Un mio stimato e abilissimo collega ha messo in piedi un corso di Grafologia che sto frequentando con inatteso entusiasmo. Costui si ispira non alla grafologia italiana -prettamente peritale, ossia circoscritta all’ambito giudiziario e finalizzata ad analizzare e confrontare le scritture contestate con l’obiettivo di accertarne la veridicità- ma a quella francese -attenta non soltanto alla descrizione del carattere dello scrivente, ma anche all’analisi approfondita della sua personalità-. Il metodo francese si fonda sui principi teorici di Jules Crépieux-Jamin raccolti nel suo “ABC de la Graphologie” (1929), e si arricchisce del contributo di altri importanti grafologi.
Il grafologo, nel compilare il suo piano di lavoro sotto la voce “armonia”, dà una valutazione particolare a sette precisi parametri, che complessivamente vengono ordinati nella sigla P.A.C.O.S.S.O. per comodità di memorizzazione e indicano, nell’ordine dell’acronimo: PROPORZIONE (concerne sia la dimensione verticale che orizzontale, nonché quella degli spazi. Proporzione dunque tra le tre zone della scrittura -zona superiore inferiore e mediana-, proporzione tra minuscole e maiuscole, delle lettere centrali tra loro e rispetto agli allunghi, equilibrio spaziale); AISANCE (l’agevolezza e la scioltezza del tracciato, intesa come gesto di spontaneità e naturalezza, unita alla facilità di coordinare i movimenti. Una progressione spontanea abile e flessibile è indice di buon adattamento e dell’efficienza del soggetto); CHIAREZZA (intesa come leggibilità delle forme, che non devono presentarsi complicate, ma essere chiare nella struttura e anche in relazione allo spazio ben rapportato tra le lettere, le parole, i margini e le interlinee. E’ indice di una personalità strutturata e anche di chiarezza mentale); ORDINE (rapporto equilibrato tra bianchi/neri ed una certa cura nel modo di gestire l’impaginazione e di controllare il flusso gestuale. Chiarezza e leggibilità con un buon controllo della spaziatura, che indica appunto una relazione equilibrata con l’altro ed è espressione di una buona organizzazione del pensiero); SEMPLICITA’ (scrittura che non presenta nulla di artificiale, non ha tratti inutili né orpelli, non ha sovrastrutture superflue né forme eccentriche o esagerate. La semplicità, nell’ottica dell’armonia, lascia apparire la spontaneità di uno scrivente che si presenta così com’è. E’ anche indice di buon senso e di obiettività); SOBRIETA’ (essenzialità, intensità senza complicazioni o ricercatezza voluta. E’ una scrittura moderata nel movimento e nelle dimensioni. Oltre ad essere un segno di circospezione e di misura è anche l’attitudine a vedere l’essenziale e a scegliere le priorità); OMOGENEITA’ (il grafismo deve essere privo di discordanze importanti sia nel tracciato che nella firma. L’omogeneità, quando va oltre una semplice uniformità di direzione di continuità e di forma, si collega alla qualità profonda di una personalità unificata).
Come una scolaretta secchiona, al corso (a cui partecipa anche Bobi) siedo in prima fila e prendo appunti nel quadernino moleskine che mi regalarono gli alunni della 5H. A casa rileggo tutto e mi esercito sulle grafie dei miei nuovi alunni di 3B, che sto imparando a conoscere e che suddetto corso mi rende molto più leggibili nel loro aspetto psicologico e caratteriale.

Ieri ero nel Profondo Veneto a trovare il babbo. A cena c’erano anche il Frenky e il Rondine.
“Babbo, scrivi una frase che ti fo l’analisi grafologica!”
“Che frase devo scrivere?”
“Quella che vuoi, una frase a caso.”
Lui ha scritto “Oggi Bobi mi ha veramente rotto i coglioni”.
Mi sento la più incompresa tra le figlie.

E invece no

21 novembre 2018

Contro ogni più rosea aspettativa, il concerto che nella teoria non lo convinceva, non lo ha convinto nemmeno nella pratica.
Ha varcato i portoni d’ingresso dell’ObiHall biascicando dubbi e perplessità, ha temporeggiato al bar trincando un paio di grappini con l’argomentazione dubbia che gli erano indispensabili per digerire il mattone che stava per sorbirsi. Poi mi ha seguita nel buio del teatro perché le luci si erano già spente, Le Luci erano già sul palco, e Vasco (non il Rossi, il Brondi) si era già seduto sopra il suo sgabello nero fronteggiato dal leggìo basso e stava per partire col primo pezzo in scaletta. Si è seduto accanto a me in quarta fila, centralissimo, nei posti top che avevo prenotato con esagerato anticipo tre mesi orsono.
“Non ti togli il giubbotto?” gli ho chiesto quando l’ho visto inteccherito dentro il suo piumino.
“No, sto bene così” ha risposto, losco.
“Senti, ma secondo te lo fa un intervallo?” ha chiesto al secondo brano.
“Penso proprio di no: non siamo al cinema e nemmeno a scuola” gli ho detto vagamente indispettita.
Così, al terzo pezzo, lamentando un bisogno fisiologico, ha sussurrato “Vado in bagno”.
Non è più tornato.
Quando, sulle note di Chakra, ho estratto l’iphone per immortalare il Vasco che amo di più al mondo dopo il Rossi, ci ho trovato un suo messaggio. “Scusa, non ce l’ho fatta: non lo sopporto”.

L’ho rivisto alla fine, dopo il bis e il tris, quando le luci si sono riaccese e io ho notato che, tra una folla adorante tutta protesa verso il palco a salutare e fotografare il proprio beniamino musicale, spiccava un tipo ipocrinito che il suo iphone -ridacchiando- lo puntava contro di me.
“Che concerto di merda” ha esclamato a voce alta, raggiungendomi.
Io lo ignoravo, fingevo di non conoscerlo e mi svincolavo dai suoi sorrisini divertiti raggiungendo delle amiche intraviste in mezzo al pubblico. Ma lui mi ha pedinata.
“Non mi sono mai annoiato così tanto in vita mia. Hai sentito quant’ha chiacchierato? Bla bla, bla bla, dupalle, ma che c’aveva da chiacchierare così tanto?!”
Ho chiamato le mie amiche sventolando alta la mano.
“Ehi, ciao!”
“Ciao ragazze!”
“Che magnifico concerto! Ti è piaciuto?”
“Tantissimo!”
“Anche a noi! Ma quanto è bravo?”
“Davvero, bravissimo!”
Ma lui, come un ospite inatteso e non molto gradito, si è intrufolato.
“Bravo?! Bravissimo?! Ma se non ha fatto altro che attaccare dei pipponi! Due palle così mi son venute. Ma poi che testi assurdi. Non fa che scopiazzare qua e là e butta tutto insieme, Pier Vittorio Tondelli, Celati, Battiato, CCCP, De Gregori. E poi Lowen! Quando io leggevo Lowen, lui ancora non era neanche…”
“Noi andiamo a salutare Vasco all’uscita, vieni con noi?”
“Sì, volentieri!”
“Andate pure a salutarlo?! Ah! Ah! Allora vengo anch’io, così gli dico che coglioni mi son fatto!”

E insomma nulla, poi l’ho riportato a casa e ho deciso che non gli parlo più per una settimana. E non serve a niente che mi mandi messaggini con su scritto “ma sei arrabbiata?! a me piaci tu, mica quel babbeo”.

Non mi convince

19 novembre 2018

“Tra poche ore andiamo al concerto! Sei contento?”
“Mah.”
“Come mah!”
“Bah.”
“Ma come bah?!”
“Mhf.”
“Ma cosa c’hai da mugugnare?”
“Non mi convince.”
“Ma hai studiato o no?”
“Insomma… sì… abbastanza…”
“Ho capito. Non hai studiato. Eppure mi ero raccomandata! Ti avevo passato tutti i suoi cd e ti avevo ordinato di ascoltare con attenzione musica e testi!”
“Li ho ascoltati infatti, ma…”
“Ma cosa?”
“Non mi convince.”
“Spiègati. In che senso non ti convince?”
“Troppe parole.”
“Ma cosa dici!”
“Io questo qua l’ho bell’e inquadrato. Un monte di parole affastellate, citazioni a destra e a manca, frasi ad effetto. Così riesce a tutti. Così è troppo facile.”
“Ma di cosa vai farneticando?!”
“Prendi Chakra.”
“Uh bella! La mia preferita!”
“È un’accozzaglia di frasi che fanno impressione, ma che fondamentalmente non dicono niente di che.”
“Ma sei scemo?! Dicono eccome!”
” ‘Scolta. Quando io leggevo i libri di Lowen, lui non era ancora nato.”
“E questo cosa c’entra? Lui è nato dopo di te ma come te ha letto i libri di Lowen. Solo che poi lui ci ha scritto una delle più belle canzoni del panorama italiano contemporaneo, e tu no.”
“Perché a me Lowen m’aveva fatto du’ palle così. È tutta qui la differenza.”
“Sai qual è il tuo problema? Che tu ti diverti a fare il critico a prescindere.”
“Non è vero. Sono solo stanco di questi chiacchieroni. Nell’invecchiare sono diventato minimale. Io amo Vasco, ma non questo. Quell’altro. Il Rossi. Quello che una volta piaceva anche a te. È tutto un equilibrio sopra la follia. In sette parole, tutto quello che c’è da dire sulla vita.”
“A me il Rossi, come lo chiami tu, piace ancora, lo sai che è l’amore della mia vita, che è il simbolo del mio tempo e dei miei anni. Però mi piace molto anche questo Vasco qua.”
“A me invece questo Vasco qua non mi convince.”
“Allora restatene a casa. E il biglietto che ho comprato per te lo do a qualcun altro.”
“A chi?!”
“Non lo so. A un collega. A un amico. Un’amica.”
“No, dai, ormai l’hai preso, che devo fare, verrò.”

Poi lo so: viene, s’imbenzina, e da domani non ascolterà altro che il Brondi.

La tecnologia è una droga

23 ottobre 2018

Voglio raccontarvi una storia. Non importa dove è accaduta, né quando. Vi basti sapere che è una storia vera e che non mi sto inventando niente. E che la racconto non per mero gusto cronachistico, ma per il carico di questioni educative che si porta dietro.
Siamo in una scuola superiore. Una docente con un’ora libera a disposizione viene mandata a fare supplenza in una classe non sua, una classe prima, frequentata quindi da quattordicenni. La docente entra in aula. Non fa caso al fatto che sulla lavagna campeggia una scritta inneggiante alle droghe. Si siede alla cattedra per compilare il registro elettronico. La lavagna le rimane alle spalle, come la cornice di un quadro di cui lei è il soggetto prescelto. Un’alunna di quella classe le propone di sfruttare l’ora di supplenza per aprire e moderare una discussione sulle droghe, argomento che (ella sostiene) tocca molto da vicino i giovani. La docente ci pensa un attimo, poi accetta: d’altronde anche lei pensa che si tratti di un tema prossimo ai ragazzi e alle ragazze che hanno l’età di quelli che ha di fronte. Quello che la docente non sa è che l’immagine di se stessa, incorniciata davanti a quella lavagna come se quello fosse il titolo della sua lezione, viene immortalata in uno scatto fotografico e prontamente data in pasto al popolo della Rete su Instagram. Non solo. Anche un filmatino con certe sue dichiarazioni montate ad arte fa la stessa fine. E viene pubblicato. Ma si sa: la Fama oggi ha ali ancor più late che nei tempi antichi e, subito, foto e filmato girano di mano in mano, di occhio in occhio, di smartphone in smartphone, e arrivano dove non sarebbero dovute arrivare Scoppia il caso. Viene convocato un Consiglio di Classe straordinario al cospetto del Dirigente Scolastico e di tutti i docenti di quella classe. Messa davanti alle proprie responsabilità, la ragazzina dichiara di non averlo fatto apposta, di non aver avuto l’intenzione di creare un disagio alla supplente, di non aver avuto minimamente idea di quello che avrebbe scatenato con quel gesto. Dice che alle scuole medie il cellulare non era neanche ammesso.
Ed eccoci alle questioni educative cui si accennava sopra (e su cui si sono lungamente interrogati anche i docenti di quel Consiglio di Classe), una collana di domande da snocciolare tipo rosario, da conteggiare tipo pallottoliere. La prima: bisogna credere alla ragazzina e alla sua maldestra buonafede? La seconda: una volta messa la ragazzina davanti alla realtà, come bisogna agire nei suoi confronti? È consigliabile fermarsi a un confronto orale e subito dopo perdonarla, nella speranza che non commetta più un atto così incauto, scorretto e superficiale? La terza: a sua parziale discolpa può pesare il fatto che alle scuole medie l’uso del cellulare sia stato solo vietato e non veicolato da un’educazione all’uso giusto?
Il mio parere? Mi rifiuto di passare da credulona e sono convinta che, di questi tempi, nessun adolescente possa dirsi ignaro di quello che combina quando tiene quegli aggeggi tra le mani. È impensabile che la scuola debba accollarsi (anche) il compito di insegnare a usare i social. Esistono le famiglie per questo: se ne parli a casa, a tavola, tutti insieme, all’ora dei pasti, davanti a una bella pastasciutta calda. Soprassedere su un episodio oggettivamente molto grave vanifica la speranza di un miglioramento comportamentale da parte dell’autrice di quel gesto e di tutti i suoi compagni che vi hanno assistito (imbelli o complici che fossero), concede una tacita autorizzazione a minimizzare la gravità di quanto si è compiuto e impedisce l’assunzione del senso di responsabilità. E dunque, non resta che la decisione di un provvedimento disciplinare severo ed esemplare, che resti ben impresso nella mente a lei e a chi, come lei, a quattordici anni non ha ancora chiari i concetti di rispetto dei ruoli e responsabilità. Questo è il compito della scuola. Quello della famiglia è appoggiare la decisione dei docenti (senza correre a fare gli avvocati degli alunni) e remare nella loro stessa direzione educando i figli al sentimento sociale. Ma questo è solo il mio parere.

(domani sull’inserto fiorentino del “Corriere della Sera”)

Fake news: chi le diffonde, come e perché. E ancora: sono davvero in grado di orientare il pensiero comune? E di diventare una potente arma nelle schermaglie fra Stati? Se n’è parlato ieri mattina al Cinema Odeon in un incontro riservato agli studenti delle scuole superiori e organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera, che ha individuato in quattro giornalisti (Martina Pennisi, Marilisa Palumbo, Luigi Ripamonti e -ospite di punta- Enrico Mentana) gli interlocutori adatti a confrontarsi con una platea di adolescenti.
Articolato in due momenti (una prima parte, in cui i relatori hanno esposto il tema sotto diversi punti di vista con l’ausilio di immagini e filmati, e una seconda parte dedicata al dibattito e al confronto con gli studenti), l’incontro è stato una di quelle piacevoli esperienze che non sempre possiamo dare per scontate quando accompagniamo fuori classe i nostri alunni: a volte chi li aspetta purtroppo non è in grado di porsi sulla lunghezza d’onda indispensabile quando si vuole parlare a persone di quella età. Troppo pesanti, troppo lenti, troppo noiosi, troppo distanti. E gli incontri si rivelano un pacco. Ma ieri non è stato così. Ieri, direbbe Rovazzi, è stato tutto molto interessante, fin dalle prime battute, quando Martina Pennisi ha spiegato origine e natura delle fake news, Luigi Ripamonti si è soffermato sul concetto di metodo scientifico, e Marilisa Palumbo ha insistito sul fallimento della visione utopistica che avevamo dell’informazione online. Io i ragazzi li guardavo. E vedevo che, benché le poltrone dell’Odeon spingano a un avvolgente sonnellino, seguivano vigili e coinvolti. Tuttavia è stato con l’arrivo di Enrico Mentana che la mattinata è veramente decollata. Il volto più noto de La7 è arrivato in ritardo (per colpa del treno), ma non tardi, e ha fatto in tempo ad acciuffarli tutti, quei ragazzi sprofondati nelle sedute di velluto ocra, e a scuoterli ben bene dicendo loro ciò che non si dice loro mai abbastanza: che non ci si abbevera alla prima fonte che si trova, che è indispensabile lottare contro questo sistema che li inchioda a casa con i genitori, che l’Italia non è un Paese per giovani visto che le riunioni della Confindustria sembrano la piscina di Cocoon, che le leopardiane “magnifiche sorti e progressive” sfortunatamente non sono magnifiche e nemmeno progressive, che andando avanti di questo passo, se proprio i giovani non faranno niente (come niente hanno fatto i loro padri), la più grande fake news diventerà l’articolo 1 della nostra Costituzione, che definisce l’Italia una Repubblica “fondata sul lavoro”.
“Ho la voce tremante e il cuore a mille –ha detto Gessica Valenti, 18 anni, studentessa dell’Artistico di Porta Romana- ma vorrei ringraziarvi davvero per aver organizzato per noi questa mattinata. Sì, è vero, il futuro è nelle nostre mani. Ma forse noi non siamo pronti, forse non siamo la generazione giusta, forse è presto. O forse ai miei coetanei non gliene importa abbastanza.” Amara (ma veritiera) conclusione di un incontro da cui nessuno è uscito uguale a com’era entrato.

(domani sull’inserto fiorentino del “Corriere della Sera”)

O tutti o nessuno

8 ottobre 2018

L’occasione ce la dà un corso di formazione per giornalisti.
Partiamo per Assisi il sabato mattina presto, il corso inizia alle 10:30 (e dura otto ore, per un totale di dieci crediti deontologici), il programma è restare a dormire e fermarsi in Umbria anche l’indomani, abbiamo prenotato il solito agriturismo di due anni fa, quello dove andai insieme alla Livia (qui un ripassino).
Questa volta ci vado coi miei due cavalieri, uno a due, l’altro a quattro zampe, entrambi felicioni di partire e stare tutti insieme per un fine settimana umbro solo nostro.
Come tutte le altre volte in cui ci sono stata nella vita, il tempo è pessimo, Assisi appare avvolta tra la nebbia e mi fa lo stesso magnifico effetto da tonfo nella pancia.
Mi lasciano all’ingresso del corso e, mentre l’umano è pronto per una giornata da spendere solo insieme al cane a girellare, visitare, e assaporare prodotti solidi e liquidi tipici della regione, il cane -intuita l’imminente separazione del collaudato trio familiare- non nasconde segni di inquietudine.
Si blocca infatti davanti alla sala stampa. Sguardo, postura e atteggiamento parlano al suo posto: io non mi muovo di qui nemmeno se mi strangolate col guinzaglio.
“Allora ci vediamo alle 18 quando finisco qui, ok?”
“Ok” dice l’umano.
“Ok un cazzo” pensa il cane.
Infatti io entro, registro la mia presenza col tesserino elettronico, trovo posto in platea, permesso, scusate, grazie mille, mi sistemo, sfilo la giacca, estraggo moleskine e ipad, ascolto, scribacchio, mi rilasso. Come si sta bene qui ad Assisi. C’è sempre quest’atmosfera di pax et bonum, pace e bene, che avvolge anche chi non è cristiano. Tutti parlano sottovoce per le strade, perfino i bambini, che non schiamazzano e sono mansueti come lupi di Gubbio. La città è linda, e tanta pulizia ti fa sentire pulita pure l’anima. Ho portato con me anche le prime prove scritte somministrate agli studenti: quando il livello di attenzione avrà dei cedimenti, mi distrarrò correggendone qualcuna. Mi sento bene. Sono in un posto splendido, faccio una cosa interessante, e quando uscirò da qui troverò ad attendermi i due maschi che amo di più al mondo.
Ignoro del tutto che lì fuori, intanto, a pochi metri da me, si consuma la tragedia.

Impietrito dalla prospettiva di scorrazzare per Assisi senza la sua adorata mamma, un recalcitrante Bobi s’impuntava sull’acciottolato medievale e rifiutava di andarsene dal punto esatto in cui l’aveva appena vista scomparire. Al motto di “O TUTTI O NESSUNO” dichiarava quindi di indugiare in altro tempo ogni diletto e gioco e, data la fastidiosa insistenza dell’umano (che generalmente chiama babbo, ma che nell’occasione gli risulta odioso e quindi non riconosce come tale), triplicava il proprio peso corporeo assumendo la modalità cane defunto.
L’umano allora ricorreva a un taxi, che riconducesse lui e il cane al parcheggio (diametralmente opposto da lì) in cui sostava l’auto padronale. Sollevava di peso il cane e lo spingeva dentro l’abitacolo mentre il cane per protesta s’irrigidiva negli arti anteriori e posteriori assumendo la modalità cane paralitico e mentre il taxista guardava la scena inorridito. Giunti finalmente a destinazione, mentre l’umano era impegnato a pagare il conto del breve tragitto, il cane si cimentava in uno dei suoi più famosi numeri (colpo di collo con rinculo) e si sfilava la pettorina con una mossa che il mago Silvan se la sogna, lasciandola appesa e ciondolante al guinzaglio, che l’umano (sempre impegnato nel pagamento e nei ringraziamenti al taxista) percepiva vagamente come troppo leggero e moscio.
Ed eccolo, il grande Bobi fuggitivo, lanciarsi a perdifiato giù per i tornanti che da Assisi conducono a Santa Maria degli Angeli. E, annaspante e madido dietro a lui, ecco il povero umano che corre disperato nel tentativo (rimasto vano per un tempo incalcolabile) di acciuffarlo. Le cronache assisiate (anche per rispetto all’imminente Marcia della Pace) tacciono le eresie dal poveretto pronunciate a squarciagola.

Ma tutto è bene ciò che finisce bene.

L’ospite narrante

7 settembre 2018

CollegAttore (docente di Matematica presso la mia scuola e insegnante di tecniche teatrali presso il Teatro della Pergola) aveva una storia bellissima, tragica e comica insieme, da raccontarmi. Chiamo altre due colleghe a me molto care e organizzo una cena a casa mia dove lui sarà l’ospite narrante.
Il loro arrivo è abbracciato dai profumi della tavola: ho preparato due ciotole di riso (uno integrale, l’altro thai) da accompagnare alle diverse portate pensate per l’ospite d’onore, che è allergico a un monte di alimenti. Il pane e tutti i suoi derivati, per esempio. Ogni tipo di latticino. La carne. In un pomeriggio di aromi e di sudore ho cucinato verdure stufate, peperoni ripieni, dischi di melanzana con cupola di farcia in forno, sogliole e gamberi. Sul tramonto ho portato Bobi alle Cascine per camminare e rilassarmi. Alle otto e trenta eccoli tutti.
Mi si è incantato l’accendigas dei fornelli in cucina e un suono incessante quanto petulante (TRI TRI TRI TRI TRI) intende compromettere l’incontro.
“E’ impensabile mangiare con questo martellìo -dice CollegAttore- mi spoglio e te lo aggiusto.”
Sfila il gilet, toglie la camicia, resta in canottiera.
“Porti la canotta con questo caldo?!” trasaliamo ridendo noi donne. CollegAttore afferma che la mattina in scooter è freddo e ci intima di farci i cazzi nostri. Per placarlo gli diciamo che il sogno erotico di ogni donna è un uomo che gira per la casa in canottiera facendo lavori prettamente maschili. E infatti ualà, il rumore non c’è più (ometterò di rivelare il metodo a cui è ricorso Attore) (o forse potrei anche scriverlo?) (no, meglio di no) (ma sì dai! Ha reciso il filo con le forbici, quanto si dice la professionalità).
Ci mettiamo finalmente a tavola. Con un Buddha Bar in sottofondo spolveriamo quasi tutto e ci spostiamo nel salottino. Tra dolci caffè e liquorini CollegAttore ci racconta quella storia. Una storia che vorrei trasformare in un libro per ragazzi illustrato dai miei studenti, per cui no, nessuna anticipazione. La racconta col talento affabulatorio che lo contraddistingue, allunga le scene, dilata le descrizioni, crea l’attesa, fa esplodere la risata con un gesto mimico.
E insomma, mi metto al lavoro.

La mia Nadona

1 settembre 2018

Quando la vidi per la prima volta, lei aveva sedici anni. Io tre. Era bellissima. Secca rifinita ma con il visino tondo, lo sguardo timido e corrucciato, gli incisivi leggermente in fuori. Due gambe luuuunghe e stecche che mostrava sotto minigonne anni Sessanta. Quegli anni lì. Due piccoli nei, uno al lato della bocca, uno sopra il mento. Gli occhi neri neri, i capelli lisci lisci, castani, rincalzati dietro le orecchie. Le mani affilate, le unghie curate. Cantava una canzone in cui si domandava cos’è la vita senza l’amore e si rispondeva che è come un albero che foglie non ha più. Ma che freddo faceva, in quegli anni lì.
Da piccina io cantavo sempre. Il mio gioco preferito era passare i pomeriggi a infilare 45 giri in bocca al mangiadischi blu, seduta sul lettino, e andare dietro alle parole. Di tutte quelle che cantava Nada, le mie preferite erano due. Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va, catene non ha, il cuore è uno zingaro e va. Ma soprattutto Gelosia ah ah. Mi esibivo spesso per il babbo, che me la prenotava tornato dal lavoro. “Su da brava, cantami Gelosia”. Gelosia ah ah, gelosia ah ah, è l’amore che non ti sorride piu’; la credevo un sentimento ed è una malattia. Guarirò, guarirò. In effetti son guarita. Ma non dall’amore che provavo per quella ragazzina.
Quando è diventata donna, Nada ha abbandonato il melodico italiano e virato verso altri generi musicali che non saprei come chiamare. Certamente oggi Nada è rock. Ma è anche intimista e sperimentatrice. La sua voce graffia più di allora perché negli anni ci è andata giù pesante con i sigari. Come tutte noi quando invecchiamo, è diventata più grossotta e gli son venute le cioccione. Resta indiscutibilmente bellissima e bravissima.
Ieri sera era in concerto a San Salvi Città Aperta.
“Mangiamo al giapponese e poi corriamo ad applaudirla?”. Impensabile un rifiuto.
Cantavo a squarciagola insieme a lei come da piccina e intanto mi tornava a gola il sushi. Ero felice.

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Aperto il profilo su Instagram, Pippi_Stinta è andata immediatamente in overposting.
Subito quelli di 5H l’hanno taggata.
Lei c’è rimasta male, ha fatto irruzione sul gruppo classe di whatsapp e ha chiesto spiegazioni.
Loro l’hanno tranquillizzata e per spiegarle cos’è un tag le hanno tenuto un corso di aggiornamento in tempo reale.
Lei però stentava a capire.
Allora le hanno fatto gli schemini come lei a lezione.
Lei ha risposto grazie, adesso ho capito, tuttavia chi vuole taggarmi deve pagare.
Loro hanno messo la faccina con gli occhi al cielo pensando questa non capisce un cazzo.
Di lì a poco, poiché metteva troppi like alle loro foto, le hanno dato di spammona.
Però almeno per ora non l’hanno bannata.

Chi mi conosce, conosce anche la passione che da sempre ho per la fotografia. Per questo quando entrai all’Artistico esultai vedendo che mi avevano assegnato una certa 3H a indirizzo audiovisivo multimediale. Generalmente i miei colleghi aspirano alle classi di Pittura, Scultura, Oreficeria. Io tra i fotografi ero (e sono) tutta nel mio centro e addirittura chiesi alla Pina se mi lasciava intrufolare in classe durante le sue ore per imparare qualche segreto dalla camera oscura.
Diversi anni fa una collega della vecchia scuola in cui insegnavo aveva detto “una come te, che ha sempre il cellulare in mano per scattare foto, deve farsi un profilo su Instagram!”, ma io ero stata faticona, avevo pensato che questo Instagram assomigliasse troppo a facebook (che aborro per partito preso), e avevo declinato il suo suggerimento.
Poi qualche mese fa, mi pare, mi rimbalzò di nuovo in testa quell’idea. Era un (raro) pomeriggio inattivo, forse pioveva perché quando piove il cervello mi si affina, mi misi al computer e ci provai. Seguii pedissequa le istruzioni, mi parve di cliccare i tasti giusti, di rispondere bene alle domandine, di inserire i dati richiesti. Ma (da non credere) fallii. Tornata a cercarlo, non trovai mai il mio presunto profilo e (umiliata) decisi di desistere per sempre.
Ma veniamo a tempi più recenti.
La fissa col plein eir e la copiosa produzione di acquerelli di cui sono vittima e carnefice da luglio a questa parte ha spinto un’altra collega ancora a suggerire l’inaugurazione di un profilo sulla piattaforma pensata per le foto. “Io intanto ti organizzo un vernissage” ha aggiunto. Pensavo che scherzasse, invece il vernissage pare si farà davvero. Non pensiamoci.
Mi sono rimessa al computer e ho ricominciato la trafila. Ma già all’inserimento del nome sono sorti i problemi: antonella_landi c’era già. Che fosse maledetta. Chi (cazzo) era costei, come osava soffiarmi l’identità, come poteva scattare foto qua e là nell’etere servendosi del mio nome!
“Pensavi di essere l’unica antonellalandi sulla terra? Sarà una tua omonima -mi ha illuminata LaCecy, amica genovese trapiantatasi a Trieste- scegli un nome nuovo e vai con quello.”
Grazie al suo aiuto paziente e puntuale, Pippi_Stinta esiste.
I miei studenti l’hanno stanata ancora prima che postasse la prima immagine.
Se non avete impegni migliori, cercatela.
Ah, sì, quell’antonella_landi di cui sopra ero io. Quel giorno ero stata brava e senza saperlo ce l’avevo fatta.