La mia storia con BoiaDé

Pubblicato il 3 giugno 2020 da antonella landi

Quando il mio trasferimento a Livorno era ancora allo stato non dico embrionale ma proprio onirico, io seguivo tutto quello che profumava di questa città, e su instagram guarda caso a proposito di questa si spalanca un mondo di immagini e battute. Presi così a pedinare livornogramm, livornesity, livornoinbattello, thecagelivorno, itesoridilivorno, livornosuimuri, decircuslivorno, destinationlivorno,urbanlivorno, storiadilivorno, livornosera, pasticceriacristianilivorno, vernacolierelivornocronaca, buongiornolivorno, vivolivorno, volgolivorno, insomma una roba da fuori di capoccia.
In una delle mie scorribande labroniche virtuali, un giorno, m’imbattei per puro caso nella pagina di un uomo fissato con Livorno come me, tanto da darsi il promettente nick di BoiaDé.
BoiaDé compariva nei propri scatti spesso al fianco di una ragazzina sempre sorridente che s’intuiva essere la su’ bimba e si capiva che il sogno di quei due era spiccicato al mio, scappare da Firenze e trasferirsi sulla costa in pianta stabile. Gli lasciai qualche timido commento e lui mi rispose. Fu il contatto di un giorno solo, un breve scambio di parole in cui BoiaDé si fece aiutare da Pier Paolo Pasolini per convincermi (ma non ce n’era bisogno) che il futuro felice non era in quella città diaccia d’inverno e irrespirabile d’estate, bella sì per l’amor d’Iddio, nulla da dire, ma negli ultimi anni diventata veramente esosa, antipatica e respingente (Firenze), bensì quell’altra città, più piccolina, a misura d’essere umano, ventosa ma comunque calduccina d’inverno, ventilata e frescheggiante d’estate, tollerante aperta e scoglionata, furba e a volte mettinculo, eppure generosa oltre misura (Livorno).
E così io e BoiaDé ci salutammo gentilmente, dicendoci che un giorno, chissà, magari ci saremmo incrociati lungo la Via Grande o in piazza Modigliani.
Poche settimane dopo, una sera, venni a Livorno per incontrare Bobo Rondelli e parlargli di un progetto che mi frullava in testa. Entrai nel ristorante dove Bobo mi aveva dato appuntamento e allo stesso tavolo, seduto accanto a lui, chi c’era? BoiaDé con la su’ bimba, sorridenti e belli come nelle foto che avevo visto in instagram. “Ma te sei BoiaDé!” esclamai io, “Ma te sei Pippi Stinta!” disse lui. Diventammo amici.
Molte volte, dopo quella sera, ritornai a Livorno a bordo del furgone di BoiaDé, che si chiama Gianni, insieme a quella bimba speciale, che si chiama Mirta. Lui cercava casa e noi gli s’andava dietro. Poi la trovò, la comprò, fece il trasloco, e a Firenze non c’è più tornato, proprio come me un annetto dopo.
E insomma nulla, oggi BoiaDé viene a montarmi le pale al soffitto della camera e rimane a cena, lesso rifatto con patate e schiacciata livornese di Cristiani. Perché la vita è così, una sorpresa senza fine.

Vita da runner

Pubblicato il 23 maggio 2020 da antonella landi

Da quando ho cominciato a correre (ieri) mi sento come Charlotte York quando riprende il footing a Central Park in gravidanza e va piano piano per paura di danneggiare il feto. Io pare che proceda sulle uova per paura di danneggiarmi la caviglia. Ma il fatto che a Livorno corrono TUTTI aiuta molto, infatti mi sento anche come il babbo di Nemo quando si butta dentro la corrente delle tartarughe giganti che lo incitano sciào bèlllo.

In una bolla

Pubblicato il 18 maggio 2020 da antonella landi

Ogni giorno di questi 121 che sono passati dall’ultimo post pubblicato mi sono detta: adesso aggiorno il blog. Ma poi c’era sempre qualcosa d’ingombrante che prendeva il sopravvento, il trasloco da finire, la roba da sistemare, l’armadio da montare, le stanze da pulire, il parquet da lucidare, i corrieri da aspettare. Le mensole da montare, i libri da collocare, le piante da alloggiare. Nel frattempo è arrivato l’ospite inatteso e assai sgradito, un virus mostruoso che ha sterminato una fetta di popolazione costringendo l’altra a barricarsi in casa e vivere una vita impensabile fino al giorno prima. Guanti, mascherine, alcol, saponi, uscite centellinate e controllate dalle forze dell’ordine. Beati quelli che come me avevano un cane per giusticazione, io sono stata fermata una volta dai carabinieri, una volta dalla polizia e la terza da una camionetta dell’esercito, ma c’era lui al guinzaglio ed eravamo sempre dentro il raggio d’azione consentito. E infine l’ultima colpevole di questa excusatio non petita, la pagina di pippi_stinta su instagram, la mia condizione ideale di comunicazione, il diario perfetto da tenere perché raccoglie immagini (molte) e parole (poche), ed è fulminea, istantanea, emotiva.
Da quando ho messo su casa in questa città mi sento come in una bolla di beatitudine, la sera vado a letto sperando che il mattino arrivi presto per uscire nel giardino ad annusare i fiori, fare colazione all’aperto e leggere la felicità nello sguardo del mio cane e del mio gatto. Livorno era bellissima anche sotto covid, nuda e deserta, ma ora poi che le restrizioni si sono ammorbidite e la primavera è esplosa è un paradiso sulla terra dove tutti vanno in bicicletta. Mi sento sempre la faccia vagamente ebete, di chi è felice e in pace con se stesso perché ha trovato il proprio posto nel mondo. E mi chiedo: perché non l’ho fatto prima? Perché ho lasciato passare tutto questo tempo? Perché non sono diventata livornese dieci, venti anni fa? Mi sembra di avere così poco tempo davanti per così tanta contentezza.

Sex and dé city

Pubblicato il 18 gennaio 2020 da antonella landi

Ho scritto al direttore del Corriere per comunicargli il mio trasferimento. Lui ha detto che aspetta i miei articoli dalla costa. La tentazione di proporgli una rubrica labronica dal titolo “Sex an DÈ city” è fortissima.

Alea iacta est

Pubblicato il 17 gennaio 2020 da antonella landi

È passato molto tempo. Ho scritto meno, ma ho vissuto di più. E adesso ci siamo, il dado è tratto. Quello che sogno da anni (i primi per scherzo, quelli dopo sempre più sul serio) si avvererà domani. Cento chilometri scarsi di superstrada, un incontro in agenzia immobiliare, le firme su un contratto, e dé.
Come mi piace fare un nuovo punto e a capo. Come mi fa sentire viva questo trasferimento. Come mi elettrizza tutta questa mutazione esistenziale. Come sono fiera di aver cambiato così tante case e situazioni in vita mia, di essere stata zingara e non sedentaria, inquieta e non posata. Come mi sarebbe dispiaciuto abitare e vivere sempre nello stesso luogo, come mi sarei annoiata. Invece com’è godibile questa sensazione di aver vissuto tante vite anziché una sola. E di iniziarne una completamente nuova, bellissima, a Livorno.

E io che credevo

Pubblicato il 25 ottobre 2019 da antonella landi

Quando, a settembre, la scuola è iniziata, mi sentivo strana. Non avevo addosso quel pizzicorino che in genere mi viene a ogni rientro, la voglia di conoscere le nuove classi, la carica per iniziare con loro un lavoro lungo nove mesi, la curiosità di scoprire che anno sarebbe stato. Per me sarebbe stato un anno monco, appena abbozzato, e questo mi demotivava. Guardavo il mese e mezzo che mi si profilava davanti e mi sembrava lunghissimo, inconcludente, una fatica inutile imparare novanta nomi nuovi se poi dovevo abbandonare all’improvviso tutti e tutto. “Mi sento scollegata”, “mi sento scollata”, “mi sento estranea”, “mi sento distante” non facevo che ripetere ai colleghi durante le riunioni preliminari. Loro mi rispondevano che, nei miei panni, si sarebbero sentiti solo euforici: tempo quarantacinque giorni e avrei iniziato un’avventura entusiasmante, la ricerca all’università, ma ci pensi, culona che non sei altro, per tre anni niente sveglie obbligate, niente compiti da correggere, appelli da fare, spiegazioni da preparare, disciplina da insegnare. Nessuna bèga, nessun rompimento, ma una nuova scommessa lavorativa, un impegno del tutto diverso, da affrontare con i propri tempi e i propri modi. Ma appunto, mi dicevo, perché ricominciare il vecchio lavoro, per poi doverlo finire così presto? Non sarebbe stato meglio se la Preside mi avesse utilizzata in altro modo?, che so, per le supplenze, per la biblioteca, per pulire l’atrio. Perché conoscere tutti quei ragazzi mai visti prima, fare un pezzettino di strada insieme a loro, con questo stato d’animo tiepidino e moscio, e poi salutarli?
Poi è giunto il 16 settembre. E sono entrata in classe.
Di giorno in giorno, di ora in ora, quella massa adolescente informe ha preso ad avere nomi, volti, espressioni, voci, movenze, sorrisi, personalità. Quando alle cose inizi a dare un nome, non sono più cose qualsiasi. Sono cose speciali. Figuriamoci le persone. Margherita, Niccolò, Greta, Lorenzo, Alessandro, Umberto, Eleonora, Sofia, Alice. Oscar, Paul, Pablo, Emma, Ardita. Diego, Mattia, Nico, Alessia, Lia, Noemi. Gloria, Ilaria, Irene, Sveva, Renata. Non sono più sconosciuti. Non sono più ragazzi e ragazze qualunque. Sono diventati speciali, unici, eccezionali, ciascuno con la propria storia, il proprio baule di giovane vita, la propria inconfondibile grafia che ho già imparato a distinguere da tutte le altre.
Ho cominciato a spiegare, a interrogare, ho sperimentato la flipped classroom, ho fatto far lezione a loro, ho assegnato una poesia da imparare a mente e li ho messi in piedi su una sedia con un microfono in mano, ho montato un leggìo e li ho chiamati a interpretare un brano a modo loro, ho assegnato un romanzo da leggere a casa, ho fatto una, due, tre verifiche, ho raccolto un sacco di voti e li ho inseriti nel registro elettronico, ho cercato di stanare i timidoni, di contenere gli spavaldi, di godermi i buffi e gli spontanei, ho ascoltato i loro racconti, ho guardato il loro profilo, annusato i loro capelli, osservato i loro astucci, i loro zaini, i loro cellulari. Li conosco. Mi piacciono. Mi sono affezionata.
Io che credevo che non valesse la pena imparare novanta nomi nuovi per così poco tempo, adesso vorrei sapere di loro molto, molto di più. Io che credevo che sarei stata meglio se mi avessero utilizzata per supplenze o biblioteca, adesso sono grata a chi ha deciso di farmi stare in classe. E io che credevo che questo mese e mezzo non sarebbe mai passato, che sarebbe stato farraginoso e lento, inutile e faticosissimo, mi ritrovo già alla fine con sgomento.

(Dedico queste parole ad Alice, che stamani ha pianto.
E ad Eva, che all’uscita mi si è fatta vicina e mi ha chiesto sottovoce: “Profe, ma il blog continuerà a scriverlo, vero? Sa, lo ha scoperto la mia mamma”.)

Voci di corridoio

Pubblicato il 9 ottobre 2019 da antonella landi

Alle tre nuove classi che mi sono state assegnate in questo pezzettino di anno scolastico che svolgerò, non ho ancora detto che alla fine di ottobre me ne andrò per tre anni dal liceo all’università. Ho taciuto la notizia perché prima preferisco conoscere e farmi conoscere dai nuovi alunni e perché penso che, sapendo della mia breve permanenza in classe, gli alunni non lavorerebbero come invece voglio che lavorino, cioè seriamente, come se fossi l’insegnante definitiva. Ma la Fama dalle ali late è sempre pronta a chiacchierare e ai ragazzi di terza è giunta la notizia di cui in molti, docenti ed ex studenti, sono a conoscenza.
“Professoressa scusi. A scuola circola una voce” chiede Faccia d’Angelo.
“Ah sì? Che voce?”
“Pare che lei presto se ne andrà.”
“Mi avvalgo del diritto di non rispondere.”
“Perché?”
“Perché sì.”
“No, via profe, ce lo dica. Sarà mica vero?”
“È vero.”
“Davvero?!”
“Davvero.”
“E dove va?”
“A fare il dottorato di ricerca all’università.”
“E quando torna?!”
“Quando tornerò, voi vi sarete diplomati e sarete fuori dalla scuola.”
“E perché non ce lo aveva detto?..”
“Perché temevo che, sapendolo, voi non avreste più voluto lavorare con i ritmi serrati che invece stiamo tenendo.”

Faccia d’Angelo infatti ha detto che, dato il pochissimo tempo a nostra disposizione, questo tempo bisogna gOderselo. Con l’accento sulla O, una roba bisdrucciola inascoltabile.

Amore a prima vista

Pubblicato il 15 settembre 2019 da antonella landi

Vero o no che con le case è come con gli umani? Un giorno ne vedi una e pensi: eccola, è lei, è la mia. Quella casa prende subito a parlarti, a sussurrarti: prendimi… prendimi… sono io, sono quella giusta, quella che cercavi, sono la casa dei tuoi sogni. Ma una casa non è mica una maglietta, che in cinque minuti la vedi, la provi, senti che ti calza e te la compri. Con una casa ci devi un po’ pensare, rimuginare, tornare a casa tua e sentire che quella là ti parla ancora, ti seguita a ronzare dentro il capo, mentre inizi a guglare come arredare un terrazzo, come sistemare una veranda tutta vetri, come costruire un lettone coi materiali da recupero, come trasformare una Singer in una base per il lavandino in bagno. La notte ti addormenti vagando mentalmente per le sette stanze immense di quella grande casa, che sta proprio nel quartiere che piace tanto a te, vicina al centro ma non dentro il casino, vicina al mare che ci arriveresti in pochi passi, e lungo la sua via tutti i negozini di cui avresti bisogno nella quotidianità, la bottega per gli animali, il panaio più buono di tutta la città, il fruttivendolo che non ti spenna, l’alimentari vecchio stile con i prodotti locali e genuini, il porto mediceo a un tiro di schioppo per scendere a comprare il pesce di giornata. La mattina ti svegli e il primo pensiero è lei, quella casa possente e immobile che hai lasciato in quel punto preciso della strada, sull’incrocio, dove sai che presto la ritroverai perché tornerai a vederla. E scorri la raffica di foto che hai scattato, e allarghi sul particolare, il battiscopa, l’angolino sbertucciato, i pavimenti di una volta, i panorami dalle finestre antiche.
Vai a trovare il babbo e glielo racconti, lui all’inizio sgrana gli occhi e dice: ma che fai sul serio?! E poi però quando la vede dice: madonna bella! E t’appoggia, t’incoraggia, ti dice: vai, fallo, hai ragione, ne vale la pena. Al Collegio dei Docenti lo racconti ai colleghi che c’hai accanto e uno dice: il lettone coi materiali di recupero te lo costruisco io. Un altro: io ti regalo quel mobile di gusto industriale che non posso più tenere e che ti ci starebbe proprio bene. E un altro: anch’io in cantina ho diversa roba che potresti recuperare e restituire a nuova vita. Intanto io quella casa l’arredo mentalmente, la monto, la smonto e la rimonto mille volte, il tavolo bianco rotondo lo metto lì, la vetrina del 1914 di là, il mobile del collega in una delle due camere, la mia grande libreria nello studio luminoso.
Chiami la banca, contatti il Fondo Espero, metti insieme la somma che puoi raggiungere, per una volta nella vita hai voglia di mattoni tuoi, la vocazione congenita al nomadismo abitativo ti abbandona lentamente, sei pronta, attempata ma pronta, a fare il passo che quasi tutti fanno da giovani e che tu hai sempre detto di non voler fare perché hai sempre pensato che niente in questa vita è nostro, solo la terra, il cielo, il mare, e quelli già ce li hai.
Ora però quella casa favolosa senti di volerla, senti di potertela permettere, sai che potrebbe cambiare la tua vita, e sai che sarebbe una vita ancora migliore. E quindi chiami l’agente immobiliare che te l’ha mostrata e gli dici: torno a vederla, la vorrei, anzi la voglio, vediamoci domani, alle 11, sul portone, all’angolo, come una settimana fa, ok?
E quando lui ti dice che un’altra agenzia l’ha già venduta, è come se quella casa ti cascasse tutta addosso, all’improvviso, sopra il cuore.

Come mi sono innamorata di lei

Pubblicato il 8 settembre 2019 da antonella landi

Io sono sempre stata innamorata di Firenze. Ero una ragazzina e sognavo il giorno in cui mi ci sarei trasferita. Andai a lavorare in Lombardia e tutte le notti dei cinque anni successivi mi sono addormentata pensando che prima o poi ci sarei tornata. Di Firenze mi piaceva tutto, anche le cose che non piacciono ai fiorentini. Il traffico, le code sui viali, il numero eccessivo di turisti in centro, le voci becere dei bottegai, gli scooter che t’entrano anche in tasca, le differenze abissali tra i quartieri. E quando finalmente mi ci trasferii, e ci tornai dopo l’esilio volontario, feci il possibile per godermela tutta, spremendola come un’arancia piena di succo rosso e zuccheroso, sfruttando ogni occasione per saltare sulla bicicletta e raggiungere quello che mi offriva per quel giorno, una mostra, un cinema, un concerto, un tè con le mie amiche, un aperitivo lungo l’Arno, la presentazione di un volume, una conferenza, un corso di ballo, un corso di yoga, un corso di pilates, un corso di cinese, con la Moleskine che certi giorni finiva lo spazio e non sapevo dove scrivere che alle cinque e mezzo alle Oblate c’era Leggere per non dimenticare. A Firenze ho vissuto i miei amori più importanti, ho preso qualche cantonata, sono andata a sbattere contro un calesse pericoloso e gigantesco a cui adesso graziaddìo non penso più. E ogni volta che camminavo sopra le sue pietre la trovavo sempre bella, bellissima, la città più bella di tutto il mondo, e l’emozione mi saliva in gola, i brividi mi si spandevano sulle braccia, gli occhi cercavano particolari ancora mai visti e si appoggiavano sulle conferme del suo splendore eterno. Sentirmi anonima dentro le folle che attraversavo ma non sentirmi sola, mescolarmi a gente che non avrei mai più incrociato nella vita. Tutto mi affascinava, e la guardavo come si guarda la persona che si ama, vedendone solo i pregi, negandone ogni difetto. Ho cambiato undici case e ho assaggiato la vita di ogni quartiere.
Poi, non so com’è accaduto, ho iniziato ad amarla sempre meno, che palle questi turisti che passano, consumano e se ne vanno distratti e frettolosi, che tristezza queste botteghe antiche che chiudono per far posto ai moderni mangifici, che pena scoprire pisciate ai muri del centro, e che agonia pagare anche l’aria che dobbiamo respirare. E le occasioni culturali sì belline, ma che casino per arrivare in centro, che gente volgare nei locali, che livello di nervosismo per le strade. Contemporaneamente, mi sono innamorata di un’altra.
Livorno da piccina credo di non averla neanche mai vista. Non posso dire di averci dei ricordi d’infanzia, le mie vacanze erano altrove, il babbo e la mamma non mi portavano su quel punto della costa, ma più a sud, il mare per me iniziava da Grosseto. Fu Claudia a trascinarmici, da grande, ma tante estati fa. Un’amica di un suo amico aveva invitato quel suo amico e gli aveva detto porta anche qualche amica, e lui l’aveva detto a lei, che l’aveva detto a me, che l’avevo detto a lui, che l’aveva detto a loro. Ci ritrovammo in sette in un appartamento lungo la via Grande, abbarcati nei lettoni, pigiati in cucina a preparare pesce fresco, e sempre a giro per mercati e strade con le ciabatte ai piedi, un permesso dei vigili per parcheggiare sotto casa e la sensazione che quella città mi avesse accolta prima ancora di domandarmi il nome.
Ma soprattutto furono gli anni successivi a convincermi che Livorno accoglie. Ci si andava il sabato, la domenica, d’estate, d’inverno, mezzi gnudi, intabarrati nei cappotti, con la scusa di mangiare il pesce, di vedere il mare, di ascoltare i livornesi mentre parlano, di bere uno, due, tre ponci al mandarino, di mangiare un frate fritto, un cinque e cinque dalla Gagarina. E ogni volta era così facile attaccare discorso, stabilire una relazione coi passanti, ridere coi venditori di ciarpame. Livorno senza turisti, genuina, verace, linguacciuta, lenta, rilassata, vagabonda, Livorno che se ti girano i coglioni vai sul mare e passa tutto, iniziò a diventare il mio nuovo amore.
Adesso la notte mi addormento pensando che forse quella casa in Borgo Cappuccini, un giorno, potrebbe essere la mia.

Un triennio da sogno

Pubblicato il 30 agosto 2019 da antonella landi

Sarà stato… quando? Piùo meno un anno fa. Una collega a scuola (eravamo sotto il portico che guarda il Parco della Pace, nostro angolo di paradiso nelle ore buche) me ne parlò per la prima volta.
“… E comunque io voglio fare il dottorato di ricerca” disse.
“Davvero? E puoi? Voglio dire, adesso che lavori e che hai chiuso con l’università da diversi annetti.”
“Certo che posso! Possiamo! Anche tu puoi!”
“Io?! Sìe, io tra un po’ vado in pensione.”
“L’età non c’entra mica nulla. E nemmeno il tempo che è passato da quando ti sei laureata. Noi il dottorato possiamo farlo sempre!”
“Ma noi chi?!”
“Noi dipendenti statali, noi che insegniamo nella scuola pubblica!”
E mi spiegò che, insomma, bastava avere un argomento da proporre in ateneo che risultasse interessante ai docenti universitari, trasformarlo in un progetto scritto bene e il gioco era (quasi) fatto.
“Fatto… più o meno. In realtà, oltre a trovare un tema valido, c’è poi da sostenere un concorso e vincerlo. Una volta idonei, per tre anni siamo sollevati dall’attività lavorativa e possiamo tornare a studiare mentre il Miur ci conserva il posto e lo stipendio.”
Io con i concorsi ero convinta di aver chiuso dopo il culo spaventoso che mi ero fatta vent’anni fa a prepararne due (quello ordinario e quello riservato) per conseguire l’abilitazione all’insegnamento. Tutta la Letteratura Italiana dalle origini a ieri; tutta la Storia dalla preistoria in qua; tutta la Geografia compresa quella umana, economica e sociale. Un mazzo che mi lasciò stremata per mesi. Uno stress per lo scritto pari solo a quello per l’orale.
Ma a me studiare piaceva. E piace ancora. Non dico quell’oretta quotidiana con la quale pianifichi la lezione per il giorno dopo. Dico lo studio-studio, quello che t’infili di capo dentro ai libri la mattina e ne riemergi solo per mangiucchiare qualcosina, e dopo ti rimetti lì gobba sopra a quelle carte fino alla sera tardi. E fai gli appunti, gli schemini come insegni ai ragazzi a scuola, dopo aver letto, inteso e sottolineato. Insomma lo studio da secchiona. Quanto mi piace. Alzarmi dalla sedia e trovarmi mezza arrocchettata per la posizione curva e sghemba tenuta troppo a lungo, dovermi stendere per terra con due libro sotto la testa e fare un po’ di tecnica Alexander. A me studiare non è mai venuto a noia. E quando gli anni dello studio all’improvviso terminarono, a me dispiacque da morire.
Ma quella storia lì del dottorato mi appariva remota, lontanissima dalle mie possibilità e dalla mia vita in generale. Che poi, chi ce lo aveva un argomento da proporre?
Ma hai visto a volte la vita come fa? Ti viene incontro, ti offre su un piatto dorato quello che tu eri convinta di non trovare mai. A me lo fece trovare dentro un canzone di Bobo Rondelli. E mi spinse, sempre la vita, a contattare l’artista livornese che già amavo così tanto. Come una pisserina, gli scrissi un messaggino tutto imbalsamato in cui gli dicevo che facevo la professoressina in un liceino di Firenze e che bla bla bla mi sarebbe piaciuto confrontarmi con lui per capire meglio ancora il testo di quella canzone e la persona che ci si nascondeva dietro e insomma bla bla bla che forse avrei potuto tentare di proporlo all’università e magari chi lo sa bla bla bla farci su un lavoro bello. Un monte di parole, per ricevere da lui una riga di risposta: il suo numero di cellulare.
E già per me, quella sera in cui partii da Firenze per andare a cena insieme a Bobo (e a mezza Livorno che passando di lì s’intratteneva), era come aver vinto una decina di concorsi tutti insieme. E conoscerlo, e parlarci, e nelle settimane successive andarci più volte a pranzo insieme, in piazza Garibaldi da Michela o dal Piulle in via dell’angiolo, e poi andare con lui, Gianni e la Mirta alle botteghe dell’usato a comperar cappelli di stoffa e cappotti di pelle, e scambiarsi libri e regalini, era meglio che fare cento dottorati.
Ma quello non era che l’inizio del regalo che la vita aveva deciso di farmi.
Il secondo fu quello di farmi ruzzolare dalle scale a scuola e stroncarmi il piede e la caviglia. La maledetta immobilità mi permise di tornare la secchia che ero e studiare per il concorso senz’altri pensieri.
Il terzo, più recente, è stato quello di farmi vincere il concorso sostenuto per metà in lingua italiana e per metà in una lingua (quella inglese) che ero convinta di non ricordare nella maniera più assoluta ma che, grazie alla Tiz e alle sue lezioni private e generose, ho rispolverato e imparato ad apprezzare.
E insomma sì, lunedì rientro a scuola per il Collegio dei Docenti, e il 16 in classe per fare lezione. Ma il primo di novembre saluterò tutti e per tre anni, anziché un’insegnante, sarò una dottoranda.
E (Pisa merda) andrò a vivere a Livorno. Ma questa è un’altra storia.