L’educatore

20 ottobre 2017

La nostra prassi quando andiamo alle Cascine è sempre quella: parcheggiare l’auto di fronte alla Facoltà di Agraria, tagliare di traverso il pratone dove i peruviani giocano a pallone, infilare il sentierino in mezzo al bosco e puntare all’Anfiteatro.
Ma ieri sul pratone c’era un fermento strano, tanti cani e relativi umani, tra i quali riconosco Michela, amica canaia proprietaria di un bellissimo beagle, Ares.
“Chi è tutta questa gente?”
“Siamo il gruppo che frequenta Cane Sapiens.”
“E che cos’è?!”
“L’associazione di educatori cinofili di cui ti avevo già parlato quando ci siamo conosciute poche settimane fa. Vedi, quella è Tiziana e quello è Filippo, sono due dei quattro educatori a cui ci rivolgiamo per qualche lezione e per qualsiasi consiglio.”
“Ciao Tiziana, ciao Filippo. Io sono l’umana di Bobi.”
“Questo canino è troppo bello, devi unirti a noi.”
“Ma io non sono associata, non sono vostra cliente.”
“Non importa: il giovedì facciamo sempre una lunga passeggiata qui nel parco, vieni pure con noi, ci fa piacere.”

Da quando esco insieme a Bobi, ho conosciuto una valanga di persone: gente che magari vedo una volta e poi non vedo più, gente con cui mi do appuntamento per rivedersi ancora, gente che scientificamente scanso perché anche chi possiede un cane può essere una persona da evitare, gente che ho incontrato un giorno, che mi era piaciuta un sacco e che non riesco più a beccare, tra i sentieri e le stradine del parco più grande e più bello di Firenze.
Michela per esempio è una giovane donna intelligente e affabile: a novembre lascerà per sempre l’Italia e si trasferirà con il suo beagle e il suo compagno a vivere in un’isola delle Canarie.

“Ma questo Bobi, oltre ad essere bellissimo, è un portento!”
“Grazie Filippo, sì, è veramente un cane simpatico.”
“Non è solo simpatico: è socievole, disinvolto, fiducioso e impavido. Osservalo: non ha paura nemmeno dei cani grossi.”
“No, infatti, lui non teme nessun cane, vive ancora nell’illusione che tutti i cani del mondo siano sempre allegri e positivi come lui, le smusate che ha preso da qualche adulto umorale non hanno scalfito la sua visione rosea della caninità ed è convinto che nulla di male potrà mai accadergli.”
“E infatti: dovrai essere tu a dirgli che le cose purtroppo non stanno così.”
“Io?!”
“Certo. Cominciando per esempio a coccolarlo meno. Quanto lo coccoli di media in una giornata?”
“Fatta eccezione per quando sono a lavorare, in continuazione.”
“Ecco. Devi diminuire. Una coccolina ogni tanto, niente di più.”
“Ehm, scusa Filippo. Io e Bobi dormiamo addirittura insieme. Le nostre notti sono punteggiate da baci e abbracci, ci cerchiamo nel materassone e quando c’incontriamo adottiamo posizioni di perfetto incastro. Io sono capace, in piena notte, di svegliarmi, accendere la luce, e contemplarlo per lunghissimi minuti, rivolgendo preghiere di ringraziamento al dio degli animali per avermi fatto incontrare un cane così dolce. E tu mi dici di coccolarlo meno. Come fo?!”
“Capisco, ma credimi: devi far crescere il tuo cane. E’ impensabile riuscire a conservarlo il cucciolo credulone che è adesso. Deve farsi circospetto.”
“Hai ragione, la circospezione è una dote. Che, come Bobi, nemmeno io ho.”
“Occhio poi a ricordargli sempre che non è lui il maschio alfa: sei tu la femmina alfa.”
“Senti Filippo, ho letto questa storia in tanti libri e me l’ha detta un sacco di gente. A me piace avere un maschio alfa in casa. Posso continuare a fargli credere che comanda lui?”
“Fai come credi. Ma così facendo creerai uno stress inutile al tuo cane quando si accorgerà che, in quanto cane, non è in grado di prendersi cura in tutto e per tutto di te.”
“Ok allora provo a fare come dici tu.”
“Altra cosa importantissima: non premiarlo sempre ogni volta che fa la cosa giusta. Il croccantino va bene, ma non deve essere scontato. Devi comportarti come una slot machine: a volte si vince, ma non è detto. Il tuo cane deve fare le cose per te. Tu devi essere il suo mito, il suo amore più grande, l’umana per cui valga la pena abbandonare la compagnia di qualsiasi altro cane, la persona da seguire dovumque e comunque, la luce che guida nella notte, la voce affidabile che rassicura, la mano dolce che accarezza, l’occhio che comunica anche se la bocca non parla.”

Mi sono gasata abbestia, non vedo l’ora di prendere una lezione vera.

Bobi è un cane bravissimo. Ormai posso dirlo con cognizione di causa, sono due mesi che viviamo insieme e lui esaudisce tutti i giorni i miei desideri: ha imparato il “seduto” (di cui allego foto dimostrativa perché la faccia che gli viene quando si siede a comando è la sintesi della tenerezza e della simpatia), non pìgola per avere il cibo degli umani, è felice di mangiare solo la sua pappa, non abbaia in casa se non quando inizio io, non distrugge nessun oggetto domestico e rispetta tutte le mie cose, dai libri alle scarpe, dalle borse al tappeto del bagno, la mattina quando vado a scuola non emette un fiato, ma si acciambella nella sua cuccia, dove esattamente lo ritrovo quando torno, quando siamo al parco non si allontana mai da me e, benché coinvolto in corse, lotte e giochi con altri cani, basta che lo chiami e viene. Tutte queste prestazioni fanno di lui un cane amabile, diventente e dolcissimo, proprio il cane che sognavo.
Ma anche la perfezione ha un neo.
Quello di Bobi è strettamente connesso al suo apparato digerente: dopo quattro mesi di vita e due di convivenza, egli piscia e caga ancora in casa. Cioè, quando siamo fuori si libera come tutti gli altri. Ma per esempio la mattina appena alzato, o il pomeriggio appena sveglio dalla pennica, si acquatta su quelle zampotte tozze e me la sgancia là, sul mio lucidissimo pavimento in marmo chiaro tirato a cera.
“Quando imparerà a non farlo più?” chiedo un po’ preoccupata ai tanti umani conosciuti a giro.
“Eeeh, cosa pretendi, è piccolo!”
“Il mio ha smesso a sei mesi.”
“Il mio a nove”
“Il mio a un anno.”
“A un anno?! Vorreste dire che a giugno sarò ancora fissa a 90 gradi ad asciugare, disinfettare e rilucidare quelle chiose odiose?!”
“Tu intanto inizia a fargli capire che i bisognini in casa non si fanno.”
“Ho applicato alla lettera gli insegnamenti di Jan Fennell, nota educatrice canina inglese, ma per ora come parlare al vento.”
“Ogni volta che la fa fuori devi premiarlo con tanti complimenti, tantissimi MA BRAVO IL MIO CAGNONE, ripetute carezze e pacchette sul dorso, e un biscottino piccolo piccolo di quelli fatti apposta per l’addestramento.”
“Quando la fa in casa devi ignorarlo. Non dirgli niente.”
“Come no! Non dargli retta: io al mio gli urlo dei sonori NO!”
“L’importante è che tu non ti faccia vedere mentre pulisci dove lui ha sporcato.”
“Ma ancora più importante è che tu impari a prevenire l’attimo in cui lui deve liberarsi l’intestino.”
“E questo generalmente accade dopo un’azione che finisce: la fine del sonno, la fine del pasto, la fine del gioco. Come i bambini.”

Finché è arrivato un umano ruvido e spiccio che ha liquidato la questione: “Io col mio ho provato tutte codeste cazzate -ha detto- poi un giorno che mi giravano i coglioni gli ho preso il muso e gliel’ho stropicciato sulla merda smollata di fresco in cucina. Da allora la fa sempre fuori.”

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Il trauma

15 ottobre 2017

Aveva conosciuto Milla, con una pallina in bocca, e il gioco di inseguirla per rubargliela era durato tre quarti d’ora buoni, mentre io e il suo umano facevamo conoscenza sul bordo dell’Anfiteatro alle Cascine.
Poi aveva incrociato una banda di canini, tutti della sua stessa taglia barzotta, ed era stato un tripudio di polvere, terra, erba pesticciata e ruzzoloni.
Più là due lupi, buoni come una coppia di agnellini, con la sua stessa brama di correre per arrivare primi a un traguardo inesistente.
Infine Tricù, bassotta a pelo ruvido del colore del tabacco, simpatica ed energica, che lo aveva trascinato in una gara massacrante.
Era distrutto, felicissimo. Grato, mi guardava con la riconoscenza scritta sopra il muso. Amoreggiavamo con gli occhi camminando, lui voltandosi verso di me, io sorridendogli ogni volta che il suo sguardo s’incrociava con il mio.
Quando, a un tratto, è sbucata lei. Tea. Meticcia, risultato dell’incontro erotico di un maremmano e un border collie, più bianca che nera, alta, pelosona, indiscutibilmente bella.
“Sì, effettivamente è bella, viene dal canile, è molto intelligente.”
“Bobi, ti piace questa canona eh? Guarda come giocano volentieri!”
“Davvero, lei adora i cuccioli, si fa fare tutto, non si rivolta mai.”

In effetti non s’è rivoltata nemmeno quando Bobi ha sguainato una sciabola rosso fuoco nascosta fino a quel momento tra le zampe posteriori e ha preso a simulare un coito dopo averla aggaignata con le zampe anteriori per i fianchi. Scoprivo in quell’istante che il mio cucciolino, 4 mesi appena compiuti, ha un pisello vero. Ma non il pisellino innocuo dei cuccioli: una fava di tutto rispetto capace di triplicarsi per dimensioni in un baleno. Una minchia sbucciata come il culo delle scimmie, un baccello presuntuoso e rivoltante impennato in direzione di un’invisibile fessura.

“Due cose -gli ho detto tornando a casa- a. scordati stanotte di venire a letto insieme a me; b. adesso per il trauma non mi viene in mente altro ma ci penserò.”

Anagrafe canina

14 ottobre 2017

Sono già due mesi che vivo insieme a Ubaldo. Il tempo passa in fretta, quando si è felici.
“Sì, ma guarda che devi fare la registrazione del cane. Non sei in regola. Devi venire da me, all’anagrafe canina.”
E’ un gran culo avere un caro amico che lavora nel settore veterinario della Asl. Anziché andare al Cup a romperti i coglioni, gli mandi un messaggino e fissi con lui: quando ti ci trovo?
Ce l’ho trovato ieri, lui, la sua cana Bu e una milionata di zanzare indiavolate.
“Nooo, guarda com’è, pare Nello in miniatura.”
“Ti piace?”
“E’ bellissimo.”
Gli ho passato tutti i documenti, ho pagato il bollettino al punto rosso, e poi tutto il resto del tempo è stato nostro.
“Ma ti dà retta? E’ ubbidiente?”
“Molto. Lo tengo già tranquillamente sciolto, non si allontana mai, quando lo chiamo torna subito anche se sta giocando con altri cani.”
“Accidenti. Allora è ancora meglio di Nello. Ti ricordi quando vivevamo insieme e tu me lo lasciasti in custodia per andare a una riunione a scuola?”
“Sinceramente no, non lo ricordo.”
“Ecco, io invece sì e parecchio: quell’imbecille mi scappò nel campo, sparì tra gli ulivi e tornò solo quando lo decise lui, ore dopo. Io nel frattempo mi ero sgolato a forza di chiamarlo ed ero disperato all’idea di doverti confessare che ti avevo perso il cane.”

Com’era simpatico, Nellone.

Ricevo un audio sul cellulare. Sono le ragazze dell’indirizzo audiovisivo multimediale.
“Profe, ci sarebbe bisogno di lei… e di Bobi (di Bobi soprattutto) per realizzare un film horror con la prof di indirizzo. E nulla, Bobi deve diventare un lupo mannaro, e lei la vedova rossa che porta il lupo mannaro al guinzaglio, con le calze nere a rete, quelle che si toglie in ascensore perché sennò Bobi quando rientra in casa gliele strappa.”

Fu quando lo vidi per la prima volta che intuii per lui un futuro da divo del cinema internazionale.
Sul fatto che mi tolgo le calze a rete mentre sono in ascensore per non farmele ridurre a brandelli vorrei invece stendere un velo pietoso.

Indovinello

12 ottobre 2017

Dorme, ride, dorme ridendo, o ride dormendo?

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Cara mamma, ti scrivo

12 ottobre 2017

Cara mamma,
ti scrivo per raccontarti di questi giorni passati nel Profondo Veneto, a casa nostra, al sesto piano del nostro Cimbellone. Ho preso un permesso per assentarmi dalla scuola e stare insieme al Rondine accanto al babbo, ricoverato in ospedale per tre giorni. Sta bene, non ti preoccupare, hanno fatto un piccolo intervento, ma il suo cuore pompa e adesso quel dolore in mezzo al petto non lo sente più. Tornare in quel casermone di cui tu sei stata prigioniera per tre mesi ha fatto male a tutti e tre, al babbo soprattutto, che ha passato le sue ore di degenza a chiedersi come tu abbia fatto a resistere così a lungo in un luogo tanto triste. Ti abbiamo pensata e rammentata in continuazione, la buttavamo un po’ sul ridere, ti ricordi la mamma come biascicava a bocca storta il petto di pollo bianco cadaverico che servono in corsia, ti ricordi la mamma come discuteva con il crocifisso appeso al muro e gli diceva a brutto muso questa non me la dovevi fare, ti ricordi la mamma quando ci diceva andate via e s’era arrivati da un minuto. Il babbo in ospedale è stato più dolce e malleabile di te, per questo forse mi faceva un’infinita tenerezza, perso nei suoi rendiconti esistenziali, mentre diceva certo nella vita io sono stato fortunato, non ho mai avuto un male serio, e guarda che figlioli belli ho fatto, per fare te io e la mamma ci si mise tre mesi ché non ci riusciva metterti insieme né bene né male, (e poi una paura che tu venissi racchia), invece tuo fratello al primo colpo era già lì, e la mamma la mattina dopo vomitò anche gli occhi.
Quando venivo via dall’ospedale andavo a casa nostra. Non c’ero mai stata tutta sola in quella casa dove sono nata e cresciuta, quando non c’eri tu c’era il babbo, quando non c’era il Rondine c’eravate voi. Senza nessuno pensavo che non ci avrei resistito per mezz’ora, e invece mamma sai cosa ho fatto? Mi sono messa a toccare tutte le tue cose. Ho aperto gli armadi, tirato i cassetti, e messo le mani tra i tuoi vestiti, che sono ancora tutti là, dove li hai lasciati tu, puliti profumati e piegati alla perfezione come facevi sempre, e li ho presi, li ho indossati, li ho tenuti un poco addosso, mi sono specchiata, per rivederti una volta ancora.
Poi andavo a letto e non mi sentivo sola: a parte Bobi appiccicato a me come ogni notte, c’eri anche tu, nella tua scatolina in legno circondata da tutte le piantine che ti arrivano in regalo nelle date da ricordare. Ho dormito nel tuo lato, poggiando la testa sopra il tuo guanciale, sotto il piumone leggero e caldissimo con cui ti coprivi nelle notti fredde, mentre con i piedi andavi a cercare le pieghe del babbo per incastrarceli in mezzo.
L’indomani la giornata iniziava sempre molto presto, con il Rondine ci trovavamo per fare colazione insieme e per far correre Bobi nel parco dell’ospedale. Guardalo mamma, com’è bello. Ogni volta che lo guardo, penso che avrei dovuto prenderlo molto prima, quando tu c’eri ancora.

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Nel Parco della Pace

5 ottobre 2017

Giovedì, giorno libero: porto Bobi nel parco del liceo per fargli conoscere i cani che io conosco da due anni (Fuka, Giove, Giotto, Marlene, Nerina, Franco, Dante, Furia), i colleghi che non hanno ancora avuto la fortuna di incontrarlo, e gli studenti che lo hanno visto solo in foto.
“Ma Bobi qual è, quel cosino amorosissimo là in mezzo?”
“Ma è stupendo!”
“Più lo guardo e più mi sembra semplicemente perfetto.”
Solo un collega ha osato dire:
1. che i beagle da piccoli son belli ma da grandi diventano dei cicciabombaferrovieri.
2. che il nome Bobi fa cacare.

Bobi non l’ha degnato di un’annusata.

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Ma chi te l’ha fatto fare

28 settembre 2017

Al bancone dei custodi. Firmo alcune carte. Mi si avvicina il custode Francesco.
“Tutto bene? Ti vedo un po’ stanca.”
“Vedrai: sono sveglia dalle 5,30.”
“Accidenti, mi dispiace. Come mai non dormi?”
“Veramente dormirei. Ma devo portare fuori Ubaldo.”
“?!”
“Il beagle di tre mesi che ho adottato.”
“??!!”
“Il mio bracco inglese!”
“Un cane?! E pure cucciolo?! Sei pazza. Ma chi te l’ha fatto fare?”

- Il divertimento di averlo sempre tra i piedi.
- La soddisfazione di preparargli la pappa.
- Il beneficio fisico delle lunghe passeggiate a cui mi costringe.
- La gioia di svegliarmi nel cuore della notte e ritrovarmelo cucito addosso come una pelliccia di lontra.
- La felicità che vedo negli occhi del Frenky ogni volta che glielo porto.
- Tutte le foto che posso scattargli.
- La possibilità di tornare bambina e fare tutti i versi e le voci a scema che voglio.
- Sentire il babbo che sussurra: ma come l’è bello.
- Leggere i messaggi del Rondine che, anziché che fai come stai dove sei, chiedono: che fate come state dove siete.
- Entrare in classe e sentire venti ragazzi che mi chiedono: e Bobi?
- Uscire a tutte le ore del giorno e della notte con lui e scoprire la città come Marcovaldo.
- Parlare da sola perché non parlo da sola.
- Insegnargli il “seduto”.
- Premiarlo per i progressi quotidiani.
- Subire i suoi attacchi fisici e ridere di pancia.
- Sognarlo mentre dormo, svegliarmi e vedere che non è solo un sogno.
- Andare insieme nel Profondo Veneto e ritrovarmi nel lettone di famiglia insieme a lui, al Frenky e al babbo, mentre il babbo ci racconta le fiabe che inventò per me quando ero bambina.
- Viaggiare in macchina e avere un copilota accanto.
- Uscire da scuola e correre a casa perché c’è lui che mi aspetta.
- Essere felice di aver dato retta al passo di quel libro letto d’estate che diceva: fai una pazzia, prendi un cane.

Orario

26 settembre 2017

Cari colleghi dell’orario,
certamente non sarò la prima a scrivervi, disturbando il vostro lavoro.
Non lo farei (come non l’ho mai fatto in 27 anni di professione) se non fossi mossa da un’urgenza recente.
A giugno, tempo dei desiderata, ho espresso richieste che oggi mal s’incastrano con la mia attuale situazione esistenziale di neomamma. Ma come potevo prevedere una maternità che si è concretizzata solo alla fine di agosto?
Ubaldo (di cui allego foto dimostrativa affinché non pensiate che stia mentendo) è arrivato all’improvviso, ha tre mesi e necessita di tantissima energia: ebbene, sono qui a PREGARVI di non farmi un orario definitivo massacrante, o soccomberò.
Nella speranza di non essere considerata pazza, allego sentiti saluti e l’augurio di un buon lavoro.

Sì, l’ho scritta davvero.
E soprattutto l’ho inviata.
Ora vivo nel terrore di incrociare i colleghi dell’orario in corridoio.