Ma quanto è secco Francesco Bianconi?

Pubblicato il 18 luglio 2018 da antonella landi

Ieri sera concerto dei Baustelle (non va letto alla francese ma alla tedesca e significa qualcosa come lavori in corso o cantiere) in piazza Santissima Annunziata. “Bellissimo colpo d’occhio” ha detto il cantante salendo sul palco. Puoi dirlo, Bianconi. La piazza colonnata che ospita l’Istituto degli Innocenti, e già teatro di una delle migliori scene di Camera con vista, è bella anche d’inverno quando piove e tutto è grigio. Coi colori di un tramonto estivo, mentre la cupola di Brunelleschi fa capolino dalla prospettiva di via de’ Servi, lascia senza fiato.
I Baustelle sono così radical chic, intellectual e puzzoni, che sembrano una band (con tutto il rispetto per i milanesi) milanese. Invece nascono a Montepulciano e sono toscani come noi. Nelle loro canzoni i testi straripano di citazioni colte e frasi spiazzanti di garantito effetto. Per individuarle e attribuirle tutte devi ascoltarle e riascoltarle. Il primo che me ne parlò, molti anni fa, fu il mio editor (non a caso un pratese trapiantato a Milano): “Ascoltali -disse- sono sicurissimo che ti piaceranno da morire.”
A me i Baustelle non piacciono e mi stanno pure abbastanza sulle palle. “Ma è il concerto top di questa estate, non possiamo perderlo” ha detto il babbo di Bobi sventolandomi davanti due biglietti acquistati da molte settimane. E allora boh, andiamo.
Durante la consumazione di una cena estrema all’Hard Rock Cafè, mentre Billy Idol ci rintronava di note birbe, io pensavo che di lì a poco mi sarei caramellata la minchia con Charlie fa surf (caramellarsi la minchia: annoiarsi a morte di fronte a qualcosa di stucchevole come, appunto, una minchia ripassata al caramello).
Invece il concerto è stato ambient, indie, italian-rock e elettro-pop (?!), gradevole nel suo insieme nonostante qualche pezzo menagramo (quello che parla di sifilide e di tisi). E io (pur pensando in continuazione: ma quanto è secco Francesco Bianconi?) mi sono divertita molto.
Il babbo di Bobi, al contrario, alla terza canzone aveva già montato l’amachina (montare l’amachina: mimare la realizzazione di un fiocchino all’altezza del testicolo sinistro, poi di un altro fiocchino all’altezza di quello destro, quindi appoggiare suddetti testicoli sulla piccola amaca immaginaria appena montata, e dondolare il contenuto orchitico dell’amaca avanti e indietro).

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L’amore è come lo spumante

Pubblicato il 17 luglio 2018 da antonella landi

Quando eravamo bambini, la mamma e il babbo (con la gradita presenza della zia Lolly e dei cuginetti Simone e Gabriele) ci portavano spesso a Renacci, che è il nome di un poggio in punta al quale non c’è altro che una casona con una chiesina attaccata dietro e quasi sempre chiusa. A qualche centinaio di metri dal prato e dalla casona con la chiesina appiccicata al culo sorgeva la villa della principessa Corsini, una donnina che nessuno mai vedeva ma di cui tutti conoscevano i famosi maremmani, enormi cani bianchi che odiavano i frequentatori del pratone e di tanto in tanto si materializzavano seminando il panico. La cosa bella di questo Renacci era il prato. Un grande prato verde dove nascono speranze come, proprio in quegli anni, cantava Gianni Morandi. Noi ci si andava le sere d’estate a fare prodigiosi pic-nic. La mamma cucinava di tutto, ma il piatto forte era la sua panzanella, essenziale come la si fa noi valdarnesi, senza nemmeno il pomodoro, solo pane bagnato nell’acqua e poi strizzato forte forte, sbriciolato e condito con tantissima cipolla, costine di sedano, basilico a ciuffi, sale, olio e aceto, freschissima, perfetta per l’estate. La strada che portava al poggio era sterrata e polverosa, l’erba di quel prato più verde dell’erba di ogni immaginabile vicino. Da lassù s’intravedeva un pezzo di panorama a valle, ma San Giovanni era invisibile a causa di un bosco che ne impediva la contemplazione.
In quel bosco, quando era giovane e appena fidanzato, il babbo ci portava la mia mamma.
Da giovane il babbo fingeva di essere burbero e allergico alle romanticherie, gli piaceva fare il duro, il Gano (il duro di San Frediano), l’uomo tutto d’un pezzo che non deve chiedere mai, eppure quel giorno, proprio nel boschetto di Renacci, la sua natura da Julio Iglesias venne fuori: condusse la mamma sotto la Rosa dei Venti (una costruzione aperta ai lati sul cui apice era stata disegnata una rappresentazione grafica che riassumeva le provenienze dei venti presenti in quella determinata zona del mondo) e in alto, vicino a una colonna, non si sa bene con quale strumento scrisse (o forse incise) la frase “L’AMORE E’ COME LO SPUMANTE, PERCHE’ FRIZZA IN OGNI CUORE”. Oggi lo chiameremmo vandalo. All’epoca (e agli occhi della mamma) il gesto equivalse a un’impresa degna di Giacomo Casanova. Oggi avrebbe scritto champagne. All’epoca era grassa se poteva permettersi uno spumantino locale. Le cronache (che decidono di essere discrete proprio sul più bello) non narrano gli eventi immediatamente successivi al gesto del babbo. I figli di costui (una ragazzina sfacciata e un bambino mattacchione) avanzarono spesso l’ipotesi di un abbandono sensuale della mamma al babbo molto simile a quello della Duse al Vate nel celebre pineto della Versiliana, ma i due protagonisti di questa libidinosa storia non hanno mai dato conferme in tal senso. Fatto sta che il babbo si è sempre vantato moltissimo di quella giornata estiva in cui depose gli abiti dell’introverso per vestire quelli dell’intraprendente.

“Babbo, portiamo Bobi a Renacci a sgambare un poco sull’erba del pratone? Sono proprio curiosa di rivedere quel posto.”
“Volentieri. E già che ci siamo, andiamo anche alla Rosa dei Venti a rivedere la mia scritta.”

Ma la Rosa dei Venti, in totale stato di abbandono, sta cadendo a pezzi in mezzo al bosco; i rami degli alberi hanno abbracciato le colonne, l’intonaco si sta staccando e parte del tetto si è bucata che da sotto ci si vede il cielo. Di quella scritta, ridotta a calcinaccio, non è rimasta traccia. Il babbo è rimasto malissimo.
Ma l’amore è come lo spumante: nonostante tutto frizza ancora nel suo cuore.

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Un posto top

Pubblicato il 16 luglio 2018 da antonella landi

Arriva un momento, d’estate, in cui i finesettimana al mare diventano più un’agonia che una goduria. Il caldo eccessivo, le code sulla Fi-Pi-Li, le spiagge affollatissime, la gente cafona, i parcheggi esauriti, i ristoranti strapieni, i prezzi esosi. Noi gli si va in culo e si va in montagna.
“Ho trovato un posto top nel Casentino”, dice. E quando dice top, stai sicuro è top davvero.
L’agriturismo Podere il Piano sorge nel comune di Pratovecchio: lo hanno tirato su Andrea e Federica, insegnante di Matematica lei, di Scienze lui, genitori di Francesco (cinque anni e uno scilinguagnolo caricato a molla), un cane (Giambo), una gattina (Polpetta), tre mucche (di cui una prossima a sgravare), e questa struttura maestosa ristrutturata con gran gusto nel rispetto della nostra tradizione: tanta pietra, tanto legno e tanta pace.
Io mi avvio il venerdì mattina con il carico di borse e di animali: Mimmo fa le fusa da Pontassieve al passo della Consuma, Bobi affacciato al finestrino annusa l’aria che di chilometro in chilometro si fa più fresca e rarefatta. Lui ci raggiunge in moto dopo il lavoro a fine giornata, porta pane e vino locali, si mette in ciabatte e dichiara che non intende muoversi da lì per i tre giorni successivi.
Ma i dintorni chiamano a gran voce: Pratovecchio è un gioiellino, Stia una chicca, per non parlare di Romena, l’antichissima pieve romanica dove vive don Luigi Verdi, il mio amico d’infanzia. A Pratovecchio si fa una spesa immorale di prodotti casalinghi, pasta integrale fatta in casa, schiacciata unta e saporita, verdura di un orto lì vicino, formaggi e salumi introvabili in città. La macellaia regala a Bobi il primo osso della sua vita. A Stia andiamo una sera a mangiare il gelato nella piazza del Ciclone. A Romena ci vado io da sola la domenica per le lodi del mattino, perché Gigi è capace di far pregare anche chi non prega da una vita. Mette le panche di traverso, in modo da vedere l’altare ma anche l’esterno della chiesa, un’esplosione di lavanda e di farfalle; mette Ivano Fossati che canta C’è tempo; mette la gente a suo agio; si mette seduto per terra a gambe incrociate su una stuoia grande tutta la navata centrale. Dice parole semplici tra cui scelgo quelle da portarmi via: sopporto sempre meno Antoine de Saint-Exupery che dice “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Non è vero. L’essenziale è molto ben visibile. Basta volerlo vedere.

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Regalo di promozione

Pubblicato il 13 luglio 2018 da antonella landi

Il Frenky ha gloriosamente finito le scuole elementari: con tantissimi 9, un 8 (a Storia) e un 10 (a Inglese) in saccoccia si prepara mentalmente ad iniziare le medie.
Quando il Rondine gli ha chiesto cosa avrebbe desiderato per festeggiare la bella pagella, lui ha risposto senza indugio: una cena al japan.
Il mio nipotino adora il sushi e conosce a memoria l’intero menu dei suo ristorante preferito, il Sakura di Montevarchi.
La zia ha deciso di fargli una sorpresa.

“Giovedì io e Bobi veniamo a prenderti e ti portiamo in un certo posticino.”
Delicato com’è, il Frenky ha fatto finta di non aver capito di quale posticino si parlasse.
“Dove andiamo, zia?” ha chiesto ieri il Frenky entrando a casa del nonno a metà pomeriggio e cogliendo lo stesso nonno, la zia e il cane della zia distesi nel lettone a giacere imbelli raccontandosi le storie.
“Chi lo sa, chi lo sa!” ha detto la zia tirandosi i lati esterni delle palpebre per improvvisare uno sguardo orientale.
Il Frenky, sornione, ha sorriso. Ma, per far divertire la zia, ha finto tutto il giorno di non aver capito.
Si è buttato nel lettone insieme a loro e ha narrato mirabolanti imprese compiute al ritiro sportivo di giocatori di basket in Trentino. Il nonno è stato il primo ad alzarsi per preparare la quotidiana ciotola di frutta mista per merenda. Dopodiché tutti sono usciti: il nonno aveva appuntamento con i suoi amici adolescenti sotto il Marzocco in piazza Garibaldi; il Frenky con la zia e Bobi si è avventurato per un viottolo di campagna e ha fatto una lunga camminata corredata di racconti, prima che la sete attanagliasse tutti e tre. Al bar del Conte Max hanno riempito la ciotola di Bobi e sorbito bibite ghiacciate, si sono ricongiunti al nonno e, mollemente adagiati sui divanetti che guardano la piazza, hanno accolto con entusiasmo l’arrivo imprevisto del Pasqua e del suo beagle Otto, che ha stretto un’amicizia subitanea con Bobi.
Sono passati di lì altri amici della zia, che lei non vedeva da tempo e che ha avuto un gran piacere di riabbracciare perché sono di quegli amici che parlano di anni lontani in cui accadevano fatti di memoria imperitura che avrebbero comportato una crescita felice.
Quando è arrivata l’ora di cena.
Salutati tutti e rispedito il nonno a casa, il Frenky, la zia e Bobi si sono avviati verso l’auto che li avrebbe condotti al luogo misterioso. In Freedom Square hanno incontrato la cugina Miki, in passato detta Ridolini per la sua congenita incapacità di stare seria, in compagnia della sua bimba. “Dove andate?” ha chiesto Miki. “A cena fuori!” ha risposto la zia. “Voi due soli soli?!”, “Certamente!”, “Anche io e la Caro andiamo a cena fuori!”, “Noi però non vi diciamo dove andiamo perché sennò ci venire dietro e ci rompete le uova nel paniere. Vogliamo stare soli perché abbiamo un evento importante da festeggiare e mille cose da confidarci” ha sentenziato la zia.
Al japan la zia si è sfilata scarpe e calzini ed è andata a servirsi gamberoni enormi e freschi a piedi scalzi. Il Frenky, felicissimo ed emozionato, ordinava il menu intero e tirava numeri che pareva a giocare a tombola: per me un 117, un 78, due 15 e un 49. Per ora.
All’improvviso, tra i tavoli della sala, o non è spuntata Ridolini?
“Ma guarda questa” ha detto la zia.
“E’ stato un caso, te lo giuro!” ha detto, ridendo, Ridolini mentre univa il proprio tavolo a quello dei parenti.

E’ stata una cena lunga e abbondantissima, piena di risate. Proprio un bel festeggiamento per concludere il quinquennio elementare e prepararsi ad affrontare la nuova scommessa delle scuole medie.

Tuttidieci al mare

Pubblicato il 12 luglio 2018 da antonella landi

Alla fine dell’anno scolastico alla lavagna dei primini scrissi una lunga serie di titoli per le letture estive. Una volta a casa, Tuttidieci mi inviò un messaggino in cui confessava la sua insoddisfazione a causa dell’assenza di libri giallo-noir-horror, genere che infatti ignoro perché aborro. Attivandomi all’istante, consultai gli amici amanti di certa letteratura. Saltò fuori il nome di Jo Nesbø, che prontamente le girai, ricevendo da lei i più sperticati grazie.
Pochi giorni fa, durante una passeggiata alle Cascine, la mamma di Spino mi ha suggerito una trilogia schifosissima e terrificante scritta da Pierre Lemaitre (Irene, Camille e Alex), secondo lei adattissima allo stomachino corazzato di una ragazzina solo apparentemente inoffensiva come Tuttidieci. E quindi le ho riscritto, scusandomi di disturbarla mentre (lo si deduceva dall’immagine su whatsapp) se la spassava beatamente al mare.
Sono usa ormai da anni corrispondere via telefonia con i miei alunni: sia i miei messaggi che le loro risposte sono informali, buffe, leggerissime e scherzose. Seguono faccine rovesciate o linguacciute, occhi strabuzzati, storti e occhialuti, espressioni sornione, incredule, scioccate; occasionalmente libidinose. Immagini di spagnole danzanti (per esprimere la gioia), di giovani che fuggono (quando comunico un compito fuori programma), di unghie smaltate (per tirarsela di qualche privilegio).
Ma ecco cosa ha scritto Tuttidieci.

Intanto lei non mi disturba mai, professoressa. Le notifiche da parte sua sono sempre ben accette, a meno che un giorno non decidesse di inoltrarmi liste di compiti imprevisti. In quanto alla trilogia da lei suggeritami, le dirò che m’ispira molto, mentre con Jo Nesbø (digitato proprio così, con la “o” spaccata in due) non ho avuto un impatto felice poiché l’ottobre scorso vidi al cinema un film tratto da un suo romanzo, L’uomo di neve, proprio quello da cui avevo deciso di iniziare la mia lettura. Infelice scelta devo dire, dato che, appunto, avendo già veduto il film, le sensazioni trasmessemi dal libro erano diverse da quelle già provate durante la visione del lungometraggio (proprio così, “lungometraggio”, che ha scritto certamente per non dover ripetere il lemma “film”). Sarà la mia inesperienza da lettrice (bugia bella e buona, n.d.r.), ma ciò mi ha portata, una volta arrivata a circa pagina 60, ad abbandonare la lettura (e dato che, stando a Pennac, questo è uno dei dieci diritti imprescindibili del lettore, non me ne sono fatta un gran problema). In ogni caso, appena avrò terminato un altro libro rinvenuto per caso nella casa al mare, inizierò sicuramente la trilogia da lei consigliatami. Intanto la ringrazio molto per la disponibilità.

Dopo poche ore, evidentemente divorato il libro trovato per caso nella casa al mare, ha avviato suddetta trilogia e mi ha riscritto.

Mi hanno molto colpito le peculiarità dei personaggi: non sono affatto stereotipati, anzi, appaiono molto insoliti. Solo per fare un esempio: il protagonista è un poliziotto alto un metro e quarantacinque (scritto così, in lettere, perché io le ho insegnato che non si usano le cifre nei testi scritti), figlio di un’artista morta di cancro. Di solito invece il protagonista di gialli è un uomo sulla cinquantina un po’ sovrappeso e con il vizio del fumo e dell’alcool (o almeno, in quelli che ho letto io). La terrò ancora aggiornata, professoressa.

Come si fa a non amarla?

In cammino

Pubblicato il 12 luglio 2018 da antonella landi

Buonasera professoressa! Un abbraccio dal Cammino di Santiago, la pensiamo molto.

A volte bastano una foto e un sms come questo. E il cuore ti si scioglie.

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Se ci fosse stata lei

Pubblicato il 10 luglio 2018 da antonella landi

Oggi sono tre anni che la mamma non c’è più.
In chiesa non ci vado mai, però stamani m’è presa così, sono scesa dall’autobus e mi sono trovata davanti quel portone spalancato. Ho messo il capino dentro, l’odore dell’incenso mi ha fottuta e sono entrata. Sono rimasta in fondo, appoggiata all’ultima panca, era prestissimo, non c’era nessuno. Il silenzio delle chiese taglia fuori il mondo e ti ovatta, ti protegge, e un po’ ti frega. Non mi veniva una preghiera, non mi riusciva mettere insieme un pensiero, me ne stavo lì così, passiva e ricettiva, in ascolto del niente.
Ma ecco, da un lato dell’altare, venirmi incontro un uomo. Cencioso, spettinato, con gli abiti che gli piangevano addosso, evidentemente sudicio e trascurato. Si è fermato alla mia altezza, ma non vicino a me, discosto, accanto a una colonna. Lo controllavo con la coda dell’occhio. Un leggero sciabordio ha rivelato che stava armeggiando all’acquasantiera. Ho voltato leggermente la testa e l’ho guardato.
Prima s’è lavato le mani. Poi già che c’era s’è dato una sciacquata al viso, alle cispe degli occhi, alle ragnatele delle orecchie. Una scena surreale, fantastica, che avrei voluto durasse ancora e ancora e ancora.
Invece quell’antipatico del sagrestano lo ha visto, lo ha raggiunto e lo ha cacciato.

Se ci fosse stata la mamma, dalle risate avrebbe cacciato anche noi due.

Il partigiano Bobi

Pubblicato il 7 luglio 2018 da antonella landi

Settantuno anni fa si concludeva in Europa il secondo conflitto mondiale e con esso terminavano anche i regimi che avevano causato la guerra. Grazie all’antifascismo e a quel gruppo di italiani che scelsero di ribellarsi, l’Italia ha potuto risorgere e trovare una carica innovatrice che ha gettato le basi di una società più libera e giusta e ha saputo proporre valori sui quali poggia le fondamenta (trinquellando un po’) la nostra (acciaccata) repubblica.
In mezzo al bosco di Montegiovi, oggi e domani, si svolge il 67mo raduno dei partigiani, una manifestazione che rappresenta l’eredità di una memoria collettiva, un messaggio che si rinnova nel tempo, una festa, e soprattutto un impegno per il futuro.
Il partigiano Bobi, col fazzoletto della Brigata Garibaldi al collo, addirittura si è commosso.

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In vacanza con la moglie

Pubblicato il 7 luglio 2018 da antonella landi

I giornali oggi hanno pubblicato la notizia di un uomo che, rimasto vedovo, ha portato con sé la foto incorniciata della moglie a Gaeta e ogni mattina la piazza su un muretto verso il mare per contemplarlo insieme a lei.
Capirai.
Mio padre, da quando la mamma non c’è più, ogni volta va in Calabria nella casetta che comprarono trentacinque anni fa, prende l’urna lignea con le ceneri e se la mette accanto in macchina, fanno il viaggio insieme e quando arriva la sistema sul comodino accanto al letto, con dei fiorellini freschi intorno.
Mentre guida, fa attenzione ad addolcire le curve perché Sgomèa era debole di stomaco e spesso “faceva i gattini” (vomitava gli occhi, n.d.r.).
Di tanto in tanto aggiorna me e il Rondine con foto in simultanea, attribuendo alla mamma probabili pensieri e considerazioni, raramente serie.
Una volta andò in Calabria con un ospite e mise l’urna nei sedili posteriori. A me e mio fratello scrisse “la mamma l’ha presa malissimo e ora è incazzata nera”.

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Nel nome del beagle

Pubblicato il 5 luglio 2018 da antonella landi

Le commissioni di maturità sono formate da tre membri interni, da tre commissari esterni e da un presidente, sempre esterno. Uno dei tre docenti provenienti da un’altra scuola, come me e il collega d’Inglese, è quello di Matematica. Un uomo serissimo dall’espressione austera, che il giorno dell’insediamento mi metteva in soggezione. Io però con quelli che mi mettono in soggezione mi c’incaponisco, sicché dal secondo giorno ho iniziato a ronzargli intorno per attaccare discorso. Egli tuttavia continuava ad apparirmi avaro di parole e leggermente respingente. Poi, la terza mattina, ho inconsapevolmente tirato fuori dalla manica il mio asso.
“Madonna che stanchezza -gli ho sussurrato dopo ore di scartoffie- Adesso l’ideale sarebbe tornare a casa e buttarsi a letto fino a domattina. E invece ho un canino che mi aspetta e che non vede l’ora di uscire.”
I suoi occhi si sono illuminati.
“Anch’io ho un cane!”
“Davvero? Che cane è?”
“Un beagle.”
“Anche il mio è un beagle!!”

Siamo diventati pappa e ciccia e adesso non facciamo che chiacchierare e ridere di Ettore e di Bobi.