Caccia al defunto

24 marzo 2011

Il programma della seconda uscita con la classe dei ragazzi cinesi prevedeva due sole tappe, ma toste: Cimitero delle Porte Sante detto anche di San Miniato al Monte per la sua adiacenza con l’omonima chiesa, e Basilica di Santa Croce per la visita alle “urne dei forti”.
“Tuttavia io e la collega di Scienze abbiamo deciso d’invertire l’ordine: prima caleremo in città per fare colazione in San Niccolò, proseguire fino alla Basilica e quindi consumare un pranzo bucolico in un parchetto cittadino. Nel primissimo pomeriggio, quando il sole sarà allo zenit e pomperà la sua energia piena di calore, risaliremo su in collina e ci addentreremo tra i viottoli del cimitero alla ricerca degli illustri fiorentini lì sepolti.”
La cosa bella è che a questa classe piace sempre fare tutto. C’è da camminare? Si cammina. C’è da visitare? Si visita. C’è da durare fatica, aspettare, fare la fila, stare zitti? Qual è il problema, si fa. L’unico neo semmai è che queste trenta cavallette hanno sempre fame. Secchi come chiodi, allampanati come fusi, c’hanno sempre le mascelle in movimento e gnam e gnam e gnam: l’è tutto un rodere.
“Ma si può sapere icché mangiate?!”
“Biscotti cinesi salati.”
“Caramelle cinesi agrodolci.”
“Schiacciatine cinesi caramellate al sesamo.”
“Semi di girasole cinesi zuccherati.”
Tra parentesi, i semi di girasole danno dipendenza: l’uomo che vive insieme a me mi osserva sgomento sbucciarne a raffica in continuazione e sostiene che da quando frequento il Sol Levante ho più del merlo indiano che dell’essere umano.
“Allora, attenzione: stiamo per entrare in Santa Croce. E’ bene che sappiate che la vigilanza è severissima e che è fatto divieto assoluto di fotografare, filmare, parlare e soprattutto ridere. Chi ride in chiesa fa la fine che avrebbe fatto Galileo Galilei se non avesse ritrattato le proprie teorie!”
“Perché, che fine avrebbe fatto?!”
“Sono io che lo chiedo a voi! Che sorte sarebbe toccata all’illustre scienziato, se non avesse abiurato?”
“Impiccato?”
“No.”
“Sgozzato?”
“No.”
“Infilzato da una spada?”
“No.”
“Fatto a pezzi con un coltello?”
“No.”
“Appeso per i piedi da una finestra?”
“No.”
“Rapito dai fantasmi?”
“No.”
“Ucciso con pistola?”
“No.”
“Mangiato dai lupi?”
“No.”
“Dai cani randagi?”
“No.”
“Da un drago velenoso?”
“No.”
“Beccato dalle galline?”
Trovo esilarante, nella sua ingenuità, il sense of humor dei cinesi. E mi piace un sacco questa cosa che ridono di poco, a volte di niente, come se quel riso leggero fosse per loro una coperta che consola e rassicura, come se ridessero dei loro piccoli imbarazzi, della loro lingua ancora incerta che fatica a dire erre.
“Plofe…”
“Ma basta con questa plofe! Sono sette mesi che ci conosciamo: possibile che ancora mi chiamiate plofe?! Forza, tutti in coro: trentatré trentini tornarono da Trento…”
“… tutti e tlentatlé tlottelellando!”
E va be’, fate come vi pale.

“Per pranzo cosa volete mangiare?”
“Kebab!”
E infatti mentre li guardo azzannare brandelli di carne di pecora mista a straccetti di carne di manzo, io mi domando a cosa diavolo servano le frontiere, perché diavolo seguitiamo a disegnarli sulla carta, i confini, perché non la facciamo finita con tutte queste corbellerie da sepolcri imbiancati e non ci ispiriamo a loro, i ragazzi, che per natura sarebbero aperti al mondo e solo per una cultura malata inculcata in testa da adulti inquinati, crescendo smettono di essere aperti, spalancati, e diventano ottusi, chiusi, ciechi, stolti. E iniziano a pensare che una guerra in Medio Oriente sia migliore di un kebab gustato sull’erba delle aiuole di piazza Demidoff a Firenze.

“Bene, ora che ci siamo ben ingaglioffati e abbiamo anche un po’ smaltito risalendo le Rampe del Poggi, siamo pronti per la prova finale: dichiaro ufficialmente aperta la caccia al defunto. Ognuno di voi possiede una fotocopia con l’elenco dei morti di cui dovrà trovare la tomba, in mezzo a questo brulicare di croci, statue e fiori freschi, secchi e finti. Osservate quanta gente indimenticabile ha trovato asilo imperituro in questo bellissimo cimitero monumentale: i due scrittori Carlo Lorenzini detto Collodi e Luigi Bertelli detto Vamba, il gastronomo Pellegrino Artusi, il medico Giovanni Meyer, il produttore cinematografico Mario Cecchi Gori, il critico Giovanni Papini, l’editore Felice Le Monnier, Stanislao Paszkowski fondatore dell’omonimo caffè letterario, l’autore Vasco Pratolini, il pittore Ottone Rosai, il grande intellettuale antifascista Gaetano Salvemini, lo storico Pasquale Villari, il politico Giovanni Spadolini, la famiglia Vespucci. Siete pronti a cercarli, nel più religioso dei silenzi e nel più profondo rispetto del loro sonno eterno?”
“Ma siamo sicuri che non si arrabbiano e stanotte non vengono a cercarci in camera mentre dormiamo?”

Giornata mortale

21 marzo 2011

“Allora ragazzi: domattina appuntamento al Piazzale Michelangelo per la nostra seconda uscita dedicata al Progetto Andare a quel Paese, d’accordo? Vi aspetto puntuali e belli carichi di energia!”
“Profe, qual è l’itinerario?”
“Ecco… domani speciale tombe!”
“Tombe?! In che senso: morti?”
“Esattamente: prima visiteremo il Cimitero delle Porte Sante, che accoglie tante personalità fiorentine nella maggior parte recenti. Quindi scenderemo in città e visiteremo la Basilica di Santa Croce dove, come sapete, sono sepolti i grandi della storia italiana.”
“Va bene. Allora ci vediamo domani.”

Una classe di italiani si sarebbe sfrugugnata per dieci minuti il cavallo del jeans.

Trenta scoiattoli

15 febbraio 2011

Il meteo metteva pioggia e vento, tanto che ieri io e la collega accarezzavamo quasi l’idea di annullare l’uscita e rimandarla a data da destinare. Loro però seguitavano a sostenere che oggi sarebbe stata una magnifica giornata di sole e cielo azzurro.
Intuitiva lungimiranza orientale, spontanea perspicacia genetica, o rarissimo esempio di botta di culo? Boh.
Fatto sta che alle otto di questa mattina, se nella conca della città una nebbia grigia e ammorbata spingeva a sospettare il peggio, al Piazzale Michelangelo già s’intuiva che l’avevano azzeccata loro.

Abbiamo sceso le Rampe di Giuseppe Poggi, attraversato e ammirato il quartiere storico di San Niccolò, sostato in piazza Demidoff trattenendo il fiato davanti a una Firenze capovolta in Arno, attraversato quello che nel 1282 si chiamava Ponte Rubaconte, sfondato in piazza Santa Croce e conquistato panchine soleggiate, tagliato verso il Museo Galilei, riscavallato il fiume per essere deliziosamente accolti all’enoteca “L’Antica Mescita”, dove ingaglioffarsi di crostini neri toscani ai fegatini di pollo, coccoli caldi, fettunta d’olio novo, pappa al pomodoro, ribollita con verza e cavolo nero, salsicce e fagioli rifatti all’uccelletto al prezzo speciale per studenti cinesi di 10 euro tutto compreso. Per l’intera giornata ho avuto la sensazione di portare in giro trenta scoiattoli. Curiosi, attivi, scattanti, assetati di sguardi, passi, giri e ritorni. Incantevoli e incantati.

Tutto immortalato, ripreso, fotografato, filmato, immobilizzato, eternato.

Datemi i vostri cellulari

9 febbraio 2011

Con la classe monoetnica cinese ho aderito al progetto proposto dal Centro Turistico Studentesco “Andare a quel Paese”: la consegna prevede la pianificazione di un percorso turistico all’interno di una precisa porzione di città e la realizzazione di un prodotto finale che dimostri la conoscenza di storia, architettura e paesaggio da parte della classe partecipante.

“Allora, ragazzi, faremo tre uscite nella zona di Firenze che abbiamo scelto insieme: la prima sarà martedì prossimo. Ci troveremo alle 8,30 al Piazzale Michelangelo, che ognuno di voi raggiungerà in completa autonomia organizzandosi con i mezzi di trasporto pubblici. Da lì inizieremo il nostro percorso, che in questa prima occasione si manterrà all’esterno: una bella camminata lungo il triangolo cittadino che abbiamo pianificato, vivendo la città sulla nostra pelle, annusandone gli odori, contemplandone i colori, le sfumature, ascoltando la parlata dei locali, assaggiando le specialità gastronomiche del luogo. Mi raccomando: scarpe comode e, nello zaino, acqua, blocco e penna per appunti, macchina fotografica preferibilmente digitale e qualche cioccolatino con cui attutire i cali di energia. Siete pronti per questa magnifica avventura?”
“Sì!”
“Propongo adesso di far girare tra i banchi un foglio su cui ognuno di voi scriverà il proprio numero di cellulare. Intanto appuntatevi il mio.”
“Profe…”
“Dimmi, Ruifeng.”
“Perché dobbiamo scambiarci il numero di telefono?”
“Perché potrebbe succederci qualcosa, e avere tutti il numero telefonico di tutti ci aiuterebbe certamente.”
“Cosa potrebbe succederci?!”
“Per esempio potremmo perderci. Io in questo sono una professionista. L’anno scorso, accompagnando in gita a Roma una classe di venticinque studenti, riuscii a perderne dieci.”

Sgranano (come possono) gli occhi a mandorla, ridono, minimizzano: insomma, non ci credono.
Così racconto loro quello che non ho mai raccontato a nessuno e che all’epoca mi sono ben guardata dallo scrivere in questo blog per paura che il mio Preside di allora (che saluto caramente, ciao Giulio!) mi sgamasse.

“Eravamo stati convocati alla cerimonia di premiazione di un concorso poetico presso il Centro di Cultura Giapponese a Roma. Poiché saremmo stati tutto il giorno a zonzo per la capitale e saremmo andati alla cerimonia solo alle cinque del pomeriggio, avevamo deciso di portare negli zaini un cambio d’abiti conforme alla situazione: casual di giorno, elegantissimi e cilindrati per la premiazione. Ci saremmo cambiati in pullman, lungo il tragitto dal centro al Centro. Orbene, accadde che, proprio mentre ci dirigevamo al parcheggio dei pullman, i dieci che camminavano dietro a me deviarono per una strada secondaria senza che né io né tantomeno loro ce ne rendessimo conto. Quando me ne accorsi, quelli erano già tre quartieri oltre. L’orario della premiazione incombeva, non potevamo tardare. Aggredendoli verbalmente al telefono (ecco, vedete il vantaggio di avere i numeri di tutti?), imposi loro di arrangiarsi con i taxi e dissi che ci saremmo ritrovati al Centro Giapponese.”
“E arrivarono in tempo?”
“Arrivarono che la cerimonia era appena iniziata, solo che noi ci eravamo cambiati in pullman ed eravamo tutti belli eleganti. Loro invece si presentarono in versione diurna, disordinata e disimpegnata, tutti sudati e appiccicosi, coi vestiti sudici del giorno trascorso a zonzo per la città e a giocare a calcio a Villa Borghese.”
“E allora?”
“E allora si sedettero dietro di noi, nell’ultima fila, l’unica rimasta vuota. Sfruttando i nostri contorni corporei come paraventi, si spogliarono in diretta mentre la Presidente del Centro procedeva con le premiazioni, e indossarono il vestito buono con cui salire sul palco. Quando mi voltai verso di loro per lanciargli un’occhiataccia di rimprovero per lo smarrimento e il ritardo, li beccai tutti in mutande: fu uno spettacolo spaventoso e ancora qualche notte me lo sogno.”

Chissà cosa penseranno di me, questi cinesi.
Fatto sta che adesso ho la lista completa dei loro cellulari, so che niente di male potrà mai accaderci e sono certa che martedì inizierà la nostra splendida avventura.

Alta quota

7 maggio 2009

Quando vai in gita con la scuola, la notte prima dormi a spizzichi e bocconi perché hai paura di arrivare tardi al pullman. Non appena chiudi gli occhi, sogni di perdere cinque o sei ragazzi per i sentieri di montagna o di vederne volare giù di sotto un paio, che si sono spintonati così, per amicizia.

Quando vai in gita con la scuola, prima dell’alba sei già in piedi a gironzolare per la casa, ti infili pantaloni da uomo coi tasconi laterali, indossi una maglina informe, ti fai abbracciare da una felpa più grande di due misure eredità di tuo fratello e scivoli coi piedi dentro due scarponi da trekking che ti ha prestato Atletica Collega. Prima però ti fai una doccia lunga mezz’ora e ti spruzzi il profumino addosso, perché la gita sulle Alpi Apuane va bene, ma la femminilità prima di tutto.

Quando vai in gita con la scuola -ma a scuola sei sempre andata con i tacchi alti e la sottanina a modo- gli studenti della scuola non ti riconoscono, ti guardano storto, poi ti mettono a fuoco, dicono o profe e tu capisci che il vocativo nasconde ciò che pensano di te in quel preciso istante e cioè o profe ma chi l’ha conciata in quel modo, che la ci pare ripresa dalla piena.

Quando vai in gita con la scuola, la scuola è ancora chiusa. Ti senti stralunata, assonnata, rincoglionita ma anche allegra perché alla spicciolata arrivano i ragazzi addobbati nei modi peggiori, tipo pantaloncini corti, maglietta viola, calzini fantasmini e superghine bianche ai piedi, l’aria diversa da quando entrano in classe col pensiero della lezione o dell’interrogazione, cioè sono loro ma non lo sono veramente, o lo sono un po’ di più. E a te, che pure fai questo mestiere da una quindicina d’anni, vederli in quello stato fa sempre un’impressione di tipo pirandelliano, tant’è che ti sorprendi a domandarti quali siano i tuoi ragazzi veri: quelli che vedi dalla cattedra al di là dei banchi o quelli che ti siedono di fianco sopra il pullman, con le cispe agli occhi e la fiatella del primo mattino?

Quando vai in gita con la scuola, dipende da quanti anni hai. Se sei all’inizio della tua carriera e hai la testa in ipoteca e ti manca il senso del pericolo e alle cose brutte non ci pensi mai, allora vai tranquilla e ti butti in fondo a rizzare il coro insieme al gruppo. Se invece è passato qualche anno e hai cominciato a prendere coscienza della responsabilità enorme che ti assumi a portare in giro esseri umani tanto preziosi, la prima cosa che fai è controllare che tipo è l’autista.

Quando vai in gita con la scuola, c’è sempre qualcuno che fa appena in tempo a dire profe non mi sento tanto b e ha già il vomito in bocca. Ti chiedi dove è scritto che i professori non debbano mai sentirsi male a vedere il vomito dei ragazzi in diretta, eppure è così, non puoi permetterti di stare male quando un ragazzo ti vomita davanti, ma devi stare lì vicino a lui e passargli i fazzolettini mentre l’odore della sua colazione rielaborata solo in parte dal succo gastrico raggiunge i buchi del tuo naso e, attraverso l’impulso di quello spione del cervello, ti nausea lo stomaco.

Quando vai in gita con la scuola, prima o poi arrivi sempre a destinazione. Le gambe ti si sono addormentate e la vescica spinge. Il che è niente, se scendi in un luogo abitato. Ma diventa una tragedia, se il pullman ti molla in mezzo a una miniera di marmo finissimo di Carrara. Io sono una signora è una frase che non serve, quindi non dirla: la realtà dei fatti è che devi imboccare un bosco, calarti il pantalone coi tasconi e pisciare sul fogliame. Ecco però che, al pari dell’uretra, la mente ti si apre e rivedi scene della tua giovinezza, a scalare il Pratomagno calandoti il jeans per la liberazione fisiologica con la naturalezza dell’adolescenza.

Quando vai in gita con la scuola, l’i-pod non lo portare, perché la musica più bella da ascoltare sono i commenti dei ragazzi. Profe ‘un ce la fo. Ma domani siamo giustificati o c’interrogate? A dicembre mi levo l’apparecchio e finalmente potrò baciare le ragazze senza ferro in bocca. Ma perché invece che in punta a questo pìllero ‘un siamo andati a mangiare un fritto di paranza a Viareggio. Io mi son portata anche lo scialle e la borsetta. Quando s’arriva in vetta pianto la bandiera della Fiorentina. Mi so’ sbucciata tutta la caviglia. Oddìo ruzzolo di sotto. Se lo sapéo, ‘un venìo. Maremma che odor di rosmarino, oicchéll’è?. Loro non lo sanno, ma quest’erba profumata che li circonda, a ciuffetti che paiono guanciali su cui addormentarsi beati, è timo, altrimenti detto pepolino. Ce n’erano a distese quando, ragazzina, risalivi l’abetina e alla fine di un tunnel di bosco ti appariva un panorama di montagne rosa e blu, che erano le tue, le stesse che guardavi alla finestra coi gomiti appuntellati sul marmo del davanzale accanto alla tua mamma, ma da lassù ti mozzavano il respiro perché alla vista s’aggiungeva anche l’odore.

Quando vai in gita con la scuola, la fatica non la senti, la fame è un languore gioioso da condividere con gli altri aspettando di arrivare a Colonnata per farsi fare un panino al lardo, anzi due; il sudore profuma perché ce l’hanno tutti, la pelle del viso diventa rossa anche senza fard, le labbra si spaccano per il vento e te le lecchi per ammorbidirle, i piedi si sbucciano, ma pace. La montagna è un condominio naturale, uno scalone dopo l’altro, alti che ti sembra non ti basti l’apertura delle cosce, alti che ti sembra manchi il fiato, alti che pensi stai a vedere alla fine proprio io non ce la fo.

Quando vai in gita con la scuola, però, ce la fai sempre. Ce la fai perché fare la figura della mezzacartuccia non se ne parla. Ce la fai perché ci sei andata con tre colleghi maschi, eroici e cavalieri che ti infondono il coraggio e la tenacia di una capra tibetana. Ce la fai perché stare accanto ai ragazzi e guardarli vivere l’età più bella poiché meno cosciente è ancora il tuo spettacolo preferito e ascoltarli mentre al ritorno confessano ci siamo fatt’icculo ma ci siamo divertiti un monte, è ancora una musica che preferisci a quella dell’i-pod.

Chimmelofaffare/2

5 maggio 2009

“Ragazzi, ma il collega di Scienze vi ha spiegato nel dettaglio il percorso trekking che faremo domani? Io non ne so nulla”.

“Meglio per lei, profe”.

Chimmelofaffare/1

5 maggio 2009

“Ragazzi, per la gita in montagna di domani vi consiglio di vestirvi a cipolla”.

Uno ha capito che bisogna indossare capi bianchi e violetti.

Uno ha capito che bisogna cercare un costume di carnevale da cipolla di dimensioni umane.

Uno ha capito che va bene anche mettersi panni sudici con l’ascella che odora di soffritto.

In ordine alfabetico

4 gennaio 2009

A come

ANTIBES

Due stelle appena, eppure sotto questo nome un hotel delizioso ci aspettava per salvarci da una pioggia insistente e torrenziale, qualcosa di mai visto –a detta dei locali- dagli anni Venti, in quella che invece potrebbe essere chiamata “la città del sole” tanto chiama a vivere all’aperto, sotto la luce naturale della stella più prepotente, calda e necessaria. Consiglio vivamente la scelta di questo hotel a quattro piani, rivestito all’esterno di mattoni rossi e collocato nei pressi di uno dei monumenti più incredibili della terra. Semmai esorto all’assegnazione di una camera diversa dalla numero 211, confinante con la cucina e, per questo, trasmettitrice (ma più che altro amplificatrice) di spignattii, sciaguattii e rigurgitii fin dalle prime ore dell’alba. Gli uomini alla reception padroneggiano l’idioma italico e, mentre tu (per atteggiarti) li saluti con un hola, loro (per annientarti) ti rispondono con un ciao.

B come

BARCELLONA

E quale città potrebbe essere definita “del sole” se non l’ariosa, immensa, ventricolare Barcellona? Fino a dieci giorni fa io avevo solo cercato di immaginarlo, nel tentativo (sempre limitativo e fallimentare) di figurarmi come poteva essere, il luogo che nel 133 avanti Cristo si chiamava Barcino, che successivamente avrebbe fatto parte dell’Impero Romano e che nell’VIII secolo era stato occupato dai Mori fino all’arrivo dell’epico Carlo Magno di Francia. Ma la mente, in certi casi, è del tutto insufficiente, perché Barcellona non va immaginata. Barcellona va vista.

C come

CASSONETTI

Pullulante di vita è l’attività umana presso i cassonetti della spazzatura di Barcellona. Non c’è raccoglitore pubblico presso il quale qualcuno non si attardi dedicandosi alla ricerca di qualcosa di non ben identificato, ma certamente (a conti fatti) di molto appagante. Ho visto infilare mani e braccia ed estrarre cuscini, materassi, complementi d’arredo, cartoni, sacchetti, oggettistica variegata, avanzi di panino, frutta sbucciata.

D come

DEL RUSTE

Una volta a Barcellona, ho ricevuto un sms in lingua locale. Era Clara Del Ruste, l’attrice spagnola che incontrai e conobbi un anno fa in piazza della Repubblica a Firenze e che, grazie alla potenza vitalistica che la contraddistingue, non dimenticherò mai.

E come

ESTRELLA

Andare a Barcellona e non bere l’Estrella è come andare a Bangkok e non bere la Singha. In alternativa, può andare anche la Moritz. Ma che sia cerveza.

F come

FRANKFURT

Ho capito che siamo in Spagna e che bisogna a tutti i costi alimentarsi di paella, ma se al quarto giorno il pesce vi scappa dalle orecchie e avvertite l’esigenza di un sapore differente, indirizzatevi su un “Frankfurt”, la rivoltante quanto folkloristica salsiccia tedesca (che gli spagnoli chiamano “botifarra”, nella duplice variante “negra” e “blanca”) inserita in un panozzo di analoga conformazione e abbinata a un arcobaleno di salse piccanti. Nel quartiere chiamato Sardegna, esiste un locale che di suddetto alimento ha adottato la denominazione: dietro al bancone si incrociano e piroettano cinque figuri untissimi oltre che loschi. Una cena consumata appollaiati sugli sgabelli in finta pelle comporta esperienze oniriche notturne mai più replicabili. Io per esempio ho sognato che andava al governo Rifondazione Comunista.

G come

GAUDI’

Di Gaudì mi sono innamorata come delle opere che l’artista più visionario del Novecento realizzò in questa città: la Casa Batllò, la Casa Calvet, la casa Milà ben più nota come La Pedrera, il Parco Guell. Ma più che altro il miracolo architettonico della Sagrada Familia. Antoni Gaudì aveva trentuno anni quando iniziò a lavorarci: di lì a poco ne rimase del tutto assorbito, annientato, ai limiti dell’ossessione. Abbandonò e rifiutò altri lavori, vi spese tutti i propri averi, lasciò addirittura la propria casa e, con le poche cose che gli erano rimaste, si trasferì a vivere in un cantuccio dell’immenso cantiere, che anche oggi pulsa, si trasforma e cresce. Perché il tempio dell’espiazione non è ancora finito, e le gru gli volteggiano sopra, tra le guglie altissime che ancora aspettano di accogliere nel centro la guglia più alta, con la croce in madreperla più grande della cristianità. Gaudì visse gli ultimi anni della sua vita come un asceta, chiuso nel tempio che sentiva suo, impegnato a costruire la chiesa per i suoi poveri, seguendo un metodo di lavoro irrazionale e ispirato solo alla natura: senza un progetto vincolante, egli concepiva continuamente nuove idee, sempre più audaci ed estreme. Quando (nel 1926) venne investito da un tram sull’Avinguda Diagonal, nessuno lo riconobbe. Era emaciato, vestito di stracci e venne portato in un ospedale per poveri. Solo qualche giorno dopo la sua morte si scoprì la sua identità e la salma venne seppellita nella cripta del tempio. Ma finché fu in vita, fu l’uomo dei colori, delle forme, dei frutti, delle piante. Guardò sempre la natura per avere insegnamenti d’arte e si lasciò ispirare anche dalle ossa nude, vuote e sorde che restano di un uomo o di un animale, quando la vita lo abbandona.

H come

HOLA

Ha un suono frizzantino e allegro il saluto pronunciato dai barcellonesi. Non è il nostro hola italianizzato. Non ha nulla a che vedere col tormentone hola-hola-hola-vo-a-dormire-sull’aiola a cui Pieraccioni ci ha avvezzati. Quando uno spagnolo ti dice hola, non solo ti viene spontaneo ridirglielo. Ma vorresti che lui te lo ripetesse altre dieci volte, per farti sentire bene come la acca quasi non si sente, come la o è una via di mezzo tra l’aperto e il chiuso, come la elle si allunga senza diventare doppia, come la a acquista una corposità diversa da tutte le a che tu hai usato in vita tua.

I come

ITALIA

L’Italia nelle librerie spagnole ha i nomi di Roberto Saviano, di Andrea Camilleri e di Federico Moccia. Ognuno elabori personali considerazioni.

L come

LINGUA

La comprensione tra un italiano e un catalano è agevolata dal fatto che la lingua parlata a Barcellona è molto più vicina a quella francese e, conseguentemente, alla nostra. Per dire, in castigliano “parlare” è “hablar”, in catalano “parlar”. Questo significa che, pur non conoscendo affatto il casuale interlocutore, si possono intavolare con lui delle discussioni oltremodo approfondite su qualsivoglia tematica comune alle due culture (una su tutte: fenomenologia di Raffaella Carrà).

M come

MIRA

Come noi si dice “guarda” (o, come in Valdarno, “ve’”, forma sincopata per “vedi”), a Barcellona dicono “mira”, una sorta di intercalare quasi desemantizzato che finisce per assomigliare al nostro “cioè”, con la fondamentale differenza che “cioè” è osceno mentre “mira” è foriero di un’intima poesia del tutto naturale. Nei giorni della nostra permanenza in suolo spagnolo, io abbinavo di sovente il verbo “mira” col sostantivo “perro”, ottenendo un reiterato e martellante “mira el perro!” (trad. “guarda c’è un canino!”) ad ogni incontro con uno dei numerosissimi quattrozampe in circolazione per la città.

N come

NACHOS

Pur di origine messicana, i nachos sono diffusissimi e consumatissimi in tutti i locali della movida barcellonese. Vedendoli, potrebbe venirci la tentazione di chiamarli “Rodeo”. Sarebbe un’eresia.

O come

OCCUPATION

Le case occupate a Barcellona sono molte. Nei pressi dell’hotel in cui alloggiavamo, per esempio, una gradevole palazzina a due piani è stata puntata, studiata, violata e (a questo punto sicuramente) occupata da quattro punkabbestia perrodotati che nei giorni della nostra permanenza pianificavano l’illegale azione.

P come (indovina)

PERRO (che domande)

Di perri straripa Barcellona. Sono tutti perri estremamente dignitosi e rigorosamente padronali. Il perro abbandonato, sudicio, solo e triste pare non essere contemplato in quella città, che dimostra per la categoria un rispetto in Italia non sempre scontato. I perri stanno tendenzialmente al guinzaglio, ma si allungano anche liberi e indipendenti per le viuzze strette e fiorite del centro limitrofo alla Rambla: lungi dall’essere soli, essi sono seguiti a vista da un hombre o da una mujer a cui stanno molto a cuore. Fuori dai negozi non è raro battere il piede sulla ciotola d’acqua riservata a perri di passaggio. Il perro barcellonese si fa accarezzare ancora più volentieri se gli si parla in lingua: “Perro querido (mira) como estas te quiero muchissimo” ad esempio può andare.

Q come

QUARTIERE

Barcellona è una balena. Ma in ogni suo quartiere ti sembrerà di appartenere a un microcosmo autosufficiente in cui ritrovare l’identità e la misura umana che le città grandi portano via.

R come

RAMBLA

La Rambla è la colonna vertebrale di questa balena. Uno stradone a doppio senso con un camminatoio centrale e soprelevato su cui si riversano giovani e stagionati, uniti dal desiderio di mirare ed essere mirati. Sulla rambla si intervallano artisti di strada, ognuno dei quali conquista un pezzo di marciapiede e lo trasforma nel proprio teatro personale. Un uomo con la testa mozzata di netto e appoggiata sopra un tavolo vi urla dietro se non gli lasciate qualche spicciolo, un altro ha la gambe a posto della testa e la testa al posto del culo, un altro pedala una bicicletta con le ali. Uno fa l’albero, uno fa il mostro, uno fa il drago. Sulla Rambla vendono uccellini, collanine, borsette, El Pais, El Mundo e La Vanguardia. Sulla Rambla ti dicono di stare all’occhio, che ti portano via anche le mutande. Io mi sentivo al sicuro come quando cammino da sola per Firenze.

S come

SHILLING

Sono le sette, la stanchezza ti si aggrappa alle gambe, il vento ti stordisce la testa, il cervello ti scoppia di bellezza, i negozi li hai battuti quasi tutti, non sogni altro che bere. Cerca lo Shilling, entraci dentro, siediti al bancone e ordina.

T come

TALLER DE TAPAS

Sono le dieci, da due ore bevi allo Shilling, lo stomaco reclama, la paella urla a gran voce. Cerca il “Taller de Tapas”, siediti al tavolo rotondo, osserva l’ambiente, poi chiudi gli occhi, punta l’indice a caso sul menù e ordina. E’ tutto favoloso.

U come

UNIVERSO

Prima che partissi, il babbo mi diceva: “Cercami l’Hotel Universo, e scattagli una foto”. Lui e la mamma, all’Hotel Universo, ci alloggiarono quarantacinque anni fa, in viaggio di nozze. Erano tempi in cui neanche ci si immaginava che un giorno tutto il mondo sarebbe entrato in una rete e che prenotare un albergo in Spagna sarebbe stata roba da dieci minuti appena. A loro, l’Hotel Universo, lo consigliarono i membri di una banda musicale valdarnese, “Gli Scapati”, che per esibirsi a Barcellona avevano dormito lì: “Appena trovate l’hotel –dissero alla giovane coppia- chiedete di un certo signor Antonio, che vi lavora”. Così il mio babbo (che aveva il labbro tumido di Marlon Brando) e la mia mamma (che aveva il corpo sinuoso di Haudrey Hepburn) partirono in Cinquecento e, superata la Provenza, giunsero a Barcellona. Il babbo pensò: “Ora come fo a trovare proprio quell’hotel?”. Ma Eros, per agevolare le loro imminenti notti di sposi novelli, mise sulla loro strada un procacciatore di clienti d’albergo. Egli, come nelle storie più belle e meno credibili, proprio quando loro avevano deciso di rinunciare al consiglio dei membri della banda per farsi guidare dal destino, li condusse all’Hotel Universo. Quell’uomo si chiamava Antonio. La permanenza dei miei genitori in Barcellona fu scandalosamente godereccia e la mamma fu redarguita dalla direzione perché ogni mattina, fatto il bucato dei capi intimi in seta, stendeva senza pudore slip minimali e baby-doll trasparenti che successivamente (con femmineo orgoglio) ha passato a me.

V come

VALE

Come il “mira”, anche il “vale” è oggetto di linguistico abuso. Vale significa tutto e il contrario di tutto e va bene per tutte le situazioni. Vale vuol dire ochèi, sono d’accordo, sisì, va bene, ho capito, condivido, plaudo, confermo, cosa vuoi di più dalla vita, meglio di così si muore, non mi oppongo, perché negare, meglio accettare, non intendo confutare, concedo il mio incondizionato appoggio. A me piaceva esagerare inserendolo in un “vale el perro” del tutto privo di senso compiuto.

Z come

ZAPATERO

Di Josè Luis Rodriguez Zapatero, per le vie di Barcellona, neanche l’ombra. Ho incrociato Giorgio Armani. Ma non è la stessa cosa.