Il tuo?”. “Anche il mio.”
“Quella di” e “quello di “ sono i modi con cui indicano i docenti, probabilmente per far prima. “Quella di Italiano”, “quello di Matematica”: è più rapido che non “la professoressa di Italiano”, “il professore di Matematica”. Ma andiamo oltre, non ci fermeremo certo alle formalità.
Il passo immediatamente successivo riguarda l’attribuzione delle colpe.
“Ma scusa eh, ti pare giusto che gli diano tutte quelle pagine da studiare? Trenta pagine di Storia! E poi il mio me l’ha detto: coi voti l’è di manica strettissima. Non è mica giusto.” “La mia –dice un’altra- l’è andata volontaria, la sapeva, vedrai, gliel’avevo risentita io! Eppure gli ha messo l’insufficienza. L’è tornata a casa tutta incocciata, ma io gliel’ho detto: te tu la sapevi, te l’ho risentita io!”
Ma non sono neanche i voti, l’unica questione posta in analisi.
“Hai visto che libro la gli ha dato da leggere? Non mi pare mica adatto a quell’età.” “Infatti. Per questi ragazzi d’oggi ci vuole roba differente, più leggera, meno impegnativa. Già non leggono: se poi gli date quei mattoni! Il mio non va avanti né bene né male.” “Nemmen la mia. Ora quando entro glielo dico.”
Si passa poi al metodo didattico: “quello di Chimica va troppo veloce”, “quella di Filosofia approfondisce poco”, “con quello di Fisica non ci si capisce nulla”, “quella di Storia dell’Arte la fa troppo bozzolosa: non c’è mica solo la sua materia!”.
Ultimo aspetto psicanalizzato, le peculiarità caratteriali.
“Un musone”, “troppo ridanciana”, “antepatico”, “sempre sulle sue”, “inteccherita”, “una chiacchierona”, “troppo buona”, “va a simpatie”.
O signori genitori. Ma non vi va mai bene nulla, o sbaglio? Da cosa nasce tutta codesta convinzione di essere nel giusto, quando ragionate di scuola? Lasciate che vi dica poche cose. “Risentire” una materia non è uguale a “interrogare” su quella materia. “Libertà didattica” è un sacrosanto diritto di ogni docente, riconosciuto (e menomale!) anche dal Miur e dai dirigenti scolastici. “Manica stretta” o “manica larga” sono pareri squisitamente soggettivi: ognuno indossa la manica che vuole. Ma se di tutto questo avete da ridire, lasciateci almeno tenere il carattere che abbiamo, come voi e i vostri figli avete quello che vi siete ritrovati.
Accettiamoci. Accogliamoci. Fidiamoci.
Solo così potremo ancora avere qualcosa di utile da dirci.

(per Il Corriere della Sera)

Dal davanzale, nel cuore della notte

Pubblicato il 25 novembre 2018 da antonella landi

Erano le 3:33. Chiaro che dormivo. Abbracciata stretta al mio hot dog (cane caldo), sprofondavo di minuto in minuto tra sogni fantastici che mi portavano avanti e indietro nel tempo. Ma ecco il bip bip del cellulare, lasciato inavvertitamente sonoro.

IL DAVANZALE
(è solo questione di dove ti appoggi)

Sempre qui mi ritrovo,
quando la mente si oscura,
resto senza riposo,
rimirando queste mura.
Sul davanzale poggio i miei pesi,
mentre spolvero la mente,
veggendo con occhi sorpresi,
quello che è il mio ambiente.
Appar solito ma sempre muta,
come un fiume scorrendo alla foce,
a volte vi ammiro la notte muta,
a volte vi colgo un filo di luce.
Quando è scuro e tutto tace,
e al di fuori è freddo e gelo,
al mio interno vi è una brace,
perché è all’equilibrio che io anelo.
Il pensier fiorisce infine,
il dubbio è sconfitto anch’oggi,
al mio dilemma pongo fine,
è solo quistion d’appoggi.

L’autore di questi versi è un mio studente nuovo, preso a settembre con una nuova classe. Ha lasciato la scuola che frequentava fino all’anno scorso per iscriversi all’Artistico. Sente di avere dentro sé un disegnatore, ma anche un poeta che gli parla in continuazione. A tutte le ore. Anche di notte. E la notte scorsa ha deciso di raccontare anche a me cosa gli diceva. Alle 3:33. Mentre dormivo abbracciata stretta al mio cane caldo.

Un regalo così bello nemmeno a Natale.

Il coraggio

Pubblicato il 22 novembre 2018 da antonella landi

Spesso, come compito a casa, assegno poesie da imparare a memoria. E già vi vedo alzare il sopracciglio della perplessità. Lo so, vi pare un metodo vetusto, superato e fondamentalmente inutile. A che serve sottoporre gli alunni a una costrizione tale, quando in un oggetto grande come la tasca di un jeans –lo smartphone- essi si portano in giro il mondo e possono attingere a qualsiasi informazione, compresi i testi integrali di (quasi) tutte le poesie che sono state scritte dall’umanità? Non solo. Dal punto di vista didattico, che valore può avere la ripetizione mnemonica (altrimenti detta a pappagallo) di un testo in versi di cui –semmai- sarebbe più importante interpretare il senso? Serve moltissimo e ha un grande valore, per molteplici motivi: un giorno (e quanti è già accaduto?) la tecnologia ci abbandona all’improvviso e noi restiamo lì come babbei con il cellulare pieno (ma spento) e la testa accesa (ma vuota). La memoria è un muscolo e, proprio come quelli della tartaruga addominale, va allenato. Padroneggiare a memoria un testo poetico, poi, non esclude affatto decodificarne il significato, anzi, quel rimescolìo mentale di parole assimilate in modo meccanico ci aiuta a rimuginare intorno al loro suono, al loro sapore, e dunque alla loro migliore traduzione: aprìcaìnclitorispuòsemidiceròlti… che meraviglioso sound, che misterioso senso. E poi piano a dire a pappagallo: le poesie vanno sapute interpretare e per farlo, direbbe De André, “ci vuole tanto, troppo coraggio”. Ma eccoci al punto. Il coraggio.
A guardarli sui profili social, i nostri ragazzi sembrano tanti leoni e altrettante leonesse: pubblicano immagini di sé che gridano autostima a mille, sicurezza da vendere, nessun timore, voglia immensa di divorare il mondo. Le ragazze specialmente sono donne fatte: puntano le telecamere dei cellulari sugli specchi delle loro camerette (peggio ancora, dei bagni di casa, con tanto di carta igienica, spugne da doccia e asciugamani su improbabili sfondi) e s’immortalano in pose plastiche, sensuali, vagamente erotiche; arricciano il labbrino, corrucciano la fronte, attivano la app che le rende talmente levigate da sembrare plastificate, confezionano il prodotto finale e postano pancini piatti e nudi, scolli acerbi e generosi, a volte in gruppo con le amiche, altre volte solitarie, come attrici prive di un regista, ma tutte con il solito copione da femmina fatale. Poi entri in classe e te le ritrovi sedute al banco. Accanto a loro, i compagni di sesso maschile, un po’ più goffi, meno esposti, ancora bambinoni, si fanno gli scherzi da quinta elementare, si allungano qualche pacchina bonacciona tra capo e collo.
E tu ricordi loro che quel giorno, proprio quello, c’è la poesia da ripetere a memoria. Alla cattedra. In piedi sopra la tua sedia, che metti lì, a disposizione. Su, coraggio, che ci vuole? E loro sbiancano.
A qualcuno la voce improvvisamente s’incrina e se ne va. A qualcuno batte talmente forte il cuore che ti tocca rimandarlo a posto per evitare l’attacco cardiaco e l’ambulanza. Qualcuno prima batte i denti e dopo piange. Qualcuno chiede il permesso eccezionale di non salire sulla sedia millantando vertigini impreviste. Qualcuno non respira e si fa blu. Tutti hanno qualcosa da chiedere, da controproporre: rimandiamo alla prossima volta? Possiamo ripetere dal banco? Posso dirla verso il muro dando le spalle ai compagni? Posso dirla solo a lei nel corridoio?
Chi, al contrario, riesce nell’impresa, diventa l’eroe di una mattina e riceve applausi calorosi, oltre che un voto magnifico sul registro elettronico.
Io li guardo, e mi fanno una tenerezza infinita. Perché il mondo, con strumenti subdoli, li spinge verso una sicurezza fallace e prematura, ma loro sono ancora fragili e irrisolti: temono più Foscolo dei followers, si fidano meno di Dante che del mondo. Il quale, invece, da pesce vorace qual è, non aspetta altro che mangiarseli. A meno che non imparino tante, tantissime poesie a memoria con cui mangiarsi lui!

(per Il Corriere della Sera, pagine fiorentine)

E invece no

Pubblicato il 21 novembre 2018 da antonella landi

Contro ogni più rosea aspettativa, il concerto che nella teoria non lo convinceva, non lo ha convinto nemmeno nella pratica.
Ha varcato i portoni d’ingresso dell’ObiHall biascicando dubbi e perplessità, ha temporeggiato al bar trincando un paio di grappini con l’argomentazione dubbia che gli erano indispensabili per digerire il mattone che stava per sorbirsi. Poi mi ha seguita nel buio del teatro perché le luci si erano già spente, Le Luci erano già sul palco, e Vasco (non il Rossi, il Brondi) si era già seduto sopra il suo sgabello nero fronteggiato dal leggìo basso e stava per partire col primo pezzo in scaletta. Si è seduto accanto a me in quarta fila, centralissimo, nei posti top che avevo prenotato con esagerato anticipo tre mesi orsono.
“Non ti togli il giubbotto?” gli ho chiesto quando l’ho visto inteccherito dentro il suo piumino.
“No, sto bene così” ha risposto, losco.
“Senti, ma secondo te lo fa un intervallo?” ha chiesto al secondo brano.
“Penso proprio di no: non siamo al cinema e nemmeno a scuola” gli ho detto vagamente indispettita.
Così, al terzo pezzo, lamentando un bisogno fisiologico, ha sussurrato “Vado in bagno”.
Non è più tornato.
Quando, sulle note di Chakra, ho estratto l’iphone per immortalare il Vasco che amo di più al mondo dopo il Rossi, ci ho trovato un suo messaggio. “Scusa, non ce l’ho fatta: non lo sopporto”.

L’ho rivisto alla fine, dopo il bis e il tris, quando le luci si sono riaccese e io ho notato che, tra una folla adorante tutta protesa verso il palco a salutare e fotografare il proprio beniamino musicale, spiccava un tipo ipocrinito che il suo iphone -ridacchiando- lo puntava contro di me.
“Che concerto di merda” ha esclamato a voce alta, raggiungendomi.
Io lo ignoravo, fingevo di non conoscerlo e mi svincolavo dai suoi sorrisini divertiti raggiungendo delle amiche intraviste in mezzo al pubblico. Ma lui mi ha pedinata.
“Non mi sono mai annoiato così tanto in vita mia. Hai sentito quant’ha chiacchierato? Bla bla, bla bla, dupalle, ma che c’aveva da chiacchierare così tanto?!”
Ho chiamato le mie amiche sventolando alta la mano.
“Ehi, ciao!”
“Ciao ragazze!”
“Che magnifico concerto! Ti è piaciuto?”
“Tantissimo!”
“Anche a noi! Ma quanto è bravo?”
“Davvero, bravissimo!”
Ma lui, come un ospite inatteso e non molto gradito, si è intrufolato.
“Bravo?! Bravissimo?! Ma se non ha fatto altro che attaccare dei pipponi! Due palle così mi son venute. Ma poi che testi assurdi. Non fa che scopiazzare qua e là e butta tutto insieme, Pier Vittorio Tondelli, Celati, Battiato, CCCP, De Gregori. E poi Lowen! Quando io leggevo Lowen, lui ancora non era neanche…”
“Noi andiamo a salutare Vasco all’uscita, vieni con noi?”
“Sì, volentieri!”
“Andate pure a salutarlo?! Ah! Ah! Allora vengo anch’io, così gli dico che coglioni mi son fatto!”

E insomma nulla, poi l’ho riportato a casa e ho deciso che non gli parlo più per una settimana. E non serve a niente che mi mandi messaggini con su scritto “ma sei arrabbiata?! a me piaci tu, mica quel babbeo”.

Non mi convince

Pubblicato il 19 novembre 2018 da antonella landi

“Tra poche ore andiamo al concerto! Sei contento?”
“Mah.”
“Come mah!”
“Bah.”
“Ma come bah?!”
“Mhf.”
“Ma cosa c’hai da mugugnare?”
“Non mi convince.”
“Ma hai studiato o no?”
“Insomma… sì… abbastanza…”
“Ho capito. Non hai studiato. Eppure mi ero raccomandata! Ti avevo passato tutti i suoi cd e ti avevo ordinato di ascoltare con attenzione musica e testi!”
“Li ho ascoltati infatti, ma…”
“Ma cosa?”
“Non mi convince.”
“Spiègati. In che senso non ti convince?”
“Troppe parole.”
“Ma cosa dici!”
“Io questo qua l’ho bell’e inquadrato. Un monte di parole affastellate, citazioni a destra e a manca, frasi ad effetto. Così riesce a tutti. Così è troppo facile.”
“Ma di cosa vai farneticando?!”
“Prendi Chakra.”
“Uh bella! La mia preferita!”
“È un’accozzaglia di frasi che fanno impressione, ma che fondamentalmente non dicono niente di che.”
“Ma sei scemo?! Dicono eccome!”
” ‘Scolta. Quando io leggevo i libri di Lowen, lui non era ancora nato.”
“E questo cosa c’entra? Lui è nato dopo di te ma come te ha letto i libri di Lowen. Solo che poi lui ci ha scritto una delle più belle canzoni del panorama italiano contemporaneo, e tu no.”
“Perché a me Lowen m’aveva fatto du’ palle così. È tutta qui la differenza.”
“Sai qual è il tuo problema? Che tu ti diverti a fare il critico a prescindere.”
“Non è vero. Sono solo stanco di questi chiacchieroni. Nell’invecchiare sono diventato minimale. Io amo Vasco, ma non questo. Quell’altro. Il Rossi. Quello che una volta piaceva anche a te. È tutto un equilibrio sopra la follia. In sette parole, tutto quello che c’è da dire sulla vita.”
“A me il Rossi, come lo chiami tu, piace ancora, lo sai che è l’amore della mia vita, che è il simbolo del mio tempo e dei miei anni. Però mi piace molto anche questo Vasco qua.”
“A me invece questo Vasco qua non mi convince.”
“Allora restatene a casa. E il biglietto che ho comprato per te lo do a qualcun altro.”
“A chi?!”
“Non lo so. A un collega. A un amico. Un’amica.”
“No, dai, ormai l’hai preso, che devo fare, verrò.”

Poi lo so: viene, s’imbenzina, e da domani non ascolterà altro che il Brondi.

Ho preso un cane

Pubblicato il 18 novembre 2018 da antonella landi

Libreria Alzaia, adiacente al cinema Stensen, ieri sera.

“Oooh, guarda chi c’è! Era così tanto che non ti facevi vedere! Cosa ti è successo?”
“Ho preso un cane.”
“Come, scusa?”
“Ho preso un cane.”
“Come, hai preso un cane?!”
“Proprio così, ho preso un cane.”
“E allora?!”
“E allora ho avuto da fare con lui.”
“Accidenti, per un anno e mezzo!?”
“Esatto.”
“Cioè, è per questo motivo che non sei più venuta in libreria?”
“Non sono più venuta in libreria, non sono più andata al cinema, non sono più andata a teatro, non sono più andata ai concerti…”
“Ma perché, scusa?”
“Perché ho preso un cane.”
“Ma anch’io ne ho uno, eppure ho continuato a fare tutto quello che facevo prima!”
“Io no, perché il mio cane è il più bello, buono, simpatico, meraviglioso, fantastico del mondo, e quindi da quando ce l’ho non m’importa più di niente, voglio stare solo insieme a lui e fare quello che fa lui.”
“E quindi cosa avete fatto, finora, te e questo super cane, sentiamo?”
“Abbiamo camminato, esplorato, giaciuto, sonnecchiato, giocato, riso, corso, viaggiato, meditato.”
“Bene. Adesso sei guarita?”

La gente non capisce.

Sesso online

Pubblicato il 3 novembre 2018 da antonella landi

I due agghiaccianti episodi che nei giorni hanno fatto emergere i video -passati di telefonino in telefonino- in cui dei bambini erano intenti a praticare sesso completo, mi hanno fatto tornare molto indietro con la memoria.
Il mio approccio (teorico) alla sessualità iniziò a 7 anni. Avevo da poco imparato a leggere e il babbo e la mamma mi regalarono un librino che conservo ancora gelosamente, Come nascono i bambini, copertina rigida celeste e l’immagine di una famiglia che sembrava ritagliata da un cartoncino color carne. Dedicammo diverse serate alla lettura condivisa di quel libro, che partiva dai fiori e dalle api, passava poi al gallo e alla gallina, virava verso il cane e la cagnolina, per approdare infine all’uomo e alla donna. Il lessico era preciso, tecnico, asciutto, assolutamente privo di fronzoli e nomignoli, e il mio vocabolario assimilò con naturalezza quei lemmi scientifici con cui, anni e anni dopo, si sarebbe espressa la mia prima ginecologa. Ogni mio dubbio trovò l’amorosa e delicata risposta del mio babbo e della mia mamma e io giunsi serena anche al giorno dello sviluppo femminile, che sfortunatamente avvenne durante una lezione a scuola ma che affrontai con una consapevolezza tale da stupire perfino la maestra. Poi crebbi. E, quando divenni adolescente, mi tolsi i dubbi residui documentandomi tra le pagine di Duepiù, la rivista di educazione sessuale che furoreggiava ai tempi. Il sesso ai miei occhi non è mai stato sporco, peccaminoso, né volgare, perché dietro c’era questa storia di amore, presenza e informazione.
Con sgomento mi domando cosa possa essere il sesso per i bambini e per i ragazzi di oggi, a cui può capitare (e purtroppo capita più spesso di quanto non crediamo) di trovarsi davanti, riprodotto dal proprio cellulare, un video sconcio e vomitevole che ha per protagonisti dei coetanei. Mi chiedo quale idea possano farsi della sessualità i nostri adolescenti che sistematicamente, sui gruppi whatsapp di cui fanno parte, si vedono notificare foto di atti intimi scattate e diffuse in tempo reale dai protagonisti, talora all’insaputa di uno dei soggetti coinvolti. E m’interrogo su quali possano essere, a lungo andare, gli effetti di questa sovraesposizione mediatica attuata o subìta di continuo dai nostri ragazzi, che proprio per questo sembrano diventare sempre più impermeabili, indifferenti, cinici e freddi davanti all’orrore.
L’ho chiesto ai miei studenti: cosa si prova a essere involontari spettatori dell’osceno, come si può arginare questo mostruoso rituale, come si fa a gestire un fenomeno sempre meno sotterraneo e sempre più sfacciato e inverecondo. E loro (come me) non hanno avuto dubbi nel suggerire la soluzione che, come in un cerchio perfetto, riporta tutto là da dove è partita questa storia: i genitori. Si tratta di attenzione, di cura, di presenza. E, perché no, anche di controllo.

(domani sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

La tecnologia è una droga

Pubblicato il 23 ottobre 2018 da antonella landi

Voglio raccontarvi una storia. Non importa dove è accaduta, né quando. Vi basti sapere che è una storia vera e che non mi sto inventando niente. E che la racconto non per mero gusto cronachistico, ma per il carico di questioni educative che si porta dietro.
Siamo in una scuola superiore. Una docente con un’ora libera a disposizione viene mandata a fare supplenza in una classe non sua, una classe prima, frequentata quindi da quattordicenni. La docente entra in aula. Non fa caso al fatto che sulla lavagna campeggia una scritta inneggiante alle droghe. Si siede alla cattedra per compilare il registro elettronico. La lavagna le rimane alle spalle, come la cornice di un quadro di cui lei è il soggetto prescelto. Un’alunna di quella classe le propone di sfruttare l’ora di supplenza per aprire e moderare una discussione sulle droghe, argomento che (ella sostiene) tocca molto da vicino i giovani. La docente ci pensa un attimo, poi accetta: d’altronde anche lei pensa che si tratti di un tema prossimo ai ragazzi e alle ragazze che hanno l’età di quelli che ha di fronte. Quello che la docente non sa è che l’immagine di se stessa, incorniciata davanti a quella lavagna come se quello fosse il titolo della sua lezione, viene immortalata in uno scatto fotografico e prontamente data in pasto al popolo della Rete su Instagram. Non solo. Anche un filmatino con certe sue dichiarazioni montate ad arte fa la stessa fine. E viene pubblicato. Ma si sa: la Fama oggi ha ali ancor più late che nei tempi antichi e, subito, foto e filmato girano di mano in mano, di occhio in occhio, di smartphone in smartphone, e arrivano dove non sarebbero dovute arrivare Scoppia il caso. Viene convocato un Consiglio di Classe straordinario al cospetto del Dirigente Scolastico e di tutti i docenti di quella classe. Messa davanti alle proprie responsabilità, la ragazzina dichiara di non averlo fatto apposta, di non aver avuto l’intenzione di creare un disagio alla supplente, di non aver avuto minimamente idea di quello che avrebbe scatenato con quel gesto. Dice che alle scuole medie il cellulare non era neanche ammesso.
Ed eccoci alle questioni educative cui si accennava sopra (e su cui si sono lungamente interrogati anche i docenti di quel Consiglio di Classe), una collana di domande da snocciolare tipo rosario, da conteggiare tipo pallottoliere. La prima: bisogna credere alla ragazzina e alla sua maldestra buonafede? La seconda: una volta messa la ragazzina davanti alla realtà, come bisogna agire nei suoi confronti? È consigliabile fermarsi a un confronto orale e subito dopo perdonarla, nella speranza che non commetta più un atto così incauto, scorretto e superficiale? La terza: a sua parziale discolpa può pesare il fatto che alle scuole medie l’uso del cellulare sia stato solo vietato e non veicolato da un’educazione all’uso giusto?
Il mio parere? Mi rifiuto di passare da credulona e sono convinta che, di questi tempi, nessun adolescente possa dirsi ignaro di quello che combina quando tiene quegli aggeggi tra le mani. È impensabile che la scuola debba accollarsi (anche) il compito di insegnare a usare i social. Esistono le famiglie per questo: se ne parli a casa, a tavola, tutti insieme, all’ora dei pasti, davanti a una bella pastasciutta calda. Soprassedere su un episodio oggettivamente molto grave vanifica la speranza di un miglioramento comportamentale da parte dell’autrice di quel gesto e di tutti i suoi compagni che vi hanno assistito (imbelli o complici che fossero), concede una tacita autorizzazione a minimizzare la gravità di quanto si è compiuto e impedisce l’assunzione del senso di responsabilità. E dunque, non resta che la decisione di un provvedimento disciplinare severo ed esemplare, che resti ben impresso nella mente a lei e a chi, come lei, a quattordici anni non ha ancora chiari i concetti di rispetto dei ruoli e responsabilità. Questo è il compito della scuola. Quello della famiglia è appoggiare la decisione dei docenti (senza correre a fare gli avvocati degli alunni) e remare nella loro stessa direzione educando i figli al sentimento sociale. Ma questo è solo il mio parere.

(domani sull’inserto fiorentino del “Corriere della Sera”)