Gmassi e Nina

27 gennaio 2017

Gmassi (dove G è l’iniziale del cognome e Massi è l’inizio di un nome a dodici caratteri) lo conosco dal 1993. Abitavamo nella colonica grandissima e malconcia di cui ho scritto molte volte, la casa dove sperimentai la condivisione degli spazi e delle anime, imparai la delicata arte dell’accettazione e della partecipazione, ed esercitai un’amicizia che fino a quel momento e in quei termini mi era sconosciuta.
Già in quel tempo Gmassi, oltre che il musicista, faceva il lavoro che fa oggi, l’accalappiacani come dicevamo allora per far presto, in realtà l’ufficiale addetto al recupero dei cani feriti, smarriti o abbandonati. Mille sono state le avventure in cui Gmassi si è trovato coinvolto, una su tutte quella con Caio, ferocissimo pitbull terrier da cui fu ripetutamente aggredito e su cui vennero imbastite storie orrorifiche da raccontarsi dopo cena davanti al focolare.
Oggi Gmassi si occupa più che altro di animali selvatici, vaga sempre per i boschi e viene a contatto quotidiano con cervi, daini, aquile e cinghiali.
Qualche tempo fa recuperò una cinghialina sfortunata e la portò al rifugio per curarla ed accudirla.
“Guarda com’è -mi dice oggi a pranzo mostrandomela in una foto (quella sotto) pubblicata anche dal National Geographic- L’ho chiamata Nina.”

La notizia bella è che Nina sta benissimo ed è salva.
Quella brutta è che Nina, avendo perso la testa per Gmassi, s’incazza con qualsiasi donna si avvicini a lui anche per dirgli solo una parola.

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Il guardaroba

8 luglio 2016

Da piccina sono cresciuta con i miei dirimpettai, il bambino e la bambina del sesto piano.
Lui era placido e tranquillo, lei un aggeggio, un arsenale. Camminava saltellando su una gamba sola e andava dal suo appartamento al mio, dal mio al suo, senza soluzione di continuità.
Io ero una piota, fatta e messa lì, dove mi appoggiavi stavo.
Anche nel periodo dell’adolescenza (quando mi svegliai), in virtù del campettino e del campeggio parrocchiale più sovversivo d’Italia, seguitammo a frequentarci. Ma tre anni di stacco a quell’età sono tantissimi, per cui di lì a breve la nostra strada maestra si biforcò nonostante frequentassimo perfino il medesimo liceo: lei andò da una parte, io da un’altra.
La morte della mamma (un anno fa, dopodomani) ci ha ricondotte sullo stesso pianerottolo.
Come se trent’anni non fossero passati, la conversazione è ripartita da dove si era interrotta, con la fantastica aggravante che ora eravamo grandi, avevamo consumato molta vita, e avevamo mille avventure da narrarci.
Lei adesso vive a Prato nella casa dei miei sogni.
Fa un lavoro a contatto con la moda.
E’ animata da incontenibile fantasia e spiazzante generosità.
“Devi venire a cena da me! -dice l’altra sera- A parte il fatto che mia madre ti reclama, ti ho messo via un monte di abitini, uno più bello dell’altro!”

Benché gonfia di pani e di pesci più degli invitati alle nozze di Cana, prima ho sfilato per un pubblico ristretto, poi sono tornata a casa con tre borse di vestiti.
Ora ho un guardaroba che la Middleton ci fa la bava.

Raduno ufficiale delle Dee, iersera. Grande Maestra Cerimoniera -nonché perfetta padrona di casa- la Deona. Si comincia in giardino, sotto un tendone bianco, in mezzo a tralci di vite e rami di nocciolo, voli d’uccelli e d’aerei. Si prosegue all’interno di una magione lunga a due piani, intorno a un tavolo rettangolare che col passare delle ore cresce in bevande e vivande. La Deona Home è un porto di mare a cui chiunque può attraccare all’improvviso, dal marito alle figlie, dalla mamma al babbo, dal falegname allo zio con la moglie congolese. Chiunque passa si ferma, perché sente un gran ridere e il riso fa da calamita. Con la Deona è bello parlare, perché si parla di tutto: dell’indiscutibile eleganza che i tacchi alti conferiscono alle gambe di una donna, dell’altrettanto indiscutibile comodità di calzare tacchi bassi, della tremenda fatica per sfrattare un formicaio abusivo, dell’eccitante prospettiva di mutare residenza, della snervante attesa degli esami di stato, della gratificante preparazione di carciofini sott’olio, della recente strage di Orlando.
Ma uno è il tema che domina la serata fino a sfociare nella notte: dell’impellente esigenza di cambiare lavoro prima che sia troppo tardi. Abbandonare la scuola nel momento migliore, prima di invecchiare, di rincoglionire, di non aver più niente da dire, di non saper più che pesci pigliare, di sentirsi straniere nella madrepatria professionale. Preferire un addio anticipato e dignitoso all’attesa umiliante di una data sempre più lontana, andarsene mentre siamo credibili, finché siamo affidabili, prima che arrivi il ridicolo. Ma cosa fare?
Inventarsi un futuro e costruirlo insieme, creare qualcosa che non c’è e che non c’è mai stato, pensare in grande e rimettersi in gioco. Come quando -ragazze, fresche di laurea, piene di passione e di sogni- c’incontrammo nella nostra prima scuola e imparammo insieme a insegnare.

Finalmente

9 dicembre 2015

Eravamo dirimpettaie di pianerottolo da piccine.
Siamo cresciute insieme fino a un certo punto dell’adolescenza.
Poi abbiamo imboccato strade diverse e ci siamo perse.
Ci siamo ritrovate questa estate al funerale della mamma.
Ci siamo promesse che non ci saremmo perse più.
Da quel giorno ci siamo sempre scritte.
Oggi ci siamo riviste.
Finalmente.
Un abbraccio lungo il Pecci, due bottiglie di champagne, una casa da sogno, un cane morbidissimo, un armadio infinito, una cucina da perdersi, un terrazzo in ogni stanza, un giardino oltre ogni terrazzo, due alani abbaioni, un parquet bianco e consumato, un gatto che si chiama Giorgio, venti foto da commentare, cento oggetti da guardare, un buffet solo per noi, un tappeto su cui stenderci, due scatole di ricordi da svuotare, cento confidenze da farsi, un milione di risate per unirci, due pisciate a porta aperta per non interrompere il discorso, un uomo che torna dal lavoro ed è contento di vederci insieme, una cena consumata in tre, una serata di sorrisi, un viaggio di ritorno in una nebbia da tagliare con l’accetta, una testa di ricordi nuovi da conservare accanto a quelli di quarant’anni fa.

Io e lui

7 agosto 2015

Lui è alto e magro, io una tappa tracagnotta.
Lui è biondo, io rossa. Lui naturale, io tinta.
Lui è dolce, disponibile, accomodante. Io lunatica: devi dare nella giornata buona.
Lui non si arrabbia quasi mai. Io mi arrabbio quasi sempre.
Lui è morbido, liscio. Io dura e spigolosa.
Lui è discreto, riservato. Io ciarliera, sfacciata e ridanciana.
Io amo leggere, studiare, andare al cinema e a teatro. Lui odiava la scuola, al cinema ci va di tanto in tanto, a teatro (credo) mai. Però va a moltissimi concerti perché adora la musica.
Anch’io amo la musica, a fasi quella rock o quella lenta, uggiosa, classica, jazz, cantautoriale. Lui predilige il rap, l’elettronica leggera o ambient e nelle note cerca soprattutto l’evasione, l’allegria, la pace.
Lui da ragazzo qualche volta è andato a ballare. Io mai.
Lui balla spesso nudo in casa con suo figlio. Io no, perché non ce l’ho.
Lui è anche sposato. Io per niente.
Lui passerebbe una vita intera a viaggiare: ha visto La Thailandia, la Malesia, il Laos, il Vietnam, gli Stati Uniti, il Messico, Cuba, l’Egitto, la Spagna, la Francia e la Grecia. Anch’io viaggio volentieri, ma ho visto meno di lui.
Lui vorrebbe fosse sempre estate e trasferirsi per sempre in un’isola alle Baleari, io sogno un eterno inverno e una casa a San Pietroburgo.
Lui è vegetariano. Io capitolo davanti alla finocchiona.
Lui è un assiduo della palestra. Io giusto ieri ho disdetto (magno cum gaudio) l’abbonamento annuale a quella cazzo di Virgin.
Lui è pieno di tatuaggi. Io lo chiamo carta geografica.
Lui lavora nella moda, io mi metto ancora le magliette di dieci anni fa.
Io alla tele guardo solo i film, lui va matto per i talent.
Lui sa fare delle melanzane alla parmigiana da collasso, io me la cavo con la mozzarella in carrozza.
Lui frequenta ancora gli amici dell’infanzia. Io li ho cambiati tutti.
Lui toglietelo dal paesino di 1971 abitanti a mezza collina circondato dal verde dove vive e (a meno che non lo trasferiate alle Baleari) diventa pazzo. A me levatemi dalla mia città di 381357 abitanti e (a meno che non mi regaliate una casa a San Pietroburgo) muoio di disperazione.

Siamo fratelli, ci vogliamo molto bene, ieri siamo usciti insieme per una serata tutta nostra.
La mamma, vedendoci, sarà stata fiera di noi.

Il regalo ritornato

27 dicembre 2014

Come antipasto al suo vero regalo di Natale, compro per lui un cd di cui mi ha parlato l’amica del cuore, dei cui gusti mi fido ciecamente.
Glielo porgo il giorno dell’antivigilia.

“Icché l’è?!”
“Aprilo: ti piacerà.”
“Mh. Non la conosco.”
“In Francia sbaracca. Ho visto tutti i suoi video su youtube: è bellissima e bravissima.”
“Stappo uno champagnino e la ascoltiamo?”
“Bravò!”

Lei avrà sì e no trent’anni, il viso di un angelo giocoso, l’aspetto di una parigina intenzionalmente sciamannata, un sorriso largo che gli si vede le gengive. Ha, soprattutto, la voce di un usignolo roco e sa andare su e giù come una pazza tra le righe del pentagramma.
Nella copertina tortora del suo ultimo album ha un vestitino a sottoveste e gli stivali ai piedi, siede su una radio vintage e si appoggia mezza storta ad un panchetto su cui sono adagiate quattro torri Eiffel.
Non a caso l’album s’intitola “Paris”, è un omaggio roboante alla città più bella della terra (dopo Firenze) e contiene tracce immortali quali “Paris sera toujour Paris”, “La parisienne”, “Dans mon Paris”, “Champs Elysèes”, “Paris canaiile” che lei reinterpreta magistralmente.

“Mi fa cacare.”
“Ma come!”
“Chill’è questa gattina attaccata alle palle?”
“Ma cosa dici!”
“Mi fa veni’ du’ coglioni che mi fregano per terra.”
“Non è possibile: è meravigliosa!”
“Mi deprime in maniera pazzesca.”
“Ma io…”
“Non t’offendere: ripiglialo e tienilo per te.”

Da quel giorno, io vivo di Zaz.
Lui nel frattempo si è pentito, la rivorrebbe, ma ora s’attacca.

Azzurro

23 settembre 2014

Dopo la scuola, saltare in auto e bruciare i 35 km che mi separano da lui. Parcheggiare in piazza, entrare a piedi in centro e puntare dritta verso l’angolo in cui si ritrova tutti i giorni con gli amici. Vedere che anche lui mi vede. Corrersi incontro, abbracciarsi, annusarsi. Sentirsi smontare tutto il programmino (una passeggiata nella Via Maestra e nel Viale Diaz) perché lui aspettava me per fare i compiti. Quindi andare a casa dei nonni, spalancare i quaderni, fare asticelle in matematica e scrivere parole coi plurali complicati. Infine cenare, celebrando con grandi bocconi una delle specialità locali, nana in umido coi rocchi di sedano. E dopo tutto questo, alla faccia dell’adagio “chi canta a tavola e a letto è un matto perfetto”, intonare a squarciagola Azzurro di Adriano Celentano, urlarla tutta, ma proprio tutta, mentre Tom Tom Daddy ci fa un video col telefonino.

Detesto fare la zia stucchevole.
Ma quel nipote assomiglia a una poesia.

Mettiu

5 maggio 2014

Sembrerà impossibile, ma nei ventinove anni trascorsi da quando è nato, io non avevo mai conosciuto il figlio primogenito di mia cugina, registrato all’anagrafe col nome di Matteo ma noto in famiglia come Mettiu, scritto proprio così, come si dice.
Era lei a chiamarlo all’inglese quando -piccolo, biondo e bello- andava ancora all’asilo o alle elementari.
Erano gli anni in cui io e lei non ci frequentavamo, ciascuna immersa nella propria vita e concentrata a cavalcare l’onda delle proprie scelte.
A tenerci informate a distanza ci pensava suo padre, lo zio Flambert, che invece bazzicava giornalmente casa mia.
“Vedessi bellino Mettiu”, “sapessi bravo Mettiu”.
Ma io, di questo Mettiu, mai neanche l’ombra.

Una volta ritrovata mia cugina e riallacciato con lei un legame a triplo nodo (con tanto di promessa di invecchiare insieme dentro la stessa casa di riposo), è ricomparso pure Mettiu.
Mettiu che ha fatto lo Scientifico, che poi si è iscritto a Storia, che studiava di notte perché si concentrava meglio e che ha macinato tutti gli esami portando a casa voti altissimi, ma che poi un giorno come niente ha detto basta, ed è partito.
Mettiu che a Francoforte ha trovato lavoro, amicizie, amore. E che, appunto per amore, è tornato in Italia, ma per fermarsi a Milano.
Mettiu che si rimette sempre in gioco, che non teme le sfide, che non chiede soldi ai suoi genitori, che vuol farcela da solo. Che è schietto e chiaro, semplice e diretto, coraggioso e buono. Che non sta dietro alle mode, che va controcorrente, che non gliene frega nulla, oppure gliene frega molto.
Insomma di questo Mettiu m’ero fatta un bel filmino tutto mio, alimentato dai racconti di sua madre e supportato da qualche foto che ogni tanto mi arrivava.

Qualche giorno fa Mettiu è sceso in Toscana, nel suo paese, a casa sua.
Sono andata a conoscerlo.
E ho visto coi miei occhi che quel bel filmino che m’ero fatta corrisponde esattamente alla realtà.

Prossimamente in libreria

5 dicembre 2013

Ieri mattina, nel suo giorno libero dal lavoro, è tornata a trovarmi mia cugina.
Siamo rimaste insieme fino a sera.
Il materiale narrativo ha dimensioni e contenuti tali che ho deciso di tirarne fuori un libro.

Bagno d’affetto

17 luglio 2013

Quando la vita (che tendenzialmente è una tirapacchi) ti fa un regalo, quel regalo va afferrato, tenuto stretto, protetto e conservato.
Potrebbe deteriorarsi. Te lo potrebbero rubare. Potresti perderlo per incuria o superficialità.
A me la vita un bellissimo regalo lo fece un anno fa.
Mi fece convocare come commissaria esterna agli esami di Stato (non è questo il regalo).
E mi destinò al Liceo Artistico di Grosseto (è questo).
Lì dentro, mi ci fece trovare un presidente che veniva da Siena, una collega di Arte che veniva da Cortona, un docente di Architettura che veniva da San Sepolcro e altri tre colleghi (di Scultura, di Pittura e di Anatomia) interni al Liceo stesso.
Sei persone in tutto: questo fu il regalo.
Perché si trattava di persone rare, eccezionali, uniche.
Persone che, pur inconsapevolmente, seppero dare la svolta a un periodo personale altrimenti nero. Persone che decisero di vivere quell’avventura per quello che era, un’avventura appunto, prima di tutto umana.
Persone che non si barricarono mai dietro un ruolo asettico e prescritto, ma preferirono andare, guardare, cercare oltre.
Persone, infine, che non si scordarono di quell’avventura neanche dopo che essa fu finita.
Da quel giugno, periodicamente, la commissione si raduna.
Il presidente s’insedia e tiene il suo discorso.
I commissari lo guardano e lo ascoltano compunti.
Seguono poi fastosi simposi e reiterate libagioni.
L’ultima, poche sere fa, a Grosseto, la terra che ci ha fatti incontrare.
C’era una bella casa circondata da un grande giardino. E c’era un forno a legna per le pizze.
C’era tanta pasta lievitata a puntino, vario e fantasioso condimento, pale per infilare pizze crude ed estrarle croccanti e saporite.
C’erano tanti dolci di provenienza regionale disparata.
E c’eravamo tutti noi, accompagnati ciascuno dalla persona più importante della propria vita.
Il mare era lì a un passo.
Ma quello che abbiamo fatto è stato un bagno d’affetto.