Un’esperienza mistica

27 gennaio 2019

Quando non lo aspettavo più, arriva quel messaggio: a che ora?
Butto là: alle 6?
Ma poco dopo arriva una chiamata: potresti fermarti anche a cena?
Alle 7, portato il cane a scavallare alle Cascine, fatte due cosine in casa, distribuita la pappa della sera, mi butto in macchina e imbocco la Fi-Pi-Li.
Procedo a 90 per godermi la strada che mi porterà all’incontro a cui, fino a pochi giorni fa, non osavo nemmeno pensare.
Non so cosa mi aspetta.
Con lui ho parlato solo due volte e solo per telefono, la sua voce bassa profonda e bella come quando accendo il Sonos e lo faccio cantare, la mia incerta timida e imbranata.
La città che di solito vedo di giorno è buia e accoglie la gente della sera, giovani col motorino, macchine che fanno un po’ di tappo alla rotonda dei quattro mori. Apro il finestrino per annusare il mare.
Riguardo la mappa che mi ha inviato con la posizione del ristorante dove mangeremo e parcheggio lì vicino. C’è un barrino, entro a chiedere conferma.
“Scusate, è per qui Liquidi e Solidi?”
“Liquidi e solidi?! Occos’è?”
“Un ristorante, no?”
“Un l’ho mai sentito, dé.”
Proprio così, sono a Livorno. Ma poi gli torna in mente.
“Ah! Te dici il Piulle! Vai giù per questa strada, a destra giri, fai cinquanta metri e te lo trovi sulla destra. (Dé, va dal Piulle).”
“Ah, dal Piulle! Dé, ma infatti si diceva maccos’è Liquidi e Solidi! Noi si conosce come Piulle.”
“Ok, grazie mille.”
“Ma di che, dé, divertiti, buona serata!”
L’ingresso del Piulle è a vetri con le tendine a mezzo, monto sullo scalino e m’affaccio per guardare dentro. Lui è già lì. Siede a capotavola, imbraccia la chitarra, ha una maglia nera, un giubbotto verde marcio del mercato americano, un calice di rosso lì davanti, ai piedi un amplificatore ancora spento, la custodia rigida di un’altra chitarra.

Sono tornata a casa dopo cinque ore, ho mangiato tagliatelle con la razza e il parmigiano, ho bevuto del buon rosso che scendeva del decanter, ho parlato con tutti quelli che arrivavano, si fermavano allo stesso tavolo per un piatto caldo e ripartivano, ho scoperto che il Piulle è un oste poeta che scrive poesie che non hanno nulla da invidiare a quelle che scriveva Rilke, Steve ha mangiato un primo e poi è scappato via a ripassare i pezzi col violino, Mirta parlava di cavalli, Gianni mi diceva domani vo a vedere una casa a Quercianella, mollo tutto e mi trasferisco qui per sempre. Non avessi mai tirato fuori l’argomento del microfono: finché non ne ha trovato uno uguale al suo non ha avuto pace e ha fermato tutti i neri, e dopo mi c’ha fatto fare il karaoke, dé, ‘sa vòi canta’? E non so perché ho scelto di cantare Parole parole parole di Mina, che la canto da quando ero piccina e mi garba sempre abbestia, con quel microfono in mano mi davo un monte d’arie e mi sentivo a casa mia, anzi meglio. Con Giorgia siamo uscite sulla strada a fumare uno, due, tre, quattro cicchini, faceva un freddo cane ma chi se ne fregava, ero a Livorno, ero con loro, ero felice da morire. Una ragazza bionda che abita precisa sopra il Piulla mi guardava allucinata e mi diceva ma davvero anche te ti trasferisci qua, ma che sei pazza, ma perché non stai a Firenze, qua un c’è nulla, è una morte, una galera. Ma tutti vellattri a dargli contro, ma che dai retta a lei, qui si sta da dio, guarda questo video che tramonto c’era oggi, si vedeva la ‘Orsica, che un si vede quasi mai. E soprattutto lui con la sua voce bassa e profonda e bella come quando canta mi diceva vieni, vieni a stare a Livorno, le leggi livornine sono ancora vive, parlano ancora, senti come sono belle, vieni te le leggo: a tutti voi, mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed altri, concediamo reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie e, senza partire, tornare e negoziare in terra di Livorno, hai letto?, dé, è Ferdinando I de’ Medici, capito, era il 1591.
E insomma son tornata a casa che era buio come un culo, la testa mi ronzava di chiacchiere canzoni e di risate, l’adrenalina spanta dappertutto, ma la luna giaceva di schiena in mezzo al cielo e m’ha fatto compagnia fino a Firenze.

Con le Cinciallegre

8 settembre 2018

Con le appena conosciute Cinciallegre si ha l’impressione di essere amiche da un tempo molto lungo. Del resto lo vidi subito -da come si presentavano e da come stringevano la mano (forte e avvolta anche dall’altra che generalmente resta ciondoloni al braccio) guardando dritte in fondo agli occhi- che non erano persone a caso. Il caso, poi (e questo è un mantra che mi si ripresenta spesso ultimamente), non esiste. Questo incontro è stato voluto. Forse cercato. Di certo benedetto.
Ieri sera CinciallegraMoni e CinciallegraStefi avevano preparato per noialtre una cena sopraffina. Per cominciare, una tavolata di balocchi. Dìcesi balocchi quegli stuzzichini di cui mi nutrirei a oltranza, melanzane grigliate e condite, triangoli di pasta filo con ripieni vari, formaggio con scaglie di tartufo, pecorino fresco, olive cicciottelle e colorate, sbriciolona tagliata a tassello perché così si mangia la sbriciolona, prosciutto accoccolato su un vassoio. Tutti i piatti erano bellissimi, diversi e originali, spessi e rustici, policromi, capienti. La pasta era condita con burrata e pomodori, il pollo era cucinato con il cocco e con lo zenzero. Fichi e fichi d’india a ripulire. Quindi uno strudel preparato da CinciallegraCri e un gelato dai gusti peccaminosi portato da CinciallegraEnri.
Le Cinciallegre hanno moltissimi interessi, fanno yoga e scalano pareti, dirigono cooperative e fanno avvocatura, stanno al pubblico e sorridono. Per questo gli argomenti sono tanti e come Pindaro voliamo dal saluto al sole ai cinque tibetani, dai clienti scemi a quelli pazzi, dalla cattedra ai colleghi, tra ricette, confidenze, intimità.
La casa dove tutto questo ha avuto luogo non te l’aspetteresti mai così e aveva un giardino grande e strano che le girava intorno, deviava in un orticello e s’arrampicava per un poggio che confina con un bosco popolato di ricci e caprioli. Per un amore indomito verso gli oggetti di recupero, da ogni pertugio spuntava qualcosa di salvato e restituito a nuova vita, vecchie chiavi rugginose, sassi prigionieri in una rete da pollaio a forma di cuore, legni levigati dalle onde e poi sputati sulla spiaggia.
In mezzo a tutta questa fantasia, Bobi ha perso il senno e si è trasformato in una furia.
Nonostante ciò, le Cinciallegre lo hanno eletto sindaco e gli hanno detto di tornare.

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Il piacere

25 marzo 2018

E’ un romanzo di D’Annunzio.
Ma è anche un ristorante, in via D’Annunzio.
Devo dire che è molto più piacevole nel secondo caso, specialmente per andarci a cena con quattro colleghi e tre colleghe, in una serata finita ch’era notte, tra racconti, confidenze, aneddoti, tantissime risate e vino rosso.

Un direttore a cena

11 marzo 2018

Filippo lo conobbi quando abitavo nella Casa del Sorriso. Il Buccino prese a frequentare un coro e me lo presentò: “Questo è il nostro direttore”.
Era nato a Napoli, ma il grosso della vita l’aveva speso qui. Diplomato al Conservatorio, aveva provato a insegnare musica alle scuole medie: “Acca’ nisciun’è fess’”, pensò dopo qualche ora di supplenza in mezzo ai ragazzini, non ci tornò più e decise che vendere libri usati era meno logorante.
Quando il coro si esibiva andavo spesso ad assistere allo spettacolo. Lo spettacolo era Filippo stesso che, di spalle al pubblico, muoveva dolcemente le braccia per guidare gli elementi, ma poiché il Buccino steccava (sì, Buccino, ora te lo posso dire: a cantare facevi cacare), tra i gesti leciti della direzione inseriva di sovente le movenze inequivocabili che di solito si accompagnano alle espressioni “ma che cazzo fai?!” o “dopo ti faccio un culo così”.
Filippo è ironico, buffissimo, mite e sfavato.
Negli anni in cui vivevo a Bergamo intercorse tra di noi una corposa corrispondenza epistolare. Cartacea, ché le mail non c’eran mica.
La vita di Filippo è tutta artistica (la casa, le storie d’amore, le amicizie, i magazzini) e guarda caso suo figlio, che adesso ha diciassette anni, fa la quarta al mio liceo.
“Insomma, m’inviti a cena a casa tua sì o no! Sono quattro anni che lo dici.”
E così l’altra sera l’ho invitato.
Filippo ha una bellissima pancia rotonda che mi verrebbe sempre voglia di abbracciare; mangia volentieri tutto e dà soddisfazione alla cuoca. Graditissime sono state le mafalde corte con carciofi e porri, reiteratamente ripreso il pollo alle erbe provenzali, lodata la peperonata con patate.
La schiacciata alla fiorentina se l’è portata tutta a casa.
Dopo cena gli ho fatto i King. Non ha creduto a una sola parola del mio ispirato vaticinio.

Gmassi e Nina

27 gennaio 2017

Gmassi (dove G è l’iniziale del cognome e Massi è l’inizio di un nome a dodici caratteri) lo conosco dal 1993. Abitavamo nella colonica grandissima e malconcia di cui ho scritto molte volte, la casa dove sperimentai la condivisione degli spazi e delle anime, imparai la delicata arte dell’accettazione e della partecipazione, ed esercitai un’amicizia che fino a quel momento e in quei termini mi era sconosciuta.
Già in quel tempo Gmassi, oltre che il musicista, faceva il lavoro che fa oggi, l’accalappiacani come dicevamo allora per far presto, in realtà l’ufficiale addetto al recupero dei cani feriti, smarriti o abbandonati. Mille sono state le avventure in cui Gmassi si è trovato coinvolto, una su tutte quella con Caio, ferocissimo pitbull terrier da cui fu ripetutamente aggredito e su cui vennero imbastite storie orrorifiche da raccontarsi dopo cena davanti al focolare.
Oggi Gmassi si occupa più che altro di animali selvatici, vaga sempre per i boschi e viene a contatto quotidiano con cervi, daini, aquile e cinghiali.
Qualche tempo fa recuperò una cinghialina sfortunata e la portò al rifugio per curarla ed accudirla.
“Guarda com’è -mi dice oggi a pranzo mostrandomela in una foto (quella sotto) pubblicata anche dal National Geographic- L’ho chiamata Nina.”

La notizia bella è che Nina sta benissimo ed è salva.
Quella brutta è che Nina, avendo perso la testa per Gmassi, s’incazza con qualsiasi donna si avvicini a lui anche per dirgli solo una parola.

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Il guardaroba

8 luglio 2016

Da piccina sono cresciuta con i miei dirimpettai, il bambino e la bambina del sesto piano.
Lui era placido e tranquillo, lei un aggeggio, un arsenale. Camminava saltellando su una gamba sola e andava dal suo appartamento al mio, dal mio al suo, senza soluzione di continuità.
Io ero una piota, fatta e messa lì, dove mi appoggiavi stavo.
Anche nel periodo dell’adolescenza (quando mi svegliai), in virtù del campettino e del campeggio parrocchiale più sovversivo d’Italia, seguitammo a frequentarci. Ma tre anni di stacco a quell’età sono tantissimi, per cui di lì a breve la nostra strada maestra si biforcò nonostante frequentassimo perfino il medesimo liceo: lei andò da una parte, io da un’altra.
La morte della mamma (un anno fa, dopodomani) ci ha ricondotte sullo stesso pianerottolo.
Come se trent’anni non fossero passati, la conversazione è ripartita da dove si era interrotta, con la fantastica aggravante che ora eravamo grandi, avevamo consumato molta vita, e avevamo mille avventure da narrarci.
Lei adesso vive a Prato nella casa dei miei sogni.
Fa un lavoro a contatto con la moda.
E’ animata da incontenibile fantasia e spiazzante generosità.
“Devi venire a cena da me! -dice l’altra sera- A parte il fatto che mia madre ti reclama, ti ho messo via un monte di abitini, uno più bello dell’altro!”

Benché gonfia di pani e di pesci più degli invitati alle nozze di Cana, prima ho sfilato per un pubblico ristretto, poi sono tornata a casa con tre borse di vestiti.
Ora ho un guardaroba che la Middleton ci fa la bava.

Raduno ufficiale delle Dee, iersera. Grande Maestra Cerimoniera -nonché perfetta padrona di casa- la Deona. Si comincia in giardino, sotto un tendone bianco, in mezzo a tralci di vite e rami di nocciolo, voli d’uccelli e d’aerei. Si prosegue all’interno di una magione lunga a due piani, intorno a un tavolo rettangolare che col passare delle ore cresce in bevande e vivande. La Deona Home è un porto di mare a cui chiunque può attraccare all’improvviso, dal marito alle figlie, dalla mamma al babbo, dal falegname allo zio con la moglie congolese. Chiunque passa si ferma, perché sente un gran ridere e il riso fa da calamita. Con la Deona è bello parlare, perché si parla di tutto: dell’indiscutibile eleganza che i tacchi alti conferiscono alle gambe di una donna, dell’altrettanto indiscutibile comodità di calzare tacchi bassi, della tremenda fatica per sfrattare un formicaio abusivo, dell’eccitante prospettiva di mutare residenza, della snervante attesa degli esami di stato, della gratificante preparazione di carciofini sott’olio, della recente strage di Orlando.
Ma uno è il tema che domina la serata fino a sfociare nella notte: dell’impellente esigenza di cambiare lavoro prima che sia troppo tardi. Abbandonare la scuola nel momento migliore, prima di invecchiare, di rincoglionire, di non aver più niente da dire, di non saper più che pesci pigliare, di sentirsi straniere nella madrepatria professionale. Preferire un addio anticipato e dignitoso all’attesa umiliante di una data sempre più lontana, andarsene mentre siamo credibili, finché siamo affidabili, prima che arrivi il ridicolo. Ma cosa fare?
Inventarsi un futuro e costruirlo insieme, creare qualcosa che non c’è e che non c’è mai stato, pensare in grande e rimettersi in gioco. Come quando -ragazze, fresche di laurea, piene di passione e di sogni- c’incontrammo nella nostra prima scuola e imparammo insieme a insegnare.

Finalmente

9 dicembre 2015

Eravamo dirimpettaie di pianerottolo da piccine.
Siamo cresciute insieme fino a un certo punto dell’adolescenza.
Poi abbiamo imboccato strade diverse e ci siamo perse.
Ci siamo ritrovate questa estate al funerale della mamma.
Ci siamo promesse che non ci saremmo perse più.
Da quel giorno ci siamo sempre scritte.
Oggi ci siamo riviste.
Finalmente.
Un abbraccio lungo il Pecci, due bottiglie di champagne, una casa da sogno, un cane morbidissimo, un armadio infinito, una cucina da perdersi, un terrazzo in ogni stanza, un giardino oltre ogni terrazzo, due alani abbaioni, un parquet bianco e consumato, un gatto che si chiama Giorgio, venti foto da commentare, cento oggetti da guardare, un buffet solo per noi, un tappeto su cui stenderci, due scatole di ricordi da svuotare, cento confidenze da farsi, un milione di risate per unirci, due pisciate a porta aperta per non interrompere il discorso, un uomo che torna dal lavoro ed è contento di vederci insieme, una cena consumata in tre, una serata di sorrisi, un viaggio di ritorno in una nebbia da tagliare con l’accetta, una testa di ricordi nuovi da conservare accanto a quelli di quarant’anni fa.

Io e lui

7 agosto 2015

Lui è alto e magro, io una tappa tracagnotta.
Lui è biondo, io rossa. Lui naturale, io tinta.
Lui è dolce, disponibile, accomodante. Io lunatica: devi dare nella giornata buona.
Lui non si arrabbia quasi mai. Io mi arrabbio quasi sempre.
Lui è morbido, liscio. Io dura e spigolosa.
Lui è discreto, riservato. Io ciarliera, sfacciata e ridanciana.
Io amo leggere, studiare, andare al cinema e a teatro. Lui odiava la scuola, al cinema ci va di tanto in tanto, a teatro (credo) mai. Però va a moltissimi concerti perché adora la musica.
Anch’io amo la musica, a fasi quella rock o quella lenta, uggiosa, classica, jazz, cantautoriale. Lui predilige il rap, l’elettronica leggera o ambient e nelle note cerca soprattutto l’evasione, l’allegria, la pace.
Lui da ragazzo qualche volta è andato a ballare. Io mai.
Lui balla spesso nudo in casa con suo figlio. Io no, perché non ce l’ho.
Lui è anche sposato. Io per niente.
Lui passerebbe una vita intera a viaggiare: ha visto La Thailandia, la Malesia, il Laos, il Vietnam, gli Stati Uniti, il Messico, Cuba, l’Egitto, la Spagna, la Francia e la Grecia. Anch’io viaggio volentieri, ma ho visto meno di lui.
Lui vorrebbe fosse sempre estate e trasferirsi per sempre in un’isola alle Baleari, io sogno un eterno inverno e una casa a San Pietroburgo.
Lui è vegetariano. Io capitolo davanti alla finocchiona.
Lui è un assiduo della palestra. Io giusto ieri ho disdetto (magno cum gaudio) l’abbonamento annuale a quella cazzo di Virgin.
Lui è pieno di tatuaggi. Io lo chiamo carta geografica.
Lui lavora nella moda, io mi metto ancora le magliette di dieci anni fa.
Io alla tele guardo solo i film, lui va matto per i talent.
Lui sa fare delle melanzane alla parmigiana da collasso, io me la cavo con la mozzarella in carrozza.
Lui frequenta ancora gli amici dell’infanzia. Io li ho cambiati tutti.
Lui toglietelo dal paesino di 1971 abitanti a mezza collina circondato dal verde dove vive e (a meno che non lo trasferiate alle Baleari) diventa pazzo. A me levatemi dalla mia città di 381357 abitanti e (a meno che non mi regaliate una casa a San Pietroburgo) muoio di disperazione.

Siamo fratelli, ci vogliamo molto bene, ieri siamo usciti insieme per una serata tutta nostra.
La mamma, vedendoci, sarà stata fiera di noi.

Il regalo ritornato

27 dicembre 2014

Come antipasto al suo vero regalo di Natale, compro per lui un cd di cui mi ha parlato l’amica del cuore, dei cui gusti mi fido ciecamente.
Glielo porgo il giorno dell’antivigilia.

“Icché l’è?!”
“Aprilo: ti piacerà.”
“Mh. Non la conosco.”
“In Francia sbaracca. Ho visto tutti i suoi video su youtube: è bellissima e bravissima.”
“Stappo uno champagnino e la ascoltiamo?”
“Bravò!”

Lei avrà sì e no trent’anni, il viso di un angelo giocoso, l’aspetto di una parigina intenzionalmente sciamannata, un sorriso largo che gli si vede le gengive. Ha, soprattutto, la voce di un usignolo roco e sa andare su e giù come una pazza tra le righe del pentagramma.
Nella copertina tortora del suo ultimo album ha un vestitino a sottoveste e gli stivali ai piedi, siede su una radio vintage e si appoggia mezza storta ad un panchetto su cui sono adagiate quattro torri Eiffel.
Non a caso l’album s’intitola “Paris”, è un omaggio roboante alla città più bella della terra (dopo Firenze) e contiene tracce immortali quali “Paris sera toujour Paris”, “La parisienne”, “Dans mon Paris”, “Champs Elysèes”, “Paris canaiile” che lei reinterpreta magistralmente.

“Mi fa cacare.”
“Ma come!”
“Chill’è questa gattina attaccata alle palle?”
“Ma cosa dici!”
“Mi fa veni’ du’ coglioni che mi fregano per terra.”
“Non è possibile: è meravigliosa!”
“Mi deprime in maniera pazzesca.”
“Ma io…”
“Non t’offendere: ripiglialo e tienilo per te.”

Da quel giorno, io vivo di Zaz.
Lui nel frattempo si è pentito, la rivorrebbe, ma ora s’attacca.