Finalmente

9 dicembre 2015

Eravamo dirimpettaie di pianerottolo da piccine.
Siamo cresciute insieme fino a un certo punto dell’adolescenza.
Poi abbiamo imboccato strade diverse e ci siamo perse.
Ci siamo ritrovate questa estate al funerale della mamma.
Ci siamo promesse che non ci saremmo perse più.
Da quel giorno ci siamo sempre scritte.
Oggi ci siamo riviste.
Finalmente.
Un abbraccio lungo il Pecci, due bottiglie di champagne, una casa da sogno, un cane morbidissimo, un armadio infinito, una cucina da perdersi, un terrazzo in ogni stanza, un giardino oltre ogni terrazzo, due alani abbaioni, un parquet bianco e consumato, un gatto che si chiama Giorgio, venti foto da commentare, cento oggetti da guardare, un buffet solo per noi, un tappeto su cui stenderci, due scatole di ricordi da svuotare, cento confidenze da farsi, un milione di risate per unirci, due pisciate a porta aperta per non interrompere il discorso, un uomo che torna dal lavoro ed è contento di vederci insieme, una cena consumata in tre, una serata di sorrisi, un viaggio di ritorno in una nebbia da tagliare con l’accetta, una testa di ricordi nuovi da conservare accanto a quelli di quarant’anni fa.

Io e lui

7 agosto 2015

Lui è alto e magro, io una tappa tracagnotta.
Lui è biondo, io rossa. Lui naturale, io tinta.
Lui è dolce, disponibile, accomodante. Io lunatica: devi dare nella giornata buona.
Lui non si arrabbia quasi mai. Io mi arrabbio quasi sempre.
Lui è morbido, liscio. Io dura e spigolosa.
Lui è discreto, riservato. Io ciarliera, sfacciata e ridanciana.
Io amo leggere, studiare, andare al cinema e a teatro. Lui odiava la scuola, al cinema ci va di tanto in tanto, a teatro (credo) mai. Però va a moltissimi concerti perché adora la musica.
Anch’io amo la musica, a fasi quella rock o quella lenta, uggiosa, classica, jazz, cantautoriale. Lui predilige il rap, l’elettronica leggera o ambient e nelle note cerca soprattutto l’evasione, l’allegria, la pace.
Lui da ragazzo qualche volta è andato a ballare. Io mai.
Lui balla spesso nudo in casa con suo figlio. Io no, perché non ce l’ho.
Lui è anche sposato. Io per niente.
Lui passerebbe una vita intera a viaggiare: ha visto La Thailandia, la Malesia, il Laos, il Vietnam, gli Stati Uniti, il Messico, Cuba, l’Egitto, la Spagna, la Francia e la Grecia. Anch’io viaggio volentieri, ma ho visto meno di lui.
Lui vorrebbe fosse sempre estate e trasferirsi per sempre in un’isola alle Baleari, io sogno un eterno inverno e una casa a San Pietroburgo.
Lui è vegetariano. Io capitolo davanti alla finocchiona.
Lui è un assiduo della palestra. Io giusto ieri ho disdetto (magno cum gaudio) l’abbonamento annuale a quella cazzo di Virgin.
Lui è pieno di tatuaggi. Io lo chiamo carta geografica.
Lui lavora nella moda, io mi metto ancora le magliette di dieci anni fa.
Io alla tele guardo solo i film, lui va matto per i talent.
Lui sa fare delle melanzane alla parmigiana da collasso, io me la cavo con la mozzarella in carrozza.
Lui frequenta ancora gli amici dell’infanzia. Io li ho cambiati tutti.
Lui toglietelo dal paesino di 1971 abitanti a mezza collina circondato dal verde dove vive e (a meno che non lo trasferiate alle Baleari) diventa pazzo. A me levatemi dalla mia città di 381357 abitanti e (a meno che non mi regaliate una casa a San Pietroburgo) muoio di disperazione.

Siamo fratelli, ci vogliamo molto bene, ieri siamo usciti insieme per una serata tutta nostra.
La mamma, vedendoci, sarà stata fiera di noi.

Il regalo ritornato

27 dicembre 2014

Come antipasto al suo vero regalo di Natale, compro per lui un cd di cui mi ha parlato l’amica del cuore, dei cui gusti mi fido ciecamente.
Glielo porgo il giorno dell’antivigilia.

“Icché l’è?!”
“Aprilo: ti piacerà.”
“Mh. Non la conosco.”
“In Francia sbaracca. Ho visto tutti i suoi video su youtube: è bellissima e bravissima.”
“Stappo uno champagnino e la ascoltiamo?”
“Bravò!”

Lei avrà sì e no trent’anni, il viso di un angelo giocoso, l’aspetto di una parigina intenzionalmente sciamannata, un sorriso largo che gli si vede le gengive. Ha, soprattutto, la voce di un usignolo roco e sa andare su e giù come una pazza tra le righe del pentagramma.
Nella copertina tortora del suo ultimo album ha un vestitino a sottoveste e gli stivali ai piedi, siede su una radio vintage e si appoggia mezza storta ad un panchetto su cui sono adagiate quattro torri Eiffel.
Non a caso l’album s’intitola “Paris”, è un omaggio roboante alla città più bella della terra (dopo Firenze) e contiene tracce immortali quali “Paris sera toujour Paris”, “La parisienne”, “Dans mon Paris”, “Champs Elysèes”, “Paris canaiile” che lei reinterpreta magistralmente.

“Mi fa cacare.”
“Ma come!”
“Chill’è questa gattina attaccata alle palle?”
“Ma cosa dici!”
“Mi fa veni’ du’ coglioni che mi fregano per terra.”
“Non è possibile: è meravigliosa!”
“Mi deprime in maniera pazzesca.”
“Ma io…”
“Non t’offendere: ripiglialo e tienilo per te.”

Da quel giorno, io vivo di Zaz.
Lui nel frattempo si è pentito, la rivorrebbe, ma ora s’attacca.

Azzurro

23 settembre 2014

Dopo la scuola, saltare in auto e bruciare i 35 km che mi separano da lui. Parcheggiare in piazza, entrare a piedi in centro e puntare dritta verso l’angolo in cui si ritrova tutti i giorni con gli amici. Vedere che anche lui mi vede. Corrersi incontro, abbracciarsi, annusarsi. Sentirsi smontare tutto il programmino (una passeggiata nella Via Maestra e nel Viale Diaz) perché lui aspettava me per fare i compiti. Quindi andare a casa dei nonni, spalancare i quaderni, fare asticelle in matematica e scrivere parole coi plurali complicati. Infine cenare, celebrando con grandi bocconi una delle specialità locali, nana in umido coi rocchi di sedano. E dopo tutto questo, alla faccia dell’adagio “chi canta a tavola e a letto è un matto perfetto”, intonare a squarciagola Azzurro di Adriano Celentano, urlarla tutta, ma proprio tutta, mentre Tom Tom Daddy ci fa un video col telefonino.

Detesto fare la zia stucchevole.
Ma quel nipote assomiglia a una poesia.

Mettiu

5 maggio 2014

Sembrerà impossibile, ma nei ventinove anni trascorsi da quando è nato, io non avevo mai conosciuto il figlio primogenito di mia cugina, registrato all’anagrafe col nome di Matteo ma noto in famiglia come Mettiu, scritto proprio così, come si dice.
Era lei a chiamarlo all’inglese quando -piccolo, biondo e bello- andava ancora all’asilo o alle elementari.
Erano gli anni in cui io e lei non ci frequentavamo, ciascuna immersa nella propria vita e concentrata a cavalcare l’onda delle proprie scelte.
A tenerci informate a distanza ci pensava suo padre, lo zio Flambert, che invece bazzicava giornalmente casa mia.
“Vedessi bellino Mettiu”, “sapessi bravo Mettiu”.
Ma io, di questo Mettiu, mai neanche l’ombra.

Una volta ritrovata mia cugina e riallacciato con lei un legame a triplo nodo (con tanto di promessa di invecchiare insieme dentro la stessa casa di riposo), è ricomparso pure Mettiu.
Mettiu che ha fatto lo Scientifico, che poi si è iscritto a Storia, che studiava di notte perché si concentrava meglio e che ha macinato tutti gli esami portando a casa voti altissimi, ma che poi un giorno come niente ha detto basta, ed è partito.
Mettiu che a Francoforte ha trovato lavoro, amicizie, amore. E che, appunto per amore, è tornato in Italia, ma per fermarsi a Milano.
Mettiu che si rimette sempre in gioco, che non teme le sfide, che non chiede soldi ai suoi genitori, che vuol farcela da solo. Che è schietto e chiaro, semplice e diretto, coraggioso e buono. Che non sta dietro alle mode, che va controcorrente, che non gliene frega nulla, oppure gliene frega molto.
Insomma di questo Mettiu m’ero fatta un bel filmino tutto mio, alimentato dai racconti di sua madre e supportato da qualche foto che ogni tanto mi arrivava.

Qualche giorno fa Mettiu è sceso in Toscana, nel suo paese, a casa sua.
Sono andata a conoscerlo.
E ho visto coi miei occhi che quel bel filmino che m’ero fatta corrisponde esattamente alla realtà.

Prossimamente in libreria

5 dicembre 2013

Ieri mattina, nel suo giorno libero dal lavoro, è tornata a trovarmi mia cugina.
Siamo rimaste insieme fino a sera.
Il materiale narrativo ha dimensioni e contenuti tali che ho deciso di tirarne fuori un libro.

Bagno d’affetto

17 luglio 2013

Quando la vita (che tendenzialmente è una tirapacchi) ti fa un regalo, quel regalo va afferrato, tenuto stretto, protetto e conservato.
Potrebbe deteriorarsi. Te lo potrebbero rubare. Potresti perderlo per incuria o superficialità.
A me la vita un bellissimo regalo lo fece un anno fa.
Mi fece convocare come commissaria esterna agli esami di Stato (non è questo il regalo).
E mi destinò al Liceo Artistico di Grosseto (è questo).
Lì dentro, mi ci fece trovare un presidente che veniva da Siena, una collega di Arte che veniva da Cortona, un docente di Architettura che veniva da San Sepolcro e altri tre colleghi (di Scultura, di Pittura e di Anatomia) interni al Liceo stesso.
Sei persone in tutto: questo fu il regalo.
Perché si trattava di persone rare, eccezionali, uniche.
Persone che, pur inconsapevolmente, seppero dare la svolta a un periodo personale altrimenti nero. Persone che decisero di vivere quell’avventura per quello che era, un’avventura appunto, prima di tutto umana.
Persone che non si barricarono mai dietro un ruolo asettico e prescritto, ma preferirono andare, guardare, cercare oltre.
Persone, infine, che non si scordarono di quell’avventura neanche dopo che essa fu finita.
Da quel giugno, periodicamente, la commissione si raduna.
Il presidente s’insedia e tiene il suo discorso.
I commissari lo guardano e lo ascoltano compunti.
Seguono poi fastosi simposi e reiterate libagioni.
L’ultima, poche sere fa, a Grosseto, la terra che ci ha fatti incontrare.
C’era una bella casa circondata da un grande giardino. E c’era un forno a legna per le pizze.
C’era tanta pasta lievitata a puntino, vario e fantasioso condimento, pale per infilare pizze crude ed estrarle croccanti e saporite.
C’erano tanti dolci di provenienza regionale disparata.
E c’eravamo tutti noi, accompagnati ciascuno dalla persona più importante della propria vita.
Il mare era lì a un passo.
Ma quello che abbiamo fatto è stato un bagno d’affetto.

Quando s’era piccine ci si vedeva quasi tutti i giorni. D’altronde s’era nate tutte in fila, la prima io e quell’altre tre dietro a ruota, figlie di due fratelli e una sorella che portano il medesimo cognome.
“Te no, te tu sei una Landi!”
Me lo dicevano come se fosse una macchia, un limite, un difetto di fabbricazione: essere nata dalla sorella dei loro babbi e, per questo, portare un cognome diverso dal loro, che invece ne indossano uno composto, altisonante e inequivocabilmente partenopeo: il cognome del primo Presidente della Repubblica Italiana.
“Landi, apri il culo e spandi!” mi canticchiavano da piccine per farmi innervosire.
Ma ci pensava il babbo a trasformare il limite in fierezza.
“Devi essere orgogliosa di essere una Landi!” e mi convinceva.
Le nostre famiglie (come amava dire la mia mamma, nota coniatrice di espressioni linguistiche oxfordiane) “pisciavano dallo stesso buco”, cioè si frequentavano con assiduità, costringendo noi bambine a una condivisione di tempo, giochi e confidenze che avrebbe cementato un rapporto inconsapevolmente imperituro.
Lo zio Flambert portava spesso Lucy a casa mia. Da piccola lei aveva la bellezza selvaggia di Brooke Shields in “Laguna blu”, occhi scuri che ti ci perdevi dentro, pelle ambrata e sorriso spiritoso e sensuale.
Micky e Silvy invece si presentavano al seguito del Conte Max, altro personaggio mitologico della famiglia De Nicola: la prima con le sue proporzioni minute e i suoi capelli a pulcino, la seconda col suo cuore d’incommensurabili dimensioni e il suo leggendario culo a mandolino.
Penso di non essergli mai stata sulle palle nonostante andassi bene e volentieri a scuola, mentre loro erano una triplice reincarnazione di Lucignolo: accettavamo l’una le differenze delle altre tre e ridevamo dei nostri tratti peculiari.
Ridere in effetti è stato sempre l’atto che di più ci univa ed equiparava: nella risata abbattevamo le nostre diversità e diventavamo quattro sorelle strambe solo vagamente imparentate.
A un certo punto cominciammo a crescere e le nostre strade lentamente ci portarono lontano.
Lucy, innamorata persa di quel biondo, si sposò nell’anno in cui io m’iscrivevo all’università, Silvy e Micky seguirono i propri venti e fecero esperienze. Ci arrivavano nostre notizie tramite i nostri genitori, che hanno sempre tessuto il filo del racconto e del contatto, che non si sono mai scordati di tenerci legate nell’unico modo in cui potevano: parlando di noi a ciascuna di noi.
“L’Anto si è laureata.”
“Lucy ha avuto un maschio.”
“Silvy ha trovato lavoro.”
“Micky ha cambiato fidanzato.”
L’aggiornamento era aderente al vero ed effettuato in tempo reale.
“L’Anto ha cambiato fidanzato.”
“Lucy ha avuto una bambina.”
“Silvy si è innamorata.”
“Micky ha deciso di sposarsi.”
Non so cosa provassero loro, a ricevere mie notizie. Io, a ricevere le loro, provavo sempre un misto di affetto e di allegria.
“Anto è andata a stare a Bergamo.”
“Lucy ha ripreso a lavorare.”
“Silvy è andata a convivere.”
“Micky ha avuto due gemelli.”
Per anni non ci siamo viste, non abbiamo condiviso più il Natale, non ci siamo più sedute a tavola insieme. Al massimo ci siamo incrociate in piazza, un saluto, due parole, una risata. La risata sempre.
Le recenti nozze di mio fratello hanno riunito le nostre quattro strade e ci hanno riservato un tavolo a cui sedere nuovamente insieme. Avremmo potuto sentirci estranee, distanti, sconosciute. E invece è bastata una risata per tornare al punto in cui ci eravamo lasciate.
“Facciamo una foto di famiglia!” ho detto al matrimonio.
“Te no, te tu sei una Landi!”
Forse è bastato questo, per farci riconoscere, per farci ricordare com’eravamo e come siamo state.
Il filo tessuto dai nostri genitori si è teso di nuovo e ci ha avvolte così strette, che da quella festa abbiamo preso a scriverci e a ridere anche su uozzàp.
Ieri sera siamo andate a cena insieme, noi quattro, solo noi, noi e basta. Senza mariti, senza compagni, senza figli. Senza parlare di lavoro, di altri, di nulla. Solo di noi quattro e di quello che è successo nel tempo in cui il filo si era allentato così tanto che pareva sciolto.
Per parlare (e ridere), ci siamo scordate perfino di mangiare.
Per sapere cosa stesse succedendo alla Grande Cena delle Quattro Cugine, sono giunti messaggi perfino da chi è in luna di miele oltre l’oceano Atlantico.
Noi ci siamo promesse che, ispirate ai nostri genitori, d’ora in poi pisceremo dallo stesso buco come loro.

Da zio Gigi

17 maggio 2013

DUE GIORNI FA
“E sennò ci sarebbe quel ristorante calabrese in via Folco Portinari…”
“Ma quale?!”
“Da zio Gigi: io ci sono stata diverse volte. Si mangia molto bene. Solo che…”
“Solo che?”
“Solo che è un po’… pittoresco.”
“In che senso?”
“Il titolare mentre serve ai tavoli canta a squarciagola. E chiunque voglia, può portare uno strumento musicale e usarlo.”
“Cioè, si può fare casino?”
“Sì, si può fare tutto il casino che si vuole.”
“Prenota subito.”

IERI SERA
“Ma hai portato la chitarra per davvero?!”
“E che, parlo a vanvera?”
“Voglio suonare anch’io!”
“Tu suoni?!”
“Certo: anni e anni di oratorio e campeggio in montagna non sono passati invano.”
“Forse viene anche un mio amico che suona il mandolino.”
“Io voglio cantare Battisti.”
“Ci sarà qualcosa anche per celiaci, spero.”
“Entriamo?”
“O SOOOOOLE MIOOOOO….”
“Ehm, buonasera, abbiamo prenotato un tavolo per sette.”
“Ma quanta gente c’è?! Io credevo che saremmo stati solo noi: non canto più, mi vergogno.”
“Canto io!”
“E ‘A LUNA ROSSA ME PARL’E TEEEE…”
“Ci porta da bere?”
“Ehi, carina, porta pazienza.”
“Vi consiglio l’antipasto vegetariano: è buonissimo.”
“Acqua liscia o gasata?”
“Macché acqua, ci porti del buon vino, rosso e bianco!”
“Ecco il mio amico con il mandolino.”
“E’ giunta mezzanotte, si spengono i rumori, si spegne anche l’insegna di quel’ultimo caffè, le strade son deserte, deserte e silenziose, un’ultima carrozza cigolando se ne va…”
“Ma lui non mangia?”
“Lui è così: un po’ suona, un po’ mangia.”
“Si fa Battisti?”
“C’ERA UN RAGAZZO, CHE COME ME…”
“Uh bella questa, mi ricorda l’infanzia.”
“Nun c’e’ bisogno ‘a zingara p’addivina’ Cunce’…”
“La so! Comme t’ha fatto mammeta ‘o saccio meglio ‘e teee…”
“Ma che le sai tutte quelle napoletane?!”
“Vedrai, il mio nonno si chiamava De Nicola!”
“Mi passi un crostino alle melanzane?”
“E qualcosa rimane… tra le pagine chiare e le pagine scure…”
“Oh… bella questa, mi strugge dentro…”
“Davvero, è quella che preferisco di De Gregori…”
“Chi vuole ancora olive e pomodori secchi?”
“A me piace di più La donna cannone.”
“Per carità, La donna cannone non la reggo, una lagna…”
“Compliments! Bravì! Bravì!”
“Oh, l’hai visti quelli? C’hanno fatto l’applauso!”
“Thank you, thank you very much!”
“Ci porta ancora del vino?”
“Buonissima questa cena.”
“Via del Campo c’è una graziosa, gli occhi grandi color di foglia, tutta notte sta sulla soglia, vende a tutti la stessa rosa…”
“Ah… De André… quanto mi manca…”
“Questa la conoscete?”
“Mentre attraversavo il London Bridge…”
“Geordie! Fantastica. La cantavo sempre a Gastra.”
“Che bella grigliata di ciccia!”
“Mi passi un po’ di pane?”
“Seconda stella a destra, questo è il cammino…”
“Questa la fo io! E’ il mio cavallo di battaglia!”
“Badala come la va! O che sai suonare per davvero?!”
“Oh, io dopo voglio anche il dolcino, eh.”
“Non mi c’entra più nulla, mi sento scoppiare.”
“Scusate… Posso?”
“Oh, guarda quello ci fa la foto con l’ipad!”
“Mettiamoci tutte vicine!”
“Sì, ma io pretendo di sapere dove andrà a finire questa foto: mi vergogno!”
“LE BIONDE TRECCE, GLI OCCHI AZZURRI E POI…”
“Oh! Finalmente Battisti!”
“Ma questa è pallosissima, mica la canteremo tutta?”
“Guai a chi me l’interrompe!”
“Battisti era un fascio.”
“Ma che dici?”
“Te lo giuro: nella divisione ideologica di quegli anni, lui apparteneva ai cantautori di destra.”
“Non ci posso credere.”
“A forza di cantare mi fa male la gola, passatemi quella bottiglia per favore.”
“Guarda che non è miele di castagno, è vino.”
“Yo soy un hombre sincero de donde crecen las palmas…”
“Favolosa Guantanamera! La cantavo sempre a Gastra.”
“Ho una sete.”
“Esco a fumare un cicchino.”
“Bésame, bésame mucho… Como si fuera esta noche la ultima vez…”
“Sulla strada ho conosciuto un portoghese che in seconde nozze ha sposato una brasiliana e ora vive con lei in Brasile: sono in Italia per due settimane e oggi hanno mangiato da zio Gigi anche per pranzo.”
“Ma tu gli affari tuoi non te li fai mai?!”
“Non ci ho colpa: sono gli altri che mi raccontano i fatti loro!”.
“E ora il dolce!”

Interpreti:
- tre professoresse di Lettere
- una professoressa di Psicologia
- una professoressa di Fisica
- una professoressa di Scienze
- un musicista calabrese, organizzatore di eventi

Due sorprese

27 gennaio 2013

La prima l’ho ricevuta.
Un ex studente bergamasco, che fatico a considerare tale perché dopo dodici anni è per me semplicemente un amico a tutti gli effetti, ha prenotato una stanza d’albergo e una visita guidata agli Uffizi e al Corridoio Vasariano. Quindi ha preso al volo un treno per Firenze e mi si è materializzato davanti ieri sera nel piazzale delle Murate davanti all’ingresso del Caffè Letterario. Per mano teneva sua sorella, un’incantevole ragazzina di dodici anni che venne al mondo quando lui ne aveva già diciotto e che io ho conosciuto solo in questa improvvisa, imprevista e inimmaginabile occasione.

La seconda l’ho fatta.
Un’ex collega dell’anno scorso, quotidianamente pensata e rimpianta, finiva gli anni in questi giorni: suo marito, alla zitta, le ha imbastito una cena a sorpresa invitando persone a lei care. In dono le ho portato uno dei miei preziosi e ambitissimi manufatti: i ciechi la chiameranno sciarpa, i lungimiranti e gli artisticamente sensibili non esiteranno a nomarla stola. In finissimo bouclé beige e marrone, che sulla Rosi (ringiovanita anziché invecchiata nei suoi invidiabili trentacinque anni) fa la sua porca figura.