Il partigiano Bobi

7 luglio 2018

Settantuno anni fa si concludeva in Europa il secondo conflitto mondiale e con esso terminavano anche i regimi che avevano causato la guerra. Grazie all’antifascismo e a quel gruppo di italiani che scelsero di ribellarsi, l’Italia ha potuto risorgere e trovare una carica innovatrice che ha gettato le basi di una società più libera e giusta e ha saputo proporre valori sui quali poggia le fondamenta (trinquellando un po’) la nostra (acciaccata) repubblica.
In mezzo al bosco di Montegiovi, oggi e domani, si svolge il 67mo raduno dei partigiani, una manifestazione che rappresenta l’eredità di una memoria collettiva, un messaggio che si rinnova nel tempo, una festa, e soprattutto un impegno per il futuro.
Il partigiano Bobi, col fazzoletto della Brigata Garibaldi al collo, addirittura si è commosso.

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Nel nome del beagle

5 luglio 2018

Le commissioni di maturità sono formate da tre membri interni, da tre commissari esterni e da un presidente, sempre esterno. Uno dei tre docenti provenienti da un’altra scuola, come me e il collega d’Inglese, è quello di Matematica. Un uomo serissimo dall’espressione austera, che il giorno dell’insediamento mi metteva in soggezione. Io però con quelli che mi mettono in soggezione mi c’incaponisco, sicché dal secondo giorno ho iniziato a ronzargli intorno per attaccare discorso. Egli tuttavia continuava ad apparirmi avaro di parole e leggermente respingente. Poi, la terza mattina, ho inconsapevolmente tirato fuori dalla manica il mio asso.
“Madonna che stanchezza -gli ho sussurrato dopo ore di scartoffie- Adesso l’ideale sarebbe tornare a casa e buttarsi a letto fino a domattina. E invece ho un canino che mi aspetta e che non vede l’ora di uscire.”
I suoi occhi si sono illuminati.
“Anch’io ho un cane!”
“Davvero? Che cane è?”
“Un beagle.”
“Anche il mio è un beagle!!”

Siamo diventati pappa e ciccia e adesso non facciamo che chiacchierare e ridere di Ettore e di Bobi.

Quattro giorni

5 luglio 2018

In questi giorni caldi e faticosi d’esame, Bobi è sicuramente quello che ci rimette di più: a volte sta solo a giornate intere (uscendo solo nella pausa pranzo, quando il cosiddetto “babbo” si palesa a bordo della sua rombante moto per portarlo ad espletare quello che non si può trattenere dieci ore) ad aspettare il mio ritorno, che non avviene a bordo di una comoda auto ma un po’ a piedi e un po’ su un autobus strapieno e afoso perché la scuola è in centro che più in centro non si può.
Quando mi rivede, dopo la mia scomparsa mattutina, generalmente mi aggredisce. Prima di me però ha già aggredito oggettistica domestica varia (astucci sventrati e pennarelli da whiteboard scappucciati e ciucciati, annaffiatoio trasformato in colabrodo, fotocopie ridotte a brandelli, l’intera raccolta annuale dell’Internazionale divelta e biascicata, e infine la ciotola della pappa trascinata nella cuccia e mangiucchiata giro giro).
Io però ho un presidente di commissione eccezionale, che per di più mi ama.
“Per la seconda prova suppletiva di tre giorni che somministreremo all’alunna influenzata e ora guarita, tu puoi restare a casa.”
“Davvero? E la sorveglianza?”
“La sorveglianza la facciamo noi. Tu sei stata qui per l’intera prova di Italiano, vai e goditi il tuo cane.”

E così per quattro giorni, da oggi a domenica sera, sarò completamente libera, leggera e sollevata da ogni impegno; autorizzata ad attardarmi a letto la mattina, a non rispettare orari e appuntamenti, a fare le ore piccole la sera, a vedere amici che non vedo da tempo, a coccolarmi il mio cagnone quanto mi pare e piace, a trascinarmi per la casa a piedi scalzi, a sfondarmi di serie Netflix, a sentirmi felicemente zingara e vacanziera.
Anche se le vacanze inizieranno ufficialmente solo dal prossimo mercoledì.

Buon compleanno

24 giugno 2018

Va bene che gli auguri è importante non farli mai prima, però 14 giorni dopo pare troppo pure a me.
Ma sono qui per farteli, amore mio.
E’ passato un anno da quando sei venuto al mondo insieme ai tuoi fratelli Ulisse e Uncino e alla tua sorella Ursula. Sei nato in una villa in via dei Ceci, a Cecina (viva l’originalità). A guardarti uscire dall’antro buio e umido che vi custodiva tutti c’erano Ilaria e Delia Bichisecchi, proprietarie dell’allevamento più atipico che io abbia mai visto. Una cucciolata alla volta e tra una cucciolata e l’altra tanti mesi d’intervallo affinché ci sia sempre modo di tirare su i piccini appena nati, accudirli e accompagnarli al giorno dell’addio, che per loro è sempre un giorno di dolore. Osservarli sgambettare nella quiete di un giardino immenso e ben curato, individuare il carattere di ognuno, le peculiarità comportamentali che subito si manifestano, Uncino insolente e indemoniato, Ulisse introverso e solitario, Ursula paciocca e accomodante, e infine tu, dolcissimo e appiccicoso, attratto dagli umani più che dai propri simili, adorante e contemplativo nei tuoi malinconici sospiri e nella tua attesa quotidiana che a portarti via giungesse la persona perfetta per te.
Cioè io.
Io sono arrivata da te sessanta giorni esatti dopo, quasi per caso, una ricerca in rete e una telefonata, la richiesta di una femmina bicolore (per rivederci Vanda) e la risposta: solo maschi tricolori. Sono venuta lo stesso a vederti, per curiosità, e tu sei stato il primo a venirmi tra le braccia e l’unico che, dopo la prima di tre visite, sei rimasto col muso schiacciato contro il cancelletto a uggiolare perché già ti mancavo da morire.
Quando penso che ho titubato nella scelta, che quasi quasi avrei portato via Uncino anziché te perché la Delia mi diceva “è un mascalzone”, che stavo per perdere il regalo più bello della vita, quasi non ci credo. Eri tu quello perfetto per me. Tu e i tuoi occhi languidi, le tue labbra pendule, la tua pelle in esubero, i tuoi pois nella pancia, il tuo culo rotondo, la tua coda a antenna, le tue zampe a gatto, la tua voce roca, tu e nessun altro, con la tua personalità che s’incastra con la mia, sociale e selettivo, affettuoso e schivo, iperattivo e pigro, all’unisono con me.
Da quando ci sei tu, io non sono mai triste, non sono mai sola, non sono mai pentita, amareggiata, inquieta, delusa, irata. Da quando ci sei tu, io sorrido sempre. Dalla mattina quando apro gli occhi e ti vedo appiccicato a me in pose improbabili e immorali, alla sera quando li richiudo scaldata dal calore del tuo corpo che si cuce con il mio. Da quando ci sei tu, io sono sempre felice di tornare a casa e di vederti, sfamarti, parlarti, accarezzarti, metterti la pettorina e uscire nei prati e nei boschi, lungo le spiagge e per le strade del mondo.
Solo un anno, ma già un baule di ricordi insieme a te, e tante gente che non avrei mai conosciuto se non ci fossi stato tu, e mille avventure attraversate insieme, e tantissime fotografie che mi s’è intasata la memoria dell’iphone.
Come passa svelto il tempo della vita quando si è felici, vero Ubaldo?
Auguri, Bobi.

(Nella foto, Bobi la prima volta che lo vidi)

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Venerdì, sabato e domenica siamo stati al mare.
Una casina in mezzo alla campagna di Baratti, e mentre Micino da Scansano tornava ad esplorare libero nel verde, noi sperimentavamo l’incredibile dog beach di San Vincenzo e in tre giorni facevamo un’overdose di cani, sabbia, corse, inseguimenti, rotolamenti, buche, abbai, capitomboli, tuffi, sole. Ma ecco, improvviso, al terzo giorno, il crollo psico-fisico.
“Sarà stanco. Ha dato tutto. E’ cotto. Una bella dormita nel lettone e domattina sarà fresco come una rosa.”
Invece lunedì all’alba Bobi era moscio come una rosa appassita.
“Non avrà ancora recuperato. Quando tornerai da scuola dopo le tue quattro ore lo troverai rinato.”
Invece l’ho trovato semimorto.
“Senti cosa dicono i veterinari sotto casa tua.”
Ma dai veterinari c’era la coda e allora per distrarlo e vedere se reagiva l’ho portato alle Cascine dai suoi amici.
“Vieni, dai, andiamo da Giotto e Kira, ti aspettano!”
Lui però metteva a stento un passo dietro l’altro e ciondolava quel capone tutto naso e orecchie. Avrei dovuto capire e tornare indietro. Invece, certa che l’amicizia possa compiere più miracoli delle medicine, l’ho spinto ad andare avanti. E siamo arrivati al pratone dell’anfiteatro.
Infrascarsi in un cespuglio e beccare un forasacco nella narice sinistra è stato tutt’uno. Starnuti e muco, muco e starnuti. Poi, orrore, il sangue.
Quindici chili di cane tra le braccia e una corsa a perdifiato sotto la cappa irrespirabile di afa fino all’auto; uno zig zag tra il traffico; un parcheggio inventato; i pugni alla porta dei dottori.
“Va addormentato e operato.”
E menomale ho fatto in tempo a dirgli che già prima del forasacco non stava tanto bene. Un termometrino in culo e un numero enorme: “40. Impossibile procedere con l’intervento.”

E quindi il forasacco è ancora lì, rimbozzolito in un cantuccio al buio, bloccato nella sua corsa sempre in avanti da un meandro salvatore. Noi invece tutti concentrati sulla febbre, data da un’infezione non meglio identificata, che ha sballato le analisi buttando i globuli bianchi alle stelle. Facciamo i turni col lavoro per non lasciarlo solo. Veglie notturne per controllare che respiri. Pezzole fradice su quella testa a cupolino per rinfrescare la sua temperatura. A fare piscia e cacca ce lo porto in collo. Lui pare il ritratto della disperazione.

Il permaloso

21 maggio 2018

In tanti mi scrivono reclamando per il fatto che non ho narrato come sono andate le cose con Bobi al ritorno dalla gita a Berlino. Sono andate male.
Alla fine di un conto alla rovescia per me devastante e inebriante insieme, hanno suonato alla porta.
“VENITE!!!” ho urlato dal citofono pazza di felicità, e mi sono piazzata sul pianerottolo ad attendere l’arrivo dell’ascensore. Sudavo, dalla gioia e dall’emozione, ma anche dalla paura che il mio cane -che so- stentasse a riconoscermi. Invece mi ha riconosciuta, eccome. Ma nel frattempo me l’aveva giurata a morte, per cui si è comportato così.
La porta dell’ascensore si è aperta e lui non è uscito. E’ rimasto sulla soglia, la fronte tutt’una grinza, la bocca più ciondoloni del solito, e uno sguardo incancrenito.
“BOBI! BOBINO MIO!” ho preso a uggiolare. Per agevolare la sua corsa tra le mie braccia mi sono acquattata a terra, spalmandomi sul marmo gelido come il suo cuore. Mi ha studiata ancora per qualche secondo, guardandomi come si guarda una che ci sta sul cazzo abbestia, infine è uscito.
Il passo lento e titubante, come se camminasse sull’ova. La testa lievemente in tralice, com’a dire non ti voglio nemmen degnare di un’occhiata. Ha circumnavigato il mio corpo prostrato a terra ed è entrato in casa. Una breve ricognizione, la ciotola dell’acqua, la scodella della pappa, la cuccia personalizzata, il tappeto, il divano, il letto, ok, c’è tutto, ma sai, alla fine stavo bene anche dove mi hai lasciato per una settimana, in fondo non mi è mancato nulla, un attico con ampio terrazzo al quarto piano in zona Cure, e un uomo che mi ha fatto da servo mentre tu te la spassavi chissà dove.
“Bobi! Ma non vieni dalla mamma?”
Mah, io ho sempre sentito dire che le mamme stanno a casa con i loro figli e non vanno a giro per l’Europa.
“Bobi! Non ti sono mancata?!”
Bah, i primi giorni sì, ma poi me ne sono anche fatto una ragione e, che dire?, stavo bene anche con il babbo.
“IL BABBO?!”
Sì, il babbo, perché?
“Non scherzare e vieni subito dalla tua mamma!”
Fammici pensare.

Ci ha pensato per due giorni.
Un muso lungo che nemmeno.
Poi ha ceduto ed è tornato nel lettone insieme a me a ciucciarmi tutta.
Adesso mi ama (se possibile) ancora più di prima. Perché ha capito che niente si dà per scontato.

Quanto verde

20 maggio 2018

No, non sono le (solite) Cascine.
E’ Vallombrosa, con i suoi 1000 metri sul livello del mare, la sua foresta di abeti, i suoi prati in discesa, la sua abbazia benedettina, le sue carpe nel lago protetto, i suoi camosci liberi nei boschi.

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Mi raccomando

15 aprile 2018

“Allora. La mattina ti alzi e ti sistemi. Colazione, doccia, vestizione. Poi vai a svegliare lui. Lui dorme finché non vai a svegliarlo. Sveglialo dolcemente, con la voce in falsetto e tantissime carezze. Se gli sbaciucchi la panciottina e gli strimbelli un po’ il pisellone a lui fa piacere. Vedrai che tira un sacco di sbadigli, tutti sonori, molto umani. Tu lodalo e gratificalo ogni volta che ne fa uno. Sussurragli all’orecchio la parola PAPPA, con espressione felice, densa di aspettative. Lui riconosce la parola, ma anche il tono lo aiuta. Quando deciderà che è l’ora giusta, darà segno di voler scendere dal letto (ti lascio anche la sua cuccia, ma tu la notte lo farai dormire insieme a te, sotto le coperte, incastrato alle tue gambe, a volte ti metterà il culone tondo sopra il viso e ti sveglierai con le sue palle sopra gli occhi, vedrai come sarà bello): prendilo in braccio e scendilo tu, è abituato così. Mentre ce l’hai in braccio, digli tantissime volte ma che cane bello, che cane bellissimo, a lui piace.
Nel frattempo gli avrai preparato la pappa nelle dosi che ti ho indicato. Non sgarrare. Quando torno voglio ritrovarlo magro agile e scattante come adesso, non il botolo in cui mi hai trasformato Mimmo. Acqua sempre fresca nella ciotola. Finita la pappa, portalo fuori per la pipi e la popo. Mentre siete fuori, ripetigli le parole PIPI, POPO (in alternativa CACCA e PISCINA), lui capisce tutto, ha un vocabolario già piuttosto ricco. Raccogli sempre gli escrementi, ti lascio qui tre cilindretti con i sacchettini colorati. Quindi riportalo su in casa e vai pure al lavoro. Uscendo, ricordati di non dirgli MAI, per nessun motivo al mondo, CIAO, oppure IO VADO VIA, ASPETTAMI QUI; vai via e basta, magari uno sguardo dolce, una carezza sul testone, ma nessuna parola di commiato. Per lui CIAO significa soltanto: se non vieni anche tu io mi levo dalle palle e ti abbandono, e questo vale solo quando al parco fa i capricci perché non vuol tornare a casa.
A pranzo hai detto che, anziché mangiare in mensa, tornerai a casa e mangerete insieme. Lui mangia solo due volte al giorno, mattina e sera, ma a pranzo è abituato a qualche bocconcino. La pasta che sia solo integrale e di ottima qualità, la Garofalo va bene. Di formaggi solo il parmigiano, qualche scaglietta. Niente mozzarelle, stracchini o formaggi molli in generale. Per tornare al lavoro, segui le regole della mattina.
Quando uscirai, il pomeriggio alle 17, inizierà il divertimento vero, sentirai uno struggimento forte, una smania di vederlo che ti spingerà a precipitarti in fretta per la strada: corri a casa, salutalo festoso, infilagli la pettorina e portalo nei posti più belli del circondario. Sappi che gli amici delle Cascine ti aspettano, ho dato a tutti il numero del tuo cellulare, ti chiameranno, ed ecco qui i loro, potrai chiamarli in caso di qualsiasi necessità e loro correranno. Poiché tu hai solo due moto, ti lascio anche la mia auto affinché possiate spostarvi in coppia e andare anche fuori città. La passeggiata di Pian del Mugnone per esempio a lui piace moltissimo e tu potrai fare un’ottima merenda al bar in piazzetta. Durante le passeggiate, massima attenzione: siamo nel mese delle processionarie, quei bachi rivoltanti e pelosi velenosissimi per i cani: alle Cascine per esempio tieniti lontano dalla fontanella dell’anfiteatro dove ne sono già state avvistate alcune. Fai attenzione anche ai forasacchi: ancora non sono secchi, ma non si sa mai. Controlla sempre naso e orecchie, puliscigli il pelo con acqua calda e aceto nelle proporzioni che ti ho scritto, asciugalo bene ché non prenda il cimurro.
La sera cenerete insieme e poi, dopo l’ultima passeggiata, arriverà il momento topico del giorno: infilare sotto le coperte insieme a lui, per un abbraccio lungo una notte intera. Avrai cinque notti di questo godimento. Quando tornerò e dovrai smettere, lo so già, sarai disperato.
Ogni sera, quando sarò in albergo, ci faremo una videochiamata nella quale tu dovrai dimostrarmi che lui non solo è vivo, ma gode di ottima salute. Spero che, avendo insistito perché non lo lasciassi ai dog-sitter-gay ma a te, tu sia consapevole e felice di questo privilegio. Riattaccato il telefono con te, videochiamerò mio padre per fare la stessa cosa con Mimmo, suo ospite per la settimana. Certo, sarebbe stato meglio per te avere in casa sia il cane che il gatto, ma Mimmo è gelosissimo e Bobi ne è terrorizzato.
Bene, mi sembra di averti detto tutto. Hai dei dubbi? E’ tutto chiaro?”

Lui ascolta muto fino all’ultima parola, quindi dice ora levati dal cazzo, vai a Berlino, e lasciaci fare le cose da maschi in santa pace.

Pic nic di Pasquetta

2 aprile 2018

Alle Cascine praticamente ci si vive. Ma il pic nic finora non ci s’era fatto mai.
“Ovvia, facciamolo per Pasquetta!”
“Ma infatti! Perché andare a cercare dei pratoni altrove, quando il pratone più bello ce l’abbiamo sotto casa?”
“Alle 11 all’Anfiteatro!”
La mamma di Odilia aveva portato persino i sandwiches per i nostri cani.
“Ma che ci hai messo dentro?!”
“Le loro pappine!”
Per noi non ci siamo fatti mancare nemmeno i cantuccini col vin santo.
Tanto poi si cammina e si smaltisce.
Prima però uno strame di coperte, cicce all’aria e sole a picco.
Il parco pullulava di gente a piedi, in bicicletta, sui pattini, coi libri e coi droni tra le mani, i palloni tra i piedi, le magline a maniche corte, le scarpe da ginnastica, i fiori e le fusciacche tra i capelli.
Rientrati col tramonto, Pisellone ha avuto un crollo inverecondo e ora russa a quelloddìo.

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Pisellone

31 marzo 2018

“Guardate chi c’è: Pisellone!”
“Sì, sta arrivando Pisellone!”
“Ehi, Pisellone! Come stai, tutto bene?”
“Ma quanto è bello Pisellone?”
“Davvero, ma poi che pisellone ha!”

E io mi giravo di qua e di là a guardare di chi dicevano.
E dicevano di Bobi.
Un impeto di orgoglio mi ha pervasa.