Tuttidieci al mare

12 luglio 2018

Alla fine dell’anno scolastico alla lavagna dei primini scrissi una lunga serie di titoli per le letture estive. Una volta a casa, Tuttidieci mi inviò un messaggino in cui confessava la sua insoddisfazione a causa dell’assenza di libri giallo-noir-horror, genere che infatti ignoro perché aborro. Attivandomi all’istante, consultai gli amici amanti di certa letteratura. Saltò fuori il nome di Jo Nesbø, che prontamente le girai, ricevendo da lei i più sperticati grazie.
Pochi giorni fa, durante una passeggiata alle Cascine, la mamma di Spino mi ha suggerito una trilogia schifosissima e terrificante scritta da Pierre Lemaitre (Irene, Camille e Alex), secondo lei adattissima allo stomachino corazzato di una ragazzina solo apparentemente inoffensiva come Tuttidieci. E quindi le ho riscritto, scusandomi di disturbarla mentre (lo si deduceva dall’immagine su whatsapp) se la spassava beatamente al mare.
Sono usa ormai da anni corrispondere via telefonia con i miei alunni: sia i miei messaggi che le loro risposte sono informali, buffe, leggerissime e scherzose. Seguono faccine rovesciate o linguacciute, occhi strabuzzati, storti e occhialuti, espressioni sornione, incredule, scioccate; occasionalmente libidinose. Immagini di spagnole danzanti (per esprimere la gioia), di giovani che fuggono (quando comunico un compito fuori programma), di unghie smaltate (per tirarsela di qualche privilegio).
Ma ecco cosa ha scritto Tuttidieci.

Intanto lei non mi disturba mai, professoressa. Le notifiche da parte sua sono sempre ben accette, a meno che un giorno non decidesse di inoltrarmi liste di compiti imprevisti. In quanto alla trilogia da lei suggeritami, le dirò che m’ispira molto, mentre con Jo Nesbø (digitato proprio così, con la “o” spaccata in due) non ho avuto un impatto felice poiché l’ottobre scorso vidi al cinema un film tratto da un suo romanzo, L’uomo di neve, proprio quello da cui avevo deciso di iniziare la mia lettura. Infelice scelta devo dire, dato che, appunto, avendo già veduto il film, le sensazioni trasmessemi dal libro erano diverse da quelle già provate durante la visione del lungometraggio (proprio così, “lungometraggio”, che ha scritto certamente per non dover ripetere il lemma “film”). Sarà la mia inesperienza da lettrice (bugia bella e buona, n.d.r.), ma ciò mi ha portata, una volta arrivata a circa pagina 60, ad abbandonare la lettura (e dato che, stando a Pennac, questo è uno dei dieci diritti imprescindibili del lettore, non me ne sono fatta un gran problema). In ogni caso, appena avrò terminato un altro libro rinvenuto per caso nella casa al mare, inizierò sicuramente la trilogia da lei consigliatami. Intanto la ringrazio molto per la disponibilità.

Dopo poche ore, evidentemente divorato il libro trovato per caso nella casa al mare, ha avviato suddetta trilogia e mi ha riscritto.

Mi hanno molto colpito le peculiarità dei personaggi: non sono affatto stereotipati, anzi, appaiono molto insoliti. Solo per fare un esempio: il protagonista è un poliziotto alto un metro e quarantacinque (scritto così, in lettere, perché io le ho insegnato che non si usano le cifre nei testi scritti), figlio di un’artista morta di cancro. Di solito invece il protagonista di gialli è un uomo sulla cinquantina un po’ sovrappeso e con il vizio del fumo e dell’alcool (o almeno, in quelli che ho letto io). La terrò ancora aggiornata, professoressa.

Come si fa a non amarla?

Il ripassone

4 luglio 2018

Arrivano alla spicciolata, primi il Cece e La Rouge, seconda Attrice, terza CrestaVerde. Dopo un po’ ecco la Cappe e la Puntols, ma suonano ancora, è Mister FortyFive, il Signor Quarantacinque, più comunemente noto come Cocchino, lui e la sua sfacciata tripletta di 15 alle tre prove scritte della maturità. Arrivano la Vane con la sua chioma voluminosa e mora, la Nesina con le sue cosce nude e lunghe. Si ruota il divano per fare più spazio, si stendono teli e tappeti per acciambellarsi a terra. “Profe posso togliermi le scarpe?”
Arriva un po’ più tardi -e bussa con i piedi- la Valdarnese, tra le mani regge una teglia da forno con un dolce alla frutta che in pasticceria ve lo sognate. Si sciacquano bicchieri, si mostra dove stanno le bottiglie, coca, chinotto, tè verde e due-litri-due di latte Mukki bello marmato come piace a noi. Un chilo e ottocento grammi di Nutella occhieggiano dalla vetrinetta. Si lavano e si servono albicocche del Mugello. Per la birra artigianale prodotta e portata da Cece aspetteremo la Gami, che ha promesso di venire per l’aperitivo.

I quattro mandati giolittiani, le leggi fascistissime, la società di massa, il patto Gentiloni, il suffragio universale, il Minculpop che a dirlo ci scappa sempre un sorrisino, don Luigi Sturzo, il delitto Matteotti, l’asse Roma-Berlino, il Patto di Londra, la Pace di Brest-Litovsk.
E ancora: il ciclo dei vinti, il fanciullino, i premi Nobel, i poeti-soldato, le figure femminili verghiane, la zoomorfizzazione dei personaggi umani, l’antropomorfizzazione dei personaggi animali, le figure retoriche, la musicalità del verso, i collegamenti con la tesina, macrotemi e microtemi.

Tra qualche sfondone e parecchie risate, ieri abbiamo fatto il ripassone. Abbarcati in ogni angolo, appoggiati in ogni dove, distesi perfino sul lettone. Insomma a casa mia. Dove per tre anni non li avevo fatti mai venire per il timore di eccedere in confidenza e rimetterci in autorità.
Ma ora che tutto è finito, anche le paure sfumano, come il tempo che ci è stato dato; adesso possiamo fare tutto quello che ci pare.

Perle

30 giugno 2018

Un post al volo, prima di stendermi sul letto e perdere i sensi fino al tramonto.
La maturità (si sa) è (anche) l’occasione per farsi grasse risate grazie alle uscite geniali di studenti poco studiosi ma (va riconosciuto) molto fantasiosi.

“Di quale scrittore sto parlando? Pensaci: convertito al cattolicesimo, autore di poesie religiose quali gli Inni sacri, di opere tragiche quali Adelchi, Il conte di Carmagnola, di odi storico-civili quali Il 5 maggio e Marzo 1821, e infine del Romanzo storico per eccellenza.”
“?!”
“Dai, colui che ci parla di oppressi e di oppressori, di provvida sventura…”
“Ci sono! Verga!”

“Guarda, ti metto davanti il libro con questo testo poetico: fammi sentire come leggi, poi facciamo la parafrasi.”
“Anche un uomo tornava al suo nido:/ l’uccisero: disse: Perdono;/ e restò negli aperti occhi un grido/ portava due BOMBOLE in dono”.
(E io mi sono vista passare davanti il babbo di Pascoli con due bombole di gas sulle spalle, una di qua e una di là).

“In quale impresa commerciale si lancia la famiglia Malavoglia?”
“Sulla loro barca mettono un carico di LUPETTI.”
(E io ho visto prima la Provvidenza piena di cuccioli di lupo a ululare alla luna uuuuuuuhhhh, e poi la solita Provvidenza affollata di giovani boy scout coi calzoncini corti e il foularino al collo mentre gridano: A-ke-la! Del-no-stro-meglio! Nostro meglio, nostro meglio, nostro meglio!”).

Insomma, mi sto divertendo molto.

Commissioni

25 giugno 2018

Per questa maturità sono stata nominata all’altro Liceo Artistico di Firenze, il Leon Battista Alberti.
A me fare gli esami piace da morire. E’ un’occasione preziosa per conoscere nuove scuole, sperimentare nuovi metodi, osservare nuovi studenti e confrontare il modo di lavorare di ciascuno. Alla maturità io imparo sempre un sacco di cose belle. Fatte rarissime eccezioni (una, in 26 anni di lavoro), poi, m’imbatto sempre in commissioni simpatiche con cui intreccio rapporti che si perpetuano anche dopo. Memorabile quella di Grosseto, i cui membri possono ormai dirsi amici conclamati.
Quando il Miur pubblica i nomi dei commissari esterni, si scatena in rete la caccia di notizie.
“Profe! Quelli dell’Alberti chiedono di lei, vogliono sapere com’è!”
“E voi dovete dire che sono stronzissima, acida e cattiva.”
Invece gli hanno detto che sono un pezzo di pane. Leggi “tonta”.

L’ultimo tema

23 giugno 2018

“Professoressa, basta con queste esercitazioni sulle tipologie della prima prova scritta della maturità. Basta analisi del testo, saggi brevi e articoli di giornale. A noi non piacciono, esattamente come a lei. A noi piace il vecchio caro tema, come a lei. Ce ne dà ancora uno?”
“Sì, ci dia l’ultimo tema!”
“E’ vero, l’ultimo, da consegnarle all’ultima lezione!”

A me, in 26 anni d’insegnamento, mai nessuna classe aveva chiesto questo, con questa passione. L’ultimo tema. Nessuno aveva ricopiato la traccia, inventata su due piedi e scritta alla lavagna, con l’acquolina nel cervello all’idea di metterci le mani sopra e iniziare a scriverlo.

Anno 2080: se ormai un ottuagenario e, in una scatola dimenticata da tempo in soffitta, ritrovi per caso una foto scattata in quel lontanissimo anno scolastico 2017/18, quando frequentavi la quinta liceo all’Artistico di Porta Romana. Improvvisamente volti, nomi, situazioni, aneddoti, risate, angosce, emozioni ti ritornano alla memoria con la freschezza un po’ offuscata dal tempo. Intorno ad essi, il quadro sociale di un’epoca definitivamente tramontata. Racconta.

E gli confido che questa traccia s’ispira a un libro edito da Sellerio ormai introvabile perché mai più andato in ristampa, firmato da Marcella Olschki, Terza Liceo 1939, i suoi ricordi da liceale nel ventennio, la memoria amara e struggente della gioventù. E gli racconto che tanti anni fa invece quel libro lo davo da leggere alle classi che amavo di più e che stavo per lasciare. E poi chiedevo loro di fare un tema analogo. E venivano fuori dei piccoli capolavori.

E loro lo scrivono, e poi chiedono di leggerlo in classe davanti a tutti nella nostra ultima lezione, ultima capisci?, vuol dire che non ce ne saranno altre, che sono finite per sempre, che non ci rivedremo più, almeno in queste aule, tra questi banchi, che il nostro tempo è terminato, questi tre anni che sembrano iniziati ieri sono già sfumati e da domani saremo altro, saremo “ex”, ex alunni, ex professoressa, e magari ci vedremo fuori o verranno a trovarmi a casa, ma questa quotidianità perfetta, mai intaccata da una lite, mai inquinata da uno scontro, sempre perfetta e gioiosa, è finita.
Ed è chiaro che ci mettiamo a piangere. Tutti quanti. Come bimbi.

Basta rosso!

1 giugno 2018

A volte le scuole decidono di unirsi e danno vita a qualcosa che dirompe. S’intitola “Basta rosso” l’evento poliartistico nato da un’idea del Dirigente scolastico Ludovico Arte e messo in piedi da quattro istituti superiori fiorentini (il Liceo Artistico di Porta Romana e Sesto Fiorentino, il Liceo Scientifico Gramsci, L’Isis Leonardo da Vinci e l’Itt Marco Polo) e dedicato a un unico tema, quello dell’amore malato, del senso del possesso, della gelosia morbosa, distorsioni deviate del sentimento più bello, che purtroppo quasi quotidianamente portano alla solita parola: femminicidio. Quante volte la cronaca può graziarci da notizie di questo tipo? Poche. Pochissime. E allora il titolo di questa performance a tante mani suona come un urlo stanco, basta rosso, troppo sangue è stato versato, basta rosso, non ne possiamo più, basta rosso, qualcosa deve cambiare.
“Ma soprattutto –ci spiega Silvia Palmerani, docente di Laboratorio e Costume dell’indirizzo Moda del Liceo Artistico di Porta Romana – questa volta vogliamo guardare, analizzare e denunciare il terribile fenomeno del femminicidio non con gli occhi del cittadino, ma con gli occhi dell’artista”. Ed ecco la scelta: Artemisia Gentileschi, la pittrice secentesca violentata dallo stesso uomo che suo padre le aveva messo accanto perché le insegnasse a dipingere, la donna che affrontò un processo durante il quale dovette combattere (e farsi umiliare) per riuscire a dimostrare che proprio di violenza si era trattato.
“Artemisia, nella sua tragedia, fu fortunata –dice Chiara Ceruti, studentessa della 4C Moda dell’Artistico, la classe che va interamente in scena per questa occasione- poté curarsi con l’arte, poté usare i colori (prima tanto, tantissimo rosso, poi man mano che guariva affiancandolo anche ad altre scelte cromatiche) per dare voce all’orrore subìto, e grazie a questo processo riuscì a salvarsi dalla disperazione.”
C’è un lavoro immenso dietro questa performance, un lavoro che ha riunito i talenti di tutti gli indirizzi della scuola, da Pittura che ha curato la realizzazione delle tele, alle Arti Grafiche che hanno realizzato il volantino, dall’Oreficeria che ha fatto il pugnale, all’Arredamento che ha creato gli oggetti di scena, dalla Grafica Pubblicitaria che ha prodotto il manifesto, alla Moda che ha pensato agli abiti, agli accessori e alla scenografia, il dipartimento di Scultura che ha realizzato la testa di Oloferne, per finire con il Multimediale Audiovisivo che curerà la proiezione di un video nell’Aula Magna del Liceo. E molti docenti hanno dato la loro massima disponibilità affinché ogni materia potesse contribuire, le professoresse Giuseppina Gruppillo (Moda), Anna Maria Pedace (Lettere), Claudia Urbanelli (Storia dell’Arte), Francesca Sandroni (Laboratorio Multimediale), addirittura un docente in pensione dall’anno scorso che però, a titolo del tutto gratuito, è rientrato in classe per curare la sceneggiatura del testo, Maurizio Novigno (Lettere).
“Abbiamo lavorato al progetto da dicembre a giugno –aggiunge Silvia Palmerani- dividendoci in gruppi e dando vita a ben quattro Artemisie, che rivelassero le molte sfaccettature psicologiche di una personalità femminile tanto intensa. Adesso con le ragazze e l’unico ragazzo della classe (Zoe Ballerini, Lorena Calusi, Chiara Ceruti, Ichchha Chenet, Margherita Chiarini, Virginia Fabeni, Ilaria Federico, Francesca Filippini, Martina Ferruzza, Alessia Gargaro, Tecla Merciai, Michela Pandolfi, Martina Paradisi, Alessia Romoli, Marta Romano, Brayan Soriben, Carlotta Vetralla e Qian Yu) non vediamo l’ora di andare in scena e di condividere questo messaggio con le altre tre scuole coinvolte.”
L’Isis Leonardo da Vinci proporrà “T’amo da morire, tuo Otello”, con la collaborazione dei docenti Laura Croce e Maria Teresa Garro; il Liceo Scientifico Gramsci porterà un lavoro di improvvisazione teatrale dal titolo “La sQuola… una sfida” a cura di Erika Cardeti; l’Itt Marco Polo presenterà due lavori (“Perché io ho il petto bianco, docile, inoffensivo, dev’essere che tante frecce che vanno nell’aria vagando prendono la sua direzione e lì si piantano” e “Tragedia (in)utile_dimostrazione di lavoro”, ideazione e cura di Antonio Perrone, collaborazione di Serena Politi).
E allora, l’appuntamento è negli incantevoli locali dell’Artistico di Porta Romana, situati nel Parco della Pace confinante col Giardino di Boboli, lunedì pomeriggio dalle ore 18 in poi, con una reiterazione degli spettacoli nei vari luoghi della scuola.

(cronaca fiorentina del Corriere della Sera)

Arriva a braccetto con Francesca, l’assistente che ogni giorno lo segue nelle questioni pratiche e organizzative. Varca il portone di quello che docenti e studenti chiamano “l’ottagono”, l’atrio d’ingresso dominato dall’immenso Dioscuro. E anche se ormai la vista lo ha quasi del tutto abbandonato, si guarda intorno immerso nei ricordi.
Sergio Staino, il noto fumettista, vignettista e regista, ha un appuntamento coi ragazzi delle classi quinte dell’indirizzo Arti Grafiche del Liceo Artistico di Porta Romana, scuola in cui egli stesso studiò molti anni fa e che oggi accoglie una sua mostra.
Con passo lento e concentrato prende posto al grande tavolo dell’Aula Magna, ma gli si mette di lato. Seduta al pc sul lato opposto, Francesca fa partire un video. Ed ecco, in mezzo a un pugno di colori vividi, i tratti di un omone con il naso tondo e grosso a cui siamo abituati da anni, Bobo. Accanto a lui un bimbo con i riccioli rossi. In sottofondo le prime note di una musica ben nota a chi è cresciuto in compagnia dei cantautori: Francesco Guccini, Il vecchio e il bambino.
“Mi piace cominciare così questo incontro –ha esordito il maestro- per la simpatia che provo per il fumetto come per la musica d’autore, arti parimenti vituperate e per molto tempo considerate di serie B”.
A giudicare dal silenzio attento con cui lo ascoltano parlare, anche ai ragazzi presenti piace questo inizio. Staino parla sottovoce, come se quello che dice fosse una serie di confidenze riservate. E infatti lo sono. Comincia da lontano, dall’inizio, dall’8 giugno 1940, giorno della sua nascita a Piancastagnaio, da una mamma fiorentina e da un babbo che dal Sud era venuto in Toscana a fare il carabiniere. Due giorni appena, e l’Italia entra in guerra: il babbo parte soldato, la mamma resta sola a prendersi cura del neonato. Sarà l’inizio di un legame speciale, forte e imperituro, una fase indimenticabile nella mente di un bambino destinato a fare del disegno una professione. E’ proprio quella mamma a mettergli in mano, dai tre anni in poi, l’occorrente per ridisegnare le tavole dei libri illustrati. Forse, più che una predisposizione naturale da andare a ricercare nei geni del dna, è stata questa nuova genesi materna a produrre il talento, come se il disegno fosse un secondo ventre di donna in cui poter rientrare alla bisogna, nei momenti di smarrimento, di debolezza, di paura, disegnare per guarire, per vivere meglio, o per sopravvivere.
“Ho sempre disegnato dappertutto, anche usando materiale non adatto, il disegno è stata la mia droga, la sicurezza, la dolcezza, ho sempre pensato a quale miracolo sia portare su un piano qualcosa che nella realtà è tridimensionale e si muove. Pensateci.”
Ci pensano, gli studenti dell’Artistico; ci pensano mentre contemplano quell’uomo che ha bisogno di essere guidato per spostarsi, ma non per affabulare con grazia, ironia e leggerezza di quando, alle scuole elementari, viene subito individuato come una sorta di enfant prodige e portato per mano e per bocca da una giovane maestra incantata dal dono a colori di quel piccolo alunno. “Era innamoratissima dei miei disegni. A 9 anni mi portò agli Uffizi e io per la prima volta restai imbambolato davanti a tutti quei cavalli dipinti dai grandi maestri.”
Il sogno finisce alle medie. Bocciato in disegno. “Eppure gli amici non facevano che chiedermi: Sergio, facci una donna nuda!, e io li accontentavo, certo, lasciavo dei segni confusi tra le cosce, non avevo le idee molto chiare, ma poi approdai all’Istituto d’Arte.” E’ il 1952 quando Staino prende a frequentare quello che oggi si chiama Liceo Artistico, ma inizialmente lo fa in modo parziale: la mattina lavora in una fabbrica di ceramica, il pomeriggio viene a scuola per tre ore di “cultura generale” previste da un corso di apprendistato. Finché qualche docente gli suggerisce di iscriversi regolarmente ai corsi mattutini e prendere il diploma vero.
“L’Istituto d’Arte era allora una scuola molto trasgressiva di studenti borderline e straripava di creatività. Ricordo discussioni di ore sull’arte figurativa, sull’arte astratta. E rammento anche qualche nome tra i professori più carismatici, Nencioni che insegnava Ornato, Gatti che faceva materie letterarie. C’erano solo due sezioni, la A e la B. Non come oggi, che arrivate alla M.”
Preso il diploma, Staino si iscrive alla facoltà di Architettura e consegue la laurea. “Sì, sono diventato architetto, poi ho fatto molta attività politica, ho fatto il marxista-leninista, smettendo per fortuna prima di diventare terrorista” precisa con un sorriso sornione sotto i baffi.
In una fase esistenziale nera, la mano del disegno lo riafferra nuovamente per salvarlo dalle acque torbide in cui si sentiva annegare. “Era un periodo di merda, ma i sindacalisti mi invidiavano la capacità di disegnare e mi spingevano a farlo con più serietà. Il 10 ottobre del 79 mi dissi: provo a fare una striscia e provo a mandarla all’Eco di Scandicci. Chi prendo come soggetto? Un cane? Un pappagallo? Un papero? Gli animali erano già tutti presi. Alla fine feci un me stesso ingrandito, cogli occhiali, il nasone: Bobo. I primi critici a cui sottoposi quei disegni furono gli amici: se gli amici ridono, il lavoro funziona. Allora, in un delirio di onnipotenza, mi dissi: perché inviare Bobo solo all’Eco di Scandicci? Lo mandai a Linus.”
Esilarante è il racconto dell’attesa di una risposta, il tentativo di fingersi tranquillo quando Oreste Del Buono lo contattò al telefono, o quando al primo colloquio con Del Buono e Guido Crepax gli fu chiesto se la conformazione conferita alle strisce era intoccabile e Staino confermò che, sì, non andava toccata, mentre pur di uscire su Linus quelle strisce le avrebbe fatte anche rotonde.
Staino è un torrente di parole lente che ti s’incollano addosso, è una fonte di aneddoti curiosi e spiritosi che rincuorano i ragazzi e li aiutano a sperare che, chissà, anche per loro forse la vita ha in serbo una serie di casi fortuiti e miracolosi come i suoi. “Oggi le cose per il fumetto vanno un po’ meglio: Art Spiegelmann con Maus ha vinto il Pulitzer. E vanno meglio anche per la canzone d’autore: Bob Dylan ha vinto il Nobel anche se non l’ha ritirato. Una nuova moda lessicale chiama il fumetto graphic-novel. Ricordatevi sempre che una cosa funziona nel fumetto: la perfetta corrispondenza tra la parte grafica e lo spirito del testo. Siate sinceri e riuscirete ad arrivare al cuore di chi legge. Il disegno mi ha salvato, sempre, da piccolo e da grande.”
Già. Lo ha salvato anche dalla malattia, un morbo che ha il nome e le peculiarità di uno scherzo del destino: degenerazione della retina, dopo anni di altissima miopia. Oggi Sergio Staino ci vede pochissimo. Ma (come dice lui stesso) va “in tasca alla sfiga” continuando a disegnare, facendolo a memoria, ricercando nei meandri della mente i dettagli prima dati per scontati. E chiedendo aiuto alla tecnologia.

(destinazione editoriale: Corriere della Sera)

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“Ragazzi! Stanotte vi ho sognati! Era la sera che precedeva la prima prova di maturità e io vi scrivevo un messaggino-fiume sul nostro gruppo whatsapp. In un elenco puntato vi ricordavo tutte le strategie per redigere un buon testo, il valore dell’incipit, la personalizzazione dell’argomento, il recupero mnemonico di tutte le vostre esperienze culturali da inserirvi per arricchirlo e non renderlo banale, la rilettura al contrario per notare anche gli errori di distrazione. E poi, dopo tutti questi consigli, vi inviavo la mia energia amorosa, scrivendovi che vi ero vicina con il cuore e speravo il meglio per ciascuno di voi.”
“Oioi che ansia. Comunque professoressa lei non è tanto normale.”
“Questo è niente, se consideriamo che alla prima prova scritta di ogni maturità mi viene la diarrea anche se non ho studenti sotto esame.”
“Sarà bello pensarla impegnata in questo senso la mattina dello scritto.”

Ciak, si gira

20 maggio 2018

Era un concorso lanciato dal TgSky24. Chiedeva di girare un servizio per il telegiornale su un argomento a scelta personale. Avevamo aderito da mesi, ma poi tra una cosa e l’altra siamo arrivati all’ultimo giorno utile senza aver partorito nemmeno un’idea.
“Perché non lo facciamo sulle gite scolastiche? Pareri favorevoli e contrari, esperti a confronto, interviste agli studenti, e un collegamento dalla città più gettonata negli ultimi anni per i viaggi d’istruzione, Berlino, naturalmente.”
Una genialata.
In tre balletti abbiamo scritto il testo. Poi ci siamo intrufolati nelle stanze della Preside e vi abbiamo allestito lo studio di un tg. Individuati il giornalista, il tecnico del suono, la ragazza del gobbo con il testo scritto grosso, quella coi pannelli per attutire il rimbombo della stanza, la mano per il ciak.
In un’altra sala, un Cocchino vestito da avvocato Severino Allarmismi (specialista in cause legali post-gitam) e un’Attrice nei panni della dottoressa Serena De Fiduciis (psicopedagogista dell’età adolescenziale) battibeccavano sulla pericolosità o sull’opportunità di accompagnare gli studenti in gita.
Nel parco del liceo un simulato collegamento dal Tierpark di Berlino, con tante domande per altrettanti studenti.
Sistemato, corretto, montato, confezionato e spedito.
Sta’ a vedere si vince.

Scegli l’esperienza!

19 maggio 2018

Sgranate gli occhi e mettete a fuoco gli autobus dell’Ataf che attraverseranno la città da mercoledì in poi: potreste vedere l’immagine di una Lettera 22 dell’Olivetti, di un mangiadischi vintage, oppure del volto spavaldo di una ragazza che fa il palloncino con una Big Babol. Accanto a queste immagini, una scritta gigante dirà: “scegli l’esperienza”. E’ la campagna pubblicitaria che il Liceo Artistico di Porta Romana sta per lanciare a tappeto per il proprio Corso di Perfezionamento.
Perché un’operazione del genere, studiata nei dettagli di foto, logo e manifesti? Lo chiediamo ai tre docenti che l’hanno realizzata, Francesca Sandroni, Antonio Moscato e Francesca Sestini.
“Il Liceo Artistico di Porta Romana –ci dicono- è l’unico Liceo Artistico in Italia, insieme quello di Urbino, che propone al suo interno il Corso biennale di Perfezionamento post diploma, in vari indirizzi. Questo tipo di corso statale, a differenza di altre tipologie simili di scuole private, trova il suo punto di forza nei laboratori artigianali, dove ancora oggi si praticano le metodologie artigianali e si usano gli strumenti della tradizione uniti alla sperimentazione e all’innovazione tecnologica. Questa importante unicità ha reso indispensabile evidenziare attraverso una campagna pubblicitaria l’identità stessa del corso”.
In questo lancio innovativo, che sfrutta la creatività di tre docenti, è nuova anche la denominazione: MAD (Mestieri, Arti Applicate, Digitale). Nel logo MAD, la D è riflessa, gioca con la sua forma e, grazie al punto, ricorda uno “smile” che fa l’occhiolino.
La grande scritta contenente l’esortazione volitiva “scegli l’esperienza” è inserita all’interno di una grafica sintetica e pulita su 12 manifesti, dove emergono 12 fotografie diverse a rotazione di oggetti vintage, che raccontano appunto una storia, un’esperienza, un mestiere. L’unica immagine che fa eccezione è quella che ritrae il volto di Adele Poccianti, studentessa di terza presso il liceo stesso, che ironicamente si è prestata a rappresentare un’esperienza che, per ovvie ragioni anagrafiche, ancora non ha.
Saranno 50 gli autobus che porteranno in giro i manifesti e lo faranno dal 23 maggio per due settimane.

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(destinazione: cronaca fiorentina del “Corriere della Sera”)