Va’ dove ti porta il cane

18 febbraio 2018

Noi non ci siamo accorti di niente (lui poi, sommerso dal piumone e sovrastato dall’incastro col mio corpo), ma stanotte è piovuto come Dio l’ha mandata. Così stamani i corsi d’acqua erano gonfi come la gola delle rane. Il cielo livido, ma la campagna con tutti i toni del verde. La cascatella del Mugnone copiosa e rumorosa. La terra impregnata d’acqua, il fango limaccioso. Scarpe sozze eppur bisogna andar. Quando si ha un cane anche una giornata di merda appare bellissima.

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Mio padre votava Berlinguer

18 febbraio 2018

L’idea era bellina: un padre e un figlio che dialogano anche dopo la morte del primo, ricostruendo esistenze e fedi politiche.
L’autore del testo teatrale era una garanzia: Pino Roveredo, di cui ricordo ancora alla perfezione la cerimonia di premiazione per il premio Campiello e il viso umile con cui salì sul palco a ritirarlo.
Il sottofondo musicale live (un organetto suonato dalla giovane Tania Arcieri) faceva pensare alla ciliegina su una torta.
Il luogo della messa in scena (Teatro delle Spiagge di Firenze, periferico e diverso) prometteva uno spettacolo lontano dai nomi roboanti e spesso deludenti.
Invece una palla al piede sarebbe stata meno pesa.
Quel tipo di piagnisteo e di retorica stantìa che indurrebbero il più incallito comunista a buttarsi a destra.

Una casa di ricordi

15 febbraio 2018

C’era questa casa di campagna, scavallata la punta di Pratolino e imboccata la strada per Vincigliata, una colonica bellissima, i miei amici di un tempo che fu la presero in affitto per andarci il fine settimana, o d’estate, o quando gli pareva, fatto sta che c’era sempre gente che andava e che veniva, e feste notturne, e bivacchi diurni insieme ai nostri cani tutti distesi sulle coperte messe a terra, e passeggiate casuali per i campi senza recinzioni, e pomeriggi beatamente imbelli a fare il niente più assoluto a parte chiacchierare e raccontarsi e ridere e confidare o leggere in silenzio.
Io ci andavo sempre insieme a Nello e quando si arrivava il Buccino urlava ecco il presocraticooo, perché il mio primo cane pensava di essere un filosofo e si atteggiava a gran ruminante del pensiero. Un giorno però il Pilla mi coinvolse in una girata in due sulla bicicletta, lui a pedalare io di traverso sulla canna, e imboccammo l’asfaltata che portava alla villa padronale, ma Nello di rimanere affacciato al belvedere tutto solo come faceva spesso non volle saperne e ci seguì, sicché all’andata tutto bene perché era in salita e andavamo piano ansimando molto, ma al ritorno fu da sganasciarsi perché noi come due saette sulla bici e Nello a rotta di collo dietro, e per starci al passo si acquattava come fanno le automobili da corsa, tagliava l’aria come fa un rasoio sulla barba del mattino, e latrava perché aveva l’incubo di perdermi.

“Potremmo andare a Viliani a vedere come sta la colonica di allora, contemplare il panorama tutta la mattina e poi pranzare in quell’osteria piccola come una casa dove la signora Lucia cucina come fanno le mamme di famiglia.”
“Sì, volentieri.”

La colonica è in ristrutturazione.
Il panorama intatto.
La signora Lucia una mamma gentile che si dispiace quando non ha posto per te in quell’osteria piccola come una casa.

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Dal Valdarno

11 febbraio 2018

Dal Valdarno arrivano alle tre del pomeriggio. Sono in due e hanno un pacco regalo tra le mani. Bobi li accoglie con un simpatico zig zag di piscio all’ascensore, trattamento d’accoglienza che riserva solo agli ospiti che lo emozionano di più. La sosta in casa è rapidissima, neanche un caffè, la mèta è il parco delle Cascine, il pacco decidiamo che lo apriremo dopo. Il caffè lo prendiamo allo chalet dell’anfiteatro. “Simone, ti presento mio fratello e il mio nipotino”, due macchiatoni, un pacchetto di patatine e via al pratone. Peccato non ci siano né Odilia, né Ares. In compenso però c’è Giotto, da un cespuglio sbuca Pirelli, da un viottolo del boschetto arriva Kira, dalla riva dell’Arno rientra Trudy. Fanno muta, si rincorrono all’impazzata, inseguono il legnetto che a turno si rubano di bocca. Il Frenky, camminando in direzione della fontanella dove ci abbeveriamo tutti i giorni, inventa su due piedi una storia spassosa di cani che mi viene voglia di proporre a una casa editrice. Splende il sole ma tira un vento secco e sembra più freddo di quello che non è. Quando le ombre si fanno lunghe sopra l’erba lasciamo il paradiso dei cani per l’isola dei tesori, il supermercato dedicato agli animali, dove fare scorta di biscotti e croccantini per l’animale che amiamo ai limiti dell’imbarazzo. Già che ci siamo, gli compriamo anche un collarino nuovo da sfoggiare con i suoi amici fighi.
La merenda ha un solo nome, Pugi, e alterna i sapori di pizza margherita appena sfornata, panello caldissimo ripieno di stracchino e salsiccia, schiacciata alla fiorentina e frittelle di riso. A casa apparecchiamo come fosse ora di cena e sono solo le sei. E’ il momento del pacco, regalo di un compleanno festeggiato con lo strascico felice. “Quest’oggetto ti cambierà la vita” dice il Rondine orgoglioso. E’ un altoparlante Sonos, ha ragione. M’insegna a installarlo e usarlo, Frenky e Bobi si addormentano abbracciati sul divano sulle note di un pezzo jazz che -pieno e morbido- aleggia per la casa.

Un pezzetto di Parigi

6 febbraio 2018

“Ma pranziamo o stuzzichiamo?”
“Tu che dici?”
“Mmmh, non so, facciamo una via di mezzo tra una colazione tarda e un pranzo precoce!”
“Ci sto! Ma dove?”
“Hanno aperto un vegetariano nuovo a Porta al Prato.”
“O sennò potremmo andare in quel ristorantino alle Cure dove si mangia come a casa.”
“La Pensione Bencistà a pranzo è chiusa vero?”
“Sì, purtroppo.”
“L’osteria di pesce sul Ponte alla Vittoria?”
“Mi hanno detto che è cara e pretenziosa.”
“Ce l’ho! Da Sabatino a Porta San Frediano!”
“Ma sai che non ci sono mai stata?”
“Io sì, ma molto tempo fa. Però i colleghi a scuola mi dicono che ci si mangia sempre bene.”
“Allora andiamoci!”
“Però non è nemmeno mezzogiorno…”
“Ma io ho il calino!”
“Perché, io?”
“Intanto affacciamoci e prenotiamo.”

Poi invece abbiamo svoltato l’angolo per far pisciare Bobi ai giardinetti e abbiamo trovato un pezzetto di Parigi.
I compleanni festeggiati in posticipo sono i migliori: quando pensi che tutto sia finito, ti ritrovi a pranzo fuori mentre svolti un regalo, anzi due.

L’ultima droga

5 febbraio 2018

Finora ce l’avevo fatta. Ne conoscevo la pericolosità e ne stavo alla larga. Eppure “provala” dicevano tutti. Ma io ero forte e avevo resistito. “Provala solo per un mese: non ti costerà niente. Poi decidi se continuare oppure fermarti” ma io “no grazie”. Me ne parlavano i ragazzi a scuola, me la offrivano gli amici in giro. Perfino CoAutrice spingeva: “Puoi sempre tirarti indietro”. Ma io tetragona: “Non voglio”. Perché con le droghe è così che bisogna fare, rifiutare, dire di no, e che siano no convinti. Io ero convintissima. Poi mi ha telefonato mio fratello.
“Ho un account in più per Netflix, segnati la password.”
Ho cliccato su The end of this f***ing world.
Ed è stata la fine.

Portaci al mare

5 febbraio 2018

“Cosa ti piacerebbe fare per il tuo compleanno?”
“Tornare nella stessa città di mare dove siamo stati per Natale, ripassare per il quartiere dove abitavamo e che in pochi giorni sentivamo nostro, mangiare ancora una volta in quell’osteria di pesce buono e di gente buffa, correre sulla spiaggia insieme a Bobi felice, andare a vedere la foce gonfia dell’Arno, e già che ci siamo fare una capatina a Pisamerda.”
I compleanni sono bellissimi perché ogni desiderio si realizza.

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La scelta migliore

27 gennaio 2018

Ci sono tre uomini. Un nonno, un padre e un figlio.
Il nonno è intelligente, mastica quel po’ di cinismo utile a risultare ironico e saggio, dietro capelli e barba bianchi.
Il padre è prigioniero di una vita che non lo convince, ma ancora non lo sa.
Il figlio è un insoddisfatto, ma a differenza di suo padre ha il coraggio di buttare il cappello in aria, licenziarsi dal lavoro e abbracciare una causa apparentemente assurda: ritirarsi a vivere in un cascinale maremmano in compagnia di capre e pecore.
La decisione del figlio getta il padre nello sgomento appanicato.
Il nonno invece plaude e, già che c’è, butta il cappello in aria pure lui e si trasferisce a Camaiore insieme alla donna che ama in gran segreto da una vita.
Sopra ai tre aleggia la presenza di una donna al contempo aspra, ferma, risoluta, complice e dolcissima.
Tutto si svolge in un salotto.

La commedia s’intitola come questo post, La scelta migliore.
Tra gli attori, il babbo e la mamma di Attrice, la mia alunna che possiede nei geni tutte le peculiarità per seguire le orme dei suoi genitori.
Ella mi ha invitata al Teatro delle Spiagge e io ci sono andata.
Ho riso e riflettuto tanto, mi sono divertita moltissimo.
Alla fine degli applausi, ho abbracciato la sua mamma, che -dopo il successo del Ciclone dove interpretava la barista Franca- lasciò il teatro in nome della maternità ma che adesso è tornata in scena spumeggiante come allora.
C’è sempre tempo, nella vita, per le scelte migliori.

Buon 2018

2 gennaio 2018

Il 2018 è arrivato sulle note di Hot Thing, tra il quarto piano di una palazzina e il sesto di un’altra, in mezzo a una cena di balocchi e tre bottiglie di champagne. Aveva la faccia lattiginosa di una luna quasi piena, la pelle come un cielo di nubi livide, il profumo di fuochi d’artificio e di petardi. Né Bobi né Mimmo avevano paura. Nell’aria volavano tante piccole mongolfiere bianche con una candela dentro. Io, per la prima volta dopo tre anni, non indossavo il mio abito da sposa.

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Il cuore a Livorno

31 dicembre 2017

Livorno è una delle (pochissime) città per cui sarei disposta a lasciare Firenze. Ai ragazzi di quinta dico sempre che, quando si saranno diplomati, potrei essere pronta per la grande scelta. Nell’attesa, a Livorno ci vado quando posso. Per esempio dopo Natale, in una casetta deliziosa trovata su airbnb, con un bellissimo giardino tutto per Bobi. Abitiamo per qualche giorno in Borgo dei Cappuccini, un quartiere ancora intatto, genuino, di livornesi veri, barracci che servono il ponce e trattorie frequentate da chi il pesce è abituato a mangiarlo buono senza tante smancerie. La Cantina Senese, per esempio, ritrovo di omìni che verso il tocco si presentano per un gottino al bancone e poi vanno a ribere chissà dove. O L’Antica Venezia, poco distante, il cui proprietario quando gli chiedi “E’ troppo presto?” ti risponde “Dé, tard’unn’è”.
A Livorno è ancora possibile intavolare chiacchierate con chiunque e imbastire uno straccio di rapporto umano anche mentre compri il pane, il burro, un po’ di parmigiano perché hai ingurgitato troppo pesce e hai bisogno di fare un pasto in bianco. “Dé, o che avète mangiato?!”, “Di tutto, e tutto pesce, un se ne pole più”, “Ma se unn’avète provato le ciè’è non potète di’ di conoscère Livorno. Attro che il cacciucco. Le ciè’è dovète prova’”.
E ti spiega cosa son le ciè’è.
Le ciè’è (cioè le cieche) sono i piccoli di anguilla, in pratica de’ ba’i (dei bachi) che una volta a Livorno rallevavano con una pratica mostruosa.
“Pigliavano i gatti, dé, e l’aprivano nel mèzzo, poi li buttavano a riva. Arrivavano le anguille e ci facevan l’ova sopra, e quando l’ova si schiudèvano, le cie’e (i piccolini nati ovviamente ciechi) stavan lì a nutrirsi delle carogne. Arrivavano i pescatori e dé, le chiappavano a chilate. Oggi però unn’è più legale, dé, guai a cercalle, nemmeno sottobanco.”
E un po’ ridi, un po’ ti si gira lo stomaco, un po’ ti chiedi in che secolo siamo, un po’ ci vuoi restare per sempre, in quel secolo lì, in quel quartiere lì, tra quella gente lì, che t’incrocia pe’ la strada e t’attacca il bottone, ti racconta la su’ vita, tipo Fabio, bellino, un capo di riccioli, che poi si scopre insegna pittura all’Artistico di lì e c’ha anche una bottega in cui dipinge.
Al mare vai a Tirrenia perché ci son le spiagge che non vedi la fine, e l’onde portano di tutto a riva, troiai ma anche roba preziosa, sassi levigati, conchiglie piene, spugne naturali. C’è un monte di cani coi padroni a camminare zitti, ma poi ti fermi e non si chetan più, tipo Enrico e Veronica, livornese lui fiorentina lei, ma trasferiti un anno e mezzo fa a Valencia perché “dé, a lei ni fa ca’a’ Li’orno, a me mi fa ca’a’ Firenze”, e in Spagna hanno adottato Gino, un levriero con più cicatrici che peli, strappato a un rom che lo teneva di merda e lo affamava.
La notte a Livorno tira un vento micidiale, a Bobi gli volano le orecchie, ma si vede troppo che è felice. Talmente tanto che anche chi lo guarda diventa felice come lui.

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