Per la prossima volta

5 ottobre 2018

I compiti per casa -siamo onesti- sono una gran rottura di palle. Per loro che devono farli e per me che devo correggerli. Temi, parafrasi, riassunti, commenti. Ventisei anni di questa vita qua. Finché, una mattina (questa mattina), l’illuminazione.

“Compito per casa: andare in Santa Croce durante il finesettimana, cercare la tomba di Ugo Foscolo di cui abbiamo appena studiato Solcata ho fronte, eludere la sorveglianza delle guardie e scattarsi un selfie accanto a lui. Poi inviarmelo sul gruppo.”

Pensavano scherzassi.

La Rossa e l’uva bianca

3 ottobre 2018

“Mi manchi. Ho voglia di vederti.”
Scrive così in un sms. E a prima vista sembra il messaggino di un’amica. Infatti è La Rouge.
Del resto “dopo la maturità diventeremo amici e potrete darmi del tu” l’ho sempre detto io. Alla Valdarnese non viene. Alla Rouge (e a qualcun altro) sì.
Ci diamo appuntamento al Caffè Petrarca due ore prima che la mia lezione abbia inizio.
Viene in bicicletta, la stessa su cui la vidi pedalare uno dei primi giorni di scuola, tre anni fa. Era l’inizio di una bellissima storia d’amore tra me e la sua classe, ma ancora non potevamo saperlo. Ancora pensavamo che sarebbe stata una storia qualsiasi, la storia tra una classe e un’insegnante di Italiano. Lei al tempo era bionda, biondissima, naturale, una testa di riccioli innumerabili e apparentemente ingestibili. Invece sapeva gestirli alla grande e dopo poche settimane andò a Roma per farseli annodare in una cascata di dred. Quando la versione rasta di se stessa la stancò, sciolse tutto e si tinse di un rosso carminio che non ha più abbandonato.
La vedo davanti all’entrata del bar mentre rabbercio un parcheggio in Porta Romana. Le sneakers, i jeans e una felpa verde con la scritta Wyoming. Eppure è appena tornata da un viaggio a Londra con Cece.
“Hai tagliato tutti i capelli! Come stai?”
Me lo chiede mentre ci abbracciamo forte tuffando il naso l’una nei capelli rossi dell’altra, e io vorrei dirle: male, perché mi mancate, male perché la scuola senza voi mi sembra spenta, male perché vi cerco nelle aule, nei corridoi, e voi non ci siete. Male, perché non me lo aspettavo, perché non mi era mai successo, e come le puttane di cui scriveva don Milani dopo una settimana il ricordo delle classi passate era già sbiadito ed io ero già innamorata delle classi nuove.
Invece dico: eh, insomma. Per non fare come quelle mamme che suscitano sensi di colpa nel cuore dei figli che se ne sono andati di casa, per non far pesare il vuoto di quel nido per tre anni sovraffollato.
Lei sta bene. Molto bene. Ha trovato lavoro in una “salmoneria” in San Lorenzo, un locale chic dove si pasteggia a champagne (“e dove devi assolutamente venire, è troppo figo!”), ha fatto un corso per imparare tutti i segreti del povero salmone che viene affumicato, saltato, marinato, lessato, arrostito per i palati fini. Lavora volentieri e non le pesa per niente, i suoi capi sono dei ganzi, i suoi colleghi pure, e nelle ore di pausa tra i pranzi e le cene esplora il centro, si porta un libro dietro, fa sosta alle Oblate, ascolta musica passeggiando e sognando il proprio futuro. E’ appena tornata da un viaggio a Londra con Cece, il suo compagno di banco con cui vanamente tento di farla fidanzare da tre anni, si amano alla follia ma ancora non l’hanno capito, o forse hanno solo paura di sciupare l’amicizia cambiandole nome e chiamandola amore.
Gli occhi della Rouge hanno il colore del mare nei giorni di sole, la sua pelle ha il colore dei marmi lucidati a cera rosata dal Canova, è bella come Psiche ma lei si sente una giamburrasca cialtrona e stropicciata e questo la rende ancora più bella perché non lo sa e non lo fa pesare, si diverte a fare la ruvida e la rusticona, fuma cicchini e dice qualche parolaccia, che dalla sua bocca smerlata suona come poesia.
“Dai, accompagnami a scuola” le dico dopo tramezzini, spremute d’arancia e caffè macchiati.
Quando il portone a vetri si apre a lei tremano un poco le mani, l’ottagono ci risucchia nella sua luce violenta che piove dall’immenso lucernario, il Dioscuro centrale e gigantesco ci guarda torvo ma noi sorridiamo ingoiando emozione.
“Landi! Passa da me, ho da darti una cosa!”
È la voce alta e squillante di Lucia, la custode del pianterreno. E io penso già all’inculata, una supplenza inattesa ma sempre temuta.
“Tieni. Questa è per te. Non mi hanno voluto lasciare i loro nomi né bene né male. Dicevano che tu avresti capito. E non hanno nemmeno voluto scrivere il tuo su questo biglietto. Dicevano che non ce n’era bisogno.”

Supponiamo un mattino tu ti alzi e ti manca la 5H…
Non possiamo sapere se questo sarà uno di quelli, ma quello che sappiamo per certo è che questa mancanza non colpisce solo te.
Dicono che da ottobre in poi ti rendi veramente conto che l’estate ormai ha fatto il suo corso; tutto prende un colore diverso, piove, i doveri tornano a farsi sentire, e anche i dispiaceri e le mancanze emergono sulla pelle.
Non succede solo questo. C’è chi starnutisce, chi ha la febbre, chi il mal di gola.
Ma da qualche parte abbiamo sentito anche dire che “la sindrome del nido vuoto” non è poi così rara sulla terra.
Dicono che il bene genera bene, che tutto quello che facciamo con impegno non è fine a se stesso. Forse questo ne è la riprova.
Tutti sappiamo che non è facile mostrarsi sempre agli altri col sorriso. Ma sappiamo anche che te sai fingere bene.
Ci cerchi e non ci siamo, è vero, ma sai benissimo che le aule sanno di noi.
Non si è mai abbastanza grandi per smettere di volere un po’ d’affetto e, come tu lo hai dato a noi, oggi tocca a te.
“RAGAZZI! VI HO PORTATO L’UVA BUONA!!”
“SIIIII!”
Dato che non te ne toccava mai nemmeno un chicco, questa è tutta per te.

La Puntols e la Nesina erano passate di là poco prima, di soppiatto, prima di correre all’università per la lezione di Letteratura con Marino Biondi, che fu anche il mio docente tre decenni fa. E avevano lasciato al bancone da Lucia un grappolone d’uva bianca e questa lettera.
Va be’, non dico altro. Sto zitta.