Una nuova maturità

Pubblicato il 12 ottobre 2018 da antonella landi

La notizia è nota. Cambia (di nuovo) l’esame di maturità.
Ma più che sulle novità legate ai crediti, al sistema del punteggio, alla questione dell’alternanza scuola-lavoro e all’abbinamento delle prove Invalsi, vorrei riflettere sui mutamenti della prima prova scritta. Mi toccano da vicino, è vero, ma poi –dire o non dire- la prova di Italiano pesa tantissimo sull’andamento dell’esame. E della vita. Se non sai mettere insieme le parole trasformandole in un discorso sensato, dove puoi sperare di andare?
Io me lo ricordo bene il giorno in cui noi docenti di Lettere scoprimmo che, da quel momento in poi, avremmo dovuto insegnare ai nostri studenti a scrivere articoli di giornale e saggi brevi. Ci venne un coccolone. Prima di tutto perché i tempi erano strettissimi e la nuova maturità incombeva: pochi mesi e sarebbe stata lì, pronta a valutare noi, oltre che loro. Poi perché chi insegna Italiano non è detto debba padroneggiare lo stile giornalistico o essere saggista in automatico. Ma soprattutto perché articolo di giornale e saggio breve tutto sono, fuorché due tipologie di scrittura semplici. Si tratta di scritture specialistiche, per penne dotate, o quantomeno predisposte. Valli a insegnare a un ragazzo del Professionale a indirizzo Meccanico o a indirizzo Agrario (di certo bravissimi nei loro ambiti, ma –inutile negarlo- meno frequentemente predisposti per l’argomentazione scritta), i tratti peculiari di un saggio breve, i segreti tecnici di un articolo di giornale: vivrai un anno scolastico che non dimenticherai con facilità e le tue notti saranno piene di orrori.
Ma prontamente il Ministero ci venne incontro con i cosiddetti “documenti”: un malloppo di spezzoni, citazioni, brani estrapolati, financo opere pittoriche, che gli studenti erano chiamati a utilizzare nelle loro produzioni. E tu avevi voglia a bandire il “copincolla”: quello facevano. Un mosaico di frasi, un appiccicottìo di discorsi rabberciati, spesso in contraddizione tra di loro, senza capo né coda.
Dovemmo dire addio alla scrittura bella, quella personale, intima, autobiografica, psicologica (che tanto bene fa a quell’età) e bere quella purga collettiva (i ragazzi per scrivere, i docenti per correggere quelle corbellerie). Contro voglia, ma lo facemmo. Le case editrici stamparono e diffusero vademecum per insegnarci a insegnare quello che per il Ministero era diventato fondamentale all’improvviso: fare degli studenti italiani un popolo di saggisti e giornalisti. Agli esami di maturità svolti da quell’anno in poi ci fu sempre da discutere, perché mai il metodo di un professore soddisfaceva le esigenze del commissario esterno che veniva a esaminare i suoi studenti, in una catena d’infinite frustrazioni di cui hanno pagato lo scotto più che altro gli studenti stessi.
Ma ecco, pochi giorni fa, la notiziona. Si ricambia. Basta articoli, basta saggi. Basta addirittura (ma perché?) temi di argomento storico. A questa strage sopravvivono le analisi del testo, che saranno due anziché una sola (e probabilmente proporranno un testo poetico e uno narrativo, da recuperare nel panorama letterario dell’Ottocento oltre che in quello novecentesco) e il tema classico, il vecchio caro tema argomentativo che (proprio perché richiede argomentazioni) aiuta ad argomentare, quindi a riflettere, ad avere opinioni personali e a saperle articolare attraverso un bell’incipit, un sostanzioso corpo interno e un finale che (auspicabilmente) conferisca una circolarità all’elaborato ricongiungendosi a quello che si è scritto all’inizio. A tutto questo, poi, è stato aggiunto un nuovo ibrido che consisterà nel dover commentare un brano (letterario o d’altra tipologia) assegnato dalle alte sfere.
E dunque, io sono contenta. Amo il tema, sopporto l’analisi del testo, e mi va bene insegnare a riassumere e commentare lo scritto di un altro.
Però mi dico: se uno ha una quinta, a cui ha già fatto terza e quarta e che ha fatto esercitare in continuazione sulle tipologie precedenti, si ritrova adesso ad accantonare le fatiche di un biennio e a lanciarsi in soli nove mesi nell’esercitazione a una nuova tipologia. Non sarebbe stato meglio permettere ai prossimi candidati di conservare le forme di scrittura richieste finora e riservare quelle nuove ai maturandi dell’anno scolastico venturo? Non è una penalizzazione introdurre novità sulla pelle di chi ha poco tempo per abituarsi e imparare bene?
Ma sono domande che restano nel vento. L’unica cosa da fare è rimboccarsi le maniche e, da domani, dare inizio al nuovo lavoro che ci aspetta.

(per l’inserto fiorentino del Corriere della Sera)

By bus

Pubblicato il 12 ottobre 2018 da antonella landi

Generalmente vado a scuola in auto. Lo faccio per una serie di motivi: guadagno tempo, evito le attese ansiogene alla fermata dei mezzi pubblici e la promiscuità coatta e concentrata a cui essi costringono, non sono costretta a corse e scarpinate per coprire le centinaia di metri restanti, parcheggio vicino a scuola ed entro a lezione bella fresca, pimpante, non esausta da un tragitto che (vista la viabilità) può rivelarsi infernale.
Fino a pochi giorni fa, però, sono stata costretta a servirmi dell’autobus: anziché nella scuola dove insegno, sono dovuta andare in quella dove a giugno sono stata commissario esterno di Italiano e dove abbiamo dovuto procedere a un esame straordinario e suppletivo per uno studente che a giugno si era seriamente infortunato. Tale scuola si trova in centro e non è raggiungibile con l’auto. Prendevo infatti il 22. E tutte le mattine, sia all’andata che al ritorno, viaggiavo in compagnia di una folla di studenti di varia estrazione e molteplice destinazione, che ho potuto osservare e soprattutto ascoltare nelle loro esternazioni.
Come una Pollyanna sognatrice ai limiti della ragionevolezza, ho sempre pensato che le conversazioni tra studenti in viaggio da e per la scuola seguissero modalità che la mia mente tonta figurava. Tipo. “Stamani abbiamo due ore di Italiano: ma come spiega bene quella donna!”, “Davvero, con lei non ci si annoia mai.”. Oppure: “Oggi interroga a Matematica, ma io ho studiato e mi sento abbastanza preparata”. Ma anche. “Non ho studiato nulla, se prendo quattro la colpa è solo mia, il professore non c’entra nulla.”
Immaginavo che, di noi, cogliessero, valorizzassero e diffondessero anche gli aspetti positivi, la passione che molti di noi mettono in questa professione abbastanza ingrata, la dedizione, l’attaccamento che –volenti o nolenti- si sviluppa nei confronti dei nostri alunni. Credevo che i nostri nomi evocassero in loro non il sospetto, l’antipatia, l’orrore, ma un affetto segreto, una sotterranea simpatia, una sorta di complicità taciuta.
“Quella cretina d’Italiano oggi m’ha beccato mentre spippolavo al cellulare e me l’ha sequestrato. Ma cosa vuole, ma come si permette?”, “Quel deficiente di Scienze m’ha messo una nota perché non prendevo appunti, cioè, ma si è visto?!”, “Quello stronzo di Motoria pretende che faccia ginnastica, ma che vuole, io non porto nemmeno la borsa con il cambio!”
E poi ci dicono che siamo brutti, che siamo goffi, che siamo inadeguati. Cioè, “inadeguati” non lo dicono, troppo elegante, dicono ridicoli, grulli, scemi, pazzi. Ci trovano tutti i difetti, mentre stiamo lì in esposizione davanti a loro, nudi coi nostri limiti a bella vista, la nostra età che parla per noi, i nostri tic, le nostre abitudini comportamentali, i nostri occhiali da lontano, da vicino, leva e metti, le nostre dimenticanze, le nostre distrazioni, le nostre mancanze umane.
Manco si rendono conto degli sguardi allibiti e scandalizzati che suscitano negli altri passeggeri, loro così sbruffoni e strafottenti, sicuri di sé e arroganti, mentre vomitano parolacce condite da qualche bestemmia alla fiorentina, mentre annunciano che, una volta a casa, racconteranno tutto ai loro genitori e poi ci penseranno loro a sistemare le faccende.
Guardavo gli altri passeggeri che a occhi sgranati si guardavano, e intanto nel mio silenzio trasparente e investigativo cercavo nella memoria quello che ci dicevamo noi, andando e tornando dal liceo alla loro età.
Io per esempio ero innamorata del mio professore di Storia e Filosofia, ma innamorata proprio, per cui passavo il viaggio a uggiolare di tristezza quando lui non era in orario e a emozionarmi quando invece c’era e sapevo che di lì a poco lo avrei potuto vedere e ascoltare per due ore, lui che come Alberto Angela aveva quell’eloquio seducente e incantatore. Ma amavo anche la mia professoressa di Latino e Greco, ammiravo la sua bellezza fisica e la sua bravura intellettuale, la stima che provavo per quella donna era così forte che le declinazioni non mi facevano paura e le eccezioni erano la regola che m’imponevano di studiare anche per far felice lei, per non deluderla.
Certo, poi c’erano anche quei soggetti che mal digerivamo, ma mai ci abbandonavamo a un turpiloquio tale, a un disprezzo così ostentato e greve.
E insomma, ci son rimasta male da morire. Un magone sordo mi s’è appostato alla bocca dello stomaco e ci ha fatto la cuccia, un senso di straniamento, di imbarazzo, di mortificazione. Ripresa la mia auto e tornata nelle classi della mia scuola, ho ritrovato i miei studenti, i loro sorrisi, i loro apprezzamenti, i loro tentativi di intessere con me un rapporto affettuoso se non proprio amicale, le loro battute per smorzare le tensioni, la loro comprensione quando mi assale una caldana e chiedo loro di spalancare le finestre.
La tentazione di cedere all’illusione di essere amata si fa spazio a spintoni e gomitate.
Ma ormai non ci credo più.

(per l’inserto fiorentino del Corriere della Sera)

O tutti o nessuno

Pubblicato il 8 ottobre 2018 da antonella landi

L’occasione ce la dà un corso di formazione per giornalisti.
Partiamo per Assisi il sabato mattina presto, il corso inizia alle 10:30 (e dura otto ore, per un totale di dieci crediti deontologici), il programma è restare a dormire e fermarsi in Umbria anche l’indomani, abbiamo prenotato il solito agriturismo di due anni fa, quello dove andai insieme alla Livia (qui un ripassino).
Questa volta ci vado coi miei due cavalieri, uno a due, l’altro a quattro zampe, entrambi felicioni di partire e stare tutti insieme per un fine settimana umbro solo nostro.
Come tutte le altre volte in cui ci sono stata nella vita, il tempo è pessimo, Assisi appare avvolta tra la nebbia e mi fa lo stesso magnifico effetto da tonfo nella pancia.
Mi lasciano all’ingresso del corso e, mentre l’umano è pronto per una giornata da spendere solo insieme al cane a girellare, visitare, e assaporare prodotti solidi e liquidi tipici della regione, il cane -intuita l’imminente separazione del collaudato trio familiare- non nasconde segni di inquietudine.
Si blocca infatti davanti alla sala stampa. Sguardo, postura e atteggiamento parlano al suo posto: io non mi muovo di qui nemmeno se mi strangolate col guinzaglio.
“Allora ci vediamo alle 18 quando finisco qui, ok?”
“Ok” dice l’umano.
“Ok un cazzo” pensa il cane.
Infatti io entro, registro la mia presenza col tesserino elettronico, trovo posto in platea, permesso, scusate, grazie mille, mi sistemo, sfilo la giacca, estraggo moleskine e ipad, ascolto, scribacchio, mi rilasso. Come si sta bene qui ad Assisi. C’è sempre quest’atmosfera di pax et bonum, pace e bene, che avvolge anche chi non è cristiano. Tutti parlano sottovoce per le strade, perfino i bambini, che non schiamazzano e sono mansueti come lupi di Gubbio. La città è linda, e tanta pulizia ti fa sentire pulita pure l’anima. Ho portato con me anche le prime prove scritte somministrate agli studenti: quando il livello di attenzione avrà dei cedimenti, mi distrarrò correggendone qualcuna. Mi sento bene. Sono in un posto splendido, faccio una cosa interessante, e quando uscirò da qui troverò ad attendermi i due maschi che amo di più al mondo.
Ignoro del tutto che lì fuori, intanto, a pochi metri da me, si consuma la tragedia.

Impietrito dalla prospettiva di scorrazzare per Assisi senza la sua adorata mamma, un recalcitrante Bobi s’impuntava sull’acciottolato medievale e rifiutava di andarsene dal punto esatto in cui l’aveva appena vista scomparire. Al motto di “O TUTTI O NESSUNO” dichiarava quindi di indugiare in altro tempo ogni diletto e gioco e, data la fastidiosa insistenza dell’umano (che generalmente chiama babbo, ma che nell’occasione gli risulta odioso e quindi non riconosce come tale), triplicava il proprio peso corporeo assumendo la modalità cane defunto.
L’umano allora ricorreva a un taxi, che riconducesse lui e il cane al parcheggio (diametralmente opposto da lì) in cui sostava l’auto padronale. Sollevava di peso il cane e lo spingeva dentro l’abitacolo mentre il cane per protesta s’irrigidiva negli arti anteriori e posteriori assumendo la modalità cane paralitico e mentre il taxista guardava la scena inorridito. Giunti finalmente a destinazione, mentre l’umano era impegnato a pagare il conto del breve tragitto, il cane si cimentava in uno dei suoi più famosi numeri (colpo di collo con rinculo) e si sfilava la pettorina con una mossa che il mago Silvan se la sogna, lasciandola appesa e ciondolante al guinzaglio, che l’umano (sempre impegnato nel pagamento e nei ringraziamenti al taxista) percepiva vagamente come troppo leggero e moscio.
Ed eccolo, il grande Bobi fuggitivo, lanciarsi a perdifiato giù per i tornanti che da Assisi conducono a Santa Maria degli Angeli. E, annaspante e madido dietro a lui, ecco il povero umano che corre disperato nel tentativo (rimasto vano per un tempo incalcolabile) di acciuffarlo. Le cronache assisiate (anche per rispetto all’imminente Marcia della Pace) tacciono le eresie dal poveretto pronunciate a squarciagola.

Ma tutto è bene ciò che finisce bene.

Per la prossima volta

Pubblicato il 5 ottobre 2018 da antonella landi

I compiti per casa -siamo onesti- sono una gran rottura di palle. Per loro che devono farli e per me che devo correggerli. Temi, parafrasi, riassunti, commenti. Ventisei anni di questa vita qua. Finché, una mattina (questa mattina), l’illuminazione.

“Compito per casa: andare in Santa Croce durante il finesettimana, cercare la tomba di Ugo Foscolo di cui abbiamo appena studiato Solcata ho fronte, eludere la sorveglianza delle guardie e scattarsi un selfie accanto a lui. Poi inviarmelo sul gruppo.”

Pensavano scherzassi.

Toc toc

Pubblicato il 5 ottobre 2018 da antonella landi

Prima ora.
Classe 3B.
Argomento della lezione, Incontro con l’autore: Dante Alighieri.
C’è silenzio assoluto.
Anche perché pochi minuti prima si son presi un cazziatone per quei quadernoni non apparecchiati come voglio io.
Bussano alla porta.
Nemmeno il tempo di dire avanti, che entra lei, trafelata, col fiatone di chi ha salito a corsa le scale, lo sguardo misto tra ansia e pentimento.
“Profe scusi scusi scusi, l’autobus, il traffico, ritardo, permesso”.
Farfuglia molte più parole, ma io capisco solo queste.
E la fisso per riconoscere chi sia, perché la classe è nuova e io non li conosco ancora bene, ma strizzo gli occhi, e la vedo.

L’Anarchica.
Voglio dire.
La mia Anarchica.
Della solita, medesima, identica classe.
La 5H dell’anno scorso.
E lo so che v’è venuta a noia questa tiritera, ma a questo punto non è colpa mia.
È colpa loro.
Che a turno mi piombano a scuola, in ottagono, in sala professori, in corridoio, ora addirittura in aula mentre faccio lezione, col solo scopo di distruggermi.

L’Anarchica (che tre anni fa si guadagnò l’epiteto grazie alla sua scrittura sprezzante delle regole) in un’estate sola ha perso quasi dieci chili. E prima tutto era fuorché grassa. Per cui adesso è una silfide. Altissima come la sua mamma (la nutrizionista che l’anno scorso venne a tenerci quella splendida lezione su come bisognerebbe alimentarci), con un vitino d’ape, una maglietta a righe e un paio di jeans cuciti addosso, entra in quella classe non sua con fare disinvolto, del tutto a suo agio nonostante lei sia molto riservata, e si va a sedere proprio al primo banco (dopo che per un triennio si era sempre defilata nelle retroguardie sfruttando teste altrui per celare le faccende in cui si affaccendava durante la lezione). Si piazza lì, e mi guarda, il sorriso sornione, l’aria di chi la sa lunga.
“Non sentirti obbligata a restare -le dico- Vai pure a salutare le altre colleghe.”
“Nonò -risponde l’Anarchica, anarchicamente- resto molto volentieri qui da lei.”
E mi tocca tenercela, perché non posso, lì di fronte a tutti, dirle che vederla di nuovo dietro un banco mi strazia il cuore e mi risucchia indietro, proprio laggiù in fondo da dove cerco di uscire, il gorgo nero dei ricordi che t’impediscono di andare avanti e di costruire ricordi nuovi. Non posso confessarle che, nonostante le abbia fatto lezione per tre anni, a farle questa lezione mi vergogno perché ormai la vedo grande, ormai la so lontana dalle dinamiche scolastiche, libera dall’obbligo di starmi a sentire e poi studiare e poi venire interrogata. Mi sento così in imbarazzo che perdo fili del discorso dappertutto e mi viene qualche balbettìo, qualche incertezza, e mille domande tipo: cosa penserà in questo momento, con quali occhi mi starà guardando, che cosa proverà adesso che è di nuovo in questa stanza dove tante volte facemmo lezione tutti insieme, ma i suoi compagni non ci sono più e intorno a lei ci sono solo facce nuove? Non le verrà un po’ di magone come a me, a guardarmi scrivere alla lavagna, fare le voci strane, scenette sceme per mantenere sempre alta l’attenzione di tutti?
Chissà cosa passa nella testa dell’Anarchica. Chissà cosa nel suo cuore. Lei così discreta, così riservata, a volte la sentivo distante da me, e ostile se la richiamavo perché mi stesse più vicina. E invece guardala qua, stamani, il viso disteso, il sorriso aperto, le frasi fluide con cui mi parla di cosa sta per accaderle.
Partirà presto per Londra e farà il provino per entrare all’università di Recitazione per realizzare il suo sogno e vivere di cinema.
Quando se ne va, due ore dopo, la guardo allontanarsi.
La ragazzina che era non esiste più.
Al suo posto è sbocciata una giovane donna pronta a mangiarsi il destino.

Quella roccia della Vanda

Pubblicato il 4 ottobre 2018 da antonella landi

Ricorderete la Vanda. Il beagle femmina nata dalla prima cucciolata di Nello e Milly, che io e il Moro adottammo quando eravamo fidanzati e che restò a lui quando (pur conservando una vicendevole amicizia che gli anni a venire non avrebbero mai intaccato) ci separammo.
Effettivamente di anni ne sono trascorsi parecchi, sedici per la precisione. E la Vanda è invecchiata come noi. Anzi, per quell’iniqua corrispondenza temporale che passa tra umani e cani, lei è invecchiata molto più di noi e adesso è come se si aggirasse intorno alla novantina.
La Vanda ritornò prepotentemente nella mia esistenza un’estate fa, quando il Moro mi chiamò al telefono per chiedermi se potevo tenergliela mentre lui traghettava il Tirreno per una vacanza in Corsica con la sua famiglia, e io accettai piena di gioia e d’emozione.
Rivederla fu bellissimo. Scoprire che mi amava ancora come quando era cucciola, incredibile. Dovergliela restituire un mese dopo, un dolore lancinante che solo l’adozione di Uncerto Ubaldo detto Bobi seppe lenire. Del resto se lui è qui, felice, insieme a me, felice più di lui, lo dobbiamo solo a lei.
Il tempo però non fa sconti a nessuno, nemmeno a una canina sana e forte come quella. E qualche mese fa le ha presentato il conto. Un conto esoso e minaccioso attaccato a una mammella, identico a quello che colpisce tante donne nel mondo. Un conto chiamato tumore.
La decisione, unanime e condivisa, fu di risparmiarle l’intervento chirurgico e di rispettare la sua senilità, lasciarle vivere il tempo che le rimaneva e non mortificarla con sbrani e rammendi. Tutti contavamo proprio sulla questione anagrafica, che rende i vecchi meno predisposti alla diffusione tumorale. Alla Vanda però, giovanissima inside, il tumore è cresciuto a dismisura e in poche settimane è diventato una protesi mostruosa di ciccia tumefatta pronta a esplodere all’improvviso per via dello strato finissimo di pelle che lo rivestiva.
“Dobbiamo assolutamente intervenire -hanno detto le veterinarie- State pronti, perché il rischio che non si risvegli più dall’anestesia è altissimo.”
Io, quando nel display del cellulare leggo “Moro”, mi sento sempre male. Ho sempre paura che mi chiami per dirmi quello che vorrei non dover udire mai. La nostra Vanda è morta.
“Non è morta, però potrebbe morire. La operano domattina. Mi sembrava giusto dirtelo.”
Certo, giustissimo. Ma intanto io non dormo, io non mi concentro, io non smetto di pensarci nemmeno mentre spiego l’endecasillabo sciolto; e dopo la scuola mi fiondo all’ambulatorio perché voglio essere lì, in ogni caso.
“E’ ancora sotto i ferri. Chiamaci alle 13.”
E allora torno a casa col magone, e guardo Bobi così giovane, morbido, liscio, perfetto, cerco nella sua baldanza il coraggio che mi manca, anche lui mi guarda con l’espressione di chi pensa mbè?, sicché smetto e me lo abbraccio forte, e gli sussurro non lasciarmi mai, e lui sempre lì con quella faccia da mbè?

È il primo pomeriggio quando il Moro chiama, le veterinarie chiamano, insomma tutti chiamano per dire: VANDA È VIVA. Non solo. STA ALLA GRANDE.

La Rossa e l’uva bianca

Pubblicato il 3 ottobre 2018 da antonella landi

“Mi manchi. Ho voglia di vederti.”
Scrive così in un sms. E a prima vista sembra il messaggino di un’amica. Infatti è La Rouge.
Del resto “dopo la maturità diventeremo amici e potrete darmi del tu” l’ho sempre detto io. Alla Valdarnese non viene. Alla Rouge (e a qualcun altro) sì.
Ci diamo appuntamento al Caffè Petrarca due ore prima che la mia lezione abbia inizio.
Viene in bicicletta, la stessa su cui la vidi pedalare uno dei primi giorni di scuola, tre anni fa. Era l’inizio di una bellissima storia d’amore tra me e la sua classe, ma ancora non potevamo saperlo. Ancora pensavamo che sarebbe stata una storia qualsiasi, la storia tra una classe e un’insegnante di Italiano. Lei al tempo era bionda, biondissima, naturale, una testa di riccioli innumerabili e apparentemente ingestibili. Invece sapeva gestirli alla grande e dopo poche settimane andò a Roma per farseli annodare in una cascata di dred. Quando la versione rasta di se stessa la stancò, sciolse tutto e si tinse di un rosso carminio che non ha più abbandonato.
La vedo davanti all’entrata del bar mentre rabbercio un parcheggio in Porta Romana. Le sneakers, i jeans e una felpa verde con la scritta Wyoming. Eppure è appena tornata da un viaggio a Londra con Cece.
“Hai tagliato tutti i capelli! Come stai?”
Me lo chiede mentre ci abbracciamo forte tuffando il naso l’una nei capelli rossi dell’altra, e io vorrei dirle: male, perché mi mancate, male perché la scuola senza voi mi sembra spenta, male perché vi cerco nelle aule, nei corridoi, e voi non ci siete. Male, perché non me lo aspettavo, perché non mi era mai successo, e come le puttane di cui scriveva don Milani dopo una settimana il ricordo delle classi passate era già sbiadito ed io ero già innamorata delle classi nuove.
Invece dico: eh, insomma. Per non fare come quelle mamme che suscitano sensi di colpa nel cuore dei figli che se ne sono andati di casa, per non far pesare il vuoto di quel nido per tre anni sovraffollato.
Lei sta bene. Molto bene. Ha trovato lavoro in una “salmoneria” in San Lorenzo, un locale chic dove si pasteggia a champagne (“e dove devi assolutamente venire, è troppo figo!”), ha fatto un corso per imparare tutti i segreti del povero salmone che viene affumicato, saltato, marinato, lessato, arrostito per i palati fini. Lavora volentieri e non le pesa per niente, i suoi capi sono dei ganzi, i suoi colleghi pure, e nelle ore di pausa tra i pranzi e le cene esplora il centro, si porta un libro dietro, fa sosta alle Oblate, ascolta musica passeggiando e sognando il proprio futuro. E’ appena tornata da un viaggio a Londra con Cece, il suo compagno di banco con cui vanamente tento di farla fidanzare da tre anni, si amano alla follia ma ancora non l’hanno capito, o forse hanno solo paura di sciupare l’amicizia cambiandole nome e chiamandola amore.
Gli occhi della Rouge hanno il colore del mare nei giorni di sole, la sua pelle ha il colore dei marmi lucidati a cera rosata dal Canova, è bella come Psiche ma lei si sente una giamburrasca cialtrona e stropicciata e questo la rende ancora più bella perché non lo sa e non lo fa pesare, si diverte a fare la ruvida e la rusticona, fuma cicchini e dice qualche parolaccia, che dalla sua bocca smerlata suona come poesia.
“Dai, accompagnami a scuola” le dico dopo tramezzini, spremute d’arancia e caffè macchiati.
Quando il portone a vetri si apre a lei tremano un poco le mani, l’ottagono ci risucchia nella sua luce violenta che piove dall’immenso lucernario, il Dioscuro centrale e gigantesco ci guarda torvo ma noi sorridiamo ingoiando emozione.
“Landi! Passa da me, ho da darti una cosa!”
È la voce alta e squillante di Lucia, la custode del pianterreno. E io penso già all’inculata, una supplenza inattesa ma sempre temuta.
“Tieni. Questa è per te. Non mi hanno voluto lasciare i loro nomi né bene né male. Dicevano che tu avresti capito. E non hanno nemmeno voluto scrivere il tuo su questo biglietto. Dicevano che non ce n’era bisogno.”

Supponiamo un mattino tu ti alzi e ti manca la 5H…
Non possiamo sapere se questo sarà uno di quelli, ma quello che sappiamo per certo è che questa mancanza non colpisce solo te.
Dicono che da ottobre in poi ti rendi veramente conto che l’estate ormai ha fatto il suo corso; tutto prende un colore diverso, piove, i doveri tornano a farsi sentire, e anche i dispiaceri e le mancanze emergono sulla pelle.
Non succede solo questo. C’è chi starnutisce, chi ha la febbre, chi il mal di gola.
Ma da qualche parte abbiamo sentito anche dire che “la sindrome del nido vuoto” non è poi così rara sulla terra.
Dicono che il bene genera bene, che tutto quello che facciamo con impegno non è fine a se stesso. Forse questo ne è la riprova.
Tutti sappiamo che non è facile mostrarsi sempre agli altri col sorriso. Ma sappiamo anche che te sai fingere bene.
Ci cerchi e non ci siamo, è vero, ma sai benissimo che le aule sanno di noi.
Non si è mai abbastanza grandi per smettere di volere un po’ d’affetto e, come tu lo hai dato a noi, oggi tocca a te.
“RAGAZZI! VI HO PORTATO L’UVA BUONA!!”
“SIIIII!”
Dato che non te ne toccava mai nemmeno un chicco, questa è tutta per te.

La Puntols e la Nesina erano passate di là poco prima, di soppiatto, prima di correre all’università per la lezione di Letteratura con Marino Biondi, che fu anche il mio docente tre decenni fa. E avevano lasciato al bancone da Lucia un grappolone d’uva bianca e questa lettera.
Va be’, non dico altro. Sto zitta.

Ginger

Pubblicato il 3 ottobre 2018 da antonella landi

“Professoressa, è andata alla Fiera di Terranuova a comprare il ginger?”
Ma lei lo sa che io alla Fiera di Terranuova saranno trent’anni che non ci vado. Non a caso il ginger me lo portava sempre lei, in classe, chiuso in un sacchetto di plastica trasparente, e io lo tenevo come l’oro, centellinando bocconcini e assaggi a chi (i soliti sfacciati che in quel momento odiavo) me ne chiedeva.
“Allora, via, mi toccherà tornare a Porta Romana per portarglielo.”
Ma io pensavo che dicesse per dire, come si dicono quelle cose tipo allora a presto!, quando poi si sa benissimo che passeranno altri quindici anni.
Lei però non dice mai per dire. E quando dice, fa.

La Valdarnese entra in ottagono mentre fuori imperversa il temporale. La vedo dal finestrone della sala professori che affaccia proprio sull’atrio della nostra scuola e la riconosco subito, i capelli lisci folti e biondi lasciati sciolti sulle spalle, il passo dondolino che me la fa amare, e il nasino mezzo alla francese mezzo a patatina che in classe aveva solo lei. Al bancone dei custodi la fermano e le mettono un aggeggio addosso.

“Profe uffa m’hanno messo questo coso, ma io non sono un’ospite qualunque! -piagnucola appena mi vede e mentre mi abbraccia- Io sono un’ex studentessa! Come si permettono di chiamarmi solo ospite?”
Si sfila il chiodo in pelle bordò e lo butta sul tavolone dove io ho apparecchiato le solite mie cose, moleskine, fogliacci, ipad, libri di testo. Lei è tutta affannata perché ha camminato sotto la pioggia, e ha fatto le scale, e sarà emozionata. Io mi sento morire. “Nonpiangere-nonpiangere-nonpiangere” mi dico mentre lei mi guarda, “resisti-resisti-resisti” m’impongo mentre a lei sorride quel volto da madonna fiorentina, “ingoia-ingoia-ingoia” mi ordino pensando al nodo che mi stringe la gola e che temo lei possa vedere.
“Allora profe. Come sta?”
Ma porca troia. Non mi dovete chiedere come sto. E’ una domanda che in questo momento non posso sostenere. Non riesco a gestirla. Mi fa male.
“Eh. Così.”
E cerco di ingoiare-ingoiare-ingoiare, cerco di resistere-resistere-resistere.
Ma è più forte di me. Vedo offuscato, annacquato, torbido (per colpa del mascara). Poi non vedo più nulla.

Sindrome del nido vuoto

Pubblicato il 30 settembre 2018 da antonella landi

Dice Wikipedia: Si definisce sindrome del nido vuoto quel particolare stato psicologico che colpisce i genitori nel momento in cui i propri figli (in genere perché si sposano o vanno a vivere da soli) lasciano la loro abitazione.
Non avendo avuto figli, non ho mai sperimentato questo stato psicologico fatto di malinconica tristezza e di spaventevole horror vacui.
E ricordo che, quando da ragazza abbandonai la casa paterna per trasferirmi alla Casa del Sorriso (un rudere seicentesco sulle colline di Bagno a Ripoli), la depressione che vedevo dipinta sul volto di mia madre un po’ m’indispettiva pure. Non era lei felice che io fossi felice? Non era lei orgogliosa che io avessi rinvenuto (da qualche parte tra penne e piume) le mie ali e spiccassi finalmente il volo in completa autonomia? Non era lei fiera di una figlia che se ne andava serenamente a vivere con tre perfetti sconosciuti di sesso maschile? No, non lo era. Ma questo è un altro paio di maniche.
Per me la sindrome del nido vuoto era quasi una battuta, una barzelletta. Non ci avevo mai creduto. Possibile che un adulto equilibrato, in possesso di un’esistenza appagante e ricca di stimoli, rimanesse lì a uggiolare nel momento in cui i figlioli si levavano di casa per andare a costruirsi un’esistenza altrettanto appagante e ricca di stimoli? Ma perché non ne approfittava invece per rimettersi in gioco, per godere di tutti quegli spazi vuoti appena riconquistati e di tutto quel tempo tornato improvvisamente libero? Perché non coglieva l’occasione per viaggiare in compagnia del compagno fino ad allora -benché parzialmente- messo in disparte a causa del potere vampiresco che tutti i figli hanno e che li rende talora sfacciati tiranni più che innocue creature? Nulla. Non c’era nulla da fare. Mia madre languiva, sospirava, e dimagriva a vista d’occhio. In un anno (l’anno che spese nell’attesa che io cambiassi idea e tornassi a casa) scemò di undici chili.
Ora.
Perché dopo settimane di silenzio me ne esco fuori con questa menata.
La scuola è ripartita, e questo si sa tutti.
Per me è ripartita con dieci giorni di ritardo perché ho dovuto rifare l’esame di maturità a uno studente del Leon Battista Alberti, che a giugno si era seriamente infortunato giocando (volpone) a rugby. Ma questo è un dettaglio in questa sede inessenziale.
Finita la maturità suppletiva e straordinaria (straordinaria in tutti i sensi perché la commissione era speciale e io mi sono molto divertita), sono rientrata nella mia adorata scuola, ritrovando lì i miei adorati colleghi. Anche i miei studenti, ho ritrovato. Gli ex primini di 1M, cresciuti e fieri di essere in seconda. Gli ex di 4L, ormai grandissimi e già proiettati mentalmente all’appuntamento finale che li aspetta a giugno. E una classe nuova di pacca, la 3B, neoformata e neonata, da un piluccamento effettuato da tutte le seconde, per cui ancora un gruppo barcollante, precario, che si studia e si misura.
E a me fa piacere avere intorno tutti quei colleghi e tutti quei ragazzi.
Ma un malessere sordo mi si è accucciato alla bocca dello stomaco e da lì non se ne va. È un misto subdolo di malinconia e tristezza, nostalgia e spaesamento, grigiore e solitudine. Vago per gli immensi corridoi di Porta Romana, ogni tanto infilo il capo nell’aula 159, o nella 163. Quando, al cambio dell’ora e all’intervallo, la folla mi travolge (generalmente sempre in controsenso), spingo gli occhi sempre più in avanti e mi aspetto di vedere un cranio raso, una crocchia in cima alla testa, lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle, una chioma bruna e riccia, una cresta verde (o rossa), un capino blu, un cespuglio rosso fuoco, un caschetto nero, un taglio tricologico alla Jesus, un look alla Prince.
Guardo, guardo, e non li vedo mai.
Perché non ci sono più.
In mezzo a piume e penne, anche loro hanno trovato le loro ali e hanno spiccato il loro volo. Chi al Dams di Firenze, chi a quello di Bologna, chi alla Facoltà di Lettere e Filosofia, chi alla Comix, chi alla Nemo.
Sono le mie ragazze e i miei ragazzi di terza, quarta e quinta H, tre anni insieme intensi e pieni di passione, un’intesa rara a trovarsi tra individui di una stessa classe, un rispetto e un equilibrio nelle relazioni che ha reso un triennio qualunque un triennio eccezionale, culminato in una gita a Berlino che ha incollato ogni mosaico dipinto in quel tempo iniziato una mattina di settembre con un siparietto sul dovere di alzarsi in piedi quando l’insegnante entra in aula.
Possibile che io, un’adulta (tutto sommato) equilibrata, in possesso di un’esistenza appagante e ricca di stimoli, con tre classi a cui dedicarmi con invariata passione, dei colleghi ottimi e amorevoli, un ambiente lavorativo positivo quanto raro in questi tempi bui, possibile che io, anziché buttarmi a capofitto in una nuova annata densa di avventure, resti in un angolino dell’ottagono a uggiolare? Possibile che io, pur avendo predicato per tre anni l’importanza di volare via lontano, percorra adesso i corridoi sperando di veder spuntare tra la folla adolescente loro, proprio loro, quei diciotto che se ne sono andati?
Non è solo possibile. È terribile.
Speriamo almeno di buttare giù cinque o sei chili.

Pippi_Stinta è andata in fissa

Pubblicato il 22 settembre 2018 da antonella landi

E per ora è attiva solo su Instagram.
Tanto poi le passa.
E torna.