Un giorno di qualche mese fa pensai che i miei alunni di quinta erano pronti per fare la conoscenza di Tiziano Terzani, mio antico amore. Portai in classe alcuni dei suoi libri più travolgenti, glieli presentai per sommi capi, raccontai loro l’affascinante avventura biografica del giornalista e scrittore dall’incantevole prosa. Loro si sono fidati, lo hanno letto, e lo hanno assai gradito. Allora una collega disse: perché non proviamo a invitare qui a scuola Folco, suo figlio? Gli scrivemmo. Ci rispose. Era entusiasta alla prospettiva di conoscere i ragazzi, ma stava per partire per un lungo viaggio in India. Promise però che sarebbe venuto al suo ritorno. E’ tornato, e domani alle 11 varcherà il nostro portone per entrare in aula magna. Ad accoglierlo ci saranno anche gli studenti della mia quarta e della mia prima, coinvolti nella proposta e felici di partecipare. Folco ci ha fatto sapere che di suo padre parlerà volentieri, ma che gli piacerebbe parlare un po’ anche di sé. Così abbiamo letto anche Il cane, il lupo e Dio, la sua ultima pubblicazione arricchita dagli acquerelli di Nicola Magrin. Adesso tutto è pronto. Stasera vado a letto felice, domattina mi sveglierò piena di curiosità.

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Come vorrei (amarti io)

16 febbraio 2018

Ha i capelli biondi e lunghi che spesso tiene sciolti in Jesus Christ Style ma più spesso ancora lega in una coda bassa e un po’ disordinata; è magro, filiforme, ma con una struttura corporea perfettamente definita; il volto particolare, puntuto e spigoloso eppure di un’inspiegabile armonia; la pelle diafana; il taglio degli occhi morbido e allungato. Parla con una voce bassa e un ritmo calmo che rilassa. E poi le mani. Oh, le mani sono la parte più bella di lui.
Disegna come un artista affermato, scrive come un autore di fama, prende dieci in tutte le materie e suona la chitarra come Jimi Hendrix.
“Come vorrei essere nata nel 2000…” gli dico sospirando, davanti ai suoi compagni.
“Perché?” domanda lui.
“Perché avrei la tua età e potrei corteggiarti da mattina a sera. E ci metterei un impegno tale che alla fine soccomberesti alla mia corte e accetteresti di fidanzarti con me.”

E lui ha detto be’, professoressa, in realtà non dovrebbe nemmeno durare tanta fatica. Che a me è sembrato un complimentone.

Entra in classe e apparecchia sulla cattedra: due casse, un portatile, una minitastiera, qualche fotocopia.
Ha l’aria timida e sorniona.
Annuncia che faremo insieme un viaggio in compagnia di tre persone.
Scrive i loro nomi alla lavagna.
Arthur Shopenhauer (e Massi), il saggio.
Wolfgang Amadeus Mozart, il fenomeno.
Paul McCartney, lo zio.

Poi rivela chi è quel Massi qualunque in mezzo a nomi così grandi. Un amico di elucubrazioni e di bevute, una presenza costante dentro la sua vita, un compagno di riflessioni e di teorie.
Quindi ci prende per mano e dà inizio al viaggio.
Un brainstorming con le musiche della nostra vita e i cantanti a cui abbiamo regalato il cuore, un brano di Shopenhauer letto da Attrice, la musica unica tra le arti a sopravvivere alla fine del mondo.
Il beneficio psicofisico delle sinfonie di Mozart, gli esperimenti fatti nel mondo nuovissimo per abbassare l’asticella della violenza sociale, la citazione di quel film in cui la musica è terapia contro la balbuzie. La lettura di un articolo dalla voce di sua figlia, che sorride a tutti denti dal suo banco.
E tanto lo sapevo che era lì che voleva scivolare, il beatle Paul, chiamato “zio” dal figlio di John Lennon, Julian, a cui è dedicata Ehi Jude (“prendi una canzone triste e rendila migliore”).
Infine l’empatia. Certe persone ci attraggono (o ci respingono) spontaneamente e senza motivi apparenti. I nostri corpi emanano una musica che non a tutti piace, ma a chi piace, piace moltissimo. E’ così che ci scartiamo o ci scegliamo.
L’ultima canzone nessuno di noi la conosceva. Wanderlust, che tradotto vuole dire incontenibile desiderio di partire, di viaggiare. Due voci diverse e parallele, parole opposte ma incastrate, a sinistra della lavagna una parte, a destra un’altra. Ce le insegna, le ascoltiamo, le proviamo; prima timidi, poi sempre più sicuri, disinvolti, audaci. Cosa ci facciamo a sedere in quei banchini? Ci alziamo e lo raggiungiamo in cattedra, mezzi di qua, mezzi di là: light out wuanderlust head us out captain says there’ll be this ones not a bust for me, in un coro sdoppiato che però combacia.
E, ma solo alla fine, un rinfresco di pizzette, schiacciate, dolci e gingerino rosso.

Grazie al babbo di Nesina per l’incantevole lezione.

Porta un genitore in classe

15 febbraio 2018

Nella mia quinta, classe che ho preso in terza e che ho coltivato come si fa con un giardino che ci sta molto a cuore, ci sono molti alunni i cui genitori svolgono professioni particolari e molto interessanti.
Il babbo e la mamma di Attrice sono entrambi (guarda un po’) attori di teatro.
La mamma di Anarchica è nutrizionista e specialista in tecniche di rilassamento.
Il babbo di Nesina è un compositore musicale.
Il papà di Albo ha un trascorso giovanile da dj radiofonico.
Il padre del Cece è un organizzatore e finanziatore di eventi artistico-culturali.
Quello della Valdarnese è il più grande creatore di spettacoli pirotecnici della Toscana.
Quello di CrestaVerde (o Rossa, o Blu, dipende dalle fasi) allestisce scenografie.
In virtù dei ricevimenti plenari o individuali, io ovviamente li conosco tutti. E mi dispiaceva che non fosse così per tutti i compagni di quella classe interessata a tutto ciò che le si propone. Ma ecco l’ideona.
Invitarli a turno, in una serie di incontri individuati nelle ultime due ore del giovedì, a tenere una lezione speciale sui loro mestieri o sulle loro passioni. Cedere la cattedra a loro. Farmi da parte e lasciare che a parlare, raccontare, chiedere e rispondere siano loro.
Si comincia stamani con un uomo che verrà equipaggiato di casse, strumenti e spartiti a parlarci di musica d’autore.
Friggiamo tutti di curiosità.
Sua figlia è emozionata almeno quanto lui.

Geni

8 febbraio 2018

“Pirandello nacque a Girgenti, in un locale di nome Kaos” ha scritto Anarchica nella verifica.

Aspettate, c’è dell’altro.

“Un RamaRRo maRRone Ringhiava a un RinoceRonte” ha scritto Cece, dovendo fare un esempio letterario da affiancare alla definizione dell’allitterazione.

I cenci della zia Marisa

8 febbraio 2018

“Professoressa.”
“Dimmi cara.”
“La mia zia Marisa ieri ha fatto i cenci.”
“Uh boni!”
“Ne ha fatti così tanti che ho pensato di portarne un sacchetto a scuola.”
“Quello che si chiama un pensiero geniale.”
“Sono cenci particolari: cenci valdarnesi.”
“Non saranno mai buoni come quelli che fa il mio babbo.”
“Professoressa, i cenci della zia Marisa sono i migliori di tutta Italia. Nessuno li fa come lei.”
“Il mio babbo. Che è valdarnese coma la zia Marisa.”
“Professoressa non insista. La zia Marisa è insuperabile. Pensi, ci mette anche lo Strega!”
“Anche il mio babbo ci mette il liquorino!”
“Ma la zia Marisa non li fa secchi come qui a Firenze, li fa cicciotti, morbidissimi, eccezionali.”
“Qui a Firenze non ci capiscono nulla a fare i cenci. Infatti il mio babbo li fa più cicciotti e morbidissimi della zia Marisa.”
“Professoressa guardi che poi ci resta male.”
“Insomma, che ce li fai assaggiare o no codesti cenci, invece di chiacchierare?”

Mai mangiati dei cenci come quelli della zia Marisa.
M’è toccato dirlo al babbo.

Malintenzionato

8 febbraio 2018

“Professoressa.”
“Dimmi caro.”
“Ho deciso che quando saremo in gita a Berlino sfiderò i tedeschi in una gara a chi beve più birra.”

Sfacciato

8 febbraio 2018

“Cece, smetti di distrarti! Concentrati e finisci la verifica! Cocchino ha già consegnato!”
“Professoressa, guardi che a consegnare non ci vuole niente, posso farlo benissimo anch’io.”
“Ah, hai finito?!”
“No, ma se vuole consegno.”

Maldestro

7 febbraio 2018

“Prima degli scrutini vorrei risentirti in Letteratura, dove hai un voto incerto. Che ne dici di oggi stesso?”
“Per me va bene: non ho niente da fare.”
Una volta data la maldestra risposta, si chiude il polpastrello del dito medio nella morsa degli anelli del suo quadernone.

Compleanno in 5H

1 febbraio 2018

Una rosa tra i capelli.
Una torta di mele cavallo di battaglia della Cami.
Un candelotto che non si spegne mai piantato in mezzo.
Un coro d’auguri e un video immediatamente sparato in etere.
Un documento visivo sulla rivoluzione russa.
Una novella bellissima di Pirandello.

Di anni ne sono passati tanti.
Ma i compleanni a scuola mi divertono ancora come il primo.