Per me l’infanzia ha avuto solo un nome. Ciappino.
Ciappino (detto anche Ciappo) era il mio orso di peluche. Medie dimensioni, pelo giallo senape, sguardo birichino, non ricordo neanche chi me lo regalò. Ricordo però alla perfezione quanto lo amavo. Ciappino era l’amico perfetto da abbracciare in qualsiasi situazione, sul divano mentre facevo merenda con pane vino e zucchero e guardavo A come Andromeda, sul pavimento mentre allestivo la mia mega fattoria popolata di animali da cortile tra cui una famiglia di ippopotami, una coppia di giraffe e tre rinoceronti, ma soprattutto a letto, nella notte, quando lo stringevo forte a me e anche la paura del cavallo sgozzato in quella scena maledetta del Padrino scompariva.
Ciappino è stato l’unico segno dell’infanzia che ho salvato dalla distruzione, a cui non sono sopravvissuti Teresa la rossa né tantomeno quell’odioso di Ciccio Bello, che mi stava sul cazzo da morire. Di quell’oca della Barbie poi non ne parliamo, non fecero in tempo a regalarmela che le avevo già mozzato quei capelli ossigenati da baldracca.
Ciappino invece era il mio amore e me lo sono portato dietro in tutti i diciassette trasferimenti di domicilio. In questa casa lo custodivo con una certa gelosia dentro un’anta dell’armadio, da cui lo estraevo di tanto in tanto per dargli un’annusata.
“Guarda, Bobi. Prima di amare così tanto Nello e te, ho amato lui, Ciappino. Te lo voglio presentare. Guarda bellino. Siccome quando ero piccola la mamma non voleva un cane in casa, io sfogavo tutta la mia tristezza su di lui, e sognavo che un giorno avrei avuto un animaletto tutto per me. Uh, scusa, mi suona il telefono, torno subito. Stai buono qui con Ciappino.”

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Ho preso un cane

18 novembre 2018

Libreria Alzaia, adiacente al cinema Stensen, ieri sera.

“Oooh, guarda chi c’è! Era così tanto che non ti facevi vedere! Cosa ti è successo?”
“Ho preso un cane.”
“Come, scusa?”
“Ho preso un cane.”
“Come, hai preso un cane?!”
“Proprio così, ho preso un cane.”
“E allora?!”
“E allora ho avuto da fare con lui.”
“Accidenti, per un anno e mezzo!?”
“Esatto.”
“Cioè, è per questo motivo che non sei più venuta in libreria?”
“Non sono più venuta in libreria, non sono più andata al cinema, non sono più andata a teatro, non sono più andata ai concerti…”
“Ma perché, scusa?”
“Perché ho preso un cane.”
“Ma anch’io ne ho uno, eppure ho continuato a fare tutto quello che facevo prima!”
“Io no, perché il mio cane è il più bello, buono, simpatico, meraviglioso, fantastico del mondo, e quindi da quando ce l’ho non m’importa più di niente, voglio stare solo insieme a lui e fare quello che fa lui.”
“E quindi cosa avete fatto, finora, te e questo super cane, sentiamo?”
“Abbiamo camminato, esplorato, giaciuto, sonnecchiato, giocato, riso, corso, viaggiato, meditato.”
“Bene. Adesso sei guarita?”

La gente non capisce.

O tutti o nessuno

8 ottobre 2018

L’occasione ce la dà un corso di formazione per giornalisti.
Partiamo per Assisi il sabato mattina presto, il corso inizia alle 10:30 (e dura otto ore, per un totale di dieci crediti deontologici), il programma è restare a dormire e fermarsi in Umbria anche l’indomani, abbiamo prenotato il solito agriturismo di due anni fa, quello dove andai insieme alla Livia (qui un ripassino).
Questa volta ci vado coi miei due cavalieri, uno a due, l’altro a quattro zampe, entrambi felicioni di partire e stare tutti insieme per un fine settimana umbro solo nostro.
Come tutte le altre volte in cui ci sono stata nella vita, il tempo è pessimo, Assisi appare avvolta tra la nebbia e mi fa lo stesso magnifico effetto da tonfo nella pancia.
Mi lasciano all’ingresso del corso e, mentre l’umano è pronto per una giornata da spendere solo insieme al cane a girellare, visitare, e assaporare prodotti solidi e liquidi tipici della regione, il cane -intuita l’imminente separazione del collaudato trio familiare- non nasconde segni di inquietudine.
Si blocca infatti davanti alla sala stampa. Sguardo, postura e atteggiamento parlano al suo posto: io non mi muovo di qui nemmeno se mi strangolate col guinzaglio.
“Allora ci vediamo alle 18 quando finisco qui, ok?”
“Ok” dice l’umano.
“Ok un cazzo” pensa il cane.
Infatti io entro, registro la mia presenza col tesserino elettronico, trovo posto in platea, permesso, scusate, grazie mille, mi sistemo, sfilo la giacca, estraggo moleskine e ipad, ascolto, scribacchio, mi rilasso. Come si sta bene qui ad Assisi. C’è sempre quest’atmosfera di pax et bonum, pace e bene, che avvolge anche chi non è cristiano. Tutti parlano sottovoce per le strade, perfino i bambini, che non schiamazzano e sono mansueti come lupi di Gubbio. La città è linda, e tanta pulizia ti fa sentire pulita pure l’anima. Ho portato con me anche le prime prove scritte somministrate agli studenti: quando il livello di attenzione avrà dei cedimenti, mi distrarrò correggendone qualcuna. Mi sento bene. Sono in un posto splendido, faccio una cosa interessante, e quando uscirò da qui troverò ad attendermi i due maschi che amo di più al mondo.
Ignoro del tutto che lì fuori, intanto, a pochi metri da me, si consuma la tragedia.

Impietrito dalla prospettiva di scorrazzare per Assisi senza la sua adorata mamma, un recalcitrante Bobi s’impuntava sull’acciottolato medievale e rifiutava di andarsene dal punto esatto in cui l’aveva appena vista scomparire. Al motto di “O TUTTI O NESSUNO” dichiarava quindi di indugiare in altro tempo ogni diletto e gioco e, data la fastidiosa insistenza dell’umano (che generalmente chiama babbo, ma che nell’occasione gli risulta odioso e quindi non riconosce come tale), triplicava il proprio peso corporeo assumendo la modalità cane defunto.
L’umano allora ricorreva a un taxi, che riconducesse lui e il cane al parcheggio (diametralmente opposto da lì) in cui sostava l’auto padronale. Sollevava di peso il cane e lo spingeva dentro l’abitacolo mentre il cane per protesta s’irrigidiva negli arti anteriori e posteriori assumendo la modalità cane paralitico e mentre il taxista guardava la scena inorridito. Giunti finalmente a destinazione, mentre l’umano era impegnato a pagare il conto del breve tragitto, il cane si cimentava in uno dei suoi più famosi numeri (colpo di collo con rinculo) e si sfilava la pettorina con una mossa che il mago Silvan se la sogna, lasciandola appesa e ciondolante al guinzaglio, che l’umano (sempre impegnato nel pagamento e nei ringraziamenti al taxista) percepiva vagamente come troppo leggero e moscio.
Ed eccolo, il grande Bobi fuggitivo, lanciarsi a perdifiato giù per i tornanti che da Assisi conducono a Santa Maria degli Angeli. E, annaspante e madido dietro a lui, ecco il povero umano che corre disperato nel tentativo (rimasto vano per un tempo incalcolabile) di acciuffarlo. Le cronache assisiate (anche per rispetto all’imminente Marcia della Pace) tacciono le eresie dal poveretto pronunciate a squarciagola.

Ma tutto è bene ciò che finisce bene.

Quella roccia della Vanda

4 ottobre 2018

Ricorderete la Vanda. Il beagle femmina nata dalla prima cucciolata di Nello e Milly, che io e il Moro adottammo quando eravamo fidanzati e che restò a lui quando (pur conservando una vicendevole amicizia che gli anni a venire non avrebbero mai intaccato) ci separammo.
Effettivamente di anni ne sono trascorsi parecchi, sedici per la precisione. E la Vanda è invecchiata come noi. Anzi, per quell’iniqua corrispondenza temporale che passa tra umani e cani, lei è invecchiata molto più di noi e adesso è come se si aggirasse intorno alla novantina.
La Vanda ritornò prepotentemente nella mia esistenza un’estate fa, quando il Moro mi chiamò al telefono per chiedermi se potevo tenergliela mentre lui traghettava il Tirreno per una vacanza in Corsica con la sua famiglia, e io accettai piena di gioia e d’emozione.
Rivederla fu bellissimo. Scoprire che mi amava ancora come quando era cucciola, incredibile. Dovergliela restituire un mese dopo, un dolore lancinante che solo l’adozione di Uncerto Ubaldo detto Bobi seppe lenire. Del resto se lui è qui, felice, insieme a me, felice più di lui, lo dobbiamo solo a lei.
Il tempo però non fa sconti a nessuno, nemmeno a una canina sana e forte come quella. E qualche mese fa le ha presentato il conto. Un conto esoso e minaccioso attaccato a una mammella, identico a quello che colpisce tante donne nel mondo. Un conto chiamato tumore.
La decisione, unanime e condivisa, fu di risparmiarle l’intervento chirurgico e di rispettare la sua senilità, lasciarle vivere il tempo che le rimaneva e non mortificarla con sbrani e rammendi. Tutti contavamo proprio sulla questione anagrafica, che rende i vecchi meno predisposti alla diffusione tumorale. Alla Vanda però, giovanissima inside, il tumore è cresciuto a dismisura e in poche settimane è diventato una protesi mostruosa di ciccia tumefatta pronta a esplodere all’improvviso per via dello strato finissimo di pelle che lo rivestiva.
“Dobbiamo assolutamente intervenire -hanno detto le veterinarie- State pronti, perché il rischio che non si risvegli più dall’anestesia è altissimo.”
Io, quando nel display del cellulare leggo “Moro”, mi sento sempre male. Ho sempre paura che mi chiami per dirmi quello che vorrei non dover udire mai. La nostra Vanda è morta.
“Non è morta, però potrebbe morire. La operano domattina. Mi sembrava giusto dirtelo.”
Certo, giustissimo. Ma intanto io non dormo, io non mi concentro, io non smetto di pensarci nemmeno mentre spiego l’endecasillabo sciolto; e dopo la scuola mi fiondo all’ambulatorio perché voglio essere lì, in ogni caso.
“E’ ancora sotto i ferri. Chiamaci alle 13.”
E allora torno a casa col magone, e guardo Bobi così giovane, morbido, liscio, perfetto, cerco nella sua baldanza il coraggio che mi manca, anche lui mi guarda con l’espressione di chi pensa mbè?, sicché smetto e me lo abbraccio forte, e gli sussurro non lasciarmi mai, e lui sempre lì con quella faccia da mbè?

È il primo pomeriggio quando il Moro chiama, le veterinarie chiamano, insomma tutti chiamano per dire: VANDA È VIVA. Non solo. STA ALLA GRANDE.

Bobi in fuga

5 settembre 2018

Momenti di panico puro sabato scorso alle Cascine.
All’interno del polmone verde di Firenze, verso la metà della mattinata, si sono viste arrivare due ragazze, due giovani donne, du’ donnucce, una rossa e una mora. La rossa in compagnia di Uncerto Bobi, la mora agguinzagliata a Tale Spino. Penetrate nell’ombroso bosco, le due hanno dato via libera ai loro cani che, felicioni, hanno preso a correre alla rinfusa tra gli alberi. Le umane intanto s’intrattenevano vicendevolmente con racconti che non hanno alcun valore all’interno di questa relazione, e nessun valore neanche all’esterno. Quand’ecco, la rossa ricevere una telefonata.
“Ciao! Sì, siamo alle Cascine. No, non sono sola, c’è la Livia con Spino insieme a me. Ah, vuoi passare a salutarci al volo con la moto? Certo, ci trovi lungo i viottoli, vieni pure, Bobi ne sarà felice.”
E infatti Uncerto Bobi, all’apparire di un individuo non particolarmente capelluto calvo, ha preso a piroettare e urlare come un’aquila dalla felicità.
L’individuo di cui sopra, tuttavia, a un certo punto della mattinata ha annunciato che se ne sarebbe andato a casa propria perché A faceva troppo caldo, B aveva mille incombenze da sbrigare, C s’era rotto le palle ne aveva abbastanza di sudare e camminare. Le donne hanno accolto la notizia con malcelata indifferenza. Uncerto Bobi, invece, interrotti i suoi giochi sghembi con Tale Spino, ha preso a farsi guardingo. Teneva d’occhio i movimenti degli umani, intanto sgranocchiava un bastoncino.
Quando l’individuo ipocrinito ha abbandonato il gruppo, Bobi ha dato vita a una staffetta disperata che lo portava dalla rossa al calvo, dal calvo alla rossa, in un’incessante corsa apparentemente priva di senso, in realtà foriera di un messaggio molto chiaro: S T I A M O T U T T I N S I E M E.
Affinché interrompesse quella disperata pantomima, la rossa lo ha legato al guinzaglio e il calvo ne ha approfittato per allontanarsi, uscire dal bosco, passare dal chiosco di Simone e ricongiungersi alla propria moto. Distavano da lui alle donne con i cani succitati molti metri di distanza, tanto che -complici gli alberi del bosco- nessuno vedeva più nessuno. La rossa, appurata in Uncerto Bobi una riconquistata tranquillità emotiva, lo ha slegato. Il cane ha ripreso (apparentemente indifferente all’accaduto) a giocare col suo socio.
Ma ecco, lontana lontana, passare a tutto fòco la moto or ora nominata, e percorrere il viale asfaltato che, tagliando il piazzale del Re, riporta alla città.
Uncerto Bobi, finissimo d’orecchie, si è arrestato di colpo, ha mollato ogni gioco, ha scacato la padrona e ha staccato una corsa forsennata in direzione del motore.
Inutili i richiami a gran voce delle due donne (“BOBIIIIIIIII!!!!!! BOBIIIIIIII!!!!!”), inutile la corsa a cui (pant pant) si sono entrambe lanciate, inutili gli appelli agli umani sconosciuti che Bobi incrociava per la via (“FERMATELOOOOO!!!! BLOCCATELOOOOOO!!!!”). Segato in mezzo il parco più grande di Firenze, Bobi è scappato all’inseguimento di colui che, inconcepibilmente, chiama “babbo”.
La rossa è stata vista (oltre che rossa nei capelli) rossissima nel volto e col mascara che colava per il pianto, mentre (correndo a perdifiato) razzolava intanto con la mano sinistra nella borsa alla ricerca del cellulare con cui chiamare “babbo” e intimargli di fermarsi; la mora sudata fradicia dietro; Spino attonito che seguiva la scena.
Chissà quale epilogo avrebbe avuto questa storia, se una coppia di runners non si fosse lanciata sopra a Bobi immobilizzandolo e restituendolo alla rossa disperata.
Fatto sta che, per riaversi tutti quanti, si sono seduti sopra una panchina ad asciugare lacrime e sudore.
Passava di lì una vecchiaccia stronza anziana signora.
“Ma cosa è successo?” ha chiesto.
“Il mio cane era scappato, lo hanno ripreso queste due gentilissime persone sul viale, dopo che un motorino e una macchina l’avevao appena scansato” ha spiegato la rossa.
“E perché è scappato?” ha indagato ancora quella ficcanaso di merda curiosa signora.
“Perché il suo babbo è andato via in moto e lui l’ha inseguito disperato” ha spiegato ancora la rossa.
“Be’, signora, fossi in lei mi farei qualche domanda…” ha insistito la malefica vecchia insistente signora.
“Che domanda?!” ha chiesto perplessa la rossa.
“Se il suo cane è corso via da un altro, significa che sta meglio con lui che non con lei” ha dichiarato quella merdissima di donna signora così stranamente petulante.
“Ma io sono la sua mamma!” ha esclamato la rossa, sconvolta dalla sfaggiataggine dell’intrusa.
“Già il fatto che lei si definisca mamma di un cane la dice lunga, signora. Un cane è un cane. Nulla di più.” ha sancito quella maledettissima odiosissima facciadimerdissima donnaccia vecchia e brutta signora.
La rossa era così distrutta emotivamente, che non è riuscita nemmeno a mandarla dov’ella avrebbe meritato, per cui ha deciso che lo farà qui: signora, vada affanculo.

Bobi e Robert Redford

23 agosto 2018

Una delle più grandi fortune della vita è stare bene nel posto di lavoro, il che vuol dire esercitare una professione che ci rappresenta e farlo insieme a gente ganza.
Quando chiesi il trasferimento all’Artistico di Porta Romana, lo feci perché l’edificio è straordinario e perché mi parlavano di una preside bravissima. Di lì a poco avrei scoperto che anche quelli che ci studiano sono particolarmente affascinanti e quelli che ci insegnano (ciascuno nel proprio personale stile) prevalentemente interessanti. Robert Redford (docente di Storia dell’Arte) spicca su tutti per cultura, intelligenza, doti didattiche, ironia e (che non guasta mai) avvenenza. Ha una casa-museo in cui ha raccolto opere d’arte di pregiato valore e un’oggettistica variegata che mescola con grazia disinvolta lo chic con il kitch. In quell’appartamento al quinto piano di un palazzo panoramico nella romantica periferia fiorentina non v’è un angolo sgombro e ogni stanza straripa di libri, quadri, suppellettili, ricordi, fotografie, sassi colorati, cuscini, palle di vetro, collezioni di uccelli e planetari. Andare a pisciare nel suo bagno comporta la concentrazione che di solito mettiamo in un atelier.
Ieri sera mi ha invitata a cena.
“Questa volta, se non ti dispiace, porterei anche Bobi. Da molto tempo ormai padroneggia sfintere e vescica, è disciplinato ed educato, insomma un brav’omino. Posso?”
Robert ha detto che non solo potevo: dovevo.
Bobi è entrato e, tartufo a terra, immediatamente ha preso a ispezionare. In salotto ha preteso di sedersi sul divano bianco latte. Per ammazzare il tempo dell’attesa della cena ha inteso baloccarsi con le palle di vetro colorato. Poiché Robert dissentiva, si è accontentato di ciucciare l’angolino di un cuscino ricamato a mano. Trasferiti in cucina, ha controllato cosa prevedesse il menù puntando le zampe sulla tavola e appoggiando le bagioge appiccicose sulla tovaglia di lino azzurro mare su cui ha lasciato una sgorata generosa. Quindi ha atteso la pausa cicchino per afferrare di nascosto (io però l’ho visto) una fetta di pecorino stagionato già adocchiata in precedenza e ingurgitarla senza masticare. Ha altresì gradito l’acqua fresca che Robert Redford gli ha versato nella ciotolina a forma di osso firmata Tiger.
Tornati in sala dopo il lauto pasto, ha rifiutato di sedersi sul telo offertogli da Robert ed è tornato ad accucciarsi accanto a lui sopra il divano, questa volta notando però un gatto di pezza nera adagiato sullo schienale e pretendendo con tutte le sue forze di entrarci in confidenza.
Quando, stremata dai richiami e umiliata dallo sbugiardamento a cui dovevo sottopormi, ho estratto dalla borsa la famosa palla parlante per cani (un oggetto strepitoso che consiglio anche a chi il cane non ce l’ha) per distrarlo dal gattino nero, ha preso ad inseguirla e conseguentemente a farla ruzzolare, sbattere e parlare, un casino a quell’oddio.
Robert Redford ha resistito fino all’una di notte. Infine ci ha cacciati.
Della serata mi resta una foto eloquente in cui Robert siede sul divano e Bobi, accanto a lui, si finge complemento d’arredo.

L’imbenzinato

23 luglio 2018

A Bobi non manca certo di stare in mezzo al verde. Da quando l’ho preso e fatto mio, stiamo più per le campagne che a casa nostra. Se avesse il pollice opponibile, potrebbe disegnare il grande parco fiorentino delle Cascine in ogni minimo dettaglio, ritrarre l’intera area di San Salvi un tempo adibita a ricovero per i malati di mente e ora finalmente restituita all’uso di tutti noi (tali e quali ai malati di mente di un tempo), delineare su un foglio la camminata di Pian del Mugnone lungo l’omonimo corso d’acqua popolato di gente che porta a spasso il cane, riprodurre il bosco che cinge l’abbazia di Montesenario, dipingere ad acquerello Vallombrosa, la Consuma e il Casentino. Sempre, quando girovaga nei campi, Bobi mostra impudico la sua gioia. Corre, abbaia al niente, zigzaga avanti e indietro tra chi lo porta a spasso e il luogo da esplorare.
Ieri, però, ha veramente dato il meglio di sé.
Ci avevano invitati a una cena in campagna, un posto inimmaginabile in cui la bellezza spontanea della natura si sposa con la ricercatezza dell’opera umana, tra filari di vigne e una una colonica reinventata, pergolati sotto cui cenare e campi a perdita d’occhio, quadri di Fontana e querce secolari.
Lui, libero di esprimersi forse più di sempre, faceva impressione, pareva imbenzinato.

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Il partigiano Bobi

7 luglio 2018

Settantuno anni fa si concludeva in Europa il secondo conflitto mondiale e con esso terminavano anche i regimi che avevano causato la guerra. Grazie all’antifascismo e a quel gruppo di italiani che scelsero di ribellarsi, l’Italia ha potuto risorgere e trovare una carica innovatrice che ha gettato le basi di una società più libera e giusta e ha saputo proporre valori sui quali poggia le fondamenta (trinquellando un po’) la nostra (acciaccata) repubblica.
In mezzo al bosco di Montegiovi, oggi e domani, si svolge il 67mo raduno dei partigiani, una manifestazione che rappresenta l’eredità di una memoria collettiva, un messaggio che si rinnova nel tempo, una festa, e soprattutto un impegno per il futuro.
Il partigiano Bobi, col fazzoletto della Brigata Garibaldi al collo, addirittura si è commosso.

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Nel nome del beagle

5 luglio 2018

Le commissioni di maturità sono formate da tre membri interni, da tre commissari esterni e da un presidente, sempre esterno. Uno dei tre docenti provenienti da un’altra scuola, come me e il collega d’Inglese, è quello di Matematica. Un uomo serissimo dall’espressione austera, che il giorno dell’insediamento mi metteva in soggezione. Io però con quelli che mi mettono in soggezione mi c’incaponisco, sicché dal secondo giorno ho iniziato a ronzargli intorno per attaccare discorso. Egli tuttavia continuava ad apparirmi avaro di parole e leggermente respingente. Poi, la terza mattina, ho inconsapevolmente tirato fuori dalla manica il mio asso.
“Madonna che stanchezza -gli ho sussurrato dopo ore di scartoffie- Adesso l’ideale sarebbe tornare a casa e buttarsi a letto fino a domattina. E invece ho un canino che mi aspetta e che non vede l’ora di uscire.”
I suoi occhi si sono illuminati.
“Anch’io ho un cane!”
“Davvero? Che cane è?”
“Un beagle.”
“Anche il mio è un beagle!!”

Siamo diventati pappa e ciccia e adesso non facciamo che chiacchierare e ridere di Ettore e di Bobi.

Quattro giorni

5 luglio 2018

In questi giorni caldi e faticosi d’esame, Bobi è sicuramente quello che ci rimette di più: a volte sta solo a giornate intere (uscendo solo nella pausa pranzo, quando il cosiddetto “babbo” si palesa a bordo della sua rombante moto per portarlo ad espletare quello che non si può trattenere dieci ore) ad aspettare il mio ritorno, che non avviene a bordo di una comoda auto ma un po’ a piedi e un po’ su un autobus strapieno e afoso perché la scuola è in centro che più in centro non si può.
Quando mi rivede, dopo la mia scomparsa mattutina, generalmente mi aggredisce. Prima di me però ha già aggredito oggettistica domestica varia (astucci sventrati e pennarelli da whiteboard scappucciati e ciucciati, annaffiatoio trasformato in colabrodo, fotocopie ridotte a brandelli, l’intera raccolta annuale dell’Internazionale divelta e biascicata, e infine la ciotola della pappa trascinata nella cuccia e mangiucchiata giro giro).
Io però ho un presidente di commissione eccezionale, che per di più mi ama.
“Per la seconda prova suppletiva di tre giorni che somministreremo all’alunna influenzata e ora guarita, tu puoi restare a casa.”
“Davvero? E la sorveglianza?”
“La sorveglianza la facciamo noi. Tu sei stata qui per l’intera prova di Italiano, vai e goditi il tuo cane.”

E così per quattro giorni, da oggi a domenica sera, sarò completamente libera, leggera e sollevata da ogni impegno; autorizzata ad attardarmi a letto la mattina, a non rispettare orari e appuntamenti, a fare le ore piccole la sera, a vedere amici che non vedo da tempo, a coccolarmi il mio cagnone quanto mi pare e piace, a trascinarmi per la casa a piedi scalzi, a sfondarmi di serie Netflix, a sentirmi felicemente zingara e vacanziera.
Anche se le vacanze inizieranno ufficialmente solo dal prossimo mercoledì.