Carrambate

24 luglio 2020

Questa la devo raccontare perché è troppo bellina.
C’era un incontro dal titolo “La scrittura ti cambia la vita”, presso il caffè Palcoscenico di Livorno, organizzato da tre giovani universitarie animate dal benedetto fuoco della cultura, della conoscenza e della condivisione. E c’era uno scrittore (ma anche docente di Lettere alle scuole superiori) di origine lucchese che tredici anni fa ha mollato tutto e si è trasferito qua. Insieme a lui c’era anche un giovane donna che lui ha presentato come autrice e traduttrice, una fascinosa nomade di Forte dei Marmi che però ha vissuto e vive tra la Polonia, Berlino e Parigi. Rispettivamente Michele Cecchini e Irene Salvatori.
L’incontro prevedeva una prima parte tutta per loro due, una seconda con aperitivo in mezzo con coctail e frutta fresca, e una terza con discussione aperta al pubblico.
Mi piace il ping pong che fanno i due ospiti della giornata, si passano la parola vicendevolmente, non sono autoreferenziali né ombelicali, non pesano né giocano ad atteggiarsi (lui ha un calzino blu e uno nero, a lei manca un bottone dal vestitino a righe), leggono brani che mi sembra di sentire per la prima volta.
Siccome lui cita anche il poeta (semisconosciuto) a cui sto dedicando il dottorato, chiaro, mi emoziono. E fattami coraggio prendo la parola semplicemente per dirgli grazie di conoscerlo, di nominarlo, di contribuire a diffonderlo.
Ma mentre dico le mie poche parole, lei spalanca gli occhi e dice: ma tu sei la Landi! Spalanco gli occhi anch’io, ma lei va avanti: ti ricordi di me? No, dico scuotendo il capo. Lui guarda il pubblico e spiega: siamo di fronte a una carrambata. Dai, fa lei, la Polonia, le inquiline, il blog!
Quindici anni fa esatti (era il 2005) ci eravamo incrociate nell’etere, io firmavo “Profe, mi giustifico” dove parlavo di scuola, lei firmava “Le inquiline” dove parlava della sua vita originale in Polonia. Erano i tempi dei blog, i primi, quelli veri, poi superati dai social, che non son nemmen parenti. I blog erano un’officina di scrittura, ma anche dei salotti virtuali, delle case del popolo immaginarie dove ci si ritrovava insieme a gente di ogni tipo, spesso assurda, ancor più spesso geniale e intelligente. Splinder era la piattaforma che ci dava ospitalità gratuita e noi tutti i giorni ci davamo appuntamento tacito. Chi prima, chi dopo, passava, leggeva e diceva la sua, firmandosi con un nome finto e spesso buffo. Sono nate grandi amicizie grazie ai blog, addirittura qualche amore.
Le inquiline leggevano sempre la profe, la profe leggeva sempre le inquiline. Finché un giorno la profe e le inquiline si incontrarono, a Viareggio, per una giornata da passare insieme e da terminare al Forte dei Marmi, all’inaugurazione di una mostra audiovisiva. Fu quella l’unica occasione in cui si videro, si strinsero la mano e si abbracciarono, poi mai più.
Fino a ieri.

La bella movida

8 luglio 2020

Sono già sei mesi che vivo a Livorno. Nel mezzo c’è stato lo straniante lockdown, ma posso iniziare a fare qualche bilancio. Ho fatto bene? Mi sono pentita? Mi manca Firenze?
Uno dei motivi che mi hanno spinta ad abbandonare la città che ho adorato per anni è legato al tema della cosiddetta movida, il movimento notturno, la vita sotto le stelle. Sarà che invecchio, ma quella fiorentina mi piaceva sempre meno, e alla fine mi nauseava addirittura. Firenze in passato l’ho sentita come casa mia, accogliente, amabile, sicura: a trenta, quarant’anni rincasavo nel cuore della notte e non c’è mai stata una volta che un timore mi attraversasse la mente, o che rientrassi delusa dalle mie scorribande. In auto, in bicicletta, a piedi, ne percorrevo le strade a cuor sereno, come quando cammini a fianco dell’uomo che ami e di cui ti fidi, e ti lasci portare per mano dove vuole, e lo segui a occhi chiusi. Poi non so cos’è successo: ho avuto meno voglia di chiasso?, mi sono annoiata dei soliti luoghi?, non avevo più l’età per bisbocciare? Fatto sta che ho rinunciato sempre più alle uscite, preferendo un libro a mamma Santo Spirito. A volte ci ho riprovato, ma che vi devo dire, un ciarpame, un sudiciumaio (per non dire troiaio), un caos brutto di gente irrispettosa, urli, berci, file di gente a liberarsi la vescica lungo il muro della chiesa più bella di tutta la città, parolacce offese e bestemmie urlate al prete durante la celebrazione delle messe. Il mio tempo è passato, pensavo, uscire la sera non fa più per me.
Poi mi sono trasferita qua. Esco quasi tutte le sere, a volte per un aperitivo sul viale Italia, alla storica Baracchina Rossa o alla Vela; a volte per una cena alla Venezia, il quartiere che pullula di locali, ristoranti, pub e birrerie, mentre le barche attraversano i suoi canali costruiti sul modello della Serenissima. A volte faccio una semplice passeggiata, vado a uno dei cinema all’aperto, in Villa Fabbricotti, alla Fortezza Medicea, all’Ardenza. C’è un clima incantevole, e non mi riferisco solo a quello meteo: dico il clima umano, l’atmosfera tra simili, allegra ma mai becera, rilassata e mai svaccata, libera ma sempre rispettosa. Mi piace questa cosa che i livornesi tengano alla loro città: magari sono i primi a criticarla, ma la proteggono dai cialtroni e dai turisti che (tendenzialmente) passano, consumano distratti e se ne vanno. Mi piace che Livorno sia pensata e organizzata per i livornesi, che i luoghi pubblici rispettino le esigenze degli abitanti locali, che non fioriscano ovunque mangifici anonimi con merce dozzinale a bella vista, ma si mantengano invariati posticini storici che la gente ama e frequenta da decenni perché sono sinonimo di garanzia e di qualità.
A volte penso: forse sono vittima dell’incanto iniziale, forse non sono obiettiva, sono accecata dalla novità. Ma poi parlo con loro e capisco che è davvero come dico io: i livornesi infamano Livorno ma guai a chi gliela tocca, come la mamma, solo noi possiamo criticarla, perché ne conosciamo i segreti e il valore.
E quindi sì, ho fatto bene, anzi benissimo, a trasferirmi qua (avrei dovuto farlo molto prima); no, non sono affatto pentita. E purtroppo no, non mi manca per niente quella Firenze che ho lasciato.

(per “Il Corriere della Sera”)

Amore a prima vista

15 settembre 2019

Vero o no che con le case è come con gli umani? Un giorno ne vedi una e pensi: eccola, è lei, è la mia. Quella casa prende subito a parlarti, a sussurrarti: prendimi… prendimi… sono io, sono quella giusta, quella che cercavi, sono la casa dei tuoi sogni. Ma una casa non è mica una maglietta, che in cinque minuti la vedi, la provi, senti che ti calza e te la compri. Con una casa ci devi un po’ pensare, rimuginare, tornare a casa tua e sentire che quella là ti parla ancora, ti seguita a ronzare dentro il capo, mentre inizi a guglare come arredare un terrazzo, come sistemare una veranda tutta vetri, come costruire un lettone coi materiali da recupero, come trasformare una Singer in una base per il lavandino in bagno. La notte ti addormenti vagando mentalmente per le sette stanze immense di quella grande casa, che sta proprio nel quartiere che piace tanto a te, vicina al centro ma non dentro il casino, vicina al mare che ci arriveresti in pochi passi, e lungo la sua via tutti i negozini di cui avresti bisogno nella quotidianità, la bottega per gli animali, il panaio più buono di tutta la città, il fruttivendolo che non ti spenna, l’alimentari vecchio stile con i prodotti locali e genuini, il porto mediceo a un tiro di schioppo per scendere a comprare il pesce di giornata. La mattina ti svegli e il primo pensiero è lei, quella casa possente e immobile che hai lasciato in quel punto preciso della strada, sull’incrocio, dove sai che presto la ritroverai perché tornerai a vederla. E scorri la raffica di foto che hai scattato, e allarghi sul particolare, il battiscopa, l’angolino sbertucciato, i pavimenti di una volta, i panorami dalle finestre antiche.
Vai a trovare il babbo e glielo racconti, lui all’inizio sgrana gli occhi e dice: ma che fai sul serio?! E poi però quando la vede dice: madonna bella! E t’appoggia, t’incoraggia, ti dice: vai, fallo, hai ragione, ne vale la pena. Al Collegio dei Docenti lo racconti ai colleghi che c’hai accanto e uno dice: il lettone coi materiali di recupero te lo costruisco io. Un altro: io ti regalo quel mobile di gusto industriale che non posso più tenere e che ti ci starebbe proprio bene. E un altro: anch’io in cantina ho diversa roba che potresti recuperare e restituire a nuova vita. Intanto io quella casa l’arredo mentalmente, la monto, la smonto e la rimonto mille volte, il tavolo bianco rotondo lo metto lì, la vetrina del 1914 di là, il mobile del collega in una delle due camere, la mia grande libreria nello studio luminoso.
Chiami la banca, contatti il Fondo Espero, metti insieme la somma che puoi raggiungere, per una volta nella vita hai voglia di mattoni tuoi, la vocazione congenita al nomadismo abitativo ti abbandona lentamente, sei pronta, attempata ma pronta, a fare il passo che quasi tutti fanno da giovani e che tu hai sempre detto di non voler fare perché hai sempre pensato che niente in questa vita è nostro, solo la terra, il cielo, il mare, e quelli già ce li hai.
Ora però quella casa favolosa senti di volerla, senti di potertela permettere, sai che potrebbe cambiare la tua vita, e sai che sarebbe una vita ancora migliore. E quindi chiami l’agente immobiliare che te l’ha mostrata e gli dici: torno a vederla, la vorrei, anzi la voglio, vediamoci domani, alle 11, sul portone, all’angolo, come una settimana fa, ok?
E quando lui ti dice che un’altra agenzia l’ha già venduta, è come se quella casa ti cascasse tutta addosso, all’improvviso, sopra il cuore.

Un triennio da sogno

30 agosto 2019

Sarà stato… quando? Piùo meno un anno fa. Una collega a scuola (eravamo sotto il portico che guarda il Parco della Pace, nostro angolo di paradiso nelle ore buche) me ne parlò per la prima volta.
“… E comunque io voglio fare il dottorato di ricerca” disse.
“Davvero? E puoi? Voglio dire, adesso che lavori e che hai chiuso con l’università da diversi annetti.”
“Certo che posso! Possiamo! Anche tu puoi!”
“Io?! Sìe, io tra un po’ vado in pensione.”
“L’età non c’entra mica nulla. E nemmeno il tempo che è passato da quando ti sei laureata. Noi il dottorato possiamo farlo sempre!”
“Ma noi chi?!”
“Noi dipendenti statali, noi che insegniamo nella scuola pubblica!”
E mi spiegò che, insomma, bastava avere un argomento da proporre in ateneo che risultasse interessante ai docenti universitari, trasformarlo in un progetto scritto bene e il gioco era (quasi) fatto.
“Fatto… più o meno. In realtà, oltre a trovare un tema valido, c’è poi da sostenere un concorso e vincerlo. Una volta idonei, per tre anni siamo sollevati dall’attività lavorativa e possiamo tornare a studiare mentre il Miur ci conserva il posto e lo stipendio.”
Io con i concorsi ero convinta di aver chiuso dopo il culo spaventoso che mi ero fatta vent’anni fa a prepararne due (quello ordinario e quello riservato) per conseguire l’abilitazione all’insegnamento. Tutta la Letteratura Italiana dalle origini a ieri; tutta la Storia dalla preistoria in qua; tutta la Geografia compresa quella umana, economica e sociale. Un mazzo che mi lasciò stremata per mesi. Uno stress per lo scritto pari solo a quello per l’orale.
Ma a me studiare piaceva. E piace ancora. Non dico quell’oretta quotidiana con la quale pianifichi la lezione per il giorno dopo. Dico lo studio-studio, quello che t’infili di capo dentro ai libri la mattina e ne riemergi solo per mangiucchiare qualcosina, e dopo ti rimetti lì gobba sopra a quelle carte fino alla sera tardi. E fai gli appunti, gli schemini come insegni ai ragazzi a scuola, dopo aver letto, inteso e sottolineato. Insomma lo studio da secchiona. Quanto mi piace. Alzarmi dalla sedia e trovarmi mezza arrocchettata per la posizione curva e sghemba tenuta troppo a lungo, dovermi stendere per terra con due libro sotto la testa e fare un po’ di tecnica Alexander. A me studiare non è mai venuto a noia. E quando gli anni dello studio all’improvviso terminarono, a me dispiacque da morire.
Ma quella storia lì del dottorato mi appariva remota, lontanissima dalle mie possibilità e dalla mia vita in generale. Che poi, chi ce lo aveva un argomento da proporre?
Ma hai visto a volte la vita come fa? Ti viene incontro, ti offre su un piatto dorato quello che tu eri convinta di non trovare mai. A me lo fece trovare dentro un canzone di Bobo Rondelli. E mi spinse, sempre la vita, a contattare l’artista livornese che già amavo così tanto. Come una pisserina, gli scrissi un messaggino tutto imbalsamato in cui gli dicevo che facevo la professoressina in un liceino di Firenze e che bla bla bla mi sarebbe piaciuto confrontarmi con lui per capire meglio ancora il testo di quella canzone e la persona che ci si nascondeva dietro e insomma bla bla bla che forse avrei potuto tentare di proporlo all’università e magari chi lo sa bla bla bla farci su un lavoro bello. Un monte di parole, per ricevere da lui una riga di risposta: il suo numero di cellulare.
E già per me, quella sera in cui partii da Firenze per andare a cena insieme a Bobo (e a mezza Livorno che passando di lì s’intratteneva), era come aver vinto una decina di concorsi tutti insieme. E conoscerlo, e parlarci, e nelle settimane successive andarci più volte a pranzo insieme, in piazza Garibaldi da Michela o dal Piulle in via dell’angiolo, e poi andare con lui, Gianni e la Mirta alle botteghe dell’usato a comperar cappelli di stoffa e cappotti di pelle, e scambiarsi libri e regalini, era meglio che fare cento dottorati.
Ma quello non era che l’inizio del regalo che la vita aveva deciso di farmi.
Il secondo fu quello di farmi ruzzolare dalle scale a scuola e stroncarmi il piede e la caviglia. La maledetta immobilità mi permise di tornare la secchia che ero e studiare per il concorso senz’altri pensieri.
Il terzo, più recente, è stato quello di farmi vincere il concorso sostenuto per metà in lingua italiana e per metà in una lingua (quella inglese) che ero convinta di non ricordare nella maniera più assoluta ma che, grazie alla Tiz e alle sue lezioni private e generose, ho rispolverato e imparato ad apprezzare.
E insomma sì, lunedì rientro a scuola per il Collegio dei Docenti, e il 16 in classe per fare lezione. Ma il primo di novembre saluterò tutti e per tre anni, anziché un’insegnante, sarò una dottoranda.
E (Pisa merda) andrò a vivere a Livorno. Ma questa è un’altra storia.

Un’esperienza mistica

27 gennaio 2019

Quando non lo aspettavo più, arriva quel messaggio: a che ora?
Butto là: alle 6?
Ma poco dopo arriva una chiamata: potresti fermarti anche a cena?
Alle 7, portato il cane a scavallare alle Cascine, fatte due cosine in casa, distribuita la pappa della sera, mi butto in macchina e imbocco la Fi-Pi-Li.
Procedo a 90 per godermi la strada che mi porterà all’incontro a cui, fino a pochi giorni fa, non osavo nemmeno pensare.
Non so cosa mi aspetta.
Con lui ho parlato solo due volte e solo per telefono, la sua voce bassa profonda e bella come quando accendo il Sonos e lo faccio cantare, la mia incerta timida e imbranata.
La città che di solito vedo di giorno è buia e accoglie la gente della sera, giovani col motorino, macchine che fanno un po’ di tappo alla rotonda dei quattro mori. Apro il finestrino per annusare il mare.
Riguardo la mappa che mi ha inviato con la posizione del ristorante dove mangeremo e parcheggio lì vicino. C’è un barrino, entro a chiedere conferma.
“Scusate, è per qui Liquidi e Solidi?”
“Liquidi e solidi?! Occos’è?”
“Un ristorante, no?”
“Un l’ho mai sentito, dé.”
Proprio così, sono a Livorno. Ma poi gli torna in mente.
“Ah! Te dici il Piulle! Vai giù per questa strada, a destra giri, fai cinquanta metri e te lo trovi sulla destra. (Dé, va dal Piulle).”
“Ah, dal Piulle! Dé, ma infatti si diceva maccos’è Liquidi e Solidi! Noi si conosce come Piulle.”
“Ok, grazie mille.”
“Ma di che, dé, divertiti, buona serata!”
L’ingresso del Piulle è a vetri con le tendine a mezzo, monto sullo scalino e m’affaccio per guardare dentro. Lui è già lì. Siede a capotavola, imbraccia la chitarra, ha una maglia nera, un giubbotto verde marcio del mercato americano, un calice di rosso lì davanti, ai piedi un amplificatore ancora spento, la custodia rigida di un’altra chitarra.

Sono tornata a casa dopo cinque ore, ho mangiato tagliatelle con la razza e il parmigiano, ho bevuto del buon rosso che scendeva dal decanter, ho parlato con tutti quelli che arrivavano, si fermavano allo stesso tavolo per un piatto caldo e ripartivano, ho scoperto che il Piulle è un oste poeta che scrive poesie che non hanno nulla da invidiare a quelle che scriveva Rilke, Steve ha mangiato un primo e poi è scappato via a ripassare i pezzi col violino, Mirta parlava di cavalli, Gianni mi diceva domani vo a vedere una casa a Quercianella, mollo tutto e mi trasferisco qui per sempre. Non avessi mai tirato fuori l’argomento del microfono: finché non ne ha trovato uno uguale al suo non ha avuto pace e ha fermato tutti i neri, e dopo mi c’ha fatto fare il karaoke, dé, ‘sa vòi canta’? E non so perché ho scelto di cantare Parole parole parole di Mina, che la canto da quando ero piccina e mi garba sempre abbestia, con quel microfono in mano mi davo un monte d’arie e mi sentivo a casa mia, anzi meglio. Con Giorgia siamo uscite sulla strada a fumare uno, due, tre, quattro cicchini, faceva un freddo cane ma chi se ne fregava, ero a Livorno, ero con loro, ero felice da morire. Una ragazza bionda che abita precisa sopra il Piulle mi guardava allucinata e mi diceva ma davvero anche te ti trasferisci qua, ma che sei pazza, ma perché non stai a Firenze, qua un c’è nulla, è una morte, una galera. Ma tutti vellattri a dargli contro, ma che dai retta a lei, qui si sta da dio, guarda questo video che tramonto c’era oggi, si vedeva la ‘Orsica, che un si vede quasi mai. E soprattutto lui con la sua voce bassa e profonda e bella come quando canta mi diceva vieni, vieni a stare a Livorno, le leggi livornine sono ancora vive, parlano ancora, senti come sono belle, vieni te le leggo: a tutti voi, mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed altri, concediamo reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie e, senza partire, tornare e negoziare in terra di Livorno, hai letto?, dé, è Ferdinando I de’ Medici, capito, era il 1591.
E insomma son tornata a casa che era buio come un culo, la testa mi ronzava di chiacchiere canzoni e di risate, l’adrenalina spanta dappertutto, ma la luna giaceva di schiena in mezzo al cielo e m’ha fatto compagnia fino a Firenze.

Le feste oggi se le porta tutte via l’Epifania, ma io di tutti questi giorni di vacanza -che son stati belli e per questo son volati- ne racconto uno, che è stato più bello di tutti e quindici.

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“Hai letto? Bobo terrà il concerto della vigilia al The Cage di Livorno.”
“Oddio davvero?? Mi ci porti!!!”
“No, senti, non ho molta voglia sinceramente… arriverò a quei giorni stanco morto dal lavoro, vorrei riposarmi e non fare tardi proprio la notte prima della giornata campale coi parenti.”
“Madonnina come tu sei diventato vecchio, per dormire ci sarà tanto tempo quando saremo morti, ti prego, portami da Bobo!”
“Da un lato mi piacerebbe, ma non so, vediamo…”
“Tipregotipregotiprego!! Te lo chiedo come regalo di Natale! Voglio solo quello, di tutto il resto non me ne importa nulla, rinuncio a tutto!”

Ed eccolo, il giorno della vigilia.
Portiamo Bobi a sgambare alle Cascine affinché dia tutto e si stanchi abbestia per poi lasciarlo a casa e partire per Livorno senza un carico eccessivo di sensi di colpa.
Al concerto di Bobo, ha abbinato anche una cena tutto pesce all’Antico Moro, la trattoria trucida ma fantastica che ci ha visti per tanti anni clienti fedeli.

“Allora, sei pronta? Datti una mossa a prepararti, il tavolo è fissato per le otto!”
“Arrivo! Come sono felice! Che bellissimo regalo!!”
“Mah, speriamo…”
“Come sarebbe mah-speriamo?! Di cosa dubiti?”
“Non so, i biglietti… magari… che ne so… speriamo…”
“Come i biglietti?!”
“Eh, i biglietti del concerto…”
“Ma non li hai presi on line?!”
“L’operazione non era così agevole come lo è di solito per altri concerti, ho letto che li spedivano a casa, non ho capito bene, la prassi era un po’ cervellotica, per cui alla fine ho deciso di prenderli al The Cage direttamente.”
“COSA?! Ma hai perso la testa?! Non troveremo MAI i biglietti per il concerto di Bobo alla vigilia di Natale! Ho letto che è un appuntamento fisso e consolidato da anni, ci sarà il mondo!”
“Ma cosa vuoi mondare… proprio perché lo fa ogni anno non ci saranno problemi per i biglietti. Ma poi, ragiona: per la vigilia la gente sta a casa, fa i cenoni, esce al ristorante. Chi va al concerto di Bobo Rondelli per la vigilia?”
“Tutta Livorno!!”
“Ma stai bonina, fidati, lascia fare a me.”

All’Antico Moro prendiamo un antipasto misto mare pieno di profumi, poi gamberoni e scampi a guazzetto e una frittura di totanini teneri come il burro. Un semifreddo all’amaretto lui, delle prugne cotte nel vino e servite con gelato alla crema io, due ponce al mandarino belli abbollori per arrivare caldi all’appuntamento con l’artista simbolo di questa città scalcagnata, linguacciuta, ruvida e bellissima.
La mia emozione è alle stelle.
La strada per il The Cage porta fuori Livorno, in via del Vecchio Lazzeretto, su un cocuzzolo esposto ai venti di mare e di terra.
“Ovvia, eccoci arrivati.”
“Corriamo! O i biglietti finiranno!”
“Ma stai bonina, lo vedi un c’è nessuno?”
“Non c’è nessuno perché è presto e chi viene ha già il proprio biglietto, mica noi scalzi e gnudi.”
“Oh, ma c’hai la fissa con questa cosa dei biglietti. Ce li tirano dietro, ti dico. Ecco là la biglietteria, andiamo. Uh guarda, c’è un cartello attaccato al vetro. Cosa dice?”

BOBO RONDELLI SOLD OUT BIGLIETTI ESAURITI.
Questo diceva, il cartello.

Muso lunghissimo tipo tinca, mutismo assoluto, broncio cazzuto, braccia incrociate segno di chiusura ermetica, capo basso a mulo.
“Dai, non fare così. Mi dispiace. Ero davvero convinto di poterli trovare anche in loco. Lo so cosa pensi: te l’avevo detto. Vero? Sentiamo che ci dicono alla biglietteria.”
“Dé, provate a aspetta’ un poìno, ci sta che quarcuno all’urtimo un possa veni’.”
“Hai sentito che hanno detto? Magari qualcuno ha la febbre e resta a casa. Ma quante parolacce mi vorresti dire, di’ la verità! Giù, sfogati un pochino che poi stai meglio.”
“Testadicazzo.”
“Ecco, ora va meglio? Stai tranquilla, sono sicuro che i biglietti li troviamo. Dobbiamo avere fiducia: è la notte di Natale! Toh, tanto per cominciare guarda chi c’è!”

C’era Bobo. Proprio lui. Bobo Rondelli. Che arrivava su un furgoncino blu guidato da un amico e parcheggiava dentro al The Cage, a dieci passi da dov’ero io. È sceso è m’è passato accanto.
“Bobo…”
“Eh.”
“Bobo… un c’ho il biglietto…”
“E io che ti posso fare?”
“Non è che te ce n’hai uno da darmi?”
(Ride, probabilmente incredulo)“No, io un ce n’ho biglietti.”
“Ma io vengo da Firenze apposta per te, come fo?”
“Prova a aspetta’. Chiedi.”

A forza d’aspetta’ e chiède, è passato un genovese con un biglietto in più e me l’ha venduto.
“Hai visto! Ora ce ne manca uno solo e si può entrare tutt’e due!”
Ma io all’improvviso mi sono ricordata dello scherzo che mi fece al concerto delle Luci della Centrale Elettrica, quando mi mollò alla seconda canzone dicendo “vado in bagno” e ritornò a concerto finito solo per infamare il poero Brondi.
Il senso di colpa che l’ipotesi di entrare sola aveva risvegliato, s’è riassopito in un istante. Il senso della ribellione e quello dell’autonomia, in compenso, hanno preso a ruggirmi dentro. Il senso dell’umorismo, intanto, m’appoggiava.
“A me del tuo biglietto non me ne frega nulla. Io entro. Te arrangiati.”

È stato un concerto indimenticabile.
È stata la più bella vigilia di Natale di tutta la mia vita.

P.S. Certo, una ventina di minuti dopo il biglietto l’ha trovato anche lui.

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Un mio stimato e abilissimo collega ha messo in piedi un corso di Grafologia che sto frequentando con inatteso entusiasmo. Costui si ispira non alla grafologia italiana -prettamente peritale, ossia circoscritta all’ambito giudiziario e finalizzata ad analizzare e confrontare le scritture contestate con l’obiettivo di accertarne la veridicità- ma a quella francese -attenta non soltanto alla descrizione del carattere dello scrivente, ma anche all’analisi approfondita della sua personalità-. Il metodo francese si fonda sui principi teorici di Jules Crépieux-Jamin raccolti nel suo “ABC de la Graphologie” (1929), e si arricchisce del contributo di altri importanti grafologi.
Il grafologo, nel compilare il suo piano di lavoro sotto la voce “armonia”, dà una valutazione particolare a sette precisi parametri, che complessivamente vengono ordinati nella sigla P.A.C.O.S.S.O. per comodità di memorizzazione e indicano, nell’ordine dell’acronimo: PROPORZIONE (concerne sia la dimensione verticale che orizzontale, nonché quella degli spazi. Proporzione dunque tra le tre zone della scrittura -zona superiore inferiore e mediana-, proporzione tra minuscole e maiuscole, delle lettere centrali tra loro e rispetto agli allunghi, equilibrio spaziale); AISANCE (l’agevolezza e la scioltezza del tracciato, intesa come gesto di spontaneità e naturalezza, unita alla facilità di coordinare i movimenti. Una progressione spontanea abile e flessibile è indice di buon adattamento e dell’efficienza del soggetto); CHIAREZZA (intesa come leggibilità delle forme, che non devono presentarsi complicate, ma essere chiare nella struttura e anche in relazione allo spazio ben rapportato tra le lettere, le parole, i margini e le interlinee. E’ indice di una personalità strutturata e anche di chiarezza mentale); ORDINE (rapporto equilibrato tra bianchi/neri ed una certa cura nel modo di gestire l’impaginazione e di controllare il flusso gestuale. Chiarezza e leggibilità con un buon controllo della spaziatura, che indica appunto una relazione equilibrata con l’altro ed è espressione di una buona organizzazione del pensiero); SEMPLICITA’ (scrittura che non presenta nulla di artificiale, non ha tratti inutili né orpelli, non ha sovrastrutture superflue né forme eccentriche o esagerate. La semplicità, nell’ottica dell’armonia, lascia apparire la spontaneità di uno scrivente che si presenta così com’è. E’ anche indice di buon senso e di obiettività); SOBRIETA’ (essenzialità, intensità senza complicazioni o ricercatezza voluta. E’ una scrittura moderata nel movimento e nelle dimensioni. Oltre ad essere un segno di circospezione e di misura è anche l’attitudine a vedere l’essenziale e a scegliere le priorità); OMOGENEITA’ (il grafismo deve essere privo di discordanze importanti sia nel tracciato che nella firma. L’omogeneità, quando va oltre una semplice uniformità di direzione di continuità e di forma, si collega alla qualità profonda di una personalità unificata).
Come una scolaretta secchiona, al corso (a cui partecipa anche Bobi) siedo in prima fila e prendo appunti nel quadernino moleskine che mi regalarono gli alunni della 5H. A casa rileggo tutto e mi esercito sulle grafie dei miei nuovi alunni di 3B, che sto imparando a conoscere e che suddetto corso mi rende molto più leggibili nel loro aspetto psicologico e caratteriale.

Ieri ero nel Profondo Veneto a trovare il babbo. A cena c’erano anche il Frenky e il Rondine.
“Babbo, scrivi una frase che ti fo l’analisi grafologica!”
“Che frase devo scrivere?”
“Quella che vuoi, una frase a caso.”
Lui ha scritto “Oggi Bobi mi ha veramente rotto i coglioni”.
Mi sento la più incompresa tra le figlie.

E invece no

21 novembre 2018

Contro ogni più rosea aspettativa, il concerto che nella teoria non lo convinceva, non lo ha convinto nemmeno nella pratica.
Ha varcato i portoni d’ingresso dell’ObiHall biascicando dubbi e perplessità, ha temporeggiato al bar trincando un paio di grappini con l’argomentazione dubbia che gli erano indispensabili per digerire il mattone che stava per sorbirsi. Poi mi ha seguita nel buio del teatro perché le luci si erano già spente, Le Luci erano già sul palco, e Vasco (non il Rossi, il Brondi) si era già seduto sopra il suo sgabello nero fronteggiato dal leggìo basso e stava per partire col primo pezzo in scaletta. Si è seduto accanto a me in quarta fila, centralissimo, nei posti top che avevo prenotato con esagerato anticipo tre mesi orsono.
“Non ti togli il giubbotto?” gli ho chiesto quando l’ho visto inteccherito dentro il suo piumino.
“No, sto bene così” ha risposto, losco.
“Senti, ma secondo te lo fa un intervallo?” ha chiesto al secondo brano.
“Penso proprio di no: non siamo al cinema e nemmeno a scuola” gli ho detto vagamente indispettita.
Così, al terzo pezzo, lamentando un bisogno fisiologico, ha sussurrato “Vado in bagno”.
Non è più tornato.
Quando, sulle note di Chakra, ho estratto l’iphone per immortalare il Vasco che amo di più al mondo dopo il Rossi, ci ho trovato un suo messaggio. “Scusa, non ce l’ho fatta: non lo sopporto”.

L’ho rivisto alla fine, dopo il bis e il tris, quando le luci si sono riaccese e io ho notato che, tra una folla adorante tutta protesa verso il palco a salutare e fotografare il proprio beniamino musicale, spiccava un tipo ipocrinito che il suo iphone -ridacchiando- lo puntava contro di me.
“Che concerto di merda” ha esclamato a voce alta, raggiungendomi.
Io lo ignoravo, fingevo di non conoscerlo e mi svincolavo dai suoi sorrisini divertiti raggiungendo delle amiche intraviste in mezzo al pubblico. Ma lui mi ha pedinata.
“Non mi sono mai annoiato così tanto in vita mia. Hai sentito quant’ha chiacchierato? Bla bla, bla bla, dupalle, ma che c’aveva da chiacchierare così tanto?!”
Ho chiamato le mie amiche sventolando alta la mano.
“Ehi, ciao!”
“Ciao ragazze!”
“Che magnifico concerto! Ti è piaciuto?”
“Tantissimo!”
“Anche a noi! Ma quanto è bravo?”
“Davvero, bravissimo!”
Ma lui, come un ospite inatteso e non molto gradito, si è intrufolato.
“Bravo?! Bravissimo?! Ma se non ha fatto altro che attaccare dei pipponi! Due palle così mi son venute. Ma poi che testi assurdi. Non fa che scopiazzare qua e là e butta tutto insieme, Pier Vittorio Tondelli, Celati, Battiato, CCCP, De Gregori. E poi Lowen! Quando io leggevo Lowen, lui ancora non era neanche…”
“Noi andiamo a salutare Vasco all’uscita, vieni con noi?”
“Sì, volentieri!”
“Andate pure a salutarlo?! Ah! Ah! Allora vengo anch’io, così gli dico che coglioni mi son fatto!”

E insomma nulla, poi l’ho riportato a casa e ho deciso che non gli parlo più per una settimana. E non serve a niente che mi mandi messaggini con su scritto “ma sei arrabbiata?! a me piaci tu, mica quel babbeo”.

Non mi convince

19 novembre 2018

“Tra poche ore andiamo al concerto! Sei contento?”
“Mah.”
“Come mah!”
“Bah.”
“Ma come bah?!”
“Mhf.”
“Ma cosa c’hai da mugugnare?”
“Non mi convince.”
“Ma hai studiato o no?”
“Insomma… sì… abbastanza…”
“Ho capito. Non hai studiato. Eppure mi ero raccomandata! Ti avevo passato tutti i suoi cd e ti avevo ordinato di ascoltare con attenzione musica e testi!”
“Li ho ascoltati infatti, ma…”
“Ma cosa?”
“Non mi convince.”
“Spiègati. In che senso non ti convince?”
“Troppe parole.”
“Ma cosa dici!”
“Io questo qua l’ho bell’e inquadrato. Un monte di parole affastellate, citazioni a destra e a manca, frasi ad effetto. Così riesce a tutti. Così è troppo facile.”
“Ma di cosa vai farneticando?!”
“Prendi Chakra.”
“Uh bella! La mia preferita!”
“È un’accozzaglia di frasi che fanno impressione, ma che fondamentalmente non dicono niente di che.”
“Ma sei scemo?! Dicono eccome!”
” ‘Scolta. Quando io leggevo i libri di Lowen, lui non era ancora nato.”
“E questo cosa c’entra? Lui è nato dopo di te ma come te ha letto i libri di Lowen. Solo che poi lui ci ha scritto una delle più belle canzoni del panorama italiano contemporaneo, e tu no.”
“Perché a me Lowen m’aveva fatto du’ palle così. È tutta qui la differenza.”
“Sai qual è il tuo problema? Che tu ti diverti a fare il critico a prescindere.”
“Non è vero. Sono solo stanco di questi chiacchieroni. Nell’invecchiare sono diventato minimale. Io amo Vasco, ma non questo. Quell’altro. Il Rossi. Quello che una volta piaceva anche a te. È tutto un equilibrio sopra la follia. In sette parole, tutto quello che c’è da dire sulla vita.”
“A me il Rossi, come lo chiami tu, piace ancora, lo sai che è l’amore della mia vita, che è il simbolo del mio tempo e dei miei anni. Però mi piace molto anche questo Vasco qua.”
“A me invece questo Vasco qua non mi convince.”
“Allora restatene a casa. E il biglietto che ho comprato per te lo do a qualcun altro.”
“A chi?!”
“Non lo so. A un collega. A un amico. Un’amica.”
“No, dai, ormai l’hai preso, che devo fare, verrò.”

Poi lo so: viene, s’imbenzina, e da domani non ascolterà altro che il Brondi.

La tecnologia è una droga

23 ottobre 2018

Voglio raccontarvi una storia. Non importa dove è accaduta, né quando. Vi basti sapere che è una storia vera e che non mi sto inventando niente. E che la racconto non per mero gusto cronachistico, ma per il carico di questioni educative che si porta dietro.
Siamo in una scuola superiore. Una docente con un’ora libera a disposizione viene mandata a fare supplenza in una classe non sua, una classe prima, frequentata quindi da quattordicenni. La docente entra in aula. Non fa caso al fatto che sulla lavagna campeggia una scritta inneggiante alle droghe. Si siede alla cattedra per compilare il registro elettronico. La lavagna le rimane alle spalle, come la cornice di un quadro di cui lei è il soggetto prescelto. Un’alunna di quella classe le propone di sfruttare l’ora di supplenza per aprire e moderare una discussione sulle droghe, argomento che (ella sostiene) tocca molto da vicino i giovani. La docente ci pensa un attimo, poi accetta: d’altronde anche lei pensa che si tratti di un tema prossimo ai ragazzi e alle ragazze che hanno l’età di quelli che ha di fronte. Quello che la docente non sa è che l’immagine di se stessa, incorniciata davanti a quella lavagna come se quello fosse il titolo della sua lezione, viene immortalata in uno scatto fotografico e prontamente data in pasto al popolo della Rete su Instagram. Non solo. Anche un filmatino con certe sue dichiarazioni montate ad arte fa la stessa fine. E viene pubblicato. Ma si sa: la Fama oggi ha ali ancor più late che nei tempi antichi e, subito, foto e filmato girano di mano in mano, di occhio in occhio, di smartphone in smartphone, e arrivano dove non sarebbero dovute arrivare Scoppia il caso. Viene convocato un Consiglio di Classe straordinario al cospetto del Dirigente Scolastico e di tutti i docenti di quella classe. Messa davanti alle proprie responsabilità, la ragazzina dichiara di non averlo fatto apposta, di non aver avuto l’intenzione di creare un disagio alla supplente, di non aver avuto minimamente idea di quello che avrebbe scatenato con quel gesto. Dice che alle scuole medie il cellulare non era neanche ammesso.
Ed eccoci alle questioni educative cui si accennava sopra (e su cui si sono lungamente interrogati anche i docenti di quel Consiglio di Classe), una collana di domande da snocciolare tipo rosario, da conteggiare tipo pallottoliere. La prima: bisogna credere alla ragazzina e alla sua maldestra buonafede? La seconda: una volta messa la ragazzina davanti alla realtà, come bisogna agire nei suoi confronti? È consigliabile fermarsi a un confronto orale e subito dopo perdonarla, nella speranza che non commetta più un atto così incauto, scorretto e superficiale? La terza: a sua parziale discolpa può pesare il fatto che alle scuole medie l’uso del cellulare sia stato solo vietato e non veicolato da un’educazione all’uso giusto?
Il mio parere? Mi rifiuto di passare da credulona e sono convinta che, di questi tempi, nessun adolescente possa dirsi ignaro di quello che combina quando tiene quegli aggeggi tra le mani. È impensabile che la scuola debba accollarsi (anche) il compito di insegnare a usare i social. Esistono le famiglie per questo: se ne parli a casa, a tavola, tutti insieme, all’ora dei pasti, davanti a una bella pastasciutta calda. Soprassedere su un episodio oggettivamente molto grave vanifica la speranza di un miglioramento comportamentale da parte dell’autrice di quel gesto e di tutti i suoi compagni che vi hanno assistito (imbelli o complici che fossero), concede una tacita autorizzazione a minimizzare la gravità di quanto si è compiuto e impedisce l’assunzione del senso di responsabilità. E dunque, non resta che la decisione di un provvedimento disciplinare severo ed esemplare, che resti ben impresso nella mente a lei e a chi, come lei, a quattordici anni non ha ancora chiari i concetti di rispetto dei ruoli e responsabilità. Questo è il compito della scuola. Quello della famiglia è appoggiare la decisione dei docenti (senza correre a fare gli avvocati degli alunni) e remare nella loro stessa direzione educando i figli al sentimento sociale. Ma questo è solo il mio parere.

(domani sull’inserto fiorentino del “Corriere della Sera”)