L’imbucata

29 novembre 2018

Sono ventisei anni che insegno. E ventisei anni che, ogni novembre (o dicembre) e ogni aprile (o maggio), aspetto i genitori dei miei alunni per quello che va sotto il nome di “ricevimento plenario”: una giornata di ordinaria follia nel corso della quale la scuola viene presa d’assalto da orde di adulti che, prima schiacciandosi contro il portone d’ingresso come tafani ai vetri e poi correndo a perdifiato lungo i corridoi per accaparrarsi i posti migliori, va a consulto dai docenti. È vero, negli ultimi tempi questo rituale è reso meno scandaloso e più ordinato dal registro elettronico, tramite il quale è ormai possibile effettuare una prenotazione online da casa e presentarsi così al cospetto dei professori (almeno) non sudati e ansimanti. Resta comunque una giornata epica su cui si potrebbe scrivere un trattato antropologico e di cui, non avendo generato una progenie propria, ho sempre visto lo scenario dall’interno dell’aula assegnatami. Ma cosa accade all’esterno?
“Devi assolutamente intrufolarti in una scuola che non sia quella in cui lavori e fingerti mamma –mi ha detto un’amica, insegnante come me ma che, a differenza di me, ha una figlia liceale- Udirai cose che la nostra mente non arriva a immaginare”. Figurarsi se me lo sono fatta dire due volte: l’altra sera, sobriamente elegante in cappottino nero, ho scelto un liceo fiorentino in cui si svolgeva il ricevimento plenario e mi sono imbucata.
“La mia/ il mio” e “la tua/ il tuo” sono le prime espressioni su cui vorrei richiamare l’attenzione. Con queste abbreviazioni si indicano infatti gli studenti stessi. “Come va la tua?” dice una mamma a un’altra, entrambe in coda davanti all’aula del docente di Lettere. “Insomma. Mica tanto bene. La mia ha cinque a Italiano e Storia. Il tuo?”. “Anche il mio.”
“Quella di” e “quello di “ sono i modi con cui indicano i docenti, probabilmente per far prima. “Quella di Italiano”, “quello di Matematica”: è più rapido che non “la professoressa di Italiano”, “il professore di Matematica”. Ma andiamo oltre, non ci fermeremo certo alle formalità.
Il passo immediatamente successivo riguarda l’attribuzione delle colpe.
“Ma scusa eh, ti pare giusto che gli diano tutte quelle pagine da studiare? Trenta pagine di Storia! E poi il mio me l’ha detto: coi voti l’è di manica strettissima. Non è mica giusto.” “La mia –dice un’altra- l’è andata volontaria, la sapeva, vedrai, gliel’avevo risentita io! Eppure gli ha messo l’insufficienza. L’è tornata a casa tutta incocciata, ma io gliel’ho detto: te tu la sapevi, te l’ho risentita io!”
Ma non sono neanche i voti, l’unica questione posta in analisi.
“Hai visto che libro la gli ha dato da leggere? Non mi pare mica adatto a quell’età.” “Infatti. Per questi ragazzi d’oggi ci vuole roba differente, più leggera, meno impegnativa. Già non leggono: se poi gli date quei mattoni! Il mio non va avanti né bene né male.” “Nemmen la mia. Ora quando entro glielo dico.”
Si passa poi al metodo didattico: “quello di Chimica va troppo veloce”, “quella di Filosofia approfondisce poco”, “con quello di Fisica non ci si capisce nulla”, “quella di Storia dell’Arte la fa troppo bozzolosa: non c’è mica solo la sua materia!”.
Ultimo aspetto psicanalizzato, le peculiarità caratteriali.
“Un musone”, “troppo ridanciana”, “antepatico”, “sempre sulle sue”, “inteccherita”, “una chiacchierona”, “troppo buona”, “va a simpatie”.
O signori genitori. Ma non vi va mai bene nulla, o sbaglio? Da cosa nasce tutta codesta convinzione di essere nel giusto, quando ragionate di scuola? Lasciate che vi dica poche cose. “Risentire” una materia non è uguale a “interrogare” su quella materia. “Libertà didattica” è un sacrosanto diritto di ogni docente, riconosciuto (e menomale!) anche dal Miur e dai dirigenti scolastici. “Manica stretta” o “manica larga” sono pareri squisitamente soggettivi: ognuno indossa la manica che vuole. Ma se di tutto questo avete da ridire, lasciateci almeno tenere il carattere che abbiamo, come voi e i vostri figli avete quello che vi siete ritrovati.
Accettiamoci. Accogliamoci. Fidiamoci.
Solo così potremo ancora avere qualcosa di utile da dirci.

(per Il Corriere della Sera)

Erano le 3:33. Chiaro che dormivo. Abbracciata stretta al mio hot dog (cane caldo), sprofondavo di minuto in minuto tra sogni fantastici che mi portavano avanti e indietro nel tempo. Ma ecco il bip bip del cellulare, lasciato inavvertitamente sonoro.

IL DAVANZALE
(è solo questione di dove ti appoggi)

Sempre qui mi ritrovo,
quando la mente si oscura,
resto senza riposo,
rimirando queste mura.
Sul davanzale poggio i miei pesi,
mentre spolvero la mente,
veggendo con occhi sorpresi,
quello che è il mio ambiente.
Appar solito ma sempre muta,
come un fiume scorrendo alla foce,
a volte vi ammiro la notte muta,
a volte vi colgo un filo di luce.
Quando è scuro e tutto tace,
e al di fuori è freddo e gelo,
al mio interno vi è una brace,
perché è all’equilibrio che io anelo.
Il pensier fiorisce infine,
il dubbio è sconfitto anch’oggi,
al mio dilemma pongo fine,
è solo quistion d’appoggi.

L’autore di questi versi è un mio studente nuovo, preso a settembre con una nuova classe. Ha lasciato la scuola che frequentava fino all’anno scorso per iscriversi all’Artistico. Sente di avere dentro sé un disegnatore, ma anche un poeta che gli parla in continuazione. A tutte le ore. Anche di notte. E la notte scorsa ha deciso di raccontare anche a me cosa gli diceva. Alle 3:33. Mentre dormivo abbracciata stretta al mio cane caldo.

Un regalo così bello nemmeno a Natale.

Il coraggio

22 novembre 2018

Spesso, come compito a casa, assegno poesie da imparare a memoria. E già vi vedo alzare il sopracciglio della perplessità. Lo so, vi pare un metodo vetusto, superato e fondamentalmente inutile. A che serve sottoporre gli alunni a una costrizione tale, quando in un oggetto grande come la tasca di un jeans –lo smartphone- essi si portano in giro il mondo e possono attingere a qualsiasi informazione, compresi i testi integrali di (quasi) tutte le poesie che sono state scritte dall’umanità? Non solo. Dal punto di vista didattico, che valore può avere la ripetizione mnemonica (altrimenti detta a pappagallo) di un testo in versi di cui –semmai- sarebbe più importante interpretare il senso? Serve moltissimo e ha un grande valore, per molteplici motivi: un giorno (e quanti è già accaduto?) la tecnologia ci abbandona all’improvviso e noi restiamo lì come babbei con il cellulare pieno (ma spento) e la testa accesa (ma vuota). La memoria è un muscolo e, proprio come quelli della tartaruga addominale, va allenato. Padroneggiare a memoria un testo poetico, poi, non esclude affatto decodificarne il significato, anzi, quel rimescolìo mentale di parole assimilate in modo meccanico ci aiuta a rimuginare intorno al loro suono, al loro sapore, e dunque alla loro migliore traduzione: aprìcaìnclitorispuòsemidiceròlti… che meraviglioso sound, che misterioso senso. E poi piano a dire a pappagallo: le poesie vanno sapute interpretare e per farlo, direbbe De André, “ci vuole tanto, troppo coraggio”. Ma eccoci al punto. Il coraggio.
A guardarli sui profili social, i nostri ragazzi sembrano tanti leoni e altrettante leonesse: pubblicano immagini di sé che gridano autostima a mille, sicurezza da vendere, nessun timore, voglia immensa di divorare il mondo. Le ragazze specialmente sono donne fatte: puntano le telecamere dei cellulari sugli specchi delle loro camerette (peggio ancora, dei bagni di casa, con tanto di carta igienica, spugne da doccia e asciugamani su improbabili sfondi) e s’immortalano in pose plastiche, sensuali, vagamente erotiche; arricciano il labbrino, corrucciano la fronte, attivano la app che le rende talmente levigate da sembrare plastificate, confezionano il prodotto finale e postano pancini piatti e nudi, scolli acerbi e generosi, a volte in gruppo con le amiche, altre volte solitarie, come attrici prive di un regista, ma tutte con il solito copione da femmina fatale. Poi entri in classe e te le ritrovi sedute al banco. Accanto a loro, i compagni di sesso maschile, un po’ più goffi, meno esposti, ancora bambinoni, si fanno gli scherzi da quinta elementare, si allungano qualche pacchina bonacciona tra capo e collo.
E tu ricordi loro che quel giorno, proprio quello, c’è la poesia da ripetere a memoria. Alla cattedra. In piedi sopra la tua sedia, che metti lì, a disposizione. Su, coraggio, che ci vuole? E loro sbiancano.
A qualcuno la voce improvvisamente s’incrina e se ne va. A qualcuno batte talmente forte il cuore che ti tocca rimandarlo a posto per evitare l’attacco cardiaco e l’ambulanza. Qualcuno prima batte i denti e dopo piange. Qualcuno chiede il permesso eccezionale di non salire sulla sedia millantando vertigini impreviste. Qualcuno non respira e si fa blu. Tutti hanno qualcosa da chiedere, da controproporre: rimandiamo alla prossima volta? Possiamo ripetere dal banco? Posso dirla verso il muro dando le spalle ai compagni? Posso dirla solo a lei nel corridoio?
Chi, al contrario, riesce nell’impresa, diventa l’eroe di una mattina e riceve applausi calorosi, oltre che un voto magnifico sul registro elettronico.
Io li guardo, e mi fanno una tenerezza infinita. Perché il mondo, con strumenti subdoli, li spinge verso una sicurezza fallace e prematura, ma loro sono ancora fragili e irrisolti: temono più Foscolo dei followers, si fidano meno di Dante che del mondo. Il quale, invece, da pesce vorace qual è, non aspetta altro che mangiarseli. A meno che non imparino tante, tantissime poesie a memoria con cui mangiarsi lui!

(per Il Corriere della Sera, pagine fiorentine)

Sesso online

3 novembre 2018

I due agghiaccianti episodi che nei giorni hanno fatto emergere i video -passati di telefonino in telefonino- in cui dei bambini erano intenti a praticare sesso completo, mi hanno fatto tornare molto indietro con la memoria.
Il mio approccio (teorico) alla sessualità iniziò a 7 anni. Avevo da poco imparato a leggere e il babbo e la mamma mi regalarono un librino che conservo ancora gelosamente, Come nascono i bambini, copertina rigida celeste e l’immagine di una famiglia che sembrava ritagliata da un cartoncino color carne. Dedicammo diverse serate alla lettura condivisa di quel libro, che partiva dai fiori e dalle api, passava poi al gallo e alla gallina, virava verso il cane e la cagnolina, per approdare infine all’uomo e alla donna. Il lessico era preciso, tecnico, asciutto, assolutamente privo di fronzoli e nomignoli, e il mio vocabolario assimilò con naturalezza quei lemmi scientifici con cui, anni e anni dopo, si sarebbe espressa la mia prima ginecologa. Ogni mio dubbio trovò l’amorosa e delicata risposta del mio babbo e della mia mamma e io giunsi serena anche al giorno dello sviluppo femminile, che sfortunatamente avvenne durante una lezione a scuola ma che affrontai con una consapevolezza tale da stupire perfino la maestra. Poi crebbi. E, quando divenni adolescente, mi tolsi i dubbi residui documentandomi tra le pagine di Duepiù, la rivista di educazione sessuale che furoreggiava ai tempi. Il sesso ai miei occhi non è mai stato sporco, peccaminoso, né volgare, perché dietro c’era questa storia di amore, presenza e informazione.
Con sgomento mi domando cosa possa essere il sesso per i bambini e per i ragazzi di oggi, a cui può capitare (e purtroppo capita più spesso di quanto non crediamo) di trovarsi davanti, riprodotto dal proprio cellulare, un video sconcio e vomitevole che ha per protagonisti dei coetanei. Mi chiedo quale idea possano farsi della sessualità i nostri adolescenti che sistematicamente, sui gruppi whatsapp di cui fanno parte, si vedono notificare foto di atti intimi scattate e diffuse in tempo reale dai protagonisti, talora all’insaputa di uno dei soggetti coinvolti. E m’interrogo su quali possano essere, a lungo andare, gli effetti di questa sovraesposizione mediatica attuata o subìta di continuo dai nostri ragazzi, che proprio per questo sembrano diventare sempre più impermeabili, indifferenti, cinici e freddi davanti all’orrore.
L’ho chiesto ai miei studenti: cosa si prova a essere involontari spettatori dell’osceno, come si può arginare questo mostruoso rituale, come si fa a gestire un fenomeno sempre meno sotterraneo e sempre più sfacciato e inverecondo. E loro (come me) non hanno avuto dubbi nel suggerire la soluzione che, come in un cerchio perfetto, riporta tutto là da dove è partita questa storia: i genitori. Si tratta di attenzione, di cura, di presenza. E, perché no, anche di controllo.

(domani sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

La tecnologia è una droga

23 ottobre 2018

Voglio raccontarvi una storia. Non importa dove è accaduta, né quando. Vi basti sapere che è una storia vera e che non mi sto inventando niente. E che la racconto non per mero gusto cronachistico, ma per il carico di questioni educative che si porta dietro.
Siamo in una scuola superiore. Una docente con un’ora libera a disposizione viene mandata a fare supplenza in una classe non sua, una classe prima, frequentata quindi da quattordicenni. La docente entra in aula. Non fa caso al fatto che sulla lavagna campeggia una scritta inneggiante alle droghe. Si siede alla cattedra per compilare il registro elettronico. La lavagna le rimane alle spalle, come la cornice di un quadro di cui lei è il soggetto prescelto. Un’alunna di quella classe le propone di sfruttare l’ora di supplenza per aprire e moderare una discussione sulle droghe, argomento che (ella sostiene) tocca molto da vicino i giovani. La docente ci pensa un attimo, poi accetta: d’altronde anche lei pensa che si tratti di un tema prossimo ai ragazzi e alle ragazze che hanno l’età di quelli che ha di fronte. Quello che la docente non sa è che l’immagine di se stessa, incorniciata davanti a quella lavagna come se quello fosse il titolo della sua lezione, viene immortalata in uno scatto fotografico e prontamente data in pasto al popolo della Rete su Instagram. Non solo. Anche un filmatino con certe sue dichiarazioni montate ad arte fa la stessa fine. E viene pubblicato. Ma si sa: la Fama oggi ha ali ancor più late che nei tempi antichi e, subito, foto e filmato girano di mano in mano, di occhio in occhio, di smartphone in smartphone, e arrivano dove non sarebbero dovute arrivare Scoppia il caso. Viene convocato un Consiglio di Classe straordinario al cospetto del Dirigente Scolastico e di tutti i docenti di quella classe. Messa davanti alle proprie responsabilità, la ragazzina dichiara di non averlo fatto apposta, di non aver avuto l’intenzione di creare un disagio alla supplente, di non aver avuto minimamente idea di quello che avrebbe scatenato con quel gesto. Dice che alle scuole medie il cellulare non era neanche ammesso.
Ed eccoci alle questioni educative cui si accennava sopra (e su cui si sono lungamente interrogati anche i docenti di quel Consiglio di Classe), una collana di domande da snocciolare tipo rosario, da conteggiare tipo pallottoliere. La prima: bisogna credere alla ragazzina e alla sua maldestra buonafede? La seconda: una volta messa la ragazzina davanti alla realtà, come bisogna agire nei suoi confronti? È consigliabile fermarsi a un confronto orale e subito dopo perdonarla, nella speranza che non commetta più un atto così incauto, scorretto e superficiale? La terza: a sua parziale discolpa può pesare il fatto che alle scuole medie l’uso del cellulare sia stato solo vietato e non veicolato da un’educazione all’uso giusto?
Il mio parere? Mi rifiuto di passare da credulona e sono convinta che, di questi tempi, nessun adolescente possa dirsi ignaro di quello che combina quando tiene quegli aggeggi tra le mani. È impensabile che la scuola debba accollarsi (anche) il compito di insegnare a usare i social. Esistono le famiglie per questo: se ne parli a casa, a tavola, tutti insieme, all’ora dei pasti, davanti a una bella pastasciutta calda. Soprassedere su un episodio oggettivamente molto grave vanifica la speranza di un miglioramento comportamentale da parte dell’autrice di quel gesto e di tutti i suoi compagni che vi hanno assistito (imbelli o complici che fossero), concede una tacita autorizzazione a minimizzare la gravità di quanto si è compiuto e impedisce l’assunzione del senso di responsabilità. E dunque, non resta che la decisione di un provvedimento disciplinare severo ed esemplare, che resti ben impresso nella mente a lei e a chi, come lei, a quattordici anni non ha ancora chiari i concetti di rispetto dei ruoli e responsabilità. Questo è il compito della scuola. Quello della famiglia è appoggiare la decisione dei docenti (senza correre a fare gli avvocati degli alunni) e remare nella loro stessa direzione educando i figli al sentimento sociale. Ma questo è solo il mio parere.

(domani sull’inserto fiorentino del “Corriere della Sera”)

Fake news: chi le diffonde, come e perché. E ancora: sono davvero in grado di orientare il pensiero comune? E di diventare una potente arma nelle schermaglie fra Stati? Se n’è parlato ieri mattina al Cinema Odeon in un incontro riservato agli studenti delle scuole superiori e organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera, che ha individuato in quattro giornalisti (Martina Pennisi, Marilisa Palumbo, Luigi Ripamonti e -ospite di punta- Enrico Mentana) gli interlocutori adatti a confrontarsi con una platea di adolescenti.
Articolato in due momenti (una prima parte, in cui i relatori hanno esposto il tema sotto diversi punti di vista con l’ausilio di immagini e filmati, e una seconda parte dedicata al dibattito e al confronto con gli studenti), l’incontro è stato una di quelle piacevoli esperienze che non sempre possiamo dare per scontate quando accompagniamo fuori classe i nostri alunni: a volte chi li aspetta purtroppo non è in grado di porsi sulla lunghezza d’onda indispensabile quando si vuole parlare a persone di quella età. Troppo pesanti, troppo lenti, troppo noiosi, troppo distanti. E gli incontri si rivelano un pacco. Ma ieri non è stato così. Ieri, direbbe Rovazzi, è stato tutto molto interessante, fin dalle prime battute, quando Martina Pennisi ha spiegato origine e natura delle fake news, Luigi Ripamonti si è soffermato sul concetto di metodo scientifico, e Marilisa Palumbo ha insistito sul fallimento della visione utopistica che avevamo dell’informazione online. Io i ragazzi li guardavo. E vedevo che, benché le poltrone dell’Odeon spingano a un avvolgente sonnellino, seguivano vigili e coinvolti. Tuttavia è stato con l’arrivo di Enrico Mentana che la mattinata è veramente decollata. Il volto più noto de La7 è arrivato in ritardo (per colpa del treno), ma non tardi, e ha fatto in tempo ad acciuffarli tutti, quei ragazzi sprofondati nelle sedute di velluto ocra, e a scuoterli ben bene dicendo loro ciò che non si dice loro mai abbastanza: che non ci si abbevera alla prima fonte che si trova, che è indispensabile lottare contro questo sistema che li inchioda a casa con i genitori, che l’Italia non è un Paese per giovani visto che le riunioni della Confindustria sembrano la piscina di Cocoon, che le leopardiane “magnifiche sorti e progressive” sfortunatamente non sono magnifiche e nemmeno progressive, che andando avanti di questo passo, se proprio i giovani non faranno niente (come niente hanno fatto i loro padri), la più grande fake news diventerà l’articolo 1 della nostra Costituzione, che definisce l’Italia una Repubblica “fondata sul lavoro”.
“Ho la voce tremante e il cuore a mille –ha detto Gessica Valenti, 18 anni, studentessa dell’Artistico di Porta Romana- ma vorrei ringraziarvi davvero per aver organizzato per noi questa mattinata. Sì, è vero, il futuro è nelle nostre mani. Ma forse noi non siamo pronti, forse non siamo la generazione giusta, forse è presto. O forse ai miei coetanei non gliene importa abbastanza.” Amara (ma veritiera) conclusione di un incontro da cui nessuno è uscito uguale a com’era entrato.

(domani sull’inserto fiorentino del “Corriere della Sera”)

Nella Gipsoteca dell’Artistico di Porta Romana è stata inaugurata ieri mattina la mostra dedicata a Sergio Toppi, celebre fumettista e illustratore italiano. Nato a Milano nel 1932 e lì deceduto nel 2012, Toppi ha esordito negli anni Cinquanta collaborando con la Utet. Ai fumetti è arrivato nel 1966, su Il Corriere dei Piccoli, per il quale realizzava i famosissimi soldatini di carta (memorabili la serie sul Far West e quella sui cavalieri medievali). Iniziava così un periodo fitto di collaborazioni: Sgt. Kirk, Linus, alter alter, Il Giornalino, Il Mago, Corto Maltese, L’Eternauta, Comic Art, Ken Parker, Nick Raider.
Nel 1984 creava il Collezionista, unico personaggio fisso della sua carriera.
Numerose le sue presenze a Lucca Comics.

Con la scusa della mostra, Attrice e Cocchino (attualmente iscritti alla Nemo) hanno fatto timida irruzione nella loro ex scuola, hanno visto le migliorie estetiche realizzate nei mesi estivi dalla ditta incaricata, hanno percorso le scale e i corridoi calpestati per cinque lunghi e amorosi anni, e sono venuti in cerca di noi, loro docenti di un memorabile triennio.
Poi uno dice: perché quest’anno c’hai sempre gli occhi gonfi?

Quelli del sabato mattina

21 ottobre 2018

L’anno scorso la commissione orario, letta la mail in cui annunciavo il mio stato di neomamma di Tale Ubaldo detto Uncerto Bobi, e tutte le problematiche che tale evento si portava dietro (sveglie all’alba quotidiane, pulizie casalinghe forsennate per raccattare pisce e cacche sparse ovunque, ore piccole da dedicare alle cure materne del cucciolo), decise di accontentare ogni mia richiesta. Non solo: mi regalò spontaneamente il sabato libero. Che, per i docenti, rappresenta la realizzazione di una specie di utopia. Ma non per me. Io il sabato libero non l’ho mai voluto per tutta una serie di motivi. Io voglio essere libera di giovedì. È sempre stato quello il mio giorno libero, sempre, da quando tanti anni fa iniziai questo lavoro e ne scoprii i benefici: il giovedì spezza la settimana in due micro-settimane e rende tutto più leggero. Il giovedì puoi andare nel Profondo Veneto a far visita al babbino. Il giovedì tutti lavorano e tu puoi fargli le pernacchie e stare a giro. Il giovedì la città non è presa d’assalto dai vacanzieri e mantiene il ritmo moderato di un giorno qualunque. Così quest’anno, sul foglio dei desiderata, io ci ho riscritto giorno libero: giovedì. Me l’hanno dato. E ieri mattina (sabato) ero regolarmente a scuola.

Com’è bello, il popolo del sabato. Arriviamo un po’ stropicciati dal venerdì sera, qualche sbadiglio residuo ci segue fino alla macchinetta del badge dove si forma il tappo vista l’adiacenza alle macchinette del caffè. Ci guardiamo con complicità perché siamo figli del medesimo destino, quello di lavorare quando tutti stanno a casa. Per molti è una condanna: hanno lasciato mogli, mariti e figli nei letti caldi e si sono gettati nelle fauci cittadine tra l’aria pizzicorina delle prime ore. Per me è un privilegio perché so che, all’uscita, troverò un pasto pronto e un cane allegro ad aspettarmi. Allora m’intestardisco a convincere i riottosi che il sabato è bellissimo da lavorare, ma sentite come si sta bene a scuola, siamo in pochi, siamo noi i privilegiati, sulle strade non c’è un filo di traffico, possiamo cincischiare di più a casa tra colazioni lente e docce lunghe senza l’incubo dei ritardi, i ragazzi versano in stato comatoso per i cinque giorni fatti ma hanno anche quella disponibilità emotiva all’accoglienza per la festa che li attende, siamo tutti dei piccoli Leopardi convinti che “questo di sette è il più gradito giorno”, e anche se metà se ne va tra i banchi pace, dove si sta meglio che qui?, pensateci bene! Qualcuno mentre mi guarda pensa: dappertutto, ma io so che non lo pensa, in fondo non è altro che una questione di punti di vista, di convinzioni antiche, di luoghi comuni. Io posso dimostrarvi che il sabato si può star bene anche a scuola. Perché è così.

Da leggere a casa

21 ottobre 2018

A fine lezione mi raggiunge alla cattedra, dove sto rimettendo in borsa tutti i miei ammennìcoli (gessi bianchi e colorati, libri di testo, agenda, occhiali da vicino, occhiali da lontano, ventaglio anticaldana, bottiglietta d’acqua fresca, caramelline e una mela da addentare nello spostamento in altra aula), e mi consegna un foglio di quadernone ad anelli piegato in quattro. Sopra c’è scritto da leggere a casa, ma me lo ridice anche a voce: lo legga a casa!
Io invece mi chiudo nel bagno dei docenti, voglio leggerlo immediatamente, non ci vedo un tubo, razzolo in borsa alla ricerca degli occhiali da vicino, li inforco e guardo. È una lettera.
Mi dice che ha letto l’articolo sugli studenti sconosciuti incrociati su quell’autobus che parlavano malissimo dei loro professori e le dispiace che ci sia rimasta male; mi confessa che a volte capita anche a lei d’infamare i suoi insegnanti se l’hanno redarguita, se non le hanno dato il voto che sperava, se l’hanno annoiata; aggiunge che però poi, dopo averci mangiato su, una volta a casa, più tranquilla, riconosce quasi sempre che il torto non era da attribuire a loro; mi spiega che è un po’ il gioco delle parti, quei ruoli differenti che ci vogliono nemici almeno all’apparenza; mi confida che questo accade soprattutto con quelli che alzano un muro davanti ai loro alunni, che non sono mai disposti a un rapporto umano, che non vanno mai oltre l’argomento imposto dai programmi; aggiunge che, anche se io dovessi rimanere con la mia delusione appiccicata addosso, con questa lettera lei vuole comunque dirmi ciò che pensa. E chiude con una frase breve, asciutta, bellissima.

Perché lei è Tuttidieci, e non solo sul registro.

Una nuova maturità

12 ottobre 2018

La notizia è nota. Cambia (di nuovo) l’esame di maturità.
Ma più che sulle novità legate ai crediti, al sistema del punteggio, alla questione dell’alternanza scuola-lavoro e all’abbinamento delle prove Invalsi, vorrei riflettere sui mutamenti della prima prova scritta. Mi toccano da vicino, è vero, ma poi –dire o non dire- la prova di Italiano pesa tantissimo sull’andamento dell’esame. E della vita. Se non sai mettere insieme le parole trasformandole in un discorso sensato, dove puoi sperare di andare?
Io me lo ricordo bene il giorno in cui noi docenti di Lettere scoprimmo che, da quel momento in poi, avremmo dovuto insegnare ai nostri studenti a scrivere articoli di giornale e saggi brevi. Ci venne un coccolone. Prima di tutto perché i tempi erano strettissimi e la nuova maturità incombeva: pochi mesi e sarebbe stata lì, pronta a valutare noi, oltre che loro. Poi perché chi insegna Italiano non è detto debba padroneggiare lo stile giornalistico o essere saggista in automatico. Ma soprattutto perché articolo di giornale e saggio breve tutto sono, fuorché due tipologie di scrittura semplici. Si tratta di scritture specialistiche, per penne dotate, o quantomeno predisposte. Valli a insegnare a un ragazzo del Professionale a indirizzo Meccanico o a indirizzo Agrario (di certo bravissimi nei loro ambiti, ma –inutile negarlo- meno frequentemente predisposti per l’argomentazione scritta), i tratti peculiari di un saggio breve, i segreti tecnici di un articolo di giornale: vivrai un anno scolastico che non dimenticherai con facilità e le tue notti saranno piene di orrori.
Ma prontamente il Ministero ci venne incontro con i cosiddetti “documenti”: un malloppo di spezzoni, citazioni, brani estrapolati, financo opere pittoriche, che gli studenti erano chiamati a utilizzare nelle loro produzioni. E tu avevi voglia a bandire il “copincolla”: quello facevano. Un mosaico di frasi, un appiccicottìo di discorsi rabberciati, spesso in contraddizione tra di loro, senza capo né coda.
Dovemmo dire addio alla scrittura bella, quella personale, intima, autobiografica, psicologica (che tanto bene fa a quell’età) e bere quella purga collettiva (i ragazzi per scrivere, i docenti per correggere quelle corbellerie). Contro voglia, ma lo facemmo. Le case editrici stamparono e diffusero vademecum per insegnarci a insegnare quello che per il Ministero era diventato fondamentale all’improvviso: fare degli studenti italiani un popolo di saggisti e giornalisti. Agli esami di maturità svolti da quell’anno in poi ci fu sempre da discutere, perché mai il metodo di un professore soddisfaceva le esigenze del commissario esterno che veniva a esaminare i suoi studenti, in una catena d’infinite frustrazioni di cui hanno pagato lo scotto più che altro gli studenti stessi.
Ma ecco, pochi giorni fa, la notiziona. Si ricambia. Basta articoli, basta saggi. Basta addirittura (ma perché?) temi di argomento storico. A questa strage sopravvivono le analisi del testo, che saranno due anziché una sola (e probabilmente proporranno un testo poetico e uno narrativo, da recuperare nel panorama letterario dell’Ottocento oltre che in quello novecentesco) e il tema classico, il vecchio caro tema argomentativo che (proprio perché richiede argomentazioni) aiuta ad argomentare, quindi a riflettere, ad avere opinioni personali e a saperle articolare attraverso un bell’incipit, un sostanzioso corpo interno e un finale che (auspicabilmente) conferisca una circolarità all’elaborato ricongiungendosi a quello che si è scritto all’inizio. A tutto questo, poi, è stato aggiunto un nuovo ibrido che consisterà nel dover commentare un brano (letterario o d’altra tipologia) assegnato dalle alte sfere.
E dunque, io sono contenta. Amo il tema, sopporto l’analisi del testo, e mi va bene insegnare a riassumere e commentare lo scritto di un altro.
Però mi dico: se uno ha una quinta, a cui ha già fatto terza e quarta e che ha fatto esercitare in continuazione sulle tipologie precedenti, si ritrova adesso ad accantonare le fatiche di un biennio e a lanciarsi in soli nove mesi nell’esercitazione a una nuova tipologia. Non sarebbe stato meglio permettere ai prossimi candidati di conservare le forme di scrittura richieste finora e riservare quelle nuove ai maturandi dell’anno scolastico venturo? Non è una penalizzazione introdurre novità sulla pelle di chi ha poco tempo per abituarsi e imparare bene?
Ma sono domande che restano nel vento. L’unica cosa da fare è rimboccarsi le maniche e, da domani, dare inizio al nuovo lavoro che ci aspetta.

(per l’inserto fiorentino del Corriere della Sera)