Per onorare la Giornata della Memoria, questa mattina ho proiettato Train de vie. Ma onestamente titubavo, perché temevo che l’ironia yiddish fosse troppo sottile per un gruppo di adolescenti, per di più di provenienza geografica tanto disparata.
Invece i rumeni sorridevano, gli italiani ridevano. E i cinesi si scompisciavano.
Ironia universale
E’ buffissimo!!!
Ci siamo incontrate qualche giorno fa in piazza della Repubblica, l’ombelico di Firenze: io ero con lui, lei era le sue amiche.
“Profe!”
“Marta!”
Presentazioni, strette di mano, sorrisi e quelle frasi di circostanza.
“Dove andate di bello?”
“Noi a fare una passeggiatina, e voi?”
“Anche noi, stiamo andando in Santo Spirito. Hai studiato per la verifica di Storia?”
“Oggi no profe: studierò domani.”
“Brava, allora buona serata!”
“Anche a lei, profe!”
“Arrivederci ragazze.”
“Arrivederci!”
“Ciao!”
“Ciao!”
Una volta in classe annuncio: “Ragazzi! Marta ha visto il mio fidanzato!”
“Davvero?!”
“Eh?!”
“Davvelo?!”
“Come come?!”
“Ma dove?”
“Ma quando?”
“Ma più che altro: com’è il mitico fidanzato della profe?”
Lei, che sta seduta in prima fila col banco appiccicato alla cattedra, si volta con fare plateale verso tutti i compagni, italiani, rumeni e cinesi, e disegnando in aria un semicerchio che parte dal basso, punta in alto, e poi ridiscende, esclama: “E’ BUFFISSIMO!!!”
Ora, considerando che il poverino non ha aperto bocca se non per dire “piacere” all’inizio e “ciao” alla fine, il mio sospetto è che la ragazza con quell’aggettivo al grado superlativo assoluto intendesse lanciare all’auditorio inebetito qualche messaggio subliminale.
Il soggetto in questione invece sostiene di interpretare la definizione come perfettamente calzante alla propria percezione di se stesso. Contento lui.
Perché io limmo
E’ iniziato oggi il corso per imparare a usare la LIM, la lavagna interattiva multimediale.
Prima lezione a cura della vicepreside della scuola.
“Che faccio, porto il giornale?”
“Chiaro.”
“Oh, facciamo arrabbiare la vice?”
“Dai, facciamoci buttare fuori!”
“Madonna che capaccina di sonno…”
“Io mi metto in fondo.”
“Non ci farà mica esercitare davanti a tutti?”
“Io mi giustifico appena entro.”
“Tre ore: non passeranno mai.”
“Zitto, non mi ci far pensare…”
E invece bellino da morire, s’è riso un monte e ci è sembrato perfino d’averci capito qualche cosa.
Troppe coppiette
“Ma questa Francesca con chi era sposata?”
“Con Gianciotto, ve l’ho detto dieci minuti fa.”
“E Paolo invece chi era?”
“Paolo era il fratello di Gianciotto e quindi il cognato di Francesca.”
“E allora?”
“E allora cosa?”
“E allora poi che è successo?”
“Ve l’ho detto: Paolo e Francesca s’innamorano, consumano e, colti in flagranza di adulterio da Gianciotto, vengono uccisi entrambi.”
“E quel Lancillotto lì allora che c’entra?”
“Lancillotto era innamorato di Ginevra.”
“Cioè?!”
“Cioè la moglie di re Artù.”
“E dov’è il problema?!”
“Ma come dov’è il problema, anche qui c’è un tradimento!”
“E Renzo e Lucia?”
“Ma cosa c’entrano Renzo e Lucia?!”
“Non lo sappiamo, ce lo dica lei.”
“Voi non vi concentrate e di conseguenza non capite nulla. Ora mi fate arrabbiare, eh!”
“Profe si calmi, guardi che la colpa non è nostra: è di tutte queste coppiette che ci sono nei libri che lei ci costringe a studiare.”
L’arancione
“Professoressa, ma chi cavolo è delle sue alunne cinesi che vuole cucirle e regalarle una borsa arancione?”
“Non è un’alunna. E’ un alunno.”
“Ecco, peggio ancora. Ma perché proprio arancione? L’arancione come colore fa troppo schifo!”
“Come schifo? Forse è un po’ azzardato, ma a me piace tanto!”
Mi guarda i capelli, sospira, e quindi mormora: “Sì, s’era capito.”
Quando mi sposerò
“Plofe, quando mi sposelò ti invitelò al matlimonio.”
“Uh che bella notizia: non vedo l’ora!”
“Tutti noi cinesi invitale te a nostle nozze, sai? Lei, lei, lui, lei e anche lui.”
“Davvero? E’ fantastico. Allora vi prometto che, quando mi sposerò, anch’io vi inviterò tutti al matrimonio.”
“Tu sposale?!”
“Chi lo sa…”
“Ma tu no vuoi sposale!”
“Mai dire mai.”
“Ma tu semple detto che vuoi solo fidanzato, no malito!”
“Solo gli ottusi non cambiano mai idea.”
“E quando tu sposi?!”
“Ancora no, è troppo presto: tra qualche annetto.”
“Che bella, tu tutta bianca: vestito e capelli!”
Carpe diem alla cinese
“Il poeta Catullo, nel celeberrimo carme in cui esorta Lesbia a dargli una quantità incommensurabile di baci (dammi mille baci, poi altri cento, poi ancora mille, poi di nuovo cento, poi altri mille, e quindi ancora cento), fa riferimento all’estrema brevità della vita. Guardate: cade ogni giorno il sole, e poi ritorna; per noi, se cade questa breve luce, sarà un’unica notte senza fine…”
“Poesia tliste…”
“Sì, a prima vista può apparire come un inno alla passione d’amore, ma come vedete nasconde anche altro: un invito a cogliere l’attimo, a non lasciarsi sfuggire i giorni, i momenti, le occasioni. Voi, per esempio, cosa fareste se vi dicessero che questo è l’ultimo giorno della vostra vita?”
In pieno stile orientale, hanno risposto che si conquisterebbero un angolino tranquillo e inizierebbero subito a dormire.
Tutta la verità
“E’ il minimo che lei abbia un blog, professoressa.”
“Perché mi dici ciò?”
“E’ per scaricare un po’ di tutta quell’inspiegabile energia che la c’ha addosso a partire dall’otto la mattina.”
Praticamente la sua teoria è che una porzione ricade addosso a loro, un’altra porzione su quel disgraziato di fidanzato che vive insieme a me. Il resto, tipo pattumiera, se lo becca il blog.
I ragazzi hanno una sincerità che spaesa, disarma, annichilisce. Indi annienta.
La faccia dell’amore
“Petrarca, nel sonetto Solo et pensoso, cerca disperatamente un luogo isolato in cui nascondersi affinché la gente non si accorga di quanto è innamorato.”
“Ma che era grullo?!”
“No, non era grullo: però sapeva benissimo che, quando uno è innamorato, è riconoscibile tra mille per via della faccia da imbecille che si ritrova addosso.”
“Allora lui (indicando un compagno al primo banco, n.d.r.) è innamorato dalla nascita.”
I ragazzi hanno una crudeltà che rasenta la spietatezza.
Eros sì, thanatos no
Mail di un’alunna: “Profe, mi può consigliare un libro bello, magari d’amore, e se è possibile senza la presenza di un morto? Grazie.”
I ragazzi hanno una comicità a cui i comici dovrebbero ispirarsi.
Nonno Woody
Un caro amico di penna che vive a Milano e di cui mi fido ciecamente in fatto di cinema e letteratura, per commentare l’ultimo film di Woody Allen mi aveva scritto una dettagliatissima mail che iniziava con un più che sospetto “Mmmmmm…” e proseguiva con un’analisi scientifica e capillare della pellicola interamente girata a Parigi: “Come quando ti aspetti di bere champagne e poi butti giù Idrolitina”, “Una cartolinesca dichiarazione d’amore di Woody per Parigi”, “Un filmetto che non si lascia nemmeno criticare, tanto è inconsistente”, “Eppure qualche sorriso te lo strappa; e a tratti speri quasi di essere nell’imminenza di una imprevedibile trovata geniale, che però non arriva”, “Una gran fiabona con salti indietro nel tempo, nelle varie epoche storiche di Parigi, giusto per ridirci che quando ci si volta indietro verso il passato, mitizzato, tutto sembra sempre più attraente e godibile del presente”.
A tutto questo si era aggiunto, opponendovisi, un giudizio assolutamente positivo elaborato dai miei studenti, che m’insospettiva parecchio. Mica per nulla ragazzi, con tutto il bene che vi voglio, ma è logico (oltre che biologico) che quello che garba a voi non possa (quasi non debba) garbare a me. A voi piace Benvenuti al Sud, io lo aborro. Io amo Giù al nord, voi ignorate che quello francese è l’originale (nonché straordinario) film malamente scopiazzato dal team di Claudio Bisio.
Comunque.
Dai e dai, alla fine sono stata a vedere quel Midnight in Paris.
Ieri sera.
Con l’amica di triacetato di cellulosa, ElenaQuinta.
E abbiamo un po’ riso, e ci siamo guardate come dire “… Ah… (sospiro delle donne innamorate)… il nostro Woody…”, e ci siamo intenerite davanti ai temi cotti e stracotti che il vecchio regista ci propina da una vita e che conosciamo a menadito, ma che non riusciamo a non amare.
E siamo tornate a casa contente.
Nonostante le premesse
Ci dà indirizzo e orario. E noi, a quell’ora, siamo davanti al civico indicato. Solo che a quel numero non corrisponde una casa, ma un magazzino vuoto, spento, e chiuso. Tra le mani teniamo una bottiglia, un dolce casalingo, e un contenitore pieno di crema al mascarpone con cui guarnire il dolce. Con l’unica mano libera lo chiamiamo al cellulare. Ma lui non risponde. Con acume ripercorriamo a ritroso la via dove dice di abitare e leggiamo i cognomi di tutti i campanelli. Ecco il suo: suoniamo. Ma nessuno risponde. Richiamiamo al cellulare. Silenzio.
“Se il tuo collega ci tira un pacco di queste dimensioni è proprio il genio che mi hai sempre detto.” commenta divertito Fidanzato Belpelato, organizzandosi mentalmente per andare a cena in pizzeria.
Invece alla fine quella porta si apre e, fatte le reciproche presentazioni, quella cena comincia.
Una cena originale e deliziosa, iniziata con un fritto misto di carciofi, cavolfiore e polenta alla panna acida, proseguita con un guazzetto di fagioli e cavolo nero da adagiare su pane toscano abbrustolito previa strusciatura di spicchio d’aglio, stracotto di cimalino alla crema di porri con erbe dell’orto, e conclusa con latte alla portoghese, torta di nonna Papera e generose cucchiaiate di crema sopra. Il tutto accompagnato da una conversazione che galoppa tra aule scolastiche e colleghi improbabili, cause civili e tribunali, lirica e balletto, corsi universitari e voglia di cambiare, figli e studenti, droghe e discoteche, ex fidanzati e convivenze, ricette dell’Artusi e luoghi in cui andare a vivere.
Quando si trovano insegnanti con cui è possibile parlare di tutto, bisogna tenerseli ben stretti.
Invito a cena con biglietto
“Ragazzi! Non indovinerete mai chi mi ha invitata a cena domani sera!”
“Attole famoso?”
“Ma quale attore, dai!”
“Pleside?”
“Mannò, dai, non fate i bischeri!”
“Aiutino?”
“Quello che, se non fossi già fidanzata, sarebbe il mio uomo ideale.”
“Plofessole Fisica dell’anno scolso!”
“Bravi, proprio lui: il Bargia!”
“Tu e lui soli a cena?!”
“Mannò, io e il mio fidanzato, lui e la sua fidanzata!”
“Tu saluti lui pel noi?”
“Certamente. Anzi, perché non gli scrivete un bigliettino così domani glielo porto?”
“Italiano o cinese?”
“In cinese, così potete scriverci tutto quello che vi pare, per esempio Bargia pelato, e lui non capirà!”
Invece gli hanno scritto che sentono tantissimo la sua mancanza e che pensano a lui ogni momento.
Domani sera lo fo piangere.
Su misura
“Plofe quanto hai pagato quella bolsa?”
“Sinceramente in questo momento non me lo ricordo, Yongjie.”
“Pelle vela o similpelle?”
“Purtroppo è pelle vera.”
“Anch’io impalato lavolale pelle vela in fabblica mia famiglia.”
“Ecco, allora perché invece di chiacchierare tanto non ne fai una su misura per la tua professoressa di Italiano e gliela regali?”
“Come la vuoi?”
“Come la voglio, come la voglio: bella e originale!”
“Colole?”
“Vediamo… sui toni del marrone, i miei preferiti.”
“Mallone chialo o sculo?”
“Facciamo chiaro: scuro ce l’ho già.”
“Palti in metallo colole olo o algento?”
“Argento.”
“Manici colti o tlacolla?”
“Tracolla, più comodo per stare in giro.”
“Tipo di pelle: liscia o lavolata?”
“Non lo so, vedi tu, come piace a te.”
“Sfumatule?”
“Macché macché, niente sfumature.”
“No vuoi colole più alla moda?”
“E quali sarebbero i colori più alla moda?”
“Losa, velde, giallo, losso… alancione!”
“Arancione?! Ma che sei grullo?! Dove vado io con una borsa arancione?!”
“Vai in gilo, tutti gualdale te, tu oliginalissima!”
“E ho capito, ma ormai so’ vecchia per fare tanto l’originalona: manteniamo il controllo dell’anagrafe e quindi del buon gusto.”
“Ma alancione sta bene con mallone tuoi vestiti.”
“Va bene allora: vada per l’arancione.”
“Ok, io fale a te bolsa bellissima!”
“Bada che me la devi personalizzare!”
“Come?!”
“Ci voglio scritto sopra Yongjie!”
“Davvelo?!”
“E’ chiaro!”
“Sicula?”
“Sicurissima.”
A questo giro potrebbe scapparci fuori il capolavoro.
Quantunque il rischio pacchianata sia appostato dietro l’angolo.
Lettera a una professoressa
Rientro ora dallo spettacolo teatrale che i Chille della Balanza hanno realizzato dell’opera immortale di Lorenzo Milani. Ne avevo letto molto e molto sentito parlare. Forse troppo. Dev’essere per questo che torno delusa da una riduzione che, per come me l’aspettavo, non mantiene tutto quello che promette. Gli spunti c’erano, le idee pure. Ma la lettura-monologo di un testo che chi ha dell’insegnamento una certa concezione conosce praticamente a memoria, alla lunga, disattende. Il vaticinato coinvolgimento a sorpresa del pubblico in sostanza si risolve nello spostamento fisico di quattro eletti a caso, che vengono fatti sedere non più sulle loro sedie ma sul palco. Tutto qua. E quindi brutto no. Ma nemmeno memorabile. Peccato.
“La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde.”
(Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa)
Ha parlato?
“Profe! Allora il suo gatto cosa le ha detto la notte scorsa?”
E’ stato imbarazzante ammettere che, disteso in fondo al letto come una lontra, ha ronfato come un tasso, muto come un pesce.
Intanto prendi questo
Giacomo Li, lo studente cinese che a settembre non si è ripresentato in classe perché d’estate aveva seguito la famiglia a Singapore per trattenervisi alcuni mesi per questioni di lavoro, ma che ha mantenuto con noi un contatto costante sfruttando la strumentazione tecnologica più avanzata, è finalmente rientrato a Firenze.
“Sì, ma a scuola quando torna?”
“Aspetta plofe, con calma, plima bisogno di liposale.”
“Macché riposare e riposare: dite a quel vagabondo che deve venire a scuola!”
“Intanto plofe plendi questo: lui manda a te legalo.”
Apro il sacchetto e ci trovo dentro un meraviglioso thermos da borsetta con selezionata scelta di the orientali.
Ritiro il vagabondo e tramite i compagni gli mando una lettera piena di cuoricini rossi.
Questi cinesi sanno perfettamente come prendermi.
E rigirarmi.
Il giorno (e la notte) degli animali
“Allora oggi me la dici una cosina, vero? Dai, fammelo questo regalo: una frase, una frasina sola, anche breve. Oppure una parola, una sola, anche piccina, che so, potresti dirmi ti voglio bene, hai ragione, sono tre, allora dimmi solo le iniziali come fanno gli studenti a scuola, dimmi tvb, ma qualcosa dimmi. Fammi capire che non solo ci sei, ma che sei felice di esserci, in questa casa, a vivere con me e con lui. Più con me che con lui, chiaro. Potresti dirmi grazie. E’ corta, non ti costerà tanta fatica e io capirò che ti ricordi ancora di quel giorno di due anni e mezzo fa in cui ti raccogliemmo dal ciglio della strada che stavi per morire e ti prendemmo tra le mani per non lasciarti più. Potresti confidarmi qual è il tuo piatto preferito, qual è il gioco che ti piace di più fare, qual è la tua posizione ideale quando ci addormentiamo tutti e tre sullo stesso letto: in mezzo alle gambe di lui? A cavallo tra i nostri due cuscini? Tra le mie braccia calde? Devi dirmi qualcosa, devi parlarmi! Guarda, c’è scritto qui, sul giornale, che oggi lo farai. Devi farlo!”
Da quando ho letto sul Corriere che il 17 gennaio è il giorno in cui gli animali parlano, non ho più pace. Pare che proprio in questo giorno, e soprattutto in questa notte, gli animali ricevano il dono della parola e comunichino tra loro secondo il codice umano. Ma pare anche che ascoltare tali conversazioni porti sfortuna.
Pur di dirmela con Micino da Scansano, sono disposta a correre i rischi più azzardati.
Il privilegio dell’intimità
Per un fortuito e graditissimo caso, incontro per la strada una ragazza che fu mia alunna ai tempi in cui insegnai alle medie.
“Tesoro! Sono tanto felice di rivederti!”
“Anch’io sono contentiscima profe! Come scta? Scusci sce non mi escprimo molto bene, ma ho mescio l’apparecchio da pochiscimi giorni… guardi!”
Infila due dita in bocca, aggeggia un po’ tra le gengive, afferra un attrezzo con la forma della sua arcata dentale, lo estrae e me lo sventola così, biascicoso di saliva, sugli occhi.
E’ il privilegio di essere state intime quando io ero un po’ più giovane e lei ancora una bambina.
Diss- come dissidio
“Per un’esistenza intera Petrarca fu lacerato da un fortissimo dissidio interiore.”
“Da un che?!”
“Da un dissidio: non conoscete questa parola? Provo ad aiutarvi: se io una mattina entrando in classe vi dicessi ragazzi, provo un forte dissidio, voi cosa pensereste?”
Dev’essere stata la parte iniziale della parola (diss-) a fuorviare quella ragazza altrimenti tanto dolce e femminile e spingerla all’esplicitazione di una risposta (“Che deve andare di corsa al gabinetto.”) decisamente incauta e impulsiva.


