Cambio data

8 febbraio 2018

Quando dalla segreteria della scuola hanno comunicato che le date della gita a Berlino non saranno più 5-10 marzo ma 9-14 aprile, ho avuto i seguenti pensieri:
- SIIIIIIIIII’, rimanderò di un mese la separazione dal mio amore.
- Quando mi dovrò separare da lui, potrò lasciarlo ai dog-gay-sitter che a quel punto saranno tornati da Cuba.

Bocconi

8 febbraio 2018

Tra i padroni di cani è partito un terribile tam-tam: alle Cascine (benché sulla sponda sinistra) sono stati trovati bocconi avvelenati.

Vi si sfaccia la casa.
La malattia vi impedisca.
I vostri nati torcano il viso da voi.

Il ritorno del sole

8 febbraio 2018

Dopo tre interminabili giorni di pioggia grigia, noiosa e amara, oggi è ritornato miracolosamente il sole.
“A che ora?”
“Alle due e mezzo.”
“Perfetto per me.”
“Anche per me.”
“Io non ce la faccio, esco alle due e un quarto, vi raggiungo alle tre.”
“Pratone o barrino?”
“Barrino. Prendiamo caffè e poi partiamo.”

Sembrava che non ci vedessimo da un mese.
I nostri cani, pazzi di gioia nel ritrovarsi al parco.

Di corsa

30 gennaio 2018

“Darei mille libri per poter correre veloce come te.”
(William Shakespeare)

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Foto di gruppo

30 gennaio 2018

Da sinistra: Odilia (ride a crepapelle), Futura (sghignazza tra i baffi), Ziggy (si appoggia perché ha riso troppo).
Centrale, in primo piano, basso: Bobi (serissimo, riflette sui perché dell’esistenza).

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Chi non ricorda il film Quattro bassotti per un danese?
Due coniugi posseggono cinque cani: lei preferisce i quattro bassotti, lui il danese, e perciò spesso litigano.
Ero una bambina e già mi struggevo alla vista di quei quattro terribili nanetti e di quel gigante innocente a cui venivano imputate le colpe di tutti i guai combinati dagli altri.

Alle Cascine tutti i giorni arrivano un marito, una moglie, e sette cani. Cinque sono barboncini nani; gli altri due trovatelli adottati dal canile. Uno dei due (Pedro, minuscolo riassunto di un dobermann) ha una zampa atrofizzata che tiene sempre sollevata.
“Avete un giardino, immagino.”
“Massie.”
“O come fate a vivere insieme a tutti questi cani?”
“E non è tutto: abbiamo anche una passera.”

La trovarono che era appena caduta dal nido, la raccolsero e la portarono a casa. Per la questione dell’imprinting, ella si convinse subito che i due umani fossero i suoi genitori. Decise di restare. Da allora svolazza libera per le stanze, esce ed entra dalle finestre, mette in riga i cani, li becchetta se le danno noia, schiaccia sonnellini incastrata tra la camicia e il collo di suo padre.

“Si è costruita un appartamento dentro la capannuccia del presepe.”
“Non ci posso credere.”
“Guarda queste foto. Ci ha portato di tutto, striscioline di carta, pagliuzze, foglioline, tutto quello che trova, lo spezzetta con il becco e lo sistema a mo’ di nido.”
“E ora che il Natale è finito come fa?”
“Scherzi? Sono quattro anni che non riponiamo il presepe.”

E io m’immagino questa casa strana, popolata di gente bizzarra, che vive insieme a sette cani, mentre sopra le teste di tutti svolazza una passera che abita dentro un presepe anche d’agosto.
E sono contenta di avere un cane perché conosco persone di cui altrimenti avrei ignorato l’esistenza.

Lo abbiamo incrociato alle Cascine un paio di giorni fa. Era disperato. E talmente confuso da non riuscire, sul momento, nemmeno ad aggeggiare al cellulare per mostrarci una foto del suo cane.
Birba (un maschio nonostante il nome) passeggiava insieme a lui nel parco la mattina, lungo il tratto che va dalla passerella al ponte della tranvia. Uno scatto improvviso, una rinculata, e il collare si è sfilato. Pochi passi trotterellati e Birba è scomparso. Di lui nessuna traccia. Inutili i rastrellamenti capillari, l’affissione di locandine, il passaparola tra i canai, la telefonata al canile municipale di Firenze. Birba sembra volatilizzato.
“Senza di lui manca la parte migliore di me” mi ha detto il suo umano. Solo chi vive insieme a un cane capisce il senso di queste parole.

Pubblico qui sotto la foto di Birba. Chiunque lo incroci per favore mi contatti.

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La scomparsa dei dog-sitter

27 gennaio 2018

Andare in gita a Berlino con l’amata quinta implica trovare un dog-sitter a cui lasciare Bobi.
Io ne avevo trovati addirittura due, una coppia gay che fa questo di lavoro e che tratta i cani a pensione come figli adottivi. Avevo scelto loro perché fanno parte dell’associazione Cane Sapiens di cui Bobi è membro onorario, perché conoscono bene il mio cane e sanno che tipo è, e perché amano i cani più delle persone.
Li avevo avvertiti qualche mese fa, quando ancora non sapevo le date del viaggio, e loro contenti avevano accettato.
“Allora ragazzi -gli dico l’altro giorno alle Cascine dove c’incontriamo sempre- dal 5 al 10 marzo vado in gita: siete pronti per accogliere il mio Bobi in casa vostra?”

Quando ho scoperto che, proprio in quella settimana, saranno in vacanza a Cuba, ho avuto un mancamento.

“Professoressa -mi dice uno studente tutto tronfio- stamani alla mi’ canina glien’ho date di santa ragione.”
“Vorresti dirmi che l’hai picchiata?!”
“Proprio così!”
“Ma che sei impazzito?!”
“Vedrà! Mi aveva fatto la pipì in casa!”

Anch’io una sera di molto tempo fa osai picchiare Bobi.
Perché anche lui aveva fatto (per l’ennesima volta) la pipì in casa.
Prima lo rimproverai a voce alta.
“CHI E’ STATO A FARE QUESTA POZZA???” e indicavo il punto preciso del pavimento.
Convinto che intendessi giocare, lui piegò le zampe anteriori, tirò su il culino grasso, scodinzolò e prese ad abbaiare festosissimo.
“RIPETO: CHI E’ STATO A FARE QUESTA POZZA?? E’ STATO BOBI???” perché al cane non si dice “tu”, ma si dice il suo stesso nome affinché capisca che si parla proprio di lui.
Bobi, contentissimo di essere l’oggetto della mia attenzione accorata, iniziò a saltellarmi addosso tentando addirittura di baciarmi.
“NO! NON VOGLIO CHE TU MI BACI! VOGLIO CHE TU SMETTA DI FARE LA PIPI’ IN CASA! CATTIVO! BAD BOY!” perché ricorrere alla lingua inglese pare sortisca un effetto insperato in italiano.
Bobi però capiva tutto il contrario (cioè good boy) e seguitava ad esultare.
Dovetti perciò ricorrere alla violenza più efferata.
Afferrai un giornale, ne avvolticciolai le pagine e, proprio mentre lui credeva che gli stessi proponendo un nuovo gioco, gliene battei un’estremità sul posteriore.
Un colpo lieve, quasi impercettibile.
Fu per lui a tutti gli effetti una tragedia.
Prima stupito, poi attonito, infine distrutto dal dolore, mi guardò come si guarda un boia prima dell’esecuzione e andò a rintanarsi in cuccia.
Siccome i manuali spiegano che dopo il rimprovero bisogna ignorare il cane e lasciarlo bollire nel suo brodo al sapor di dispiacere, andai in un’altra stanza.
Ero convinta di vedermelo arrivare di lì a poco, a tentare di fare la pacina.
Bobi, invece, non riapparve più.
Era così scioccato dal mio inspiegabile comportamento, che in un attimo si era fatto di me l’idea di una persona malvagia e spietata, una mamma crudele e anaffettiva, non una madre ma una matrigna leopardiana.
Turbata dalla sua prolungata assenza (superò di gran lunga i tre minuti), andai a cercarlo io.
“Che fai?” gli chiesi.
Ma lui aveva difficoltà a guardarmi.
“Te la sei presa davvero così tanto?”
Lui teneva il capino basso e alzava quei due occhioni, pronto a chiuderli qualora io (cosa di cui era convintissimo) meditassi di picchiarlo ancora.
“Dai, non fare così, ti chiedo scusa. Ma cerca di capire: sono settimane e settimane che vivo a novanta gradi, sempre piegata sui tuoi bisogni abbandonati sul mio pavimento.”
La mia voce era flautata e consolatoria, ma non serviva a niente: il terrore di Bobi non diminuiva.
“Bobino ti prego, facciamo la pacina, non posso stare arrabbiata con te, mi dispiace un sacco, non guardarmi così.”
Convincere Bobino che ero io, quella di sempre, la mamma amorosa e coccolona che aveva conosciuto e scelto quel giorno nell’allevamento a Cecina, fu un’impresa molto difficile, che richiese quasi un quarto d’ora, i quindici minuti più lunghi di tutta la mia vita, perché temetti di aver perso per sempre la sua fiducia cieca, il suo abbandono incondizionato a me.
Da allora giurai a me stessa che mai, mai, mai più avrei osato anche solo simulare di percuotere il mio cane. Poteva pisciare e cacare in casa tutte le volte che voleva. Bastava che non mi guardasse più come si guarda un mostro.

Ho raccontato l’aneddoto al mio alunno.
Mi guardava.
Aveva gli stessi occhi di Bobi.

Il signorino

16 gennaio 2018

Due sono i fatti strani accaduti in questi giorni: 1. il telo del letto e del divano trovato punteggiato di macchioline biancastro-giallognole; 2. il cane che mi sveglia all’alba slappettandosi l’intimità.
“E’ sviluppato! -annuncia la mamma di Ares, amica canaia tecnica veterinaria- è diventato signorino!”
Questo spiega adeguatamente anche le dimensioni mostruose di quello che fino a pochi giorni fa era il più bel pisellino del pianeta e che ora è diventato una minchia a tutti gli effetti.