Il fiorentino dimenticato

Pubblicato il 27 settembre 2020 da antonella landi

Mi piacerebbe fare un esperimento: girellare per le strade del centro di Firenze e domandare a caso: “Scusi lei, conosce Emanuel Carnevali?”. Per agevolare la risposta, batterei soprattutto la zona di via Montebello, dove sorge tuttora la casa natale del mio personaggio misterioso (anche se non vi è mai stato apposto uno straccio di lapide commemorativa): sono sicura che nove fiorentini intervistati su dieci risponderebbero di no.
Nemmeno io lo conoscevo, prima di porre attenzione a cosa diceva Bobo Rondelli nel brano intitolato, appunto, Carnevali. “Semino parole dalla tasca bucata/ coriandoli che lasciano colori nelle strade grigie/ sto con Ciampi e Carnevali/ ed altri poeti guaritori dell’inutile/ e siamo noi i più inutili dell’inutile”. Chi fosse Piero Ciampi lo sapevo. Ma chi poteva essere questo Carnevali? Mai avrei potuto immaginare che quella “googlata” casuale avrebbe cambiato la mia vita.

Manuel Federico Carlo nasce il 4 dicembre 1897 a Firenze, in via Montebello 11, da Tullio Carnevali e Matilde Piano. Emanuel, come più tardi si farà chiamare, viene al mondo dopo che i suoi genitori si sono separati. Dopo un’infanzia segnata dal disagio economico e dal dolore affettivo (la madre, morfinomane e gravemente depressa, muore a soli trentacinque anni; gli studi nel Collegio Foscarini di Venezia vengono interrotti da un’espulsione legata a una sospetta relazione omosessuale con un compagno; il rapporto con il padre, commissario prefettizio, a cui il ragazzo viene prontamente rispedito, è problematico e conflittuale), a soli sedici anni Emanuel s’imbarca sul Caserta e dopo giorni di navigazione sbarca a New York. Non parla una parola d’inglese e non ha un mestiere, ma ne svolge molti e tutti umili: cameriere, garzone di drogheria, pulitore di scarpe e di pavimenti, spalatore di neve, raccoglitore di mozziconi di sigaretta. Impara quella lingua a lui nuova e sconosciuta dalle insegne dei negozi.
Eppure solo tre anni dopo ritroviamo il suo nome nella cerchia degli scrittori americani di punta in quegli anni. Ezra Pound, William Carlos Williams, Sherwood Anderson, Robert McAlmon, Waldo Frank, Edgar Lee Masters, Ernest Walsh lo accolgono come uno dei loro, soprannominandolo il “black poet” per quel suo caratteraccio ribelle, oscuro, intrattabile.
Con l’unica lingua in cui sempre si esprime scrivendo (il suo inglese personale e disobbediente), Carnevali porta nella poesia americana un soffio selvatico, che all’America piace tanto fin da subito, ma di cui l’Italia resta quasi totalmente all’oscuro.
Il tempo artistico a lui concesso non tocca il decennio: ma pur in quel breve lasso cronologico, Carnevali – esattamente come si era prefissato di fare – diventa “an American poet” e disturba l’America. Se è senza un soldo e ruba a un amico libri di valore per venderli e comprarsi da mangiare e da bere, lo fa senza rimorsi. Vive in camere ammobiliate, laide e promiscue. Alla frequentazione diurna di donne intellettuali come Harriet Monroe, Babette Deutsch, Edna St Vincent Millay, Dorothy Dudley, Marianne Moore o Lola Ridge affianca la compagnia notturna di consumate prostitute. Sposa un’italiana emigrata negli Stati Uniti e, dopo averla tradita con accanimento, la abbandona a New York trasferendosi a Chicago, benché le avesse promesso qualcosa che non farà mai, tornare presto a prenderla. Pubblica poesie, racconti e saggi su piccole e grandi riviste letterarie americane d’avanguardia (“The Forum”, “Poetry”, “Others”, “The Little Review”, “Touchstone”, “Youth: a Magazine of the Arts”) notoriamente i luoghi deputati della moderna poesia d’oltreoceano, e contemporaneamente scrive lettere polemiche a Giovanni Papini, supine a Benedetto Croce, grate a Ezra Pound, feroci al padre Tullio. Conosce la fame vera, la miseria grave. Contrae la spagnola, la sifilide e, infine, l’encefalite letargica e il parkinsonismo. Il suo corpo prende a tremare “come una farfalla fissata con gli spilli” (come testualmente ci tramanda la poetessa Lola Ridge), cammina allucinato piegando la gamba fin quasi a inginocchiarsi e, deambulando, lancia via i piedi.
Emanuel Carnevali (Em come ormai lo chiamano in America, o Manolo come lo rinominano i suoi familiari quando, nel 1922, viene rimpatriato a forza o, se si vuole, esiliato dall’esilio) trascorre il resto della sua vita tra cliniche e ospedali (“palazzi di sangue e di pus”), visitato e spesso sostenuto economicamente da Pound, McAlmon e Kay Boyle, che fino alla fine gli sarebbero rimasti accanto in nome delle comune esperienze americane.
Muore in un ospedale di Bologna, l’11 gennaio 1942, strozzato da un boccone di pane. Fino all’ultimo non smette mai di corrispondere con quelli che aveva vicini e lontani.

Questa vicenda biografica mi lasciò tramortita. Come potevo non conoscere la storia di un poeta nato nella mia città, di un uomo dalla vicenda biografica così straordinaria e al contempo miserevole? Mi procurai l’unico testo edito in Italia nel 1978 che raccoglie una cospicua (ma incompleta) antologia dei suoi scritti e lo divorai. Le sue parole, che apparivano davvero seminate da un buco della tasca dei suoi pantaloni sudici e lisi, mi travolsero. Lessi e rilessi le poesie, analizzai i saggi, studiai l’autobiografia. Infine decisi di andare all’università. Questo poeta meritava di essere conosciuto. Meritava un dottorato di ricerca.

Quello che oggi possediamo di questo imprendibile autore lo dobbiamo alla tenacia con cui David Stivender e Gabriel Cacho Millet hanno rinvenuto nella loro operazione rispettivamente di estimatore e di studioso. Tuttavia solo nel 2004 il cerchio intorno ai manoscritti originali dello scrittore si è chiuso, grazie a Barbara Carnevali, pronipote di Emanuel e docente di Estetica e Filosofia Sociale presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Unendo il gusto poliziesco della ricerca d’archivio a quello della riappropriazione del passato familiare, ella si recò a Chicago e ritrovò l’autobiografia comparsa dopo la morte di Emanuel, i suoi racconti, tutti i numeri delle riviste su cui erano usciti i suoi scritti, quattro leggendari taccuini neri e un quaderno con la copertina rossa contenenti schizzi di poesie e brani in prosa, conti della spesa e fatture, appunti autobiografici. Rinvenne anche un’insospettata quantità di lettere, oggi accuratamente catalogate e amorevolmente custodite dalla dottoressa Aurelia Casagrande, responsabile dell’Archivio storico comunale di Bazzano.

Saputa l’intera vicenda, mi resi conto che c’era tutto per iniziare un triennio emozionante da ricercatrice. Come c’era tutto per tentare di dare nuova e meritata vita a Emanuel Carnevali, il fiorentino ingiustamente ignoto, che v’invito a cercare e leggere, toccando con mano le tematiche presenti nei suoi scritti, i tribolati rapporti familiari, la fuga giovanile in America, l’immensa solitudine metropolitana, il tormentato rapporto con il femminile, le devastanti malattie del corpo e della mente.
Forse un giorno farò davvero quell’esperimento aggirandomi per le vie di Firenze. Sarebbe bello sentirmi rispondere da tutti i fiorentini: “Carnevali? Lo conosco sì!”.

(Oggi sulla pagina della cultura del Corriere Fiorentino)

Il brutto di Livorno

Pubblicato il 8 settembre 2020 da antonella landi

Per evitare il rischio di farmi nemiche 378.839 persone (tutti gli abitanti di Firenze), vorrei oggi, anziché tessere le lodi di Livorno (dove vivo da sei mesi e di cui parlo sempre in toni estatici), elencarne qualche difettuccio. Vediamo se col poggio e con la buca si fa pari.
La nettezza. Il Comune labronico è sensibilissimo alla raccolta differenziata e questo non gli fa che onore. Però secondo me (e anche secondo tanti livornesi a cui l’ho domandato) il sistema di raccolta pensato per questa città non è quello vincente. Si pratica qui il porta a porta. Beh? Che c’è di male?, mi si potrebbe obiettare. Effettivamente la pratica è diffusa in molti altri luoghi e funziona bene. Ma a Livorno no, per due motivi: il vento e i gabbiani. La città costiera è famosa per il mare ma anche per il vento che, quando decide di soffiare, lo fa alla livornese, cioè senza mezze misure. Certe ventate che se sei a giro col cane hai l’impressione che ti possa diventare un aquilone. Certe frustate che ti chiedi come facciano i ciuffi delle palme a rimanere attaccati al tronco. In una città dove il vento soffia spesso imponente sia d’estate che d’inverno, invitare i cittadini a sistemare sacchi e bidoni fuor dall’uscio di casa e sperare che questi ci restino finché il camion non passa a ritirarli, è un’utopia. C’erano dei giorni durante il lockdown in cui a Livorno, deserta e immobile come un paesaggio postatomico, si muovevano solo decine e decine di sacchettate di sudicio, che ruzzolavano, svolazzavano e s’impadronivano della città. Ma ecco l’aggravante: i gabbiani. Se li guardi mentre galleggiano inattivi sull’acqua del porto, sembrano delle innocenti paperelle. Sono invece delle belve spietate. Occhieggiano tutti i luoghi in cui circoli del cibo e ci si fiondano di becco. Sul tendone del mercato del pesce alla darsena vecchia le loro zampe risuonano minacciose. Perfino i loro pulcini hanno lo sguardo torvo. Se hanno nidificato dove state passando, occhio: potrebbero planarvi addosso con l’evidente intento di attaccarvi. Il loro canto (che spesso mi sveglia la notte) è un sinistro incrocio tra una gatta in calore, un bambino disperato, la vittima di uno sgozzamento e un vecchio ubriacone che ride di voi. Mettiamo ora insieme: vento e gabbiani. Una diade perniciosa. Il vento manda a giro sacchi e bidoni, i gabbiani sventrano, scoperchiano, e fanno una gran festa.
Detto questo, mi dispiace fiorentini, ma per ora a Livorno non vedo altri difetti.

(oggi sull’inserto fiorentino del “Corriere della Sera”)

La fata madrina

Pubblicato il 9 agosto 2020 da antonella landi

Fui portata a battesimo da Aleandra e Vittorio. I miei genitori li avevano scelti come mia madrina e mio padrino. “Ma che cosa fanno il padrino e la madrina?!”, chiesi un po’ più grande alla mamma. “Non fanno nulla, per adesso. Ma se un giorno io e il tuo babbo si dovesse morire, prendono il nostro posto e ti tengono con sé”.
Questa frase, che la mamma aveva buttato là con quel fare spiccio che la tipizzava, mi segnò. E in tutti questi anni, ogni volta in cui mi capitava di incontrarli, ho sempre guardato Aleandra e Vittorio (Ale e Vitto da ora in poi) con due occhi di riguardo.
Ale e Vitto non hanno mai avuto figli, nonostante una predisposizione innata e palese all’amore per i bambini degli altri: per questo i miei genitori avevano scelto proprio loro, anziché attingere al folto gruppo di fratelli e di sorelle che vantavano in famiglia. Non solo: Ale da giovane era stata l’amica del cuore della mamma e anche se da grandi non mantenevano una frequentazione assidua e giornaliera, la mamma non aveva mai scordato quanto aveva riso con quella ragazza dal caschetto biondo platino.
Entrambe lavoravano in vetreria ed entrambe non riuscivano a tacere. Chiacchieravano di tutti e di ogni cosa, e fin qui passa. Il dramma era che al verbo abbinavano regolarmente la risata, talora motivata, ma più spesso insulsa, astratta, scema e reiterata. Ridevano per ridere, ridevano guardandosi, ridevano per vivere.
E anche quando furono cresciute, furono sposate e si furono materialmente distanziate, bastava loro incontrarsi per puro caso che subito ridevano, ridevano e ridevano ancora.
Potevano passare mesi di silenzio. Poi un giorno, all’improvviso, Aleandra telefonava. Lo sentivi subito che era lei, perché la mamma iniziava a ridere. I motivi per cui Aleandra chiamava potevano essere fondati o inesistenti, ma immancabilmente inducevano al riso, quello di pancia, libero e liberatorio.
Una sera Aleandra telefonò con una notizia clamorosa.
“Indovina chi ho incontrato oggi per la strada!” disse alla mamma.
“Non lo so” le disse lei.
Così Aleandra si addentrò in uno dei suoi racconti più esilaranti, narrati con la sua voce roca di natura e di sigarette, e disse che, proprio quel pomeriggio lì, poche ore prima insomma, si era imbattuta casualmente nel Peebes. E giù ridi come una pazza.
“Il Peebes? – disse la mamma – E allora?!”
Il Peebes era un omino che aveva lavorato insieme a loro in vetreria, tanti anni prima. La mamma non capiva cosa di lui facesse tanto ridere Aleandra.
“Rido perché mi pareva gnudo!” spiegò Aleandra. E (ridendo a crepapelle) scese nei particolari, descrivendo senza pietà quel pover’omo. Pare procedesse in bicicletta (era estate) vestito di beige da capo a piedi. Ma poiché era pelato e aveva l’epidermide del medesimo colore dei tessuti della maglietta e dei pantaloni, da lontano dava l’impressione di girellare in bici nudo. Questo non solo scatenò l’ilarità immediata di Aleandra, ma si trascinò dietro quella di mia madre e le spinse entrambe a coniare il nome di un nuovo colore.
“Hai mica visto il mio cappotto peebes?” e giù ridi.
Per decenni è andata avanti questa storia del color peebes. Io la tramando ai miei attuali affetti perché non si perda ma resti viva. Anche se adesso le inventrici di quel nome favoloso non ci sono più.

Dedico questo ricordo ad Aleandra, che ci ha lasciato due giorni fa, e a Vittorio, suo marito, il suo amore immenso, l’uomo che le è rimasto accanto ogni momento guardandola sempre con gli stessi occhi innamorati che gli vedevo sul volto quando ero bambina.

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Carrambate

Pubblicato il 24 luglio 2020 da antonella landi

Questa la devo raccontare perché è troppo bellina.
C’era un incontro dal titolo “La scrittura ti cambia la vita”, presso il caffè Palcoscenico di Livorno, organizzato da tre giovani universitarie animate dal benedetto fuoco della cultura, della conoscenza e della condivisione. E c’era uno scrittore (ma anche docente di Lettere alle scuole superiori) di origine lucchese che tredici anni fa ha mollato tutto e si è trasferito qua. Insieme a lui c’era anche un giovane donna che lui ha presentato come autrice e traduttrice, una fascinosa nomade di Forte dei Marmi che però ha vissuto e vive tra la Polonia, Berlino e Parigi. Rispettivamente Michele Cecchini e Irene Salvatori.
L’incontro prevedeva una prima parte tutta per loro due, una seconda con aperitivo in mezzo con coctail e frutta fresca, e una terza con discussione aperta al pubblico.
Mi piace il ping pong che fanno i due ospiti della giornata, si passano la parola vicendevolmente, non sono autoreferenziali né ombelicali, non pesano né giocano ad atteggiarsi (lui ha un calzino blu e uno nero, a lei manca un bottone dal vestitino a righe), leggono brani che mi sembra di sentire per la prima volta.
Siccome lui cita anche il poeta (semisconosciuto) a cui sto dedicando il dottorato, chiaro, mi emoziono. E fattami coraggio prendo la parola semplicemente per dirgli grazie di conoscerlo, di nominarlo, di contribuire a diffonderlo.
Ma mentre dico le mie poche parole, lei spalanca gli occhi e dice: ma tu sei la Landi! Spalanco gli occhi anch’io, ma lei va avanti: ti ricordi di me? No, dico scuotendo il capo. Lui guarda il pubblico e spiega: siamo di fronte a una carrambata. Dai, fa lei, la Polonia, le inquiline, il blog!
Quindici anni fa esatti (era il 2005) ci eravamo incrociate nell’etere, io firmavo “Profe, mi giustifico” dove parlavo di scuola, lei firmava “Le inquiline” dove parlava della sua vita originale in Polonia. Erano i tempi dei blog, i primi, quelli veri, poi superati dai social, che non son nemmen parenti. I blog erano un’officina di scrittura, ma anche dei salotti virtuali, delle case del popolo immaginarie dove ci si ritrovava insieme a gente di ogni tipo, spesso assurda, ancor più spesso geniale e intelligente. Splinder era la piattaforma che ci dava ospitalità gratuita e noi tutti i giorni ci davamo appuntamento tacito. Chi prima, chi dopo, passava, leggeva e diceva la sua, firmandosi con un nome finto e spesso buffo. Sono nate grandi amicizie grazie ai blog, addirittura qualche amore.
Le inquiline leggevano sempre la profe, la profe leggeva sempre le inquiline. Finché un giorno la profe e le inquiline si incontrarono, a Viareggio, per una giornata da passare insieme e da terminare al Forte dei Marmi, all’inaugurazione di una mostra audiovisiva. Fu quella l’unica occasione in cui si videro, si strinsero la mano e si abbracciarono, poi mai più.
Fino a ieri.

La bella movida

Pubblicato il 8 luglio 2020 da antonella landi

Sono già sei mesi che vivo a Livorno. Nel mezzo c’è stato lo straniante lockdown, ma posso iniziare a fare qualche bilancio. Ho fatto bene? Mi sono pentita? Mi manca Firenze?
Uno dei motivi che mi hanno spinta ad abbandonare la città che ho adorato per anni è legato al tema della cosiddetta movida, il movimento notturno, la vita sotto le stelle. Sarà che invecchio, ma quella fiorentina mi piaceva sempre meno, e alla fine mi nauseava addirittura. Firenze in passato l’ho sentita come casa mia, accogliente, amabile, sicura: a trenta, quarant’anni rincasavo nel cuore della notte e non c’è mai stata una volta che un timore mi attraversasse la mente, o che rientrassi delusa dalle mie scorribande. In auto, in bicicletta, a piedi, ne percorrevo le strade a cuor sereno, come quando cammini a fianco dell’uomo che ami e di cui ti fidi, e ti lasci portare per mano dove vuole, e lo segui a occhi chiusi. Poi non so cos’è successo: ho avuto meno voglia di chiasso?, mi sono annoiata dei soliti luoghi?, non avevo più l’età per bisbocciare? Fatto sta che ho rinunciato sempre più alle uscite, preferendo un libro a mamma Santo Spirito. A volte ci ho riprovato, ma che vi devo dire, un ciarpame, un sudiciumaio (per non dire troiaio), un caos brutto di gente irrispettosa, urli, berci, file di gente a liberarsi la vescica lungo il muro della chiesa più bella di tutta la città, parolacce offese e bestemmie urlate al prete durante la celebrazione delle messe. Il mio tempo è passato, pensavo, uscire la sera non fa più per me.
Poi mi sono trasferita qua. Esco quasi tutte le sere, a volte per un aperitivo sul viale Italia, alla storica Baracchina Rossa o alla Vela; a volte per una cena alla Venezia, il quartiere che pullula di locali, ristoranti, pub e birrerie, mentre le barche attraversano i suoi canali costruiti sul modello della Serenissima. A volte faccio una semplice passeggiata, vado a uno dei cinema all’aperto, in Villa Fabbricotti, alla Fortezza Medicea, all’Ardenza. C’è un clima incantevole, e non mi riferisco solo a quello meteo: dico il clima umano, l’atmosfera tra simili, allegra ma mai becera, rilassata e mai svaccata, libera ma sempre rispettosa. Mi piace questa cosa che i livornesi tengano alla loro città: magari sono i primi a criticarla, ma la proteggono dai cialtroni e dai turisti che (tendenzialmente) passano, consumano distratti e se ne vanno. Mi piace che Livorno sia pensata e organizzata per i livornesi, che i luoghi pubblici rispettino le esigenze degli abitanti locali, che non fioriscano ovunque mangifici anonimi con merce dozzinale a bella vista, ma si mantengano invariati posticini storici che la gente ama e frequenta da decenni perché sono sinonimo di garanzia e di qualità.
A volte penso: forse sono vittima dell’incanto iniziale, forse non sono obiettiva, sono accecata dalla novità. Ma poi parlo con loro e capisco che è davvero come dico io: i livornesi infamano Livorno ma guai a chi gliela tocca, come la mamma, solo noi possiamo criticarla, perché ne conosciamo i segreti e il valore.
E quindi sì, ho fatto bene, anzi benissimo, a trasferirmi qua (avrei dovuto farlo molto prima); no, non sono affatto pentita. E purtroppo no, non mi manca per niente quella Firenze che ho lasciato.

(per “Il Corriere della Sera”)

Un esperimento

Pubblicato il 30 giugno 2020 da antonella landi

Lo incontro al piccolo parco per cani vicino casa, fazzoletto d’ombra in giorni di luce esagerata. Parliamo di cani, il suo si chiama Biagio, un bell’incrocio nero, viene dal canile, no, non è castrato, è intero, come si dice in gergo padronale, strano però, in canile li castrano tutti, eh lo so però lui no. Generalmente scorbutico con gli altri maschi, va però d’accordo con Bobi, intero pure lui. Mi ascolta un po’ e deduce che vengo da Firenze, bella Firenze, e come mai a Livorno, i soliti discorsi che rifilo a tutti, perché la amo, mi garba e mi ci sento bene, come quando trovi il tuo posto dentro il mondo. Non ci presentiamo, non mi dice come si chiama né vuole sapere come mi chiamo io, non mi guarda quasi mai, anzi, mi parla di tralice, un po’ di sbieco, come se temesse di passare da lumacone, quasi vorrei dirglielo, che qui a Livorno nessuno è lumacone, al massimo se gli garbi te lo dicono sul viso e vanno via, ma nessuno ti mette in imbarazzo o è sconveniente, l’altra sera per dire andavo al cine e due da una terrazza al quarto piano berciano ROSSA!, io li guardo a naso in su e quei du’ torsoli si nascondono accucciati, poi risbucano e riberciano ROSSA!!, allora gliel’ho chiesto, cosa c’è, date retta, che vo bene per l’ingresso al cine?, e loro sìsì, sempre avanti e dopo giri a destra, ciao, ciao. Son così i livornesi, se li sgami s’imbarazzano perfino.
Il babbo di Biagio insomma non mi guarda e non mi domanda nulla di personale, però mi dice due cose che mi son piaciute un monte, la prima: se vuoi conoscere una città, vai al cimitero. La seconda: Livorno è un esperimento. Al cimitero ci sono andata subito il giorno dopo e a questa cosa dell’esperimento non fo altro che pensarci.

La mia storia con BoiaDé

Pubblicato il 3 giugno 2020 da antonella landi

Quando il mio trasferimento a Livorno era ancora allo stato non dico embrionale ma proprio onirico, io seguivo tutto quello che profumava di questa città, e su instagram guarda caso a proposito di questa si spalanca un mondo di immagini e battute. Presi così a pedinare livornogramm, livornesity, livornoinbattello, thecagelivorno, itesoridilivorno, livornosuimuri, decircuslivorno, destinationlivorno,urbanlivorno, storiadilivorno, livornosera, pasticceriacristianilivorno, vernacolierelivornocronaca, buongiornolivorno, vivolivorno, volgolivorno, insomma una roba da fuori di capoccia.
In una delle mie scorribande labroniche virtuali, un giorno, m’imbattei per puro caso nella pagina di un uomo fissato con Livorno come me, tanto da darsi il promettente nick di BoiaDé.
BoiaDé compariva nei propri scatti spesso al fianco di una ragazzina sempre sorridente che s’intuiva essere la su’ bimba e si capiva che il sogno di quei due era spiccicato al mio, scappare da Firenze e trasferirsi sulla costa in pianta stabile. Gli lasciai qualche timido commento e lui mi rispose. Fu il contatto di un giorno solo, un breve scambio di parole in cui BoiaDé si fece aiutare da Pier Paolo Pasolini per convincermi (ma non ce n’era bisogno) che il futuro felice non era in quella città diaccia d’inverno e irrespirabile d’estate, bella sì per l’amor d’Iddio, nulla da dire, ma negli ultimi anni diventata veramente esosa, antipatica e respingente (Firenze), bensì quell’altra città, più piccolina, a misura d’essere umano, ventosa ma comunque calduccina d’inverno, ventilata e frescheggiante d’estate, tollerante aperta e scoglionata, furba e a volte mettinculo, eppure generosa oltre misura (Livorno).
E così io e BoiaDé ci salutammo gentilmente, dicendoci che un giorno, chissà, magari ci saremmo incrociati lungo la Via Grande o in piazza Modigliani.
Poche settimane dopo, una sera, venni a Livorno per incontrare Bobo Rondelli e parlargli di un progetto che mi frullava in testa. Entrai nel ristorante dove Bobo mi aveva dato appuntamento e allo stesso tavolo, seduto accanto a lui, chi c’era? BoiaDé con la su’ bimba, sorridenti e belli come nelle foto che avevo visto in instagram. “Ma te sei BoiaDé!” esclamai io, “Ma te sei Pippi Stinta!” disse lui. Diventammo amici.
Molte volte, dopo quella sera, ritornai a Livorno a bordo del furgone di BoiaDé, che si chiama Gianni, insieme a quella bimba speciale, che si chiama Mirta. Lui cercava casa e noi gli s’andava dietro. Poi la trovò, la comprò, fece il trasloco, e a Firenze non c’è più tornato, proprio come me un annetto dopo.
E insomma nulla, oggi BoiaDé viene a montarmi le pale al soffitto della camera e rimane a cena, lesso rifatto con patate e schiacciata livornese di Cristiani. Perché la vita è così, una sorpresa senza fine.

Vita da runner

Pubblicato il 23 maggio 2020 da antonella landi

Da quando ho cominciato a correre (ieri) mi sento come Charlotte York quando riprende il footing a Central Park in gravidanza e va piano piano per paura di danneggiare il feto. Io pare che proceda sulle uova per paura di danneggiarmi la caviglia. Ma il fatto che a Livorno corrono TUTTI aiuta molto, infatti mi sento anche come il babbo di Nemo quando si butta dentro la corrente delle tartarughe giganti che lo incitano sciào bèlllo.

In una bolla

Pubblicato il 18 maggio 2020 da antonella landi

Ogni giorno di questi 121 che sono passati dall’ultimo post pubblicato mi sono detta: adesso aggiorno il blog. Ma poi c’era sempre qualcosa d’ingombrante che prendeva il sopravvento, il trasloco da finire, la roba da sistemare, l’armadio da montare, le stanze da pulire, il parquet da lucidare, i corrieri da aspettare. Le mensole da montare, i libri da collocare, le piante da alloggiare. Nel frattempo è arrivato l’ospite inatteso e assai sgradito, un virus mostruoso che ha sterminato una fetta di popolazione costringendo l’altra a barricarsi in casa e vivere una vita impensabile fino al giorno prima. Guanti, mascherine, alcol, saponi, uscite centellinate e controllate dalle forze dell’ordine. Beati quelli che come me avevano un cane per giusticazione, io sono stata fermata una volta dai carabinieri, una volta dalla polizia e la terza da una camionetta dell’esercito, ma c’era lui al guinzaglio ed eravamo sempre dentro il raggio d’azione consentito. E infine l’ultima colpevole di questa excusatio non petita, la pagina di pippi_stinta su instagram, la mia condizione ideale di comunicazione, il diario perfetto da tenere perché raccoglie immagini (molte) e parole (poche), ed è fulminea, istantanea, emotiva.
Da quando ho messo su casa in questa città mi sento come in una bolla di beatitudine, la sera vado a letto sperando che il mattino arrivi presto per uscire nel giardino ad annusare i fiori, fare colazione all’aperto e leggere la felicità nello sguardo del mio cane e del mio gatto. Livorno era bellissima anche sotto covid, nuda e deserta, ma ora poi che le restrizioni si sono ammorbidite e la primavera è esplosa è un paradiso sulla terra dove tutti vanno in bicicletta. Mi sento sempre la faccia vagamente ebete, di chi è felice e in pace con se stesso perché ha trovato il proprio posto nel mondo. E mi chiedo: perché non l’ho fatto prima? Perché ho lasciato passare tutto questo tempo? Perché non sono diventata livornese dieci, venti anni fa? Mi sembra di avere così poco tempo davanti per così tanta contentezza.

Sex and dé city

Pubblicato il 18 gennaio 2020 da antonella landi

Ho scritto al direttore del Corriere per comunicargli il mio trasferimento. Lui ha detto che aspetta i miei articoli dalla costa. La tentazione di proporgli una rubrica labronica dal titolo “Sex an DÈ city” è fortissima.