La proroga

14 agosto 2017

“Ciao… senti… ti volevo dire…”
“Dimmi.”
“Ecco… mio cugino, che ha una casa in campagna, mi ha invitata per Ferragosto…”
“Sì.”
“E allora… io pensavo… che Vanda ci starebbe proprio bene in quel posto…”
“Dov’è questo posto?”
“In Valdarno, confina proprio con la tenuta di Sting!”
“Ed è un posto sicuro?”
“Sicurissimo! E’ una grande colonica con un immenso spazio verde intorno! Non ci sono pericoli, è lontana da ogni strada, ci si arriva per una sterrata riservata!”
“E, senti, non è che la fai stancare troppo…”
“Scherzi? La tengo lì con me buona buona!”
“No, sai, perché lei ti seguirebbe a tutti i costi, ma poi magari ne risente, vista l’età…”
“Non ti devi preoccupare! Non faremo sgropponate, staremo nel giardino a goderci quella pace!”
“E quando me la riporteresti?”
“Dopo Ferragosto! Mercoledì, o giovedì se vuoi!”
“Giovedì per l’appunto è il compleanno della mia compagna e avevo intenzione di andare via un paio di giorni…”
“Allora te la tengo fino a venerdì, a sabato, domenica, quanto vuoi!”
“Non hai da fare tu, nei prossimi giorni?”
“Assolutamente! Sono tutta libera!”
“Be’, allora…”
“Allora?..”
“Allora ok, va bene, tienila pure, anzi grazie.”

Sì.
Sì.
Sì.

E io?!

14 agosto 2017

Da quando ho ripreso Mimmo da casa di mio padre, che lo ha ospitato nei miei giorni di montagna, mi trovo a sperimentare una curiosa convivenza.
“Vanda vieni, è ora di cena.”
“E io?!”
“Mimmo come sei bello, vieni qua che ti accarezzo un po’.”
“E io?!”
“Vanda è l’ora della toeletta giornaliera.”
“E io?!”
“Vado un po’ sul terrazzino a leggere.”
“E noi?!”

Due zecche attaccate alle palle.

Temporale

12 agosto 2017

Un bubbolìo lontano. . .

Rosseggia l’orizzonte,
come affocato, a mare:
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.

A Pascoli i temporali piacevano talmente tanto, che a uno dedicò perfino una poesia densa di cromatismi e onomatopee.
Ronfavo della bella all’alba, stanca per il viaggio di ritorno dalle montagne lontane e paga della gioia di riavere Vanda a casa, intanto fuori imperversava una bufera grandiosa, quand’ecco un suono. Quel suono. Le unghiette sul parquet della camera da letto. Mai foriere di buone nuove.
“Che hai?!”
“…”
“Perché tremi?”
“…”
“Non ti sentirai di nuovo male!”
“…”
“Vuoi salire su a fare l’abbracciatino?”
“…”
“E allora che vuoi?”
“…”
“Ma dove vai?”
“…”
“Perché ti nascondi?”
“…”
“Vuoi che stia con te?”
“…”
“Ma stai ansimando!..”
“…”
“Tieni tutta la lingua fuori…”
“…”
“(E onestamente non me la sentirei di dire che la tua alitosi è migliorata.)”
“…”
“Vuoi che ti accarezzi?”
“…”
“Così va bene?”
“…”
“Ma non dirmi che una canina fiera e coraggiosa come te…”

Così, benché la veterinaria di Viale Europa mi abbia tassativamente proibito di spippolare in rete alla ricerca di improbabili risposte ad allarmanti quesiti canini, digito cane-paura-temporale.
Possiamo per esempio adottare la pratica dell’allegria, ovvero nel momento in cui si verifica l’evento traumatico (tuono) noi facciamo sì che il cane associ ad esso una cosa positiva e non negativa. Possiamo per esempio giocare con lui in maniera entusiasta, dargli dei bocconcini, fare finta che quando c’è il tuono sia il momento del gioco e del divertimento. Quindi avvicinati a lui in modo discreto, siedi accanto a lui, come se anche tu ti stessi rifugiando, cerca il contatto fisico.

E insomma erano le cinque del mattino e noi ci siamo ritrovate accucciate addosso a un angolo a mangiare biscotti, tirarci palline e raccontarci barzellette.

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Non ci posso credere

12 agosto 2017

“Ehi, guarda chi è venuto a prenderti!”
“?!”
“Vieni, vieni a vedere.”
“…”
“Ecco, guarda.”
“!!!”

E poi salti, piroette, abbai, canate, starnuti, soffioni, svenimenti, ributolii, grattate, occhioni, guaiti, abbracci, zampate, alitate, sputacchi.
Anch’io non ci posso credere Vanda, che siamo nuovamente insieme.

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Prospettive

10 agosto 2017

La prospettiva di abbandonare questo posto dove le temperature oscillano tra una massima di 15 e una minima di 6 e rientrare in quella conca d’afa e umidità dove si ribolle tra i 40 e i 30 potrebbe apparire insostenibile.
Ma il Moro ha richiamato: ad aspettarmi ci sarà Beautiful Vanda.
Ed ecco che la stessa prospettiva assume i tratti di un sogno che proprio domani diventerà realtà.

Perros y ventanas

4 agosto 2017

Col secondo c’è stato solo un incontro fugace.
Col primo è intercorsa una vera e propria relazione a breve distanza: lui sul terrazzo, io sul marciapiede lì sotto a fargli serenate ogni volta che passavo.
Finché una mattina finalmente ci siamo incontrati fisicamente sulla strada e conosciuti.

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Hombres y perros

4 agosto 2017

Una pregunta ha ossessivamente accompagnato ogni mia passeggiata per le strade madrilene.
Perché qui i cani vanno a giro solo con gli uomini?
Hombres y perros, perros y hombres. C’ho fatto il capo.
(Ne metto solo quattro, ce ne ho un visibilio.)

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Non mi guardare così

25 luglio 2017

Chi non ha mai avuto un cane, e un beagle in particolare, non può capire il potere ottico di questi animali, la capacità comunicativa sprigionata da due semplici bulbi oculari. Chi non ha mai avuto un cane, e un beagle in particolare, mi prenderà per scema. Non me ne frega niente.

Vanda ha capito che qualcosa sarebbe di lì a poco cambiato quando mi ha vista preparare le sue cose. I due cuscinoni da cane, le sue medicine, la spazzola magica con cui in venti giorni ho portato via tutto il pelo morto e tirato a lucido quello nuovo, le salviette all’aloe vera con cui la umettavo dopo la spazzolata, la lozione alla camomilla con cui ammorbidivo le cispe secche intorno ai suoi occhi di vecchietta. Si è seduta accanto al borsone e ha sguainato uno sguardo da foca cucciola prima della bastonata mortale.
“Ti prego, non mi guardare così.”
Poi siamo uscite. Mentre passeggiavamo lungo il viale, il Moro ha chiamato per dire che ci aspettava all’ora di pranzo, anzi, che a pranzo ci invitava addirittura, nel ristorante vegano davanti al suo negozio, per permetterci di salutarci con calma. Avevo in mano il sacchettino azzurro con la cacca di Vanda dentro, a momenti mi cade dalla tristezza. “Tanto lo so che piangerai, sono pronto”, ha detto ridendo. Io invece simulavo una maldestra allegria che non provavo per niente.
Siamo andate a Campo di Marte, per iniziare ad avvicinarci a lui per gradi, abituarci all’addio nel modo meno doloroso. L’ho portata con me in biblioteca con la scusa di cercare la guida della città spagnola dove volerò domattina all’alba nella speranza che tutti i perri che vi incontrerò possano distrarmi dal pensiero della perra migliore del mondo. Ma le ore 13 sono arrivate con la velocità con cui sono passati questi venti giorni, una velocità incredibile, scandalosa, offensiva.
In macchina Vanda mi dava nasate alla mano appoggiata sul cambio perché le accarezzassi la testa, le lisciassi le orecchie, le tirassi piano piano i baffi storti e ribelli.
“Non mi guardare così.”

E poi è stato un precipitare improvviso, tra un fiore di zucca ripieno di soia e un polpettone di humus e carote, tra racconti scuciti di vacanze còrse e avventure canine straordinarie, tra la proposta di restituire i soldi lasciati alla clinica di Viale Europa e la richiesta, al loro posto, di poter rivedere colei che mi ce li ha fatti lasciare, di non perderla ancora dopo averla ritrovata. Vanda di tanto in tanto alzava la testa e mi guardava, mentre io pensavo non mi guardare così, o a lasciarti non ce la farò mai. Invece sono stata brava, bravissima, e non ho pianto. Finché il Moro e Vanda non sono scomparsi dietro la porta a vetri del negozio.

(Tra le centinaia di foto che le ho scattato, pubblico a conclusione di questi indimenticabili 20 giorni quella preferita dal Moro. E anche da me.)

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Le ultime cose

25 luglio 2017

La nostra ultima sera è all’insegna dell’intimità.
Abbiamo due inviti, entrambi in Valdarno, gentilmente li rifiutiamo e restiamo a casa, noi due, da sole.
Aspettiamo che la calura passi e che il sole scenda per la nostra ultima passeggiata al tramonto, stavolta più lunga e lento pede, senza il rispetto dei tempi che impongono gli appuntamenti, con la serata davanti tutta per noi.
Al parco delle Cascine ci arriviamo quando il sole è arancione e gli atleti fanno piegamenti; l’unico piegamento nostro è verso la fontanella per abbeverarci e bagnarci la testa. Te lo ricordi Vanda? Anche la prima sera in cui sei arrivata ti ho portata alle Cascine. E anche quella prima sera eravamo io e te, da sole. Avevamo venti giorni davanti da vivere insieme e per quanto ti conoscessi non avevo idea di quanto felici sarebbero stati. Hai fatto volare il mese che mi risulta più lungo tra i dodici di tutto l’anno. Alla gente non passa mai novembre. Io non vedo l’ora che arrivi. Ma quest’anno luglio è stato fresco e leggero, allegro e breve, l’afa non l’ho neanche sentita e quando ho cercato di sfuggirla, l’ho fatto per te.
Sulla via del ritorno mi compro un take away orientale, ho voglia di celebrare questa ultima cena con un sapore diverso, a te metto tra le crocchette noiose una punta minuscola di sapidità, e anche la tua diventa una cena speciale, che forse ricorderai domani, dopodomani, mangiando nella tua casa con due giardini.
Dopo cena ci stendiamo insieme vicine a fare niente, soltanto guardarci, cosa pensi tu, Vanda, quando mi guardi? Ma alla fine di questa avventura, hai davvero capito chi sono? Ti ricordavi un poco di me? Di quando ti chiamavo “Tck!” tornando da scuola, di quando ti accarezzavo pianissimo gli occhi finché non li chiudevi e ti addormentavi? Ti ricordi della casa in cui abitavamo, del caminetto che c’era nell’angolo, della tua cesta imbottita messa lì vicino? Ti ricordi di quella volta che a Borgo San Lorenzo sei andata a correre sul laghetto ghiacciato e il ghiaccio si è rotto e tu e tuo fratello siete finiti dentro l’acqua gelata? Te lo ricordi quant’ho gridato, con le gambe nel lago fino alle ginocchia, per chiedere aiuto a quel signore che è corso con in mano un palo che aveva in cima un gancio perfetto per afferrarvi dal collare? E il Moro che ha chiuso bottega per correre a vedere come si stava? Com’è stata breve la vita con te, Vanda. Ma com’è stata sempre bella.
La notte arriva che noi già dormiamo. Ci sveglia il pensiero dell’ultima passeggiata lungo il viale, dove in questi venti giorni abbiamo incontrato tanti altri cani, per mano ai loro umani, come noi due.

Per una merda

24 luglio 2017

L’ultima tappa per dichiarare definitiva la guarigione di Vanda era la liberazione intestinale. Solo defecando avrebbe fugato ogni dubbio su eventuali occlusioni interne. Ma nel giorno della convalescenza, trascorso tra il letto e l’aiuola vicina a casa, neanche un vago gesto di acquattamento, preludio d’imminente odorosa sfornata. Braccata con gli occhi ad ogni suo passo, Vanda faceva pipì e poi chiaramente chiedeva di tornare lì da dov’era venuta. In casa. Tra la penombra delle persiane abbassate. Nel silenzio discreto riservato ai malati. Sopra il suo guancialone azzurro.
Ieri mattina però, alle ore 10, in un parco ancora deserto di Villa Demidoff, annusicchiando le terre qua e là, Vanda si è bloccata all’improvviso, ha piegato le zampe posteriori, si è messa in punta di piedi, ha accostato le orecchie alle guance, ha stretto gli occhi a fessura, ha rilassato lo sfintere, e l’ha fatta. Un po’ scioltina, esteticamente meno riuscita del solito, più maleodorante di sempre. Ma l’ha fatta.
Non ero mai stata tanto felice in vita mia per una merda.