Come tranquillizzare i maturandi

Pubblicato il 23 maggio 2018 da antonella landi

“Ragazzi! Stanotte vi ho sognati! Era la sera che precedeva la prima prova di maturità e io vi scrivevo un messaggino-fiume sul nostro gruppo whatsapp. In un elenco puntato vi ricordavo tutte le strategie per redigere un buon testo, il valore dell’incipit, la personalizzazione dell’argomento, il recupero mnemonico di tutte le vostre esperienze culturali da inserirvi per arricchirlo e non renderlo banale, la rilettura al contrario per notare anche gli errori di distrazione. E poi, dopo tutti questi consigli, vi inviavo la mia energia amorosa, scrivendovi che vi ero vicina con il cuore e speravo il meglio per ciascuno di voi.”
“Oioi che ansia. Comunque professoressa lei non è tanto normale.”
“Questo è niente, se consideriamo che alla prima prova scritta di ogni maturità mi viene la diarrea anche se non ho studenti sotto esame.”
“Sarà bello pensarla impegnata in questo senso la mattina dello scritto.”

C’è un professore di chimica

Pubblicato il 22 maggio 2018 da antonella landi

C’è un professore di chimica a cui un giorno viene diagnosticata una forma gravissima di cancro. Gli restano pochi mesi di vita. E’ destinato a lasciare precocemente una famiglia che ama molto: la moglie (incinta di sette mesi) e un figlio disabile. All’aspetto emotivo si somma quello economico: i coniugi in fatto di soldi non navigano in buone acque.
Il professore (una persona mite e amabile) non sopporta l’idea di dover abbandonare i propri cari a combattere con le mensilità. Così escogita un piano.
Produrrà metanfetamina, una droga strepitosa, e -coadiuvato da un suo ex alunno tossico e spacciatore- la distribuirà sul mercato facendo quattrini a palate. Egli però non immagina nemmeno in che razza di casini si sta per andare a infilare. Per non parlare dello spettatore, che mai sospetterebbe la metamorfosi caratteriale a cui andrà incontro il protagonista.

Lo so, gli appassionati delle serie su Netflix l’hanno vista da tempo, perché Breacking Bad è datata e arcinota. Io però ci sono arrivata solo da qualche giorno, spinta dai miei alunni di quinta (Cocchino in primis) che me l’assicuravano strabella.
E infatti lo è.
Ma un’angoscia che mi porta via a ogni episodio. E dei sogni irripetibili se la guardo prima di dormire.

Il permaloso

Pubblicato il 21 maggio 2018 da antonella landi

In tanti mi scrivono reclamando per il fatto che non ho narrato come sono andate le cose con Bobi al ritorno dalla gita a Berlino. Sono andate male.
Alla fine di un conto alla rovescia per me devastante e inebriante insieme, hanno suonato alla porta.
“VENITE!!!” ho urlato dal citofono pazza di felicità, e mi sono piazzata sul pianerottolo ad attendere l’arrivo dell’ascensore. Sudavo, dalla gioia e dall’emozione, ma anche dalla paura che il mio cane -che so- stentasse a riconoscermi. Invece mi ha riconosciuta, eccome. Ma nel frattempo me l’aveva giurata a morte, per cui si è comportato così.
La porta dell’ascensore si è aperta e lui non è uscito. E’ rimasto sulla soglia, la fronte tutt’una grinza, la bocca più ciondoloni del solito, e uno sguardo incancrenito.
“BOBI! BOBINO MIO!” ho preso a uggiolare. Per agevolare la sua corsa tra le mie braccia mi sono acquattata a terra, spalmandomi sul marmo gelido come il suo cuore. Mi ha studiata ancora per qualche secondo, guardandomi come si guarda una che ci sta sul cazzo abbestia, infine è uscito.
Il passo lento e titubante, come se camminasse sull’ova. La testa lievemente in tralice, com’a dire non ti voglio nemmen degnare di un’occhiata. Ha circumnavigato il mio corpo prostrato a terra ed è entrato in casa. Una breve ricognizione, la ciotola dell’acqua, la scodella della pappa, la cuccia personalizzata, il tappeto, il divano, il letto, ok, c’è tutto, ma sai, alla fine stavo bene anche dove mi hai lasciato per una settimana, in fondo non mi è mancato nulla, un attico con ampio terrazzo al quarto piano in zona Cure, e un uomo che mi ha fatto da servo mentre tu te la spassavi chissà dove.
“Bobi! Ma non vieni dalla mamma?”
Mah, io ho sempre sentito dire che le mamme stanno a casa con i loro figli e non vanno a giro per l’Europa.
“Bobi! Non ti sono mancata?!”
Bah, i primi giorni sì, ma poi me ne sono anche fatto una ragione e, che dire?, stavo bene anche con il babbo.
“IL BABBO?!”
Sì, il babbo, perché?
“Non scherzare e vieni subito dalla tua mamma!”
Fammici pensare.

Ci ha pensato per due giorni.
Un muso lungo che nemmeno.
Poi ha ceduto ed è tornato nel lettone insieme a me a ciucciarmi tutta.
Adesso mi ama (se possibile) ancora più di prima. Perché ha capito che niente si dà per scontato.

Ciak, si gira

Pubblicato il 20 maggio 2018 da antonella landi

Era un concorso lanciato dal TgSky24. Chiedeva di girare un servizio per il telegiornale su un argomento a scelta personale. Avevamo aderito da mesi, ma poi tra una cosa e l’altra siamo arrivati all’ultimo giorno utile senza aver partorito nemmeno un’idea.
“Perché non lo facciamo sulle gite scolastiche? Pareri favorevoli e contrari, esperti a confronto, interviste agli studenti, e un collegamento dalla città più gettonata negli ultimi anni per i viaggi d’istruzione, Berlino, naturalmente.”
Una genialata.
In tre balletti abbiamo scritto il testo. Poi ci siamo intrufolati nelle stanze della Preside e vi abbiamo allestito lo studio di un tg. Individuati il giornalista, il tecnico del suono, la ragazza del gobbo con il testo scritto grosso, quella coi pannelli per attutire il rimbombo della stanza, la mano per il ciak.
In un’altra sala, un Cocchino vestito da avvocato Severino Allarmismi (specialista in cause legali post-gitam) e un’Attrice nei panni della dottoressa Serena De Fiduciis (psicopedagogista dell’età adolescenziale) battibeccavano sulla pericolosità o sull’opportunità di accompagnare gli studenti in gita.
Nel parco del liceo un simulato collegamento dal Tierpark di Berlino, con tante domande per altrettanti studenti.
Sistemato, corretto, montato, confezionato e spedito.
Sta’ a vedere si vince.

L’ultimo tema

Pubblicato il 20 maggio 2018 da antonella landi

“Professoressa, basta con queste prove d’esame, basta analisi del testo, saggi brevi e articoli di giornale. Ci dà un titolo lei? Un titolo per il nostro ultimo tema.”

Lo hanno detto in quinta.
Mancapoco frigno.

Quanto verde

Pubblicato il 20 maggio 2018 da antonella landi

No, non sono le (solite) Cascine.
E’ Vallombrosa, con i suoi 1000 metri sul livello del mare, la sua foresta di abeti, i suoi prati in discesa, la sua abbazia benedettina, le sue carpe nel lago protetto, i suoi camosci liberi nei boschi.

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Scegli l’esperienza!

Pubblicato il 19 maggio 2018 da antonella landi

Sgranate gli occhi e mettete a fuoco gli autobus dell’Ataf che attraverseranno la città da mercoledì in poi: potreste vedere l’immagine di una Lettera 22 dell’Olivetti, di un mangiadischi vintage, oppure del volto spavaldo di una ragazza che fa il palloncino con una Big Babol. Accanto a queste immagini, una scritta gigante dirà: “scegli l’esperienza”. E’ la campagna pubblicitaria che il Liceo Artistico di Porta Romana sta per lanciare a tappeto per il proprio Corso di Perfezionamento.
Perché un’operazione del genere, studiata nei dettagli di foto, logo e manifesti? Lo chiediamo ai tre docenti che l’hanno realizzata, Francesca Sandroni, Antonio Moscato e Francesca Sestini.
“Il Liceo Artistico di Porta Romana –ci dicono- è l’unico Liceo Artistico in Italia, insieme quello di Urbino, che propone al suo interno il Corso biennale di Perfezionamento post diploma, in vari indirizzi. Questo tipo di corso statale, a differenza di altre tipologie simili di scuole private, trova il suo punto di forza nei laboratori artigianali, dove ancora oggi si praticano le metodologie artigianali e si usano gli strumenti della tradizione uniti alla sperimentazione e all’innovazione tecnologica. Questa importante unicità ha reso indispensabile evidenziare attraverso una campagna pubblicitaria l’identità stessa del corso”.
In questo lancio innovativo, che sfrutta la creatività di tre docenti, è nuova anche la denominazione: MAD (Mestieri, Arti Applicate, Digitale). Nel logo MAD, la D è riflessa, gioca con la sua forma e, grazie al punto, ricorda uno “smile” che fa l’occhiolino.
La grande scritta contenente l’esortazione volitiva “scegli l’esperienza” è inserita all’interno di una grafica sintetica e pulita su 12 manifesti, dove emergono 12 fotografie diverse a rotazione di oggetti vintage, che raccontano appunto una storia, un’esperienza, un mestiere. L’unica immagine che fa eccezione è quella che ritrae il volto di Adele Poccianti, studentessa di terza presso il liceo stesso, che ironicamente si è prestata a rappresentare un’esperienza che, per ovvie ragioni anagrafiche, ancora non ha.
Saranno 50 gli autobus che porteranno in giro i manifesti e lo faranno dal 23 maggio per due settimane.

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(destinazione: cronaca fiorentina del “Corriere della Sera”)

Tuttidieci

Pubblicato il 16 maggio 2018 da antonella landi

Tuttidieci, capelli biondi e occhiali da vista, il primo giorno di scuola a settembre entrò in classe e alzò la mano. Con la voce un po’ lagnosa, parlando un ottimo italiano ma strascicando un po’ la c da brava fiorentina, domandò: “Scusi professoressa, posso chiederle una hosa?” Mi vidi costretta a concederle la parola. “Vorrei che lei mi honsigliasse un buon vocabolario della lingua italiana che possa affiancarmi nel lavoro di huesto quinquennio alla scuola superiore. Penso he quello he usavo alla scuola media non sia più adatto. Lei he dice?” Io avrei voluto dire ti conosco da dieci minuti e ho già voglia di strozzarti, invece dissi: “Certo cara, sarò lieta di suggerirti qualche autore” e gliene scrissi una piccola lista su un foglietto, su cui primeggiava il mio preferito, il Devoto-Oli. “E’ un po’ difficilotto, ma senza dubbio il migliore.” Tuttidieci naturalmente prese quello.
Quando Tuttidieci alzava la manina (tutti i giorni, a tutte le ore) io quella manina gliel’avrei mozzata tanto volentieri perché interpretavo i suoi interventi come il tentativo di mettersi in mostra con l’insegnante e coi compagni.
Un giorno Tuttidieci, durante la prima verifica di Italiano, mi raggiunse alla cattedra e chiese di potermi dire una parolina all’orecchio. “Dimmi pure” concessi vagamente scocciata, ma feci di tutto perché lei non se ne accorgesse, però chissà, secondo me lei se ne accorse e forse anche qualcun altro. “Quando ero alle medie la mia professoressa non gradiva il mio stile di scrittura, lo reputava frivolo, troppo personale, e mi horreggeva sempre, anche la punteggiatura, perché sehondo lei io usavo troppi punti esclamativi.” “Ed è così? -le chiesi- Tu usi molti punti esclamativi?” “A me sembra di usare quelli he ci vogliono. A lei piacciono i punti esclamativi, professoressa?” Madonnina benedetta e santa aiutami a non strozzare con le mie stesse mani questa ragazzina, pensai tra me. “Non molto -le risposi invece- e generalmente non più di uno in tutto un tema. Uno scrittore ha detto: il punto esclamativo è un applauso che l’autore fa a se stesso. Penso che uno basti e avanzi. Tu che dici?” “Ha ragione, farò come dice lei.”
E così corressi il primo tema di Tuttidieci. Scriveva bene. Scriveva molto bene. Iniziai a tenerla d’occhio.
Nel corso dell’anno scolastico Tuttidieci non ha fallito un colpo. Ella studia sempre, studia tutto, interviene con criterio alle lezioni, si offre per lavori straordinari, svolge dei questionari da paura, risponde a tutte le domande, chiede approfondimenti, e non si stanca mai.
Tuttidieci si chiama così perché io le metto sempre tutti dieci, e glieli metto perché se li merita tutti, dal primo all’ultimo, senza se e senza ma.
Col tempo ho imparato a conoscere il carattere di Tuttidieci: è tenace, curiosa, disponibile e generosa. Sempre sorridente, educatissima, e pure simpatica. Ma più di ogni altra sua caratteristica c’è un aspetto che mi ha fatto desistere dall’istinto di strangolarla. Tuttidieci ama imparare. Lei desidera, proprio visceralmente, conoscere, sapere, indagare, approfondire. E’ qualcosa di cui non sa fare a meno, qualcosa che le dà una gioia infinita. Studiare, per il semplice piacere di imparare tutto quello che c’è stato, c’è e ci sarà, è lo scopo della sua vita, in cui però trovano spazio anche le amicizie, il divertimento, le uscite, le cose più superficiali, il modello di un vestito, il taglio dei capelli.
Adesso io lo posso dire, amo Tuttidieci, e non vedo l’ora che arrivi lo scrutinio di giugno per metterle tutti dieci anche in pagella.

Take away, stay awake

Pubblicato il 14 maggio 2018 da antonella landi

Prendi due grafiche (una anche musicista e fissata con gli strumenti strani), lascia loro carta bianca e resta a guardare cosa tirano fuori.
Se si chiamano Francesca Sandroni e Silvia Coppetti, il prodotto finale della loro inventiva potrebbe davvero strabiliare.
Sono colleghe, sono amiche, e un giorno si sono dette: facciamo una cosa insieme.
La “cosa” è diventata un evento. Di più, è diventata un’azione. Dirompente, creativa, tangibile, da prendere e portare via. Per questo l’hanno chiamata TAKE AWAY, prendi e porta via, metafora che ironicamente rimanda al junk food, al cibo spazzatura, ma che invece intende fare tutto il contrario: rivalutare le tecniche artigianali della serigrafia e della tipografia per un pubblico più ampio.
Tre appuntamenti, tutti e tre di sabato, e tutti e tre nello stesso luogo, scelto non a caso, un luogo culto, simbolo di una città e un’epoca che non ci sono più, la Firenze delle Giubbe Rosse, il caffè letterario per antonomasia, il punto di ritrovo del mondo intellettuale del primo Novecento, il cuore della poesia e dell’arte.
Insomma, si può sapere cosa vi siete inventate?
“Ci siamo inventate una piccola rassegna di tre serate -spiegano Sandroni e Coppetti, rispettivamente della produzione Ruggine e della produzione Xil.o- dedicata alla realizzazione estemporanea di prodotti grafici e stampe, da scegliere e portare via. Come dire: fatte e prese!”
I primi due appuntamenti ci sono già stati: entrambi di sabato, avevano come sottotitolo “Matrice 1” e “Lettera 22”. Il terzo si svolgerà sabato prossimo, dalle ore 19:30 in poi, nei colori del tramonto di piazza della Repubblica, e si chiamerà “Postcard-saluti da Firenze”.
“Definiamo questo eventi azioni- dicono Sandroni e Coppetti- proprio perché permettono di vedere il processo creativo dall’origine alla fine, con la possibilità di portare a casa un’opera di valore, poiché pezzo unico. Quello che è accaduto l’altra sera alle Giubbe Rosse ha avuto un forte potere rievocativo, simboleggiato proprio dalla Lettera 22 dell’Olivetti, che per i grafici costituisce un emblema intramontabile”.
Ma affinché l’azione sia ancora più potente, ad affiancare i ragazzi e le ragazze al lavoro in diretta c’è anche un dj set che sperimenta sonorità nuove.
Insomma, un progetto molto particolare e originale, per due donne che mi sono apparse (e gliel’ho detto) “sconfinate”, cioè senza confini, aperte a tutto ciò che profuma di inconsueto, di rivoluzionario, di coraggioso.
Entrambe le curatrici del progetto ringraziano gli studenti del Perfezionamento di Porta Romana.

(Pubblicato sulla cronaca di Firenze del “Corriere della Sera”)

Frammenti di un viaggio amoroso

Pubblicato il 13 maggio 2018 da antonella landi

Ost Berlin, West Berlin,
Live in Punkow, arrivarci a Pankow,
o almeno vicino, U-bahn gialla e tutto il resto.
Erica Yong, chi ha paura di volare?
Io ho paura di volare, solo in un senso,
ma è abbastanza. Del resto no. Ma dirlo è già tanto,
e a chi chiacchiera per non farmi pensare, di più.
Ost Berlin, West Berlin,
il muro, the Wall, un Bowie tossico barcolla nel Raw,
Smile if you masturbate,
e chi resta serio?
E poi è lì, di nuovo, bello e giovane
e si affaccia davanti ai nostri caffè e alle birre.
Where are you now?
Tè verde, semi di papavero, curry e latte di cocco. E mojito.
Rincorriamo la Sprea,
il tempo rincorre noi,
il vostro entusiasmo è riconoscenza,
la mia riconoscenza è per il vostro entusiasmo.
Ost Berlin, West Berlin,
West Berlin, Ost Berlin,
Live in Punkow, voglio un piano quinquennale,
Dai, che il primo lo state concludendo.
Altri seguiranno, verranno raggiunti, distrutti,
disfatti, attraversati, ricostruiti
La Yam-aica è a Berlino,
L’Irlanda del Nord e le sue divisioni
E un Bono Vox rom suona sulla U2
Knock on Heaven’s doors a Kreuzberg,
l’isola che non c’è,
calzette rosse, calze a rete, magliette e bags per chi è a casa
Fiori rosa, fiori psichedelici sui muri e sul Muro,
ascensori e set the control contro le nostre paure,
troviamo il coraggio di calpestare facce di ferro,
quello per un gyros alle tre,
per le chiacchiere senza nasconderci
No new style, punk life,
An artist who cannot speak English is no artist
Anche se al Berghain non ci fanno entrare
siamo i più belli di tutti
e a ballare tra i vagoni ci pensiamo noi.
Ost Berlin, West Berlin,
West Berlin, Ost Berlin
Di qua di là dal muro
Europa persa e in trance
In Alexander-Platz come
In piazza del Duomo.

Si dice che dopo un viaggio non torneremo mai gli stessi di prima, che quando guardi e vivi un posto che non è di tua abitudine, hai un altro modo di percepire la quotidianità della vita che torni a fare una volta finito.
Si dice che c’è chi cambia in meglio e chi in peggio, che non sempre i viaggi scolastici sono una buona decisione da prendere ma ho sentito dire anche che rinunciare ha la sua dose di infelicità.
E così, alla luce di tutto questo, il 16 aprile alle due e mezza del mattino, i “si dice che” sono rimasti al calduccio nelle nostre case, e noi, 5H, siamo partiti.
Avete presente la sensazione di stare bene veramente? Si è vero è una domanda difficile, anche io risponderei che la provo raramente, però ecco, credo che “stare bene veramente” sia la frase giusta da allegare a questo viaggio.
Stare bene veramente non è una cosa da nulla, significa poter essere completamente se stessi, trovarsi a proprio agio, potersi esprimere senza nessun tipo di freno.
Significa partire la mattina carichi di vita, di voglia di scoprire una città nuova ma soprattutto voglia di vivere un’esperienza nuova, voglia di essere un po’ noi stessi, che badate, non sempre riusciamo pienamente ad esserlo.
Siamo vite che si sono fuse nel corso del tempo e ancora continuano a farlo ogni giorno, ognuno di noi ha lasciato la sua impronta di inchiostro indelebile che adesso ci identifica come “insieme”.
Perché vedete c’è una grande differenza tra viaggiare e viaggiare insieme, tra sentire e sentire insieme, tra emozionarsi ed emozionarsi insieme.
Ecco per me voi siete e rimarrete questo, l’insieme.

Ho dipinto il muro della vergogna affinché la libertà non sia più vergogna. Questo popolo ha scelto la luce dopo anni di inferno dantesco. Tieni Berlino i miei colori e la mia fede di uomo libero!
Fulvio Pinna (Italia)
Stupore. Ammirazione. Perplessità. Rabbia.
Sono tante le sensazioni che ho avuto modo di provare trovandomi di fronte al Muro di Berlino. Emozioni positive, alla vista delle tantissime opere d’arte che vi sono rappresentate e che trasmettono sensazioni, ideali e principi universali. Ma allo stesso tempo, emozioni negative per il significato e lo scopo che esso ha avuto nella storia della città e di un’intera nazione. Ho osservato i tanti graffiti dell’East Side Gallery in silenzio ed ammirazione, soffermandomi su ogni sfumatura, ogni scritta, per riuscire a trovarne il significato più profondo.
C’è una foto particolarmente significativa della gita appena trascorsa. Arrivati davanti al famoso “Bacio” diventa quasi un obbligo scattarsi una foto mentre si compie lo stesso gesto, o quasi. Tantissima voglia di scoprire, gratitudine, ma soprattutto felicità e spensieratezza.

Un grazie speciale a coloro che hanno reso possibile tutto questo, rendendomi partecipe e non solo spettatrice di qualcosa di davvero speciale.
“Ed io? Credo ancora nel paradiso, ma almeno adesso so che non è un posto da cercare fuori. Perché non è dove vai, lo trovi dentro, quando senti per un momento di far parte di qualcosa… e se lo trovi, quel momento, dura per sempre”. (The beach)
Ed era bello pensare che potesse durare per sempre.
Ed era bello pensare che fossimo fuori dal mondo, lontani, distanti.
Ed era bello guardarci felici.
Ed era bello pensare di stare in quella bolla indistruttibile e atemporale.
Ed era bello pensare di riempirci gli occhi di cose nuove, e di noi.
Ed era bello pensare di scrivere delle nuove pagine sulla carta bianca della nostra vita.
Forse, però, pensare è l’ultima cosa che abbiamo fatto.
Perché, quando vivi, quando la vita ti investe, quando sei pieno di essa, non lo fai.
Scoprire, ridere, meravigliarsi, stanchezza, cantare, ballare, non essere capiti, mangiare, sudare, sporcarsi, quartieri, musei, metropolitana, colazione, sveglia, occhiali da sole, cd, vinili, letto, profumi, suonare, vento, aereo, valigia, camminare, lamentarsi, discutere, “alle 9 tutti giù”, luci, monumenti, cultura,storia, souvenir, mojito, espresso, 1,90, caldo, cascata, biglietti, “tra tre fermate scendiamo!”, dormire, finestrini.
Tutto questo però può essere racchiuso in una sola città: Berlino.
Quanto è stata sudata, progettata, e agognata, una semplice città.
Per noi invece è stato tutto, è stata l’ultima virgola prima di arrivare al punto, un grande punto. Il segno di interpunzione che a breve, purtroppo, giungerà per concludere un libro che ancora non sono, e spero non siate, pronta a terminare.

“Bella Ciao”. I nomi dei paesi appena scesi dall’aereo. Gli sguardi. I sorrisi.
L’ansia nel prendere l’aereo per la prima volta.
La curiosità nel lasciare la propria città, la propria nazione, per ritrovarsi all’estero in un’altra, totalmente diversa.
La scomodità del bus e il traumatico viaggio Firenze-Bergamo.
La camera 608. L’impazienza nel vederla, e la prontezza nel trovarle i difetti.
Le risate nel cercare di parlare un inglese almeno comprensibile.
Cece guida turistica. La metropolitana. La velocità. Il vento. Le porte che si chiudevano troppo velocemente.
La pioggia del primo giorno e la chiacchierata con Albi. Potsdamer Platz che non arrivava mai.
I semafori. Le biciclette. La geometria di alcuni edifici, all’apparenza troppo perfetti.
L’ascensore dell’hotel che sembrava avere vita propria. Gli altri studenti italiani. Le cene, pessime, ma non troppo. I pranzi, sfiziosi, abbondanti, buonissimi.
I sorrisi. Le foto. Il gesto diventato ormai virale della Sara.
Viktoriapark. La tranquillità. Il sole. La pausa. L’atmosfera.
L’isola dei Musei. Il ricordo delle opere studiate. Lo stupore nel vedere Nefertiti e l’Altare di Pergamo.
I colori. Gli odori. I sapori, diversi dai nostri ma estremamente buoni. La maionese.
Le serate, tranquille, trascorse assieme ad una compagnia bellissima, raccontandosi del più e del meno. La prima sera al pub con Tom. Le confidenze. Le aspettative. Le sorprese.
Skatehalle. Fritz-Kola. Le spille. Le foto modificate alle prof, il loro sorriso allungato forzatamente, ma che mostrava la loro parte più vera.
Zoologischer. Charlottenstraße. Ostbahnhof. Adenauer Platz.
Le foto in bianco e nero del periodo Nazista. L’albero genealogico del potere del Terzo Reich.
La maglia “Berlin University”. Le calamite e i portachiavi.
Ausgang.
E infine la stanchezza, la nostalgia, il dispiacere.
La ricchezza di un ricordo che durerà per sempre, e che arricchisce ancora di più tutti i momenti vissuti e trascorsi in questi anni. La fine di questo grande capitolo scolastico, che non corrisponde assolutamente con la fine del rapporto d’affetto e amicizia che si è creato e consolidato nel tempo.
Danke.

«Una mattina mi son svegliato,
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao!
Una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.
 O partigiano portami via,
 o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
o partigiano portami via
 o partigiano portami via 
che mi sento di morir. 

E se io muoio da partigiano, 
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
e se io muoio da partigiano
 tu mi devi seppellir. 

Seppellire lassù in montagna, 
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, 
seppellire lassù in montagna 
sotto l’ombra di un bel fior.

 E le genti che passeranno, 
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, 
e le genti che passeranno
 mi diranno «che bel fior.»

 Questo è il fiore del partigiano,
 o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
 questo è il fiore del partigiano 
morto per la libertà»
“smile if you masturbate”
“ic! Berline”
“FREAKs Flic Flac”
“save water drink beer”
“street art”
“antico e moderno”
“Andare a Berlino e mangiare thai e vietnamita”
“fingersi inglesi dando il nostro meglio, per poi ripiegare sempre sulla Gamerra”
“adesivi”
“East Berlin”
“West Berlin”
“finto attentato”
“tequila boom boom”
“pappagallo”
“Sabrina alla ricerca degli scoiattoli sperduti”
“parco giochi”
“sexy shop”
“cuori e fiori”
“tedeschi ladri di accendini”
“porta inutile al kebabbaro”
“quartiere irene”
“maschere di ferro”
“buffet MOLTO VASTO”
“polvere blu”
“acqua improponibile”
“della pasta nemmeno l’ombra”

Mille colori di giorno
Mille colori di notte
Kilometri di colori
Colori dal basso
Colori dall’alto
Città movimentata
Città sonora
Città ubriaca
Città storica
Città artistica

Quella sorta di emozione strana dovuta dalla vista sulla cupola del duomo mozzafiato o dal fatto che stessimo per partire per Berlino.
Quella sensazione ancora più strana nel vedere tutti i compagni di classe alle 2 di notte davanti alla scuola.
Quella snervante attesa al ritiro bagagli mista al rincoglionimento dovuto dal non dormire e alla schizofrenia/voglia di uscire per vedere Berlino per la prima volta.
I faccini freschi
AshagtipidaafterXD
La botta che mi dava quell’ascensore tutte le volte che lo prendevo. “Dai ragazzi son 5/10 minuti a piedi!”
La prima birra presa a Berlino dopo aver camminato 3 ore.
Quell’ora, verso le 7/7:30, che tutte le sere nella 605 avveniva il disagio, che contagiava anche le stanze limitrofe.
La prima uscita a Berlino, la prima sera fuori, “potete mettervi tutti i profumi che volete ma ci sarà sempre un Alberto ad impestarvi con il fumo del sigaro”
“Se non vi drogate che senso ha andare in un locale a Berlino” “Ma che accompagnatrice è se non sa nemmeno il tedesco!” “Deve provare l’Ecstasy! La fa stare benissimo! La fa volare!”
“Cece domattina chiamaci e svegliaci”
“Sisi”, io volevo chiamarle ma non mi ricordavo il numero della stanza
Hard Stuff, Ruffneck, Mokum, Bloody Fist, Napalm, Nasembluten, Brutal Chud, Knor, Outcast, Industrial Strenght, vinili, vinili, vinili, dalla terror undergound tedesca, alla happy olandese, all’industrial americana, fino all’industrial australiana.
Il mio paradiso.
“Allora Clara, voi andare al negozio di belle arti ed io accompagno i ragazzi a Kreuzber”
Kotbusser Tor, la piazza più pericolosa della Germania secondo la polizei tedesca.
Mia cugina che ci accompagna nel quartiere più bello di Berlino, Kreuzberg
“Io shon di Peshcara! E sto vent’anni che so ca! mai fatto n biglietto n vita mia pe a metro!”
Cercare ristoranti BBQ su internet circondato da sarcofagi egiziani.
Nel centro sociale con il MacBook Pro
La spiaggetta sul fiume e la quantità di relax che emanava quel posto.
Ma davvero bisogna andar via da questa città?

Notte insonne, si parte, non si parte, pullman per 4 ore, lo zaino è troppo grande, non mi interessa, lo porto comunque, io sono libero.
 Volo sopra tutti, sopra paesi, sopra monti, dormo, non dormo, atterriamo, Charlottenburg arriviamo, moquette ammuffita, finestre rotte, l’hotel puzza, respiro berlino, mangio qualcosa di marcio, corro, cammino, mi lamento, non mi fermo, non parlatemi, sono libero.
 Ci separiamo, ci riuniamo, siamo stanchi, esploriamo, prendiamo la metro, la perdiamo, camminiamo, sotto la pioggia, ci lamentiamo, piangiamo, ridiamo, a me non importa, sono libero.
 Mangiamo, beviamo, scherziamo, beviamo davvero, stanotte non dormo, sono a berlino! C’è il kfc, il parlamento, i nazisti, gli ebrei, me l’aspettavo così? Decisamente no, berlino è berlino, berlino è, berlino non è, berlino è strana, berlino è varia, berlino è underground, berlino è libera e lo sono anche io.
Andiamo di qua, andiamo di là, ci separiamo? Direi che ci sta, modernismo, nazismo, autogestito, birra, currywurst, discorsi strani, le bici ci investono, è pieno di cani, c’è un bel lago al Viktoriapark, una coppia si bacia, Sabrina corre, è pieno di scoiattoli, ci sdraiamo, ci riposiamo, ci guardiamo, ci amiamo, ridiamo, Sabrina ancora corre? Ci alziamo, continuiamo, io i musei non li guardo, io sì, gelato vegano, ma questi parlano italiano? Torniamo, lo stesso cibo, un sexy shop, un buon kebab, ci lamentiamo, questo long island è troppo forte, la Gamerra fa strage di cuori, vogliamo di più, ma a chi interessa? Io sono libero, ancora per un po’.
 Un po’ ho l’ansia, respiro la libertà e con lei gli acari del letto, tossisco, rido, ma che mi importa dell’antistaminico? Io sono libero, è questa la mia cura.
 La ganja è legale a berlino? Si,no, boh, ci facciamo di viaggi, le gambe urlano, tremano, io no, tu no, voi no, nessuno, la cori e la cami non vengono, nemmeno peter (ma non è vero), mangiamo thai, a me fa schifo, io vado al wok, io non ci mangio con te, ci troviamo dopo, saltelliamo, corriamo, facciamo delle foto idiote e inutili che però ricorderemo, entriamo in musei, ci guardiamo ma stavolta non ridiamo, che brutta aria tira a berlino, camminiamo su facce, vediamo orrori, il flic flak, Cassiopeia, “non fate foto ragazzi” “certo!” (ma non è vero), suicide circus, un birrozzo ci sta, dov’è la Landi? Ah eccola qua, perché ti allontanii? Ma che me ne frega, sono libero. 
A volte è monotono, dico il cibo, fa schifo, lo mangio, sti cazzi, tanto vivo, ci esaltiamo, compriamo, è notte o giorno? Boh è da un po’ che non dormo, ora che facciamo?, lo yaam è la svolta, la Sara, la tequila, una coppia che scoppia, che palle, che bello, quanta gioia, quanta vita, quanta tristezza, che trash, il mojito non lo fanno più, la birra alla frutta, la landi mi guarda, l’irene mi parla, ci apriamo, parliamo, leghiamo tantissimo, questa sera è importante, questo viaggio è importante, La Gamerra è una gioa, no pun intended, quanto silenzio, quanto baccano,che fortuna che abbiamo, ad esserci trovati, vorrei fosse successo prima, vorrei non finisse, lo yaam, le belle parole, le risate, noi, invece domani partiamo, non saremo più liberi, domani ce ne andiamo… ma tutto questo resta e in questi ricordi saremo liberi, sempre. 


Rimarrà uno dei ricordi più indelebili di questi 3 anni in cui siamo cresciuti e in cui abbiamo affrontato
insieme momenti difficili ed impegnativi, affiancati a momenti spensierati e felici peroprio come questi
cinque giorni. Siamo tornati da questo ciaggio con un bagaglio immenso, pienop di emozioni, confidenze, rap-
porti più forti di prima e amicizie che rimarranno sempre importanti. In questo percorso siamo stati affian-
cati da tre professoresse che attraverso le loro personalità ci hanno condotto alla conclusione di un trien-
no faticoso ma pieno di tante soddisfazioni; hanno saputo spronarci nei momenti di sconforto e ci hanno
saputo preparare al nostro percorso futuro lasciandoci delle conoscenze che ci sapranno differenziare nella
vita. Concludere questo percorso significa salutarci con la consapevolezza di aver significato tanto gli uni
per gli altri.

Devo ammettere che non ero molto entusiasta di partire quella mattina alle 2:00 di notte. Mentre nei giorni precedenti ho cercato di non pensarci, durante la settimana concentrandomi solo sulla simulazione in corso, sabato al ritorno imminente di mia sorella dalla Spagna e domenica a preparare la valigia. L’arrivo di mia cugina e il suo ragazzo a casa mia mi ha poi offerto, per fortuna, altro tempo per non pensare a questo viaggio.
Quando, poco dopo le una di notte, mi sono trovata nei confortevoli interni della stellina, la macchina di mio babbo, mille pensieri si sono accavallati nella mia mente. Un senso di disagio si è fatto strada attraverso di me e, dalla testa, è arrivato alla pancia. Continuavo a pensare che non dovevo partire, che sarebbe successo qualcosa che mi avesse fatto star male e che non mi sarei trovata bene a vivere 24 ore su 24 con i miei compagni di classe. Anche perchè diciamocelo: la convivenza non è semplice.
Il mio umore alla partenza non era certo dei migliori. Mi sono fatta coraggio, ho fatto un respiro profondo e mi sono preparata al viaggio che stavo per fare.
Quando poi ci siamo ritrovati li, tutti insieme, procedendo uniti, sorridenti, felici, ho capito che tutte le mie ansie, tutti i miei timori erano inutili.
In meno di cinque giorno la mia classe è riuscita a farmi dimenticare completamente tutte le mie paure e mi ha fatto vivere dei giorni indimenticabili, perfetti per il completare questo anno e questo percorso.

Il primo volo.
Una lunghissima fila, controlli e scanner per la sicurezza, dopo negozi dove rifornirci. Non avevo paura ma molto contento della prima volta in un aereo. Partiti, avvertii come un leggero mal di testa, che a poco a poco sparì, vidi nel finestrino tutto rimpicciolirsi ed era bellissimo.
Primo giorno a Berlino.
L’albergo era un museo dei anni Settanta, le finestre del tutto inapribili visto che c’era una colona davanti, cibo da carcere ma mangiabile. Partimmo alla scoperta di Berlino, facemmo una camminata chilometrica come nel resto della settimana. Potsdamerplatz e sony center, un enorme edificio moderno con una piazza dentro, un meraviglioso capolavoro di architettura.
Il museo della shoah.
Storie triste e molto scioccanti, opere di artisti che hanno saputo far pensare e riflettere su questa enorme tragedia, calpestare le facce di ferro uguale sensi di colpa.
Anche se deprime molto però sapere e ricordare è molto importante.
La enorme Berlino.
Palazzi modernissimi, palazzi molto particolari, dopo la ricostruzione di Berlino il vecchio e il nuovo si sono fusi insieme. Lo street food, i wustel, patatine e salse di vario tipo erano la gioia per i nostri palati. grandi parchi dappertutto, mercatini e negozi che vendono cose di ogni tipo, il negozio di dischi mi è piaciuto più di tutti, come il sexy shop. La metropoli di Berlino è sempre in movimento e piena di gente, come la sua metropolitana troppo complessa da capire in cinque giorni.
I musei d’arte ahimè non si sono visti tanto, e l’unico che si è visto si è visto a metà, però le opere contenute erano stupefacenti e alcune molto moderne.
Nella piena notte nei locali, discoteche, le più particolari e strane di Berlino, ci divertiamo e beviamo qualche aperitivo e sopratutto birra, anche se io non bevevo, mi sono molto divertito, così tanto che il giorno dopo non volevo più tornare a casa.
Il muro di Berlino.
Un muro che non finiva mai, ma era finito, colori pieni di vita e di storia, pieni di significato. Penso a com’era prima del crollo, prima divideva le persone, ora le raggruppa e le unisce da tutto il mondo. Tutti i disegni sono dei capolavori da tutelare e non da disegnarci sopra.
Il monumento della memoria.
Un labirinto immenso, monoliti neri tutti uguali sia di distanza sia di forma, però di diversa altezza, insieme formano una collina, una collina fatta dalle vittime di quella guerra insensata e spietata, governata da un dittatore non umano.

Attendiamo il suo arrivo, circondati da piastrelle colorate. Stazioni della metropolitana di Berlino
Quanto ho riso guardando l’edificio e quanto riderò riguardando la fotografia scattata all’edificio. Pazzie di Berlino.
La rinascita in alto a 49 colonne di cemento. Museo Ebraico di Berlino – Giardino dell’Esilio.
Il rumore assordante prodotto dalle lastre di metallo che sbattono l’una contro l’altra. Il caos e l’angoscia per tutti quei morti.
Un tocco di particolarità ai bar di Berlino. Quello che fa la differenza.
Un vero e proprio magnete che attira l’uomo. Duomo di Berlino.
Si usa l’arte per guardarsi l’anima.
Muro di Berlino – Graffiti di artisti di strada.
Il punto di riferimento. Porta di Brandeburgo.
Pensieri e silenzi fra 2.711 stele. Memoriale dell’Olocausto.
La verità sta di fronte a noi. Muro di Berlino.
Resterà un ricordo speciale.
Grazie Alberto, Alessia, Camilla, Cece, Cecia, Daniele, Irene P., Irene P., Leonardo, Mattia, Nanni, Peter, Sabrina, Sara, Vanessa, Viola C., Viola R., Prof.ssa Badii, Prof.ssa Gamerra, Prof.ssa Landi.

E pensare che non volevo più andare, pensare che mi sono consumata i giorni dell’attesa intossicandoli col veleno della paura. Paura di perdere quello che abbiamo costruito in un triennio insieme, di rovinare un oggetto delicato perfetto e prezioso come porcellana, di arrivare là e trovarmi a pensare: non dovevo venire. Paura di restare delusa. Quanti passi non ho fatto nella vita per la maledetta paura di restare delusa.
Invece a Berlino non ho fatto che pensare: menomale che sono venuta. Mi sarei persa una città che è diversa da tutte le altre di tutta l’Europa, che non ha la bellezza di Parigi, il mistero di Praga, il ritmo di Londra, il calore di Madrid, ma ha qualcosa che Parigi Praga Londra e Madrid non hanno, che nessun’altra città possiede. E mi sarei persa loro. Albo rilassato e gaudente col sigaro in bocca, Ale e il suo sorriso che porta i sorrisi, la Valdarnese e la Cora a farmi confidenze con la maschera di bellezza sul viso, Cece e il suo passo sghembo che ci guidava nella Berlino migliore, Cecia e i suoi outfit estremi che solo lei può permettersi, Dani e il suo silenzio che parla più di mille parole, CrestaVerde che si bacia sulla bocca con la Puntols davanti al murale più famoso, Leo che è sempre contento, Cocchino e la Nanni finalmente insieme, Prince che suona per noi una chitarra chiesta in prestito, Sabri che mi racconta del suo cane, Attrice che personalizza tutti i miei scatti, la Vane finalmente serena, la Vio messa in mezzo al lettone, l’altra Vio che vince la malinconia e trova se stessa.
E le mie colleghe, la Gami, la Bàdi e la Cici, perfette per un viaggio e per una città come questa, morbide e aperte a far tutto, ad andare, a reggere, a camminare, a concordare senza mai imporre.
E pensare che non volevo più andare.

(Post a cura della 5H, studenti e docenti)