Ost Berlin, West Berlin,
Live in Punkow, arrivarci a Pankow,
o almeno vicino, U-bahn gialla e tutto il resto.
Erica Yong, chi ha paura di volare?
Io ho paura di volare, solo in un senso,
ma è abbastanza. Del resto no. Ma dirlo è già tanto,
e a chi chiacchiera per non farmi pensare, di più.
Ost Berlin, West Berlin,
il muro, the Wall, un Bowie tossico barcolla nel Raw,
Smile if you masturbate,
e chi resta serio?
E poi è lì, di nuovo, bello e giovane
e si affaccia davanti ai nostri caffè e alle birre.
Where are you now?
Tè verde, semi di papavero, curry e latte di cocco. E mojito.
Rincorriamo la Sprea,
il tempo rincorre noi,
il vostro entusiasmo è riconoscenza,
la mia riconoscenza è per il vostro entusiasmo.
Ost Berlin, West Berlin,
West Berlin, Ost Berlin,
Live in Punkow, voglio un piano quinquennale,
Dai, che il primo lo state concludendo.
Altri seguiranno, verranno raggiunti, distrutti,
disfatti, attraversati, ricostruiti
La Yam-aica è a Berlino,
L’Irlanda del Nord e le sue divisioni
E un Bono Vox rom suona sulla U2
Knock on Heaven’s doors a Kreuzberg,
l’isola che non c’è,
calzette rosse, calze a rete, magliette e bags per chi è a casa
Fiori rosa, fiori psichedelici sui muri e sul Muro,
ascensori e set the control contro le nostre paure,
troviamo il coraggio di calpestare facce di ferro,
quello per un gyros alle tre,
per le chiacchiere senza nasconderci
No new style, punk life,
An artist who cannot speak English is no artist
Anche se al Berghain non ci fanno entrare
siamo i più belli di tutti
e a ballare tra i vagoni ci pensiamo noi.
Ost Berlin, West Berlin,
West Berlin, Ost Berlin
Di qua di là dal muro
Europa persa e in trance
In Alexander-Platz come
In piazza del Duomo.

Si dice che dopo un viaggio non torneremo mai gli stessi di prima, che quando guardi e vivi un posto che non è di tua abitudine, hai un altro modo di percepire la quotidianità della vita che torni a fare una volta finito.
Si dice che c’è chi cambia in meglio e chi in peggio, che non sempre i viaggi scolastici sono una buona decisione da prendere ma ho sentito dire anche che rinunciare ha la sua dose di infelicità.
E così, alla luce di tutto questo, il 16 aprile alle due e mezza del mattino, i “si dice che” sono rimasti al calduccio nelle nostre case, e noi, 5H, siamo partiti.
Avete presente la sensazione di stare bene veramente? Si è vero è una domanda difficile, anche io risponderei che la provo raramente, però ecco, credo che “stare bene veramente” sia la frase giusta da allegare a questo viaggio.
Stare bene veramente non è una cosa da nulla, significa poter essere completamente se stessi, trovarsi a proprio agio, potersi esprimere senza nessun tipo di freno.
Significa partire la mattina carichi di vita, di voglia di scoprire una città nuova ma soprattutto voglia di vivere un’esperienza nuova, voglia di essere un po’ noi stessi, che badate, non sempre riusciamo pienamente ad esserlo.
Siamo vite che si sono fuse nel corso del tempo e ancora continuano a farlo ogni giorno, ognuno di noi ha lasciato la sua impronta di inchiostro indelebile che adesso ci identifica come “insieme”.
Perché vedete c’è una grande differenza tra viaggiare e viaggiare insieme, tra sentire e sentire insieme, tra emozionarsi ed emozionarsi insieme.
Ecco per me voi siete e rimarrete questo, l’insieme.

Ho dipinto il muro della vergogna affinché la libertà non sia più vergogna. Questo popolo ha scelto la luce dopo anni di inferno dantesco. Tieni Berlino i miei colori e la mia fede di uomo libero!
Fulvio Pinna (Italia)
Stupore. Ammirazione. Perplessità. Rabbia.
Sono tante le sensazioni che ho avuto modo di provare trovandomi di fronte al Muro di Berlino. Emozioni positive, alla vista delle tantissime opere d’arte che vi sono rappresentate e che trasmettono sensazioni, ideali e principi universali. Ma allo stesso tempo, emozioni negative per il significato e lo scopo che esso ha avuto nella storia della città e di un’intera nazione. Ho osservato i tanti graffiti dell’East Side Gallery in silenzio ed ammirazione, soffermandomi su ogni sfumatura, ogni scritta, per riuscire a trovarne il significato più profondo.
C’è una foto particolarmente significativa della gita appena trascorsa. Arrivati davanti al famoso “Bacio” diventa quasi un obbligo scattarsi una foto mentre si compie lo stesso gesto, o quasi. Tantissima voglia di scoprire, gratitudine, ma soprattutto felicità e spensieratezza.

Un grazie speciale a coloro che hanno reso possibile tutto questo, rendendomi partecipe e non solo spettatrice di qualcosa di davvero speciale.
“Ed io? Credo ancora nel paradiso, ma almeno adesso so che non è un posto da cercare fuori. Perché non è dove vai, lo trovi dentro, quando senti per un momento di far parte di qualcosa… e se lo trovi, quel momento, dura per sempre”. (The beach)
Ed era bello pensare che potesse durare per sempre.
Ed era bello pensare che fossimo fuori dal mondo, lontani, distanti.
Ed era bello guardarci felici.
Ed era bello pensare di stare in quella bolla indistruttibile e atemporale.
Ed era bello pensare di riempirci gli occhi di cose nuove, e di noi.
Ed era bello pensare di scrivere delle nuove pagine sulla carta bianca della nostra vita.
Forse, però, pensare è l’ultima cosa che abbiamo fatto.
Perché, quando vivi, quando la vita ti investe, quando sei pieno di essa, non lo fai.
Scoprire, ridere, meravigliarsi, stanchezza, cantare, ballare, non essere capiti, mangiare, sudare, sporcarsi, quartieri, musei, metropolitana, colazione, sveglia, occhiali da sole, cd, vinili, letto, profumi, suonare, vento, aereo, valigia, camminare, lamentarsi, discutere, “alle 9 tutti giù”, luci, monumenti, cultura,storia, souvenir, mojito, espresso, 1,90, caldo, cascata, biglietti, “tra tre fermate scendiamo!”, dormire, finestrini.
Tutto questo però può essere racchiuso in una sola città: Berlino.
Quanto è stata sudata, progettata, e agognata, una semplice città.
Per noi invece è stato tutto, è stata l’ultima virgola prima di arrivare al punto, un grande punto. Il segno di interpunzione che a breve, purtroppo, giungerà per concludere un libro che ancora non sono, e spero non siate, pronta a terminare.

“Bella Ciao”. I nomi dei paesi appena scesi dall’aereo. Gli sguardi. I sorrisi.
L’ansia nel prendere l’aereo per la prima volta.
La curiosità nel lasciare la propria città, la propria nazione, per ritrovarsi all’estero in un’altra, totalmente diversa.
La scomodità del bus e il traumatico viaggio Firenze-Bergamo.
La camera 608. L’impazienza nel vederla, e la prontezza nel trovarle i difetti.
Le risate nel cercare di parlare un inglese almeno comprensibile.
Cece guida turistica. La metropolitana. La velocità. Il vento. Le porte che si chiudevano troppo velocemente.
La pioggia del primo giorno e la chiacchierata con Albi. Potsdamer Platz che non arrivava mai.
I semafori. Le biciclette. La geometria di alcuni edifici, all’apparenza troppo perfetti.
L’ascensore dell’hotel che sembrava avere vita propria. Gli altri studenti italiani. Le cene, pessime, ma non troppo. I pranzi, sfiziosi, abbondanti, buonissimi.
I sorrisi. Le foto. Il gesto diventato ormai virale della Sara.
Viktoriapark. La tranquillità. Il sole. La pausa. L’atmosfera.
L’isola dei Musei. Il ricordo delle opere studiate. Lo stupore nel vedere Nefertiti e l’Altare di Pergamo.
I colori. Gli odori. I sapori, diversi dai nostri ma estremamente buoni. La maionese.
Le serate, tranquille, trascorse assieme ad una compagnia bellissima, raccontandosi del più e del meno. La prima sera al pub con Tom. Le confidenze. Le aspettative. Le sorprese.
Skatehalle. Fritz-Kola. Le spille. Le foto modificate alle prof, il loro sorriso allungato forzatamente, ma che mostrava la loro parte più vera.
Zoologischer. Charlottenstraße. Ostbahnhof. Adenauer Platz.
Le foto in bianco e nero del periodo Nazista. L’albero genealogico del potere del Terzo Reich.
La maglia “Berlin University”. Le calamite e i portachiavi.
Ausgang.
E infine la stanchezza, la nostalgia, il dispiacere.
La ricchezza di un ricordo che durerà per sempre, e che arricchisce ancora di più tutti i momenti vissuti e trascorsi in questi anni. La fine di questo grande capitolo scolastico, che non corrisponde assolutamente con la fine del rapporto d’affetto e amicizia che si è creato e consolidato nel tempo.
Danke.

«Una mattina mi son svegliato,
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao!
Una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.
 O partigiano portami via,
 o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
o partigiano portami via
 o partigiano portami via 
che mi sento di morir. 

E se io muoio da partigiano, 
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
e se io muoio da partigiano
 tu mi devi seppellir. 

Seppellire lassù in montagna, 
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, 
seppellire lassù in montagna 
sotto l’ombra di un bel fior.

 E le genti che passeranno, 
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, 
e le genti che passeranno
 mi diranno «che bel fior.»

 Questo è il fiore del partigiano,
 o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,
 questo è il fiore del partigiano 
morto per la libertà»
“smile if you masturbate”
“ic! Berline”
“FREAKs Flic Flac”
“save water drink beer”
“street art”
“antico e moderno”
“Andare a Berlino e mangiare thai e vietnamita”
“fingersi inglesi dando il nostro meglio, per poi ripiegare sempre sulla Gamerra”
“adesivi”
“East Berlin”
“West Berlin”
“finto attentato”
“tequila boom boom”
“pappagallo”
“Sabrina alla ricerca degli scoiattoli sperduti”
“parco giochi”
“sexy shop”
“cuori e fiori”
“tedeschi ladri di accendini”
“porta inutile al kebabbaro”
“quartiere irene”
“maschere di ferro”
“buffet MOLTO VASTO”
“polvere blu”
“acqua improponibile”
“della pasta nemmeno l’ombra”

Mille colori di giorno
Mille colori di notte
Kilometri di colori
Colori dal basso
Colori dall’alto
Città movimentata
Città sonora
Città ubriaca
Città storica
Città artistica

Quella sorta di emozione strana dovuta dalla vista sulla cupola del duomo mozzafiato o dal fatto che stessimo per partire per Berlino.
Quella sensazione ancora più strana nel vedere tutti i compagni di classe alle 2 di notte davanti alla scuola.
Quella snervante attesa al ritiro bagagli mista al rincoglionimento dovuto dal non dormire e alla schizofrenia/voglia di uscire per vedere Berlino per la prima volta.
I faccini freschi
AshagtipidaafterXD
La botta che mi dava quell’ascensore tutte le volte che lo prendevo. “Dai ragazzi son 5/10 minuti a piedi!”
La prima birra presa a Berlino dopo aver camminato 3 ore.
Quell’ora, verso le 7/7:30, che tutte le sere nella 605 avveniva il disagio, che contagiava anche le stanze limitrofe.
La prima uscita a Berlino, la prima sera fuori, “potete mettervi tutti i profumi che volete ma ci sarà sempre un Alberto ad impestarvi con il fumo del sigaro”
“Se non vi drogate che senso ha andare in un locale a Berlino” “Ma che accompagnatrice è se non sa nemmeno il tedesco!” “Deve provare l’Ecstasy! La fa stare benissimo! La fa volare!”
“Cece domattina chiamaci e svegliaci”
“Sisi”, io volevo chiamarle ma non mi ricordavo il numero della stanza
Hard Stuff, Ruffneck, Mokum, Bloody Fist, Napalm, Nasembluten, Brutal Chud, Knor, Outcast, Industrial Strenght, vinili, vinili, vinili, dalla terror undergound tedesca, alla happy olandese, all’industrial americana, fino all’industrial australiana.
Il mio paradiso.
“Allora Clara, voi andare al negozio di belle arti ed io accompagno i ragazzi a Kreuzber”
Kotbusser Tor, la piazza più pericolosa della Germania secondo la polizei tedesca.
Mia cugina che ci accompagna nel quartiere più bello di Berlino, Kreuzberg
“Io shon di Peshcara! E sto vent’anni che so ca! mai fatto n biglietto n vita mia pe a metro!”
Cercare ristoranti BBQ su internet circondato da sarcofagi egiziani.
Nel centro sociale con il MacBook Pro
La spiaggetta sul fiume e la quantità di relax che emanava quel posto.
Ma davvero bisogna andar via da questa città?

Notte insonne, si parte, non si parte, pullman per 4 ore, lo zaino è troppo grande, non mi interessa, lo porto comunque, io sono libero.
 Volo sopra tutti, sopra paesi, sopra monti, dormo, non dormo, atterriamo, Charlottenburg arriviamo, moquette ammuffita, finestre rotte, l’hotel puzza, respiro berlino, mangio qualcosa di marcio, corro, cammino, mi lamento, non mi fermo, non parlatemi, sono libero.
 Ci separiamo, ci riuniamo, siamo stanchi, esploriamo, prendiamo la metro, la perdiamo, camminiamo, sotto la pioggia, ci lamentiamo, piangiamo, ridiamo, a me non importa, sono libero.
 Mangiamo, beviamo, scherziamo, beviamo davvero, stanotte non dormo, sono a berlino! C’è il kfc, il parlamento, i nazisti, gli ebrei, me l’aspettavo così? Decisamente no, berlino è berlino, berlino è, berlino non è, berlino è strana, berlino è varia, berlino è underground, berlino è libera e lo sono anche io.
Andiamo di qua, andiamo di là, ci separiamo? Direi che ci sta, modernismo, nazismo, autogestito, birra, currywurst, discorsi strani, le bici ci investono, è pieno di cani, c’è un bel lago al Viktoriapark, una coppia si bacia, Sabrina corre, è pieno di scoiattoli, ci sdraiamo, ci riposiamo, ci guardiamo, ci amiamo, ridiamo, Sabrina ancora corre? Ci alziamo, continuiamo, io i musei non li guardo, io sì, gelato vegano, ma questi parlano italiano? Torniamo, lo stesso cibo, un sexy shop, un buon kebab, ci lamentiamo, questo long island è troppo forte, la Gamerra fa strage di cuori, vogliamo di più, ma a chi interessa? Io sono libero, ancora per un po’.
 Un po’ ho l’ansia, respiro la libertà e con lei gli acari del letto, tossisco, rido, ma che mi importa dell’antistaminico? Io sono libero, è questa la mia cura.
 La ganja è legale a berlino? Si,no, boh, ci facciamo di viaggi, le gambe urlano, tremano, io no, tu no, voi no, nessuno, la cori e la cami non vengono, nemmeno peter (ma non è vero), mangiamo thai, a me fa schifo, io vado al wok, io non ci mangio con te, ci troviamo dopo, saltelliamo, corriamo, facciamo delle foto idiote e inutili che però ricorderemo, entriamo in musei, ci guardiamo ma stavolta non ridiamo, che brutta aria tira a berlino, camminiamo su facce, vediamo orrori, il flic flak, Cassiopeia, “non fate foto ragazzi” “certo!” (ma non è vero), suicide circus, un birrozzo ci sta, dov’è la Landi? Ah eccola qua, perché ti allontanii? Ma che me ne frega, sono libero. 
A volte è monotono, dico il cibo, fa schifo, lo mangio, sti cazzi, tanto vivo, ci esaltiamo, compriamo, è notte o giorno? Boh è da un po’ che non dormo, ora che facciamo?, lo yaam è la svolta, la Sara, la tequila, una coppia che scoppia, che palle, che bello, quanta gioia, quanta vita, quanta tristezza, che trash, il mojito non lo fanno più, la birra alla frutta, la landi mi guarda, l’irene mi parla, ci apriamo, parliamo, leghiamo tantissimo, questa sera è importante, questo viaggio è importante, La Gamerra è una gioa, no pun intended, quanto silenzio, quanto baccano,che fortuna che abbiamo, ad esserci trovati, vorrei fosse successo prima, vorrei non finisse, lo yaam, le belle parole, le risate, noi, invece domani partiamo, non saremo più liberi, domani ce ne andiamo… ma tutto questo resta e in questi ricordi saremo liberi, sempre. 


Rimarrà uno dei ricordi più indelebili di questi 3 anni in cui siamo cresciuti e in cui abbiamo affrontato
insieme momenti difficili ed impegnativi, affiancati a momenti spensierati e felici peroprio come questi
cinque giorni. Siamo tornati da questo ciaggio con un bagaglio immenso, pienop di emozioni, confidenze, rap-
porti più forti di prima e amicizie che rimarranno sempre importanti. In questo percorso siamo stati affian-
cati da tre professoresse che attraverso le loro personalità ci hanno condotto alla conclusione di un trien-
no faticoso ma pieno di tante soddisfazioni; hanno saputo spronarci nei momenti di sconforto e ci hanno
saputo preparare al nostro percorso futuro lasciandoci delle conoscenze che ci sapranno differenziare nella
vita. Concludere questo percorso significa salutarci con la consapevolezza di aver significato tanto gli uni
per gli altri.

Devo ammettere che non ero molto entusiasta di partire quella mattina alle 2:00 di notte. Mentre nei giorni precedenti ho cercato di non pensarci, durante la settimana concentrandomi solo sulla simulazione in corso, sabato al ritorno imminente di mia sorella dalla Spagna e domenica a preparare la valigia. L’arrivo di mia cugina e il suo ragazzo a casa mia mi ha poi offerto, per fortuna, altro tempo per non pensare a questo viaggio.
Quando, poco dopo le una di notte, mi sono trovata nei confortevoli interni della stellina, la macchina di mio babbo, mille pensieri si sono accavallati nella mia mente. Un senso di disagio si è fatto strada attraverso di me e, dalla testa, è arrivato alla pancia. Continuavo a pensare che non dovevo partire, che sarebbe successo qualcosa che mi avesse fatto star male e che non mi sarei trovata bene a vivere 24 ore su 24 con i miei compagni di classe. Anche perchè diciamocelo: la convivenza non è semplice.
Il mio umore alla partenza non era certo dei migliori. Mi sono fatta coraggio, ho fatto un respiro profondo e mi sono preparata al viaggio che stavo per fare.
Quando poi ci siamo ritrovati li, tutti insieme, procedendo uniti, sorridenti, felici, ho capito che tutte le mie ansie, tutti i miei timori erano inutili.
In meno di cinque giorno la mia classe è riuscita a farmi dimenticare completamente tutte le mie paure e mi ha fatto vivere dei giorni indimenticabili, perfetti per il completare questo anno e questo percorso.

Il primo volo.
Una lunghissima fila, controlli e scanner per la sicurezza, dopo negozi dove rifornirci. Non avevo paura ma molto contento della prima volta in un aereo. Partiti, avvertii come un leggero mal di testa, che a poco a poco sparì, vidi nel finestrino tutto rimpicciolirsi ed era bellissimo.
Primo giorno a Berlino.
L’albergo era un museo dei anni Settanta, le finestre del tutto inapribili visto che c’era una colona davanti, cibo da carcere ma mangiabile. Partimmo alla scoperta di Berlino, facemmo una camminata chilometrica come nel resto della settimana. Potsdamerplatz e sony center, un enorme edificio moderno con una piazza dentro, un meraviglioso capolavoro di architettura.
Il museo della shoah.
Storie triste e molto scioccanti, opere di artisti che hanno saputo far pensare e riflettere su questa enorme tragedia, calpestare le facce di ferro uguale sensi di colpa.
Anche se deprime molto però sapere e ricordare è molto importante.
La enorme Berlino.
Palazzi modernissimi, palazzi molto particolari, dopo la ricostruzione di Berlino il vecchio e il nuovo si sono fusi insieme. Lo street food, i wustel, patatine e salse di vario tipo erano la gioia per i nostri palati. grandi parchi dappertutto, mercatini e negozi che vendono cose di ogni tipo, il negozio di dischi mi è piaciuto più di tutti, come il sexy shop. La metropoli di Berlino è sempre in movimento e piena di gente, come la sua metropolitana troppo complessa da capire in cinque giorni.
I musei d’arte ahimè non si sono visti tanto, e l’unico che si è visto si è visto a metà, però le opere contenute erano stupefacenti e alcune molto moderne.
Nella piena notte nei locali, discoteche, le più particolari e strane di Berlino, ci divertiamo e beviamo qualche aperitivo e sopratutto birra, anche se io non bevevo, mi sono molto divertito, così tanto che il giorno dopo non volevo più tornare a casa.
Il muro di Berlino.
Un muro che non finiva mai, ma era finito, colori pieni di vita e di storia, pieni di significato. Penso a com’era prima del crollo, prima divideva le persone, ora le raggruppa e le unisce da tutto il mondo. Tutti i disegni sono dei capolavori da tutelare e non da disegnarci sopra.
Il monumento della memoria.
Un labirinto immenso, monoliti neri tutti uguali sia di distanza sia di forma, però di diversa altezza, insieme formano una collina, una collina fatta dalle vittime di quella guerra insensata e spietata, governata da un dittatore non umano.

Attendiamo il suo arrivo, circondati da piastrelle colorate. Stazioni della metropolitana di Berlino
Quanto ho riso guardando l’edificio e quanto riderò riguardando la fotografia scattata all’edificio. Pazzie di Berlino.
La rinascita in alto a 49 colonne di cemento. Museo Ebraico di Berlino – Giardino dell’Esilio.
Il rumore assordante prodotto dalle lastre di metallo che sbattono l’una contro l’altra. Il caos e l’angoscia per tutti quei morti.
Un tocco di particolarità ai bar di Berlino. Quello che fa la differenza.
Un vero e proprio magnete che attira l’uomo. Duomo di Berlino.
Si usa l’arte per guardarsi l’anima.
Muro di Berlino – Graffiti di artisti di strada.
Il punto di riferimento. Porta di Brandeburgo.
Pensieri e silenzi fra 2.711 stele. Memoriale dell’Olocausto.
La verità sta di fronte a noi. Muro di Berlino.
Resterà un ricordo speciale.
Grazie Alberto, Alessia, Camilla, Cece, Cecia, Daniele, Irene P., Irene P., Leonardo, Mattia, Nanni, Peter, Sabrina, Sara, Vanessa, Viola C., Viola R., Prof.ssa Badii, Prof.ssa Gamerra, Prof.ssa Landi.

E pensare che non volevo più andare, pensare che mi sono consumata i giorni dell’attesa intossicandoli col veleno della paura. Paura di perdere quello che abbiamo costruito in un triennio insieme, di rovinare un oggetto delicato perfetto e prezioso come porcellana, di arrivare là e trovarmi a pensare: non dovevo venire. Paura di restare delusa. Quanti passi non ho fatto nella vita per la maledetta paura di restare delusa.
Invece a Berlino non ho fatto che pensare: menomale che sono venuta. Mi sarei persa una città che è diversa da tutte le altre di tutta l’Europa, che non ha la bellezza di Parigi, il mistero di Praga, il ritmo di Londra, il calore di Madrid, ma ha qualcosa che Parigi Praga Londra e Madrid non hanno, che nessun’altra città possiede. E mi sarei persa loro. Albo rilassato e gaudente col sigaro in bocca, Ale e il suo sorriso che porta i sorrisi, la Valdarnese e la Cora a farmi confidenze con la maschera di bellezza sul viso, Cece e il suo passo sghembo che ci guidava nella Berlino migliore, Cecia e i suoi outfit estremi che solo lei può permettersi, Dani e il suo silenzio che parla più di mille parole, CrestaVerde che si bacia sulla bocca con la Puntols davanti al murale più famoso, Leo che è sempre contento, Cocchino e la Nanni finalmente insieme, Prince che suona per noi una chitarra chiesta in prestito, Sabri che mi racconta del suo cane, Attrice che personalizza tutti i miei scatti, la Vane finalmente serena, la Vio messa in mezzo al lettone, l’altra Vio che vince la malinconia e trova se stessa.
E le mie colleghe, la Gami, la Bàdi e la Cici, perfette per un viaggio e per una città come questa, morbide e aperte a far tutto, ad andare, a reggere, a camminare, a concordare senza mai imporre.
E pensare che non volevo più andare.

(Post a cura della 5H, studenti e docenti)

Mi raccomando

15 aprile 2018

“Allora. La mattina ti alzi e ti sistemi. Colazione, doccia, vestizione. Poi vai a svegliare lui. Lui dorme finché non vai a svegliarlo. Sveglialo dolcemente, con la voce in falsetto e tantissime carezze. Se gli sbaciucchi la panciottina e gli strimbelli un po’ il pisellone a lui fa piacere. Vedrai che tira un sacco di sbadigli, tutti sonori, molto umani. Tu lodalo e gratificalo ogni volta che ne fa uno. Sussurragli all’orecchio la parola PAPPA, con espressione felice, densa di aspettative. Lui riconosce la parola, ma anche il tono lo aiuta. Quando deciderà che è l’ora giusta, darà segno di voler scendere dal letto (ti lascio anche la sua cuccia, ma tu la notte lo farai dormire insieme a te, sotto le coperte, incastrato alle tue gambe, a volte ti metterà il culone tondo sopra il viso e ti sveglierai con le sue palle sopra gli occhi, vedrai come sarà bello): prendilo in braccio e scendilo tu, è abituato così. Mentre ce l’hai in braccio, digli tantissime volte ma che cane bello, che cane bellissimo, a lui piace.
Nel frattempo gli avrai preparato la pappa nelle dosi che ti ho indicato. Non sgarrare. Quando torno voglio ritrovarlo magro agile e scattante come adesso, non il botolo in cui mi hai trasformato Mimmo. Acqua sempre fresca nella ciotola. Finita la pappa, portalo fuori per la pipi e la popo. Mentre siete fuori, ripetigli le parole PIPI, POPO (in alternativa CACCA e PISCINA), lui capisce tutto, ha un vocabolario già piuttosto ricco. Raccogli sempre gli escrementi, ti lascio qui tre cilindretti con i sacchettini colorati. Quindi riportalo su in casa e vai pure al lavoro. Uscendo, ricordati di non dirgli MAI, per nessun motivo al mondo, CIAO, oppure IO VADO VIA, ASPETTAMI QUI; vai via e basta, magari uno sguardo dolce, una carezza sul testone, ma nessuna parola di commiato. Per lui CIAO significa soltanto: se non vieni anche tu io mi levo dalle palle e ti abbandono, e questo vale solo quando al parco fa i capricci perché non vuol tornare a casa.
A pranzo hai detto che, anziché mangiare in mensa, tornerai a casa e mangerete insieme. Lui mangia solo due volte al giorno, mattina e sera, ma a pranzo è abituato a qualche bocconcino. La pasta che sia solo integrale e di ottima qualità, la Garofalo va bene. Di formaggi solo il parmigiano, qualche scaglietta. Niente mozzarelle, stracchini o formaggi molli in generale. Per tornare al lavoro, segui le regole della mattina.
Quando uscirai, il pomeriggio alle 17, inizierà il divertimento vero, sentirai uno struggimento forte, una smania di vederlo che ti spingerà a precipitarti in fretta per la strada: corri a casa, salutalo festoso, infilagli la pettorina e portalo nei posti più belli del circondario. Sappi che gli amici delle Cascine ti aspettano, ho dato a tutti il numero del tuo cellulare, ti chiameranno, ed ecco qui i loro, potrai chiamarli in caso di qualsiasi necessità e loro correranno. Poiché tu hai solo due moto, ti lascio anche la mia auto affinché possiate spostarvi in coppia e andare anche fuori città. La passeggiata di Pian del Mugnone per esempio a lui piace moltissimo e tu potrai fare un’ottima merenda al bar in piazzetta. Durante le passeggiate, massima attenzione: siamo nel mese delle processionarie, quei bachi rivoltanti e pelosi velenosissimi per i cani: alle Cascine per esempio tieniti lontano dalla fontanella dell’anfiteatro dove ne sono già state avvistate alcune. Fai attenzione anche ai forasacchi: ancora non sono secchi, ma non si sa mai. Controlla sempre naso e orecchie, puliscigli il pelo con acqua calda e aceto nelle proporzioni che ti ho scritto, asciugalo bene ché non prenda il cimurro.
La sera cenerete insieme e poi, dopo l’ultima passeggiata, arriverà il momento topico del giorno: infilare sotto le coperte insieme a lui, per un abbraccio lungo una notte intera. Avrai cinque notti di questo godimento. Quando tornerò e dovrai smettere, lo so già, sarai disperato.
Ogni sera, quando sarò in albergo, ci faremo una videochiamata nella quale tu dovrai dimostrarmi che lui non solo è vivo, ma gode di ottima salute. Spero che, avendo insistito perché non lo lasciassi ai dog-sitter-gay ma a te, tu sia consapevole e felice di questo privilegio. Riattaccato il telefono con te, videochiamerò mio padre per fare la stessa cosa con Mimmo, suo ospite per la settimana. Certo, sarebbe stato meglio per te avere in casa sia il cane che il gatto, ma Mimmo è gelosissimo e Bobi ne è terrorizzato.
Bene, mi sembra di averti detto tutto. Hai dei dubbi? E’ tutto chiaro?”

Lui ascolta muto fino all’ultima parola, quindi dice ora levati dal cazzo, vai a Berlino, e lasciaci fare le cose da maschi in santa pace.

Che fai, piangi?!

14 aprile 2018

Ed era logico che, dopo tanti pensieri, dopo tanta tensione, dopo tante fantasie orrorifiche, lui arrivasse.
Propio lui, il crollo emotivo.
E’ giunto alle 7:45, appena entrata in ottagono e incontrato Robert Redford, il collega di Storia dell’Arte.
“Cos’hai? Ti vedo cupa.”
Come al cospetto di un analista, ho preso a dirglielo, cosa avevo.
Fondamentalmente una cosa sola: il terrore che, per qualcosa che dovesse andare storto nella gita, il rapporto profondo, affettuoso e speciale che ho con la mia quinta possa andare a puttana. Un lungo triennio amoroso di complicità e collaborazione in fumo nel giro di cinque miseri giorni fuori patria.
“Ti capisco perfettamente” ha detto lui.
Mi è bastato.
La gola mi si è chiusa e gli occhi mi si sono riempiti di lacrime. Certi goccioloni salaticci mi scendevano sulle gote. Piangevo.
“Ma che fai, piangi??”
Sì, piangevo. E il trucco accurato del mattino si scioglieva mentre altri colleghi penetravano nell’atrio e si accorgevano di me.
“Che fai, piangi?”
“Piangi?!”
“Piangi???”
Sì, piango, va bene? Cosa volete?, piango. Non si può? Cos’è, siccome rido sempre, credete che io non pianga mai? Che sia un’oca giuliva? Che non abbia mai preoccupazioni? Invece ce le ho, va bene? Contenti? E c’ho un mattone nello stomaco che non si sposta mai, e la notte mi sveglio madida, e abbraccio stretto Bobi perché anche l’idea di stare senza lui per cinque giorni mi devasta. Io lo dicevo, che non ho più l’età per andare in gita, che in gita ci si va quando si è incoscienti, ci si sente ancora studenti e ci si scorda di fare l’appello sistematico ogni paio d’ore. Alla mia età si resta a casa, immersi nei propri affetti solidi, nelle proprie sicurezze statiche, nella quotidianità rassicurante e consolatoria.

“Profe, mi guardi. Sono io, l’Irene. Lei mi conosce. Sono io, sono così. Anche in gita sarò così, e sarò sempre io. Non deve temere niente. Questa gita è il nostro viaggio. Lo abbiamo aspettato tanto… ricorda? E’ dalla terza, quando ci conoscemmo, che ce lo promettiamo. Perché ha paura che potremmo litigare? Dobbiamo essere sicuri e felici. Io lo sono tantissimo. Profe, si fidi. Deve fidarsi.”

E allora io mi fiderò.

Ripensamenti

14 aprile 2018

È salita impercettibile, è montata piano, senza che me ne accorgessi, sorda, subdola, meschina; ha iniziato a svegliarmi nel cuore della notte, in mezzo al sonno più profondo, si è trasformata in sudarella, e la sudarella in attacchi di freddo antartico. Mi ha chiuso gradualmente la gola, mi ha accelerato il battito del cuore, mi ha fatto immaginare scenari da paura che genereranno un futuro apocalittico.
Si chiama ansia.
Qualcuno che attraversa la strada incautamente, qualcuno che esce di nascosto dall’albergo mentre tutto gli altri dormono, qualcuno che non ha mai bevuto in vita sua e lo fa proprio adesso perché è in gita, perché è lontano da casa e i genitori non ci sono. Qualcuno che si sente male perché mangia porcherie, qualcuno che vomita e deve restare in albergo, qualcuno che scivola, che cade, si rompe un piede, un braccio, una gamba. Qualcuno che cammina sul bordo del marciapiede e viene colpito alla testa dallo specchiettone retrovisore di un autobus di passaggio. C’è poco da ridere, a un mio amico capitò davvero.
A tutto penso, ora che l’ora si avvicina.
“Una volta in gita ad Atene andammo a un mercatino all’aperto, una studentessa s’infilò un anello al dito e lo rubò -mi racconta un collega all’intervallo con l’evidente scopo di infondermi coraggio- Un minuto dopo era distesa di pancia sulla macchina della polizia”.
“Una volta a Parigi scendemmo dal pullman e uno studente si lanciò a rotta di collo verso l’ingresso dell’albergo perché voleva entrare per primo -è il medesimo collega simpaticone a parlare- Si schiantò contro la porta a vetri che non aveva visto e la ridusse in frantumi. Lui per fortuna se la cavò con qualche graffio.”

“Mettiamo un caso” dico al segretario amministrativo della scuola.
“Dica professoressa.”
“Mettiamo il caso che io non vada in gita. Cosa accade?”
“Accade che deve cacciare 200 euro.”
“Mettiamo che li cacci.”
“Allora può restare a casa. Ma restano a casa anche tutti gli altri.”
“Ok, vado, arrivederci.”
“Arrivederci.”

Preparativi

12 aprile 2018

“Ragazze! Dobbiamo stabilire l’outfit per la gita” dico alle mie studentesse stamattina.
Facevano la simulazione della seconda prova di maturità, ma la questione che andavo sollevando era certamente più importante.
“Un paio di jeans, qualche leggings…”
“… qualche maglioncino di lana e di cotone…”
“… un giubbotto leggero, ché tanto mette bello…”
“… e scarpe da ginnastica.”
“Io i Doctor Marteens.”
“Io anche qualche vestitino.”
“Per la sera?”
“Sì, ma anche per il giorno.”
“Ma che vi portate anche i tacchi?!”
“Sie profe. A parte non ci sappiamo camminare, ma poi vogliamo stare comode. Anfibi!”
“Ah, ecco, brave. E poi mutande e calzini di ricambio, giusto? Quanti?”
“Almeno un paio al giorno per ciascuno.”
“Sì, e per il beauty compriamo tutto lì.”
“Benissimo, sono perfettamente d’accordo con voi: mi allineo!”

Improvvisamente spunta il Cece: “Professoressa, ha letto l’ultima circolare? Non si parte più alle tre di notte, ma alle due e mezzo. A questo punto io mi chiedo: perché andare a dormire? Non ha senso. Propongo quindi di fare seratona tutti insieme per locali, andiamo a strabere, così poi saliamo in pullman e ci addormentiamo secchi fino a Bergamo. Si allinea anche su questo, spero.”

Ci siamo quasi

12 aprile 2018

Dopo averlo promesso per due anni con la convinzione di una docente innamorata della propria classe, dopo aver tentato di tirarmi indietro con l’argomentazione dell’improvvisa maternità giunta a fine agosto scorso, dopo essermi lasciata convincere di nuovo dagli studenti stessi e dai sostenitori della tesi che un distacco dal figlio peloso non farà che bene sia a me che a lui, dopo aver provato a rimangiarmi la parola data alla notizia di un viaggio in pullman anziché in aereo, dopo aver ceduto definitivamente alla proposta di un percorso ibrido (in pullman fino all’aeroporto, in aereo fino alla meta), ci siamo quasi.

Domenica notte, alle ore 3, partenza da Porta Romana in pullman gran turismo.
Arrivo all’aeroporto bergamasco di Orio al Serio all’alba.
Imbarco su volo low cost destinazione Berlino.

L’ansia (da abbandono di minore, da prestazione, da pericoli misteriosi, da tragedie impreviste, da smarrimento geografico mio e altrui, da resistenza fisica alle ore piccole) mi divora.
Non ho (più) l’età per andare in gita scolastica.
Ma ormai ci siamo quasi.

In gita? No, grazie.

16 ottobre 2015

Una volta una mia amica, più giovane di me di qualche anno, mi disse che dopo la laurea avrebbe fatto l’insegnante come me. Alla mia domanda sul perché volesse scegliere uno tra i mestieri più bistrattati, meno riconosciuti e dalla gavetta più lunga e massacrante, lei rispose candida: per portare gli studenti in gita. Già all’epoca mi sembrò una risposta folle. Eppure all’epoca io in gita ci andavo. Tutti gli anni. Parecchio volentieri. E mi ci divertivo pure. Ne intuivo vagamente i rischi, ma intenzionalmente (o ottusamente?) m’impegnavo a trascurarli. Il godimento era così forte, che comunque valeva la pena di fare la valigia e partire. Prima della partenza, oltretutto, aleggiava nelle nostre vite quell’attesa di gusto leopardiano, le aspettative, i programmi, i sogni, i piani segreti che loro elaboravano e che io (come prevedeva il mio ruolo ingrato) dovevo sgamare, io dormo con lei, tu dormi con me, loro dormono con lui. Ma io con chi avrei dormito? Semplice: io non dormivo. Mai. Non dico una nottata intera. Mai. Neanche un’ora. Neanche se la gita durava cinque, sei, sette giorni. A Praga mi conquistai l’epiteto di After Hour. Vedrai. Mica ero nata il giorno prima. Un po’ ero tonta, ma un po’ intuivo che negli zaini nascondevano più materiale bellico che mutande di ricambio: con che coraggio potevo chiudermi in camera e abbandonarmi al sonno? Così simulavo di sentirmi un grillo e mettevo le tende nell’unica stanza in cui si zipillavano tutti insieme. Inibiti dalla mia presenza, almeno tenevano gli zaini chiusi. Vienna, Parigi, Napoli, Milano, Roma. Lago di Como, lago di Garda, Lago Maggiore. Perfino la (noiosissima) foce del Po. Mi sparavo tutte le mete previste dalle scuole in cui zompettavo nelle vesti di precaria. I presidi mi adoravano, perché il docente che accetta di portare le sue classi in gita è un eroe che rende un servizio alla scuola e fa felici le famiglie. Io (senza rendermene conto) ero un’eroina. Io difendevo il diritto sacrosanto dei ragazzi di andare in gita scolastica. E lo ammetto: io avevo antipatia per quei docenti che al consiglio di classe rispondevano uno scandalizzato e aprioristico NO a chi li invitava ad accompagnarli.
Poi crebbi. A onor del vero, cominciai a invecchiare. Con l’avanzare della senilità, si sviluppò in me una parvenza di saggezza. Iniziai a pensare che le notizie tragiche e raccapriccianti che leggevo sui giornali non erano sempre riconducibili a un caso particolarmente raro e sfortunato della vita di qualcuno, ma narravano episodi sempre più frequenti nella vita di molti. Iniziai a rendermi conto che le abitudini e i passatempi degli studenti in gita si facevano sempre più sfuggenti e raffinati, e che io non li potevo più sgamare. La gita in cui Luca Gamberetto nel cuore della notte vomitò la cena (frittura di gamberi) dal quinto piano esattamente sul piazzale dell’hotel, titubai. La gita in cui Francesco Distrattoni si smarrì per le strade di Budapest prima che io facessi l’ennesima conta, ci rimuginai su un bel po’. La gita in cui anziché per musei mi toccò vagare su e giù per i corridoi dell’albergo in attesa che Andrea Sbornia smettesse di vomitare l’anima nel cesso, presi coscienza.
Adesso (e ormai da una decina di anni) alle classi che mi chiedono di accompagnarle in gita rispondo uno scandalizzato e aprioristico NO, a cui generosamente allego la narrazione delle gesta di Luca Gamberetto, Francesco Distrattoni e Andrea Sbornia. La delusione che vedo dipinta sul volto dei genitori non mi tange perché sono in grado di prevedere le reazioni che avrebbero nel caso in cui un imprevisto di questi coinvolgesse i loro figli. I presidi non mi adorano più come una volta. Io però sono l’insegnante più rilassata d’Italia. Perfino la mia amica ha scelto un altro mestiere.

(oggi nelle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

Ieri mattina a Certaldo

15 settembre 2013

Posso dire la verità? Posso dirla tutta fino in fondo?
Bene, grazie mille. Allora.
A Certaldo ieri era una mattina da non credere, roba che una cartolina ritoccata ha i colori più brutti.
Un cielo tinto d’azzurro a colpi di pennellessa, una campagna che (mi dispiace per gli altri) esiste solo in Toscana e, incollato su questo sfondo da sogno, Certaldo Alto. Perché ce n’è anche uno Basso, ma l’è brutto come Quarrata. Maddai, scherzo! (Però, insomma, bella bella Quarrata non è.)
Proprio davanti alla casa di Boccaccio, in una piazzetta dedicata a Vittore Branca che dello scrittore fu un insigne filologo, la situazione apparecchiata per la presentazione dell’antologia che ha raccolto tutti i racconti partecipanti al concorso dedicato al Decamerone. La giornata infatti, lo ricordo anche a me stessa perché ancora non credo a quello che è accaduto, prevedeva la presentazione e la consegna di un bellissimo volume che la casa editrice Ibiscos Ulivieri ha curato per l’Associazione Giovanni Boccaccio.
Noi ci siamo quasi tutti, fatta eccezione per quei due o tre che hanno da fare. Ci sono anche i genitori, che si sono attivati per accompagnare i figli in un giorno per loro importante. E c’è anche la preside della scuola. Per arrivare alle dieci a Certaldo, ci siamo alzati alle sette e siamo partiti alle otto, tutti, anche l’alunna che la sera prima era al concerto di Marco Masini (menomale non si è presentata con la maglietta firmata).
Gli interventi delle autorità sono brevi e scorrevoli, estranei alla retorica e mirati all’augurio di un futuro politico (e quindi culturale) migliore.
Si spendono tante parole sui giovani: basta parlarne male, i giovani quando vengono sollecitati a modo rispondono con entusiasmo e questo libro lo dimostra, grandi racconti, grandi novelle, grande impegno da parte degli insegnanti che hanno creduto nel concorso, grandi intuizioni della fantasia dei ragazzi e bla bla bla. Bisogna puntare sui ragazzi, bisogna sostenere la scuola, bisogna incoraggiare il futuro e ribla bla bla.
“Questo libro, ragazzi, è la vostra creatura. Tenetelo tra le mani, mettetelo nel vostro scaffale, ogni volta che nella vita lo guarderete ripenserete a questo concorso, a questa giornata, a questa vittoria” dicono quelli che contano.

Alla fine della fiera, però, il libro ci è toccato comprarlo perché nessuno ce ne ha fatto omaggio.
“Ma scusate -chiedo basita agli organizzatori- non è prevista la consegna di una copia ai ragazzi che hanno scritto la novella e figurano addirittura tra i vincitori?!”.
No, non è prevista.

Un modo perfetto per motivare gli studenti, portarli a puntare tutto sullo studio e sulla cultura, convincerli che un libro elegante nello scaffale di casa vale molto di più di una partecipazione volgare al Grande Fratello.

Io, lei e Italo

17 maggio 2012

Domattina io e una delle mie colleghe preferite partiamo per la gloriosa trasferta volta al ritiro del premio messo in palio dal Concorso Nazionale bandito dal Ministero dell’Istruzione e patrocinato dalla Presidenza della Repubblica per il Miglior Giornalino Scolastico d’Italia.

Abbastanza turbate dalle dimensioni dell’evento e del viaggio, stiamo tentando di trasformare l’impegnativo spostamento geografico in una gita goliardica e ridanciana a tutti gli effetti. Come due perfette adolescenti imbecilli, ci siamo fatte i capelli di un colore simile e a momenti c’incontreremo per scegliere dall’armadio dei capi d’abbigliamento che s’intonino per stile, gusto e cromatismo. Ad attenderci a destinazione ci saranno due camere singole in un hotel a quattro stelle e una cena in un ristorante sopraffino. Tutto fa pensare a due giorni di divertimento assicurato.

L’unico che potrebbe compromettere l’idilliaco quadretto è quel bischero di Italo, il treno elegante e rapido inaugurato di recente, che a poche ore dalla partenza non fa che mandarci mail del cazzo con cui ci sposta di posto in continuazione contribuendo a instillare in noi una più che comprensibile incertezza, accident’a lui.

Altro che museo

3 aprile 2012

Non saprei dire quante volte, in venti anni da professoressa, ho accompagnato gli studenti in visite guidate: musei, redazioni giornalistiche, ville, parchi, giardini. Perfino cimiteri. Ma non si era mai verificata per me la straordinaria situazione di questa mattina.
Eravamo tre classi: circa quaranta ragazzi in tutto, per quattro insegnanti. Ci siamo divisi in due gruppi.
“Così, al Museo Antropologico di via del Proconsolo, entriamo in due scaglioni: e quando il primo gruppo fa il percorso guidato con l’esperto, l’altro gruppo gozzoviglia, razzola, pascola e passeggia per il centro. Che ne dici?” mi fa la collega.
Le ho detto che era perfetto.
A patto che l’intrattenitrice esterna del gruppo che rimaneva fuori fossi sempre io.

Piazza del Duomo, via dei Calzaioli, via de’ Cerchi, fornaio storico di via de’ Cerchi, via del Corso, bombolonaio storico di via del Corso, via Dante Alighieri, sosta tattica alla chiesa di Dante e Beatrice per stesura e consegna di biglietti d’amore sulla tomba di Beatrice, via della Condotta, piazza della Signoria, Calimala, piazza della Repubblica, sosta in libreria (esterna), sosta all’Hard Rock Cafè (interna), piazzetta dell’Olio, via dei Cerretani, piazza dell’Unità italiana.

Quasi quasi cambio mestiere.