In gita? No, grazie.

16 ottobre 2015

Una volta una mia amica, più giovane di me di qualche anno, mi disse che dopo la laurea avrebbe fatto l’insegnante come me. Alla mia domanda sul perché volesse scegliere uno tra i mestieri più bistrattati, meno riconosciuti e dalla gavetta più lunga e massacrante, lei rispose candida: per portare gli studenti in gita. Già all’epoca mi sembrò una risposta folle. Eppure all’epoca io in gita ci andavo. Tutti gli anni. Parecchio volentieri. E mi ci divertivo pure. Ne intuivo vagamente i rischi, ma intenzionalmente (o ottusamente?) m’impegnavo a trascurarli. Il godimento era così forte, che comunque valeva la pena di fare la valigia e partire. Prima della partenza, oltretutto, aleggiava nelle nostre vite quell’attesa di gusto leopardiano, le aspettative, i programmi, i sogni, i piani segreti che loro elaboravano e che io (come prevedeva il mio ruolo ingrato) dovevo sgamare, io dormo con lei, tu dormi con me, loro dormono con lui. Ma io con chi avrei dormito? Semplice: io non dormivo. Mai. Non dico una nottata intera. Mai. Neanche un’ora. Neanche se la gita durava cinque, sei, sette giorni. A Praga mi conquistai l’epiteto di After Hour. Vedrai. Mica ero nata il giorno prima. Un po’ ero tonta, ma un po’ intuivo che negli zaini nascondevano più materiale bellico che mutande di ricambio: con che coraggio potevo chiudermi in camera e abbandonarmi al sonno? Così simulavo di sentirmi un grillo e mettevo le tende nell’unica stanza in cui si zipillavano tutti insieme. Inibiti dalla mia presenza, almeno tenevano gli zaini chiusi. Vienna, Parigi, Napoli, Milano, Roma. Lago di Como, lago di Garda, Lago Maggiore. Perfino la (noiosissima) foce del Po. Mi sparavo tutte le mete previste dalle scuole in cui zompettavo nelle vesti di precaria. I presidi mi adoravano, perché il docente che accetta di portare le sue classi in gita è un eroe che rende un servizio alla scuola e fa felici le famiglie. Io (senza rendermene conto) ero un’eroina. Io difendevo il diritto sacrosanto dei ragazzi di andare in gita scolastica. E lo ammetto: io avevo antipatia per quei docenti che al consiglio di classe rispondevano uno scandalizzato e aprioristico NO a chi li invitava ad accompagnarli.
Poi crebbi. A onor del vero, cominciai a invecchiare. Con l’avanzare della senilità, si sviluppò in me una parvenza di saggezza. Iniziai a pensare che le notizie tragiche e raccapriccianti che leggevo sui giornali non erano sempre riconducibili a un caso particolarmente raro e sfortunato della vita di qualcuno, ma narravano episodi sempre più frequenti nella vita di molti. Iniziai a rendermi conto che le abitudini e i passatempi degli studenti in gita si facevano sempre più sfuggenti e raffinati, e che io non li potevo più sgamare. La gita in cui Luca Gamberetto nel cuore della notte vomitò la cena (frittura di gamberi) dal quinto piano esattamente sul piazzale dell’hotel, titubai. La gita in cui Francesco Distrattoni si smarrì per le strade di Budapest prima che io facessi l’ennesima conta, ci rimuginai su un bel po’. La gita in cui anziché per musei mi toccò vagare su e giù per i corridoi dell’albergo in attesa che Andrea Sbornia smettesse di vomitare l’anima nel cesso, presi coscienza.
Adesso (e ormai da una decina di anni) alle classi che mi chiedono di accompagnarle in gita rispondo uno scandalizzato e aprioristico NO, a cui generosamente allego la narrazione delle gesta di Luca Gamberetto, Francesco Distrattoni e Andrea Sbornia. La delusione che vedo dipinta sul volto dei genitori non mi tange perché sono in grado di prevedere le reazioni che avrebbero nel caso in cui un imprevisto di questi coinvolgesse i loro figli. I presidi non mi adorano più come una volta. Io però sono l’insegnante più rilassata d’Italia. Perfino la mia amica ha scelto un altro mestiere.

(oggi nelle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

Ieri mattina a Certaldo

15 settembre 2013

Posso dire la verità? Posso dirla tutta fino in fondo?
Bene, grazie mille. Allora.
A Certaldo ieri era una mattina da non credere, roba che una cartolina ritoccata ha i colori più brutti.
Un cielo tinto d’azzurro a colpi di pennellessa, una campagna che (mi dispiace per gli altri) esiste solo in Toscana e, incollato su questo sfondo da sogno, Certaldo Alto. Perché ce n’è anche uno Basso, ma l’è brutto come Quarrata. Maddai, scherzo! (Però, insomma, bella bella Quarrata non è.)
Proprio davanti alla casa di Boccaccio, in una piazzetta dedicata a Vittore Branca che dello scrittore fu un insigne filologo, la situazione apparecchiata per la presentazione dell’antologia che ha raccolto tutti i racconti partecipanti al concorso dedicato al Decamerone. La giornata infatti, lo ricordo anche a me stessa perché ancora non credo a quello che è accaduto, prevedeva la presentazione e la consegna di un bellissimo volume che la casa editrice Ibiscos Ulivieri ha curato per l’Associazione Giovanni Boccaccio.
Noi ci siamo quasi tutti, fatta eccezione per quei due o tre che hanno da fare. Ci sono anche i genitori, che si sono attivati per accompagnare i figli in un giorno per loro importante. E c’è anche la preside della scuola. Per arrivare alle dieci a Certaldo, ci siamo alzati alle sette e siamo partiti alle otto, tutti, anche l’alunna che la sera prima era al concerto di Marco Masini (menomale non si è presentata con la maglietta firmata).
Gli interventi delle autorità sono brevi e scorrevoli, estranei alla retorica e mirati all’augurio di un futuro politico (e quindi culturale) migliore.
Si spendono tante parole sui giovani: basta parlarne male, i giovani quando vengono sollecitati a modo rispondono con entusiasmo e questo libro lo dimostra, grandi racconti, grandi novelle, grande impegno da parte degli insegnanti che hanno creduto nel concorso, grandi intuizioni della fantasia dei ragazzi e bla bla bla. Bisogna puntare sui ragazzi, bisogna sostenere la scuola, bisogna incoraggiare il futuro e ribla bla bla.
“Questo libro, ragazzi, è la vostra creatura. Tenetelo tra le mani, mettetelo nel vostro scaffale, ogni volta che nella vita lo guarderete ripenserete a questo concorso, a questa giornata, a questa vittoria” dicono quelli che contano.

Alla fine della fiera, però, il libro ci è toccato comprarlo perché nessuno ce ne ha fatto omaggio.
“Ma scusate -chiedo basita agli organizzatori- non è prevista la consegna di una copia ai ragazzi che hanno scritto la novella e figurano addirittura tra i vincitori?!”.
No, non è prevista.

Un modo perfetto per motivare gli studenti, portarli a puntare tutto sullo studio e sulla cultura, convincerli che un libro elegante nello scaffale di casa vale molto di più di una partecipazione volgare al Grande Fratello.

Io, lei e Italo

17 maggio 2012

Domattina io e una delle mie colleghe preferite partiamo per la gloriosa trasferta volta al ritiro del premio messo in palio dal Concorso Nazionale bandito dal Ministero dell’Istruzione e patrocinato dalla Presidenza della Repubblica per il Miglior Giornalino Scolastico d’Italia.

Abbastanza turbate dalle dimensioni dell’evento e del viaggio, stiamo tentando di trasformare l’impegnativo spostamento geografico in una gita goliardica e ridanciana a tutti gli effetti. Come due perfette adolescenti imbecilli, ci siamo fatte i capelli di un colore simile e a momenti c’incontreremo per scegliere dall’armadio dei capi d’abbigliamento che s’intonino per stile, gusto e cromatismo. Ad attenderci a destinazione ci saranno due camere singole in un hotel a quattro stelle e una cena in un ristorante sopraffino. Tutto fa pensare a due giorni di divertimento assicurato.

L’unico che potrebbe compromettere l’idilliaco quadretto è quel bischero di Italo, il treno elegante e rapido inaugurato di recente, che a poche ore dalla partenza non fa che mandarci mail del cazzo con cui ci sposta di posto in continuazione contribuendo a instillare in noi una più che comprensibile incertezza, accident’a lui.

Altro che museo

3 aprile 2012

Non saprei dire quante volte, in venti anni da professoressa, ho accompagnato gli studenti in visite guidate: musei, redazioni giornalistiche, ville, parchi, giardini. Perfino cimiteri. Ma non si era mai verificata per me la straordinaria situazione di questa mattina.
Eravamo tre classi: circa quaranta ragazzi in tutto, per quattro insegnanti. Ci siamo divisi in due gruppi.
“Così, al Museo Antropologico di via del Proconsolo, entriamo in due scaglioni: e quando il primo gruppo fa il percorso guidato con l’esperto, l’altro gruppo gozzoviglia, razzola, pascola e passeggia per il centro. Che ne dici?” mi fa la collega.
Le ho detto che era perfetto.
A patto che l’intrattenitrice esterna del gruppo che rimaneva fuori fossi sempre io.

Piazza del Duomo, via dei Calzaioli, via de’ Cerchi, fornaio storico di via de’ Cerchi, via del Corso, bombolonaio storico di via del Corso, via Dante Alighieri, sosta tattica alla chiesa di Dante e Beatrice per stesura e consegna di biglietti d’amore sulla tomba di Beatrice, via della Condotta, piazza della Signoria, Calimala, piazza della Repubblica, sosta in libreria (esterna), sosta all’Hard Rock Cafè (interna), piazzetta dell’Olio, via dei Cerretani, piazza dell’Unità italiana.

Quasi quasi cambio mestiere.

Caccia al defunto

24 marzo 2011

Il programma della seconda uscita con la classe dei ragazzi cinesi prevedeva due sole tappe, ma toste: Cimitero delle Porte Sante detto anche di San Miniato al Monte per la sua adiacenza con l’omonima chiesa, e Basilica di Santa Croce per la visita alle “urne dei forti”.
“Tuttavia io e la collega di Scienze abbiamo deciso d’invertire l’ordine: prima caleremo in città per fare colazione in San Niccolò, proseguire fino alla Basilica e quindi consumare un pranzo bucolico in un parchetto cittadino. Nel primissimo pomeriggio, quando il sole sarà allo zenit e pomperà la sua energia piena di calore, risaliremo su in collina e ci addentreremo tra i viottoli del cimitero alla ricerca degli illustri fiorentini lì sepolti.”
La cosa bella è che a questa classe piace sempre fare tutto. C’è da camminare? Si cammina. C’è da visitare? Si visita. C’è da durare fatica, aspettare, fare la fila, stare zitti? Qual è il problema, si fa. L’unico neo semmai è che queste trenta cavallette hanno sempre fame. Secchi come chiodi, allampanati come fusi, c’hanno sempre le mascelle in movimento e gnam e gnam e gnam: l’è tutto un rodere.
“Ma si può sapere icché mangiate?!”
“Biscotti cinesi salati.”
“Caramelle cinesi agrodolci.”
“Schiacciatine cinesi caramellate al sesamo.”
“Semi di girasole cinesi zuccherati.”
Tra parentesi, i semi di girasole danno dipendenza: l’uomo che vive insieme a me mi osserva sgomento sbucciarne a raffica in continuazione e sostiene che da quando frequento il Sol Levante ho più del merlo indiano che dell’essere umano.
“Allora, attenzione: stiamo per entrare in Santa Croce. E’ bene che sappiate che la vigilanza è severissima e che è fatto divieto assoluto di fotografare, filmare, parlare e soprattutto ridere. Chi ride in chiesa fa la fine che avrebbe fatto Galileo Galilei se non avesse ritrattato le proprie teorie!”
“Perché, che fine avrebbe fatto?!”
“Sono io che lo chiedo a voi! Che sorte sarebbe toccata all’illustre scienziato, se non avesse abiurato?”
“Impiccato?”
“No.”
“Sgozzato?”
“No.”
“Infilzato da una spada?”
“No.”
“Fatto a pezzi con un coltello?”
“No.”
“Appeso per i piedi da una finestra?”
“No.”
“Rapito dai fantasmi?”
“No.”
“Ucciso con pistola?”
“No.”
“Mangiato dai lupi?”
“No.”
“Dai cani randagi?”
“No.”
“Da un drago velenoso?”
“No.”
“Beccato dalle galline?”
Trovo esilarante, nella sua ingenuità, il sense of humor dei cinesi. E mi piace un sacco questa cosa che ridono di poco, a volte di niente, come se quel riso leggero fosse per loro una coperta che consola e rassicura, come se ridessero dei loro piccoli imbarazzi, della loro lingua ancora incerta che fatica a dire erre.
“Plofe…”
“Ma basta con questa plofe! Sono sette mesi che ci conosciamo: possibile che ancora mi chiamiate plofe?! Forza, tutti in coro: trentatré trentini tornarono da Trento…”
“… tutti e tlentatlé tlottelellando!”
E va be’, fate come vi pale.

“Per pranzo cosa volete mangiare?”
“Kebab!”
E infatti mentre li guardo azzannare brandelli di carne di pecora mista a straccetti di carne di manzo, io mi domando a cosa diavolo servano le frontiere, perché diavolo seguitiamo a disegnarli sulla carta, i confini, perché non la facciamo finita con tutte queste corbellerie da sepolcri imbiancati e non ci ispiriamo a loro, i ragazzi, che per natura sarebbero aperti al mondo e solo per una cultura malata inculcata in testa da adulti inquinati, crescendo smettono di essere aperti, spalancati, e diventano ottusi, chiusi, ciechi, stolti. E iniziano a pensare che una guerra in Medio Oriente sia migliore di un kebab gustato sull’erba delle aiuole di piazza Demidoff a Firenze.

“Bene, ora che ci siamo ben ingaglioffati e abbiamo anche un po’ smaltito risalendo le Rampe del Poggi, siamo pronti per la prova finale: dichiaro ufficialmente aperta la caccia al defunto. Ognuno di voi possiede una fotocopia con l’elenco dei morti di cui dovrà trovare la tomba, in mezzo a questo brulicare di croci, statue e fiori freschi, secchi e finti. Osservate quanta gente indimenticabile ha trovato asilo imperituro in questo bellissimo cimitero monumentale: i due scrittori Carlo Lorenzini detto Collodi e Luigi Bertelli detto Vamba, il gastronomo Pellegrino Artusi, il medico Giovanni Meyer, il produttore cinematografico Mario Cecchi Gori, il critico Giovanni Papini, l’editore Felice Le Monnier, Stanislao Paszkowski fondatore dell’omonimo caffè letterario, l’autore Vasco Pratolini, il pittore Ottone Rosai, il grande intellettuale antifascista Gaetano Salvemini, lo storico Pasquale Villari, il politico Giovanni Spadolini, la famiglia Vespucci. Siete pronti a cercarli, nel più religioso dei silenzi e nel più profondo rispetto del loro sonno eterno?”
“Ma siamo sicuri che non si arrabbiano e stanotte non vengono a cercarci in camera mentre dormiamo?”

Giornata mortale

21 marzo 2011

“Allora ragazzi: domattina appuntamento al Piazzale Michelangelo per la nostra seconda uscita dedicata al Progetto Andare a quel Paese, d’accordo? Vi aspetto puntuali e belli carichi di energia!”
“Profe, qual è l’itinerario?”
“Ecco… domani speciale tombe!”
“Tombe?! In che senso: morti?”
“Esattamente: prima visiteremo il Cimitero delle Porte Sante, che accoglie tante personalità fiorentine nella maggior parte recenti. Quindi scenderemo in città e visiteremo la Basilica di Santa Croce dove, come sapete, sono sepolti i grandi della storia italiana.”
“Va bene. Allora ci vediamo domani.”

Una classe di italiani si sarebbe sfrugugnata per dieci minuti il cavallo del jeans.

Trenta scoiattoli

15 febbraio 2011

Il meteo metteva pioggia e vento, tanto che ieri io e la collega accarezzavamo quasi l’idea di annullare l’uscita e rimandarla a data da destinare. Loro però seguitavano a sostenere che oggi sarebbe stata una magnifica giornata di sole e cielo azzurro.
Intuitiva lungimiranza orientale, spontanea perspicacia genetica, o rarissimo esempio di botta di culo? Boh.
Fatto sta che alle otto di questa mattina, se nella conca della città una nebbia grigia e ammorbata spingeva a sospettare il peggio, al Piazzale Michelangelo già s’intuiva che l’avevano azzeccata loro.

Abbiamo sceso le Rampe di Giuseppe Poggi, attraversato e ammirato il quartiere storico di San Niccolò, sostato in piazza Demidoff trattenendo il fiato davanti a una Firenze capovolta in Arno, attraversato quello che nel 1282 si chiamava Ponte Rubaconte, sfondato in piazza Santa Croce e conquistato panchine soleggiate, tagliato verso il Museo Galilei, riscavallato il fiume per essere deliziosamente accolti all’enoteca “L’Antica Mescita”, dove ingaglioffarsi di crostini neri toscani ai fegatini di pollo, coccoli caldi, fettunta d’olio novo, pappa al pomodoro, ribollita con verza e cavolo nero, salsicce e fagioli rifatti all’uccelletto al prezzo speciale per studenti cinesi di 10 euro tutto compreso. Per l’intera giornata ho avuto la sensazione di portare in giro trenta scoiattoli. Curiosi, attivi, scattanti, assetati di sguardi, passi, giri e ritorni. Incantevoli e incantati.

Tutto immortalato, ripreso, fotografato, filmato, immobilizzato, eternato.

Datemi i vostri cellulari

9 febbraio 2011

Con la classe monoetnica cinese ho aderito al progetto proposto dal Centro Turistico Studentesco “Andare a quel Paese”: la consegna prevede la pianificazione di un percorso turistico all’interno di una precisa porzione di città e la realizzazione di un prodotto finale che dimostri la conoscenza di storia, architettura e paesaggio da parte della classe partecipante.

“Allora, ragazzi, faremo tre uscite nella zona di Firenze che abbiamo scelto insieme: la prima sarà martedì prossimo. Ci troveremo alle 8,30 al Piazzale Michelangelo, che ognuno di voi raggiungerà in completa autonomia organizzandosi con i mezzi di trasporto pubblici. Da lì inizieremo il nostro percorso, che in questa prima occasione si manterrà all’esterno: una bella camminata lungo il triangolo cittadino che abbiamo pianificato, vivendo la città sulla nostra pelle, annusandone gli odori, contemplandone i colori, le sfumature, ascoltando la parlata dei locali, assaggiando le specialità gastronomiche del luogo. Mi raccomando: scarpe comode e, nello zaino, acqua, blocco e penna per appunti, macchina fotografica preferibilmente digitale e qualche cioccolatino con cui attutire i cali di energia. Siete pronti per questa magnifica avventura?”
“Sì!”
“Propongo adesso di far girare tra i banchi un foglio su cui ognuno di voi scriverà il proprio numero di cellulare. Intanto appuntatevi il mio.”
“Profe…”
“Dimmi, Ruifeng.”
“Perché dobbiamo scambiarci il numero di telefono?”
“Perché potrebbe succederci qualcosa, e avere tutti il numero telefonico di tutti ci aiuterebbe certamente.”
“Cosa potrebbe succederci?!”
“Per esempio potremmo perderci. Io in questo sono una professionista. L’anno scorso, accompagnando in gita a Roma una classe di venticinque studenti, riuscii a perderne dieci.”

Sgranano (come possono) gli occhi a mandorla, ridono, minimizzano: insomma, non ci credono.
Così racconto loro quello che non ho mai raccontato a nessuno e che all’epoca mi sono ben guardata dallo scrivere in questo blog per paura che il mio Preside di allora (che saluto caramente, ciao Giulio!) mi sgamasse.

“Eravamo stati convocati alla cerimonia di premiazione di un concorso poetico presso il Centro di Cultura Giapponese a Roma. Poiché saremmo stati tutto il giorno a zonzo per la capitale e saremmo andati alla cerimonia solo alle cinque del pomeriggio, avevamo deciso di portare negli zaini un cambio d’abiti conforme alla situazione: casual di giorno, elegantissimi e cilindrati per la premiazione. Ci saremmo cambiati in pullman, lungo il tragitto dal centro al Centro. Orbene, accadde che, proprio mentre ci dirigevamo al parcheggio dei pullman, i dieci che camminavano dietro a me deviarono per una strada secondaria senza che né io né tantomeno loro ce ne rendessimo conto. Quando me ne accorsi, quelli erano già tre quartieri oltre. L’orario della premiazione incombeva, non potevamo tardare. Aggredendoli verbalmente al telefono (ecco, vedete il vantaggio di avere i numeri di tutti?), imposi loro di arrangiarsi con i taxi e dissi che ci saremmo ritrovati al Centro Giapponese.”
“E arrivarono in tempo?”
“Arrivarono che la cerimonia era appena iniziata, solo che noi ci eravamo cambiati in pullman ed eravamo tutti belli eleganti. Loro invece si presentarono in versione diurna, disordinata e disimpegnata, tutti sudati e appiccicosi, coi vestiti sudici del giorno trascorso a zonzo per la città e a giocare a calcio a Villa Borghese.”
“E allora?”
“E allora si sedettero dietro di noi, nell’ultima fila, l’unica rimasta vuota. Sfruttando i nostri contorni corporei come paraventi, si spogliarono in diretta mentre la Presidente del Centro procedeva con le premiazioni, e indossarono il vestito buono con cui salire sul palco. Quando mi voltai verso di loro per lanciargli un’occhiataccia di rimprovero per lo smarrimento e il ritardo, li beccai tutti in mutande: fu uno spettacolo spaventoso e ancora qualche notte me lo sogno.”

Chissà cosa penseranno di me, questi cinesi.
Fatto sta che adesso ho la lista completa dei loro cellulari, so che niente di male potrà mai accaderci e sono certa che martedì inizierà la nostra splendida avventura.

Alta quota

7 maggio 2009

Quando vai in gita con la scuola, la notte prima dormi a spizzichi e bocconi perché hai paura di arrivare tardi al pullman. Non appena chiudi gli occhi, sogni di perdere cinque o sei ragazzi per i sentieri di montagna o di vederne volare giù di sotto un paio, che si sono spintonati così, per amicizia.

Quando vai in gita con la scuola, prima dell’alba sei già in piedi a gironzolare per la casa, ti infili pantaloni da uomo coi tasconi laterali, indossi una maglina informe, ti fai abbracciare da una felpa più grande di due misure eredità di tuo fratello e scivoli coi piedi dentro due scarponi da trekking che ti ha prestato Atletica Collega. Prima però ti fai una doccia lunga mezz’ora e ti spruzzi il profumino addosso, perché la gita sulle Alpi Apuane va bene, ma la femminilità prima di tutto.

Quando vai in gita con la scuola -ma a scuola sei sempre andata con i tacchi alti e la sottanina a modo- gli studenti della scuola non ti riconoscono, ti guardano storto, poi ti mettono a fuoco, dicono o profe e tu capisci che il vocativo nasconde ciò che pensano di te in quel preciso istante e cioè o profe ma chi l’ha conciata in quel modo, che la ci pare ripresa dalla piena.

Quando vai in gita con la scuola, la scuola è ancora chiusa. Ti senti stralunata, assonnata, rincoglionita ma anche allegra perché alla spicciolata arrivano i ragazzi addobbati nei modi peggiori, tipo pantaloncini corti, maglietta viola, calzini fantasmini e superghine bianche ai piedi, l’aria diversa da quando entrano in classe col pensiero della lezione o dell’interrogazione, cioè sono loro ma non lo sono veramente, o lo sono un po’ di più. E a te, che pure fai questo mestiere da una quindicina d’anni, vederli in quello stato fa sempre un’impressione di tipo pirandelliano, tant’è che ti sorprendi a domandarti quali siano i tuoi ragazzi veri: quelli che vedi dalla cattedra al di là dei banchi o quelli che ti siedono di fianco sopra il pullman, con le cispe agli occhi e la fiatella del primo mattino?

Quando vai in gita con la scuola, dipende da quanti anni hai. Se sei all’inizio della tua carriera e hai la testa in ipoteca e ti manca il senso del pericolo e alle cose brutte non ci pensi mai, allora vai tranquilla e ti butti in fondo a rizzare il coro insieme al gruppo. Se invece è passato qualche anno e hai cominciato a prendere coscienza della responsabilità enorme che ti assumi a portare in giro esseri umani tanto preziosi, la prima cosa che fai è controllare che tipo è l’autista.

Quando vai in gita con la scuola, c’è sempre qualcuno che fa appena in tempo a dire profe non mi sento tanto b e ha già il vomito in bocca. Ti chiedi dove è scritto che i professori non debbano mai sentirsi male a vedere il vomito dei ragazzi in diretta, eppure è così, non puoi permetterti di stare male quando un ragazzo ti vomita davanti, ma devi stare lì vicino a lui e passargli i fazzolettini mentre l’odore della sua colazione rielaborata solo in parte dal succo gastrico raggiunge i buchi del tuo naso e, attraverso l’impulso di quello spione del cervello, ti nausea lo stomaco.

Quando vai in gita con la scuola, prima o poi arrivi sempre a destinazione. Le gambe ti si sono addormentate e la vescica spinge. Il che è niente, se scendi in un luogo abitato. Ma diventa una tragedia, se il pullman ti molla in mezzo a una miniera di marmo finissimo di Carrara. Io sono una signora è una frase che non serve, quindi non dirla: la realtà dei fatti è che devi imboccare un bosco, calarti il pantalone coi tasconi e pisciare sul fogliame. Ecco però che, al pari dell’uretra, la mente ti si apre e rivedi scene della tua giovinezza, a scalare il Pratomagno calandoti il jeans per la liberazione fisiologica con la naturalezza dell’adolescenza.

Quando vai in gita con la scuola, l’i-pod non lo portare, perché la musica più bella da ascoltare sono i commenti dei ragazzi. Profe ‘un ce la fo. Ma domani siamo giustificati o c’interrogate? A dicembre mi levo l’apparecchio e finalmente potrò baciare le ragazze senza ferro in bocca. Ma perché invece che in punta a questo pìllero ‘un siamo andati a mangiare un fritto di paranza a Viareggio. Io mi son portata anche lo scialle e la borsetta. Quando s’arriva in vetta pianto la bandiera della Fiorentina. Mi so’ sbucciata tutta la caviglia. Oddìo ruzzolo di sotto. Se lo sapéo, ‘un venìo. Maremma che odor di rosmarino, oicchéll’è?. Loro non lo sanno, ma quest’erba profumata che li circonda, a ciuffetti che paiono guanciali su cui addormentarsi beati, è timo, altrimenti detto pepolino. Ce n’erano a distese quando, ragazzina, risalivi l’abetina e alla fine di un tunnel di bosco ti appariva un panorama di montagne rosa e blu, che erano le tue, le stesse che guardavi alla finestra coi gomiti appuntellati sul marmo del davanzale accanto alla tua mamma, ma da lassù ti mozzavano il respiro perché alla vista s’aggiungeva anche l’odore.

Quando vai in gita con la scuola, la fatica non la senti, la fame è un languore gioioso da condividere con gli altri aspettando di arrivare a Colonnata per farsi fare un panino al lardo, anzi due; il sudore profuma perché ce l’hanno tutti, la pelle del viso diventa rossa anche senza fard, le labbra si spaccano per il vento e te le lecchi per ammorbidirle, i piedi si sbucciano, ma pace. La montagna è un condominio naturale, uno scalone dopo l’altro, alti che ti sembra non ti basti l’apertura delle cosce, alti che ti sembra manchi il fiato, alti che pensi stai a vedere alla fine proprio io non ce la fo.

Quando vai in gita con la scuola, però, ce la fai sempre. Ce la fai perché fare la figura della mezzacartuccia non se ne parla. Ce la fai perché ci sei andata con tre colleghi maschi, eroici e cavalieri che ti infondono il coraggio e la tenacia di una capra tibetana. Ce la fai perché stare accanto ai ragazzi e guardarli vivere l’età più bella poiché meno cosciente è ancora il tuo spettacolo preferito e ascoltarli mentre al ritorno confessano ci siamo fatt’icculo ma ci siamo divertiti un monte, è ancora una musica che preferisci a quella dell’i-pod.

Chimmelofaffare/2

5 maggio 2009

“Ragazzi, ma il collega di Scienze vi ha spiegato nel dettaglio il percorso trekking che faremo domani? Io non ne so nulla”.

“Meglio per lei, profe”.