Un posto top

16 luglio 2018

Arriva un momento, d’estate, in cui i finesettimana al mare diventano più un’agonia che una goduria. Il caldo eccessivo, le code sulla Fi-Pi-Li, le spiagge affollatissime, la gente cafona, i parcheggi esauriti, i ristoranti strapieni, i prezzi esosi. Noi gli si va in culo e si va in montagna.
“Ho trovato un posto top nel Casentino”, dice. E quando dice top, stai sicuro è top davvero.
L’agriturismo Podere il Piano sorge nel comune di Pratovecchio: lo hanno tirato su Andrea e Federica, insegnante di Matematica lei, di Scienze lui, genitori di Francesco (cinque anni e uno scilinguagnolo caricato a molla), un cane (Giambo), una gattina (Polpetta), tre mucche (di cui una prossima a sgravare), e questa struttura maestosa ristrutturata con gran gusto nel rispetto della nostra tradizione: tanta pietra, tanto legno e tanta pace.
Io mi avvio il venerdì mattina con il carico di borse e di animali: Mimmo fa le fusa da Pontassieve al passo della Consuma, Bobi affacciato al finestrino annusa l’aria che di chilometro in chilometro si fa più fresca e rarefatta. Lui ci raggiunge in moto dopo il lavoro a fine giornata, porta pane e vino locali, si mette in ciabatte e dichiara che non intende muoversi da lì per i tre giorni successivi.
Ma i dintorni chiamano a gran voce: Pratovecchio è un gioiellino, Stia una chicca, per non parlare di Romena, l’antichissima pieve romanica dove vive don Luigi Verdi, il mio amico d’infanzia. A Pratovecchio si fa una spesa immorale di prodotti casalinghi, pasta integrale fatta in casa, schiacciata unta e saporita, verdura di un orto lì vicino, formaggi e salumi introvabili in città. La macellaia regala a Bobi il primo osso della sua vita. A Stia andiamo una sera a mangiare il gelato nella piazza del Ciclone. A Romena ci vado io da sola la domenica per le lodi del mattino, perché Gigi è capace di far pregare anche chi non prega da una vita. Mette le panche di traverso, in modo da vedere l’altare ma anche l’esterno della chiesa, un’esplosione di lavanda e di farfalle; mette Ivano Fossati che canta C’è tempo; mette la gente a suo agio; si mette seduto per terra a gambe incrociate su una stuoia grande tutta la navata centrale. Dice parole semplici tra cui scelgo quelle da portarmi via: sopporto sempre meno Antoine de Saint-Exupery che dice “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Non è vero. L’essenziale è molto ben visibile. Basta volerlo vedere.

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Regalo di promozione

13 luglio 2018

Il Frenky ha gloriosamente finito le scuole elementari: con tantissimi 9, un 8 (a Storia) e un 10 (a Inglese) in saccoccia si prepara mentalmente ad iniziare le medie.
Quando il Rondine gli ha chiesto cosa avrebbe desiderato per festeggiare la bella pagella, lui ha risposto senza indugio: una cena al japan.
Il mio nipotino adora il sushi e conosce a memoria l’intero menu dei suo ristorante preferito, il Sakura di Montevarchi.
La zia ha deciso di fargli una sorpresa.

“Giovedì io e Bobi veniamo a prenderti e ti portiamo in un certo posticino.”
Delicato com’è, il Frenky ha fatto finta di non aver capito di quale posticino si parlasse.
“Dove andiamo, zia?” ha chiesto ieri il Frenky entrando a casa del nonno a metà pomeriggio e cogliendo lo stesso nonno, la zia e il cane della zia distesi nel lettone a giacere imbelli raccontandosi le storie.
“Chi lo sa, chi lo sa!” ha detto la zia tirandosi i lati esterni delle palpebre per improvvisare uno sguardo orientale.
Il Frenky, sornione, ha sorriso. Ma, per far divertire la zia, ha finto tutto il giorno di non aver capito.
Si è buttato nel lettone insieme a loro e ha narrato mirabolanti imprese compiute al ritiro sportivo di giocatori di basket in Trentino. Il nonno è stato il primo ad alzarsi per preparare la quotidiana ciotola di frutta mista per merenda. Dopodiché tutti sono usciti: il nonno aveva appuntamento con i suoi amici adolescenti sotto il Marzocco in piazza Garibaldi; il Frenky con la zia e Bobi si è avventurato per un viottolo di campagna e ha fatto una lunga camminata corredata di racconti, prima che la sete attanagliasse tutti e tre. Al bar del Conte Max hanno riempito la ciotola di Bobi e sorbito bibite ghiacciate, si sono ricongiunti al nonno e, mollemente adagiati sui divanetti che guardano la piazza, hanno accolto con entusiasmo l’arrivo imprevisto del Pasqua e del suo beagle Otto, che ha stretto un’amicizia subitanea con Bobi.
Sono passati di lì altri amici della zia, che lei non vedeva da tempo e che ha avuto un gran piacere di riabbracciare perché sono di quegli amici che parlano di anni lontani in cui accadevano fatti di memoria imperitura che avrebbero comportato una crescita felice.
Quando è arrivata l’ora di cena.
Salutati tutti e rispedito il nonno a casa, il Frenky, la zia e Bobi si sono avviati verso l’auto che li avrebbe condotti al luogo misterioso. In Freedom Square hanno incontrato la cugina Miki, in passato detta Ridolini per la sua congenita incapacità di stare seria, in compagnia della sua bimba. “Dove andate?” ha chiesto Miki. “A cena fuori!” ha risposto la zia. “Voi due soli soli?!”, “Certamente!”, “Anche io e la Caro andiamo a cena fuori!”, “Noi però non vi diciamo dove andiamo perché sennò ci venire dietro e ci rompete le uova nel paniere. Vogliamo stare soli perché abbiamo un evento importante da festeggiare e mille cose da confidarci” ha sentenziato la zia.
Al japan la zia si è sfilata scarpe e calzini ed è andata a servirsi gamberoni enormi e freschi a piedi scalzi. Il Frenky, felicissimo ed emozionato, ordinava il menu intero e tirava numeri che pareva a giocare a tombola: per me un 117, un 78, due 15 e un 49. Per ora.
All’improvviso, tra i tavoli della sala, o non è spuntata Ridolini?
“Ma guarda questa” ha detto la zia.
“E’ stato un caso, te lo giuro!” ha detto, ridendo, Ridolini mentre univa il proprio tavolo a quello dei parenti.

E’ stata una cena lunga e abbondantissima, piena di risate. Proprio un bel festeggiamento per concludere il quinquennio elementare e prepararsi ad affrontare la nuova scommessa delle scuole medie.

Il partigiano Bobi

7 luglio 2018

Settantuno anni fa si concludeva in Europa il secondo conflitto mondiale e con esso terminavano anche i regimi che avevano causato la guerra. Grazie all’antifascismo e a quel gruppo di italiani che scelsero di ribellarsi, l’Italia ha potuto risorgere e trovare una carica innovatrice che ha gettato le basi di una società più libera e giusta e ha saputo proporre valori sui quali poggia le fondamenta (trinquellando un po’) la nostra (acciaccata) repubblica.
In mezzo al bosco di Montegiovi, oggi e domani, si svolge il 67mo raduno dei partigiani, una manifestazione che rappresenta l’eredità di una memoria collettiva, un messaggio che si rinnova nel tempo, una festa, e soprattutto un impegno per il futuro.
Il partigiano Bobi, col fazzoletto della Brigata Garibaldi al collo, addirittura si è commosso.

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La mamma la cantava sempre, questa canzone de’ suoi tempi, vieniii… c’è una strada nel boscooo… il suo nome conoscooo… vuoi conoscerlo tuuu?.., che era uno dei suoi cavalli di battaglia quando rifaceva i letti, insieme a Avevo una casetta piccolina in Canadà, Mamma solo per te la mia canzone vola e Sei grande grande grande come te sei grande solamente tu. Così ho ripensato molte volte a lei, durante la settimana trascorsa nella casa nel bosco, isolatissima da tutto e tutti, sola con i tre maschi della mia vita, in questa parte di vita.
Per arrivarci si doveva uscire a Donoratico e, una volta superato il paese, il forno Tani e il baracchino della verdura a chilometri zero, tagliare per i campi di una fattoria di cui non si intuivano i confini, e proseguire sullo sterrato fino a un grande cancello chiuso da un lucchetto arrugginito. Poi, una volta dentro, era come entrare in una fiaba. Pineta pineta e pineta a perdita d’occhio. E un tappeto d’erba e d’aghi in terra, e pigne piene di pinoli, e uno stagno con le calle, e un recinto con quattro maiali e una cinghiala che ci s’era intrufolata di soppiatto e che portava in giro una decina di cinghialini a righe. La casa, su un unico piano, col fontanello d’acqua sull’entrata e due tavoli esterni per mangiare fuori, era arredata alla buona, coi mobili scompagni rimediati chissà dove, senza la televisione, senza la connessione, senza nulla che ricordasse il secolo in cui siamo a parte l’acqua calda e il gas per cucinare.
Una manciata di giorni a fare niente se non leggere, giacere, passeggiare, cuocere pastasciutta al pesce fresco, e in cinque minuti raggiungere una spiaggia deserta con l’accesso privato. Il cane e il gatto che stringevano amicizia coi maiali, la cinghiala e i cinghialini; la spesa la mattina di verdura profumata; l’unico pensiero cosa si mangia oggi?
Ma eccoli, loro, gli studenti della quinta, che trovavano il modo di scovarmi e incalzarmi con quelle (cazzo di) tesine. Io le avevo scaricate nel portatile prima di partire e le correzioni gliele ho fatte con messaggi audio su whatsapp, pagina uno riga tre, metti lettera maiuscola; pagina quattro, riga dieci, cambia quel verbo; pagina nove, riga quattordici, rimetti quella frase contorta che non torna.
Una notte il temporale ci ha svegliati tutti, fulmini che ci cascavano tra i piedi, lampi e tuoni da paura, eppure Mimmo e Bobi lì belli tranquilli sul lettone ad aspettare che passasse, sereni e sicuri perché c’eravamo noi.
Poi la maturità ha chiamato, la commissione si stava per insediare e noi siamo tornati nella città puzzona e incasinata, con quella strada nel bosco dentro il cuore e gli occhi pieni di colori.

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Arriva a braccetto con Francesca, l’assistente che ogni giorno lo segue nelle questioni pratiche e organizzative. Varca il portone di quello che docenti e studenti chiamano “l’ottagono”, l’atrio d’ingresso dominato dall’immenso Dioscuro. E anche se ormai la vista lo ha quasi del tutto abbandonato, si guarda intorno immerso nei ricordi.
Sergio Staino, il noto fumettista, vignettista e regista, ha un appuntamento coi ragazzi delle classi quinte dell’indirizzo Arti Grafiche del Liceo Artistico di Porta Romana, scuola in cui egli stesso studiò molti anni fa e che oggi accoglie una sua mostra.
Con passo lento e concentrato prende posto al grande tavolo dell’Aula Magna, ma gli si mette di lato. Seduta al pc sul lato opposto, Francesca fa partire un video. Ed ecco, in mezzo a un pugno di colori vividi, i tratti di un omone con il naso tondo e grosso a cui siamo abituati da anni, Bobo. Accanto a lui un bimbo con i riccioli rossi. In sottofondo le prime note di una musica ben nota a chi è cresciuto in compagnia dei cantautori: Francesco Guccini, Il vecchio e il bambino.
“Mi piace cominciare così questo incontro –ha esordito il maestro- per la simpatia che provo per il fumetto come per la musica d’autore, arti parimenti vituperate e per molto tempo considerate di serie B”.
A giudicare dal silenzio attento con cui lo ascoltano parlare, anche ai ragazzi presenti piace questo inizio. Staino parla sottovoce, come se quello che dice fosse una serie di confidenze riservate. E infatti lo sono. Comincia da lontano, dall’inizio, dall’8 giugno 1940, giorno della sua nascita a Piancastagnaio, da una mamma fiorentina e da un babbo che dal Sud era venuto in Toscana a fare il carabiniere. Due giorni appena, e l’Italia entra in guerra: il babbo parte soldato, la mamma resta sola a prendersi cura del neonato. Sarà l’inizio di un legame speciale, forte e imperituro, una fase indimenticabile nella mente di un bambino destinato a fare del disegno una professione. E’ proprio quella mamma a mettergli in mano, dai tre anni in poi, l’occorrente per ridisegnare le tavole dei libri illustrati. Forse, più che una predisposizione naturale da andare a ricercare nei geni del dna, è stata questa nuova genesi materna a produrre il talento, come se il disegno fosse un secondo ventre di donna in cui poter rientrare alla bisogna, nei momenti di smarrimento, di debolezza, di paura, disegnare per guarire, per vivere meglio, o per sopravvivere.
“Ho sempre disegnato dappertutto, anche usando materiale non adatto, il disegno è stata la mia droga, la sicurezza, la dolcezza, ho sempre pensato a quale miracolo sia portare su un piano qualcosa che nella realtà è tridimensionale e si muove. Pensateci.”
Ci pensano, gli studenti dell’Artistico; ci pensano mentre contemplano quell’uomo che ha bisogno di essere guidato per spostarsi, ma non per affabulare con grazia, ironia e leggerezza di quando, alle scuole elementari, viene subito individuato come una sorta di enfant prodige e portato per mano e per bocca da una giovane maestra incantata dal dono a colori di quel piccolo alunno. “Era innamoratissima dei miei disegni. A 9 anni mi portò agli Uffizi e io per la prima volta restai imbambolato davanti a tutti quei cavalli dipinti dai grandi maestri.”
Il sogno finisce alle medie. Bocciato in disegno. “Eppure gli amici non facevano che chiedermi: Sergio, facci una donna nuda!, e io li accontentavo, certo, lasciavo dei segni confusi tra le cosce, non avevo le idee molto chiare, ma poi approdai all’Istituto d’Arte.” E’ il 1952 quando Staino prende a frequentare quello che oggi si chiama Liceo Artistico, ma inizialmente lo fa in modo parziale: la mattina lavora in una fabbrica di ceramica, il pomeriggio viene a scuola per tre ore di “cultura generale” previste da un corso di apprendistato. Finché qualche docente gli suggerisce di iscriversi regolarmente ai corsi mattutini e prendere il diploma vero.
“L’Istituto d’Arte era allora una scuola molto trasgressiva di studenti borderline e straripava di creatività. Ricordo discussioni di ore sull’arte figurativa, sull’arte astratta. E rammento anche qualche nome tra i professori più carismatici, Nencioni che insegnava Ornato, Gatti che faceva materie letterarie. C’erano solo due sezioni, la A e la B. Non come oggi, che arrivate alla M.”
Preso il diploma, Staino si iscrive alla facoltà di Architettura e consegue la laurea. “Sì, sono diventato architetto, poi ho fatto molta attività politica, ho fatto il marxista-leninista, smettendo per fortuna prima di diventare terrorista” precisa con un sorriso sornione sotto i baffi.
In una fase esistenziale nera, la mano del disegno lo riafferra nuovamente per salvarlo dalle acque torbide in cui si sentiva annegare. “Era un periodo di merda, ma i sindacalisti mi invidiavano la capacità di disegnare e mi spingevano a farlo con più serietà. Il 10 ottobre del 79 mi dissi: provo a fare una striscia e provo a mandarla all’Eco di Scandicci. Chi prendo come soggetto? Un cane? Un pappagallo? Un papero? Gli animali erano già tutti presi. Alla fine feci un me stesso ingrandito, cogli occhiali, il nasone: Bobo. I primi critici a cui sottoposi quei disegni furono gli amici: se gli amici ridono, il lavoro funziona. Allora, in un delirio di onnipotenza, mi dissi: perché inviare Bobo solo all’Eco di Scandicci? Lo mandai a Linus.”
Esilarante è il racconto dell’attesa di una risposta, il tentativo di fingersi tranquillo quando Oreste Del Buono lo contattò al telefono, o quando al primo colloquio con Del Buono e Guido Crepax gli fu chiesto se la conformazione conferita alle strisce era intoccabile e Staino confermò che, sì, non andava toccata, mentre pur di uscire su Linus quelle strisce le avrebbe fatte anche rotonde.
Staino è un torrente di parole lente che ti s’incollano addosso, è una fonte di aneddoti curiosi e spiritosi che rincuorano i ragazzi e li aiutano a sperare che, chissà, anche per loro forse la vita ha in serbo una serie di casi fortuiti e miracolosi come i suoi. “Oggi le cose per il fumetto vanno un po’ meglio: Art Spiegelmann con Maus ha vinto il Pulitzer. E vanno meglio anche per la canzone d’autore: Bob Dylan ha vinto il Nobel anche se non l’ha ritirato. Una nuova moda lessicale chiama il fumetto graphic-novel. Ricordatevi sempre che una cosa funziona nel fumetto: la perfetta corrispondenza tra la parte grafica e lo spirito del testo. Siate sinceri e riuscirete ad arrivare al cuore di chi legge. Il disegno mi ha salvato, sempre, da piccolo e da grande.”
Già. Lo ha salvato anche dalla malattia, un morbo che ha il nome e le peculiarità di uno scherzo del destino: degenerazione della retina, dopo anni di altissima miopia. Oggi Sergio Staino ci vede pochissimo. Ma (come dice lui stesso) va “in tasca alla sfiga” continuando a disegnare, facendolo a memoria, ricercando nei meandri della mente i dettagli prima dati per scontati. E chiedendo aiuto alla tecnologia.

(destinazione editoriale: Corriere della Sera)

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C’è un professore di chimica a cui un giorno viene diagnosticata una forma gravissima di cancro. Gli restano pochi mesi di vita. E’ destinato a lasciare precocemente una famiglia che ama molto: la moglie (incinta di sette mesi) e un figlio disabile. All’aspetto emotivo si somma quello economico: i coniugi in fatto di soldi non navigano in buone acque.
Il professore (una persona mite e amabile) non sopporta l’idea di dover abbandonare i propri cari a combattere con le mensilità. Così escogita un piano.
Produrrà metanfetamina, una droga strepitosa, e -coadiuvato da un suo ex alunno tossico e spacciatore- la distribuirà sul mercato facendo quattrini a palate. Egli però non immagina nemmeno in che razza di casini si sta per andare a infilare. Per non parlare dello spettatore, che mai sospetterebbe la metamorfosi caratteriale a cui andrà incontro il protagonista.

Lo so, gli appassionati delle serie su Netflix l’hanno vista da tempo, perché Breacking Bad è datata e arcinota. Io però ci sono arrivata solo da qualche giorno, spinta dai miei alunni di quinta (Cocchino in primis) che me l’assicuravano strabella.
E infatti lo è.
Ma un’angoscia che mi porta via a ogni episodio. E dei sogni irripetibili se la guardo prima di dormire.

Quanto verde

20 maggio 2018

No, non sono le (solite) Cascine.
E’ Vallombrosa, con i suoi 1000 metri sul livello del mare, la sua foresta di abeti, i suoi prati in discesa, la sua abbazia benedettina, le sue carpe nel lago protetto, i suoi camosci liberi nei boschi.

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Take away, stay awake

14 maggio 2018

Prendi due grafiche (una anche musicista e fissata con gli strumenti strani), lascia loro carta bianca e resta a guardare cosa tirano fuori.
Se si chiamano Francesca Sandroni e Silvia Coppetti, il prodotto finale della loro inventiva potrebbe davvero strabiliare.
Sono colleghe, sono amiche, e un giorno si sono dette: facciamo una cosa insieme.
La “cosa” è diventata un evento. Di più, è diventata un’azione. Dirompente, creativa, tangibile, da prendere e portare via. Per questo l’hanno chiamata TAKE AWAY, prendi e porta via, metafora che ironicamente rimanda al junk food, al cibo spazzatura, ma che invece intende fare tutto il contrario: rivalutare le tecniche artigianali della serigrafia e della tipografia per un pubblico più ampio.
Tre appuntamenti, tutti e tre di sabato, e tutti e tre nello stesso luogo, scelto non a caso, un luogo culto, simbolo di una città e un’epoca che non ci sono più, la Firenze delle Giubbe Rosse, il caffè letterario per antonomasia, il punto di ritrovo del mondo intellettuale del primo Novecento, il cuore della poesia e dell’arte.
Insomma, si può sapere cosa vi siete inventate?
“Ci siamo inventate una piccola rassegna di tre serate -spiegano Sandroni e Coppetti, rispettivamente della produzione Ruggine e della produzione Xil.o- dedicata alla realizzazione estemporanea di prodotti grafici e stampe, da scegliere e portare via. Come dire: fatte e prese!”
I primi due appuntamenti ci sono già stati: entrambi di sabato, avevano come sottotitolo “Matrice 1” e “Lettera 22”. Il terzo si svolgerà sabato prossimo, dalle ore 19:30 in poi, nei colori del tramonto di piazza della Repubblica, e si chiamerà “Postcard-saluti da Firenze”.
“Definiamo questo eventi azioni- dicono Sandroni e Coppetti- proprio perché permettono di vedere il processo creativo dall’origine alla fine, con la possibilità di portare a casa un’opera di valore, poiché pezzo unico. Quello che è accaduto l’altra sera alle Giubbe Rosse ha avuto un forte potere rievocativo, simboleggiato proprio dalla Lettera 22 dell’Olivetti, che per i grafici costituisce un emblema intramontabile”.
Ma affinché l’azione sia ancora più potente, ad affiancare i ragazzi e le ragazze al lavoro in diretta c’è anche un dj set che sperimenta sonorità nuove.
Insomma, un progetto molto particolare e originale, per due donne che mi sono apparse (e gliel’ho detto) “sconfinate”, cioè senza confini, aperte a tutto ciò che profuma di inconsueto, di rivoluzionario, di coraggioso.
Entrambe le curatrici del progetto ringraziano gli studenti del Perfezionamento di Porta Romana.

(Pubblicato sulla cronaca di Firenze del “Corriere della Sera”)

La casa de papel

11 aprile 2018

Durante il forum di qualche settimana fa gli studenti della mia quinta, anziché partecipare alle attività proposte, decisero di chiudersi nell’aula 159 e sfruttare quelle ore per studiare e lavorare alla tesina d’esame. Li raggiunsi piena d’entusiasmo e intenzionata a dargli mano. Non sempre, però, la mia presenza garantisce impegno e concentrazione.
“Profe, come va con Netflix, cosa sta guardando ultimamente?”
Se li avesse garantiti, infatti, avrei dovuto dire: “Tutti zitti, teste chine e lavorare!”
“Ho un momento di stallo -risposi invece- Dopo The end of this f***ing world non ho trovato un’altra serie che regga il confronto. Mi sono fatta qualche puntata di Rita, l’insegnante danese tosta e cazzuta. Qualche filmino. Ma nulla di che.”
Fu l’inizio della fine. Perché Anarchica se ne saltò fuori con una lista di titoli a suo dire assolutamente imperdibili. Su tutti troneggiava una serie spagnola firmata dal regista Alex Pina.

Otto persone vengono reclutate per una rapina estremamente ambiziosa: irrompere nella Fábrica Nacional de Moneda y Timbre, la zecca nazionale spagnola di Madrid, stampare 2400 milioni di euro e fuggire con una refurtiva destinata a cambiare le loro vite. Si tratta di specialisti del furto, gente che non ha niente da perdere, poiché già pregiudicata e nota alla polizia. A sceglierli e prepararli al colpo più grosso del secolo è Il Professore, un uomo privo di identità sociale che non rinnova i propri documenti da anni e per lo Stato praticamente non esiste. Neanche gli otto componenti della banda devono conoscere il vero nome degli altri, per cui ciascuno sceglie per pseudonimo un nome di città: Tokyo, Berlino, Rio, Nairobi, Denver, Mosca, Oslo e Helsinki.
Il gruppo si ritira in una villa isolata e fatiscente nei dintorni di Toledo e lì, per cinque mesi, pianifica nei minimi dettagli la rapina.
Una mattina (mi son svegliato/ o bella ciao/ bella ciao/ bella ciao ciao ciao) gli otto indossano una tuta rossa con cappuccio, calano sul volto la maschera di Dalì e irrompono alla zecca.

Thriller, furti, ostaggi, sparatorie, agguati, fughe, inseguimenti, nascondigli: niente di tutto questo mi è mai interessato. Per questo dissi ad Anarchica: “Non fa per me.” Poi però, una volta rientrata, detti il via al primo episodio de La casa di carta.
Il giorno smise improvvisamente di essere fatto per vivere; la notte cessò di essere il momento dedicato al sonno. Fatta eccezione per le ore da passare a scuola e il tempo da dedicare a Bobi, tutte le altre occasioni furono risucchiate dall’avventura di quei nove personaggi, mi ritrovai volutamente prigioniera della zecca insieme a loro e (colpita da una forma gravissima di sindrome di Stoccolma) perdutamente innamorata di Berlino.
Un bruttissimo giorno l’ultimo episodio della prima serie finì e io toccai con mano il senso delle espressioni horror vacui e depressione da nido vuoto.
“Tranqui profe -disse Anarchica- il 6 di aprile arriva la seconda!”
Inizialmente mi chiusi in un taciuto conto alla rovescia: con che coraggio avrei potuto confessare la mia dipendenza? Chi (a parte Anarchica e pochi altri) avrebbe potuto capirmi? Ma poi mi dedicai al proselitismo con una certa cura capillare.
“Tu che sei patita delle serie -chiesi a CoAutrice- conosci La casa di carta?”
“Mai sentita” mi rispose.
Con una serie di domandine apparentemente innocue (come hai fatto a vivere finora?, che senso ha la tua esistenza?, come puoi pensare di raggiungere le più alte vette del piacere fisico e mentale?) la spinsi al tablet. E una.
Poi lo dissi a mio fratello. E due.
A quegli studenti che non l’avevano mai vista. E tre, quattro, cinque, dieci.
Addirittura ai primini. E ventinove, tutti in una botta.
Tutti cadevano nella rete della dipendenza. Mi sentivo sempre meno sola.
Quando giunse il 6 di aprile.

La prima serie si era arrestata sul più bello. L’ispettore di polizia, una donna piena di fascino e problemi personali di nome Raquel, stava per sgamare Il Professore.
La seconda ripartiva proprio da lì, da quella scena nel casolare di Toledo (non spoilero oltre, giuro).
Complice un’invalidante cefalea di natura forse psicofisica, scivolai sotto il piumone insieme a Bobi e ci rimasi una ventina d’ore. Tra stati di veglia, pathos e sonno rinfrancante mi sparai le nove puntate inedite, fino al finale, pirotecnico, esagerato, mastodontico, meraviglioso, rivisto almeno diciotto (forse venti) volte.

Al momento io non parlo d’altro.
Chi vuole discorrere con me, prima deve guardarsi le due serie, perdere la testa per uno dei personaggi (guai a chi pensa di rubarmi Berlino) e poi abbandonarsi a memorie e citazioni di una storia che è più bella del più bel libro letto.
Dimenticavo, deve anche cantare (sottovoce o a squarciagola) Bella ciao.

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Deviazioni pasquali

2 aprile 2018

La meta (se ci fosse bisogno di dirlo) era Livorno. Ma la partenza è stata tarda, l’energia quella tipica del giorno di festa, eccessivamente rilassata, la predisposizione ad affrontare la prima coda della stagione buona sulla Fi-Pi-Li assolutamente nulla.
“Sai che si fa? Usciamo alla prossima.”
“La prossima?!”
“Sì, San Miniato, Valdarno Inferiore.”
“Ma è in provincia di Pisa!”
“Hai ragione. Però è bellino. Ci sei mai stata?”
Io no, non c’ero stata mai. E un poco mi vergogno, ma non conoscevo niente di tutto quello che c’è in quel borgo medievale dove passò Francesco d’Assisi, dove Federico II di Svevia eresse una delle sue tante rocche per farvi risiedere il vicario per la Toscana, dove per qualche mese insegnò Giosuè Carducci e dove andò perfino Napoleone Bonaparte per farsi rilasciare un documento che gli serviva ad attestare la nobiltà della propria famiglia.
E poi è terra di tartufi!
“Per me un risotto ai gamberoni con scaglie di tartufo bianco. E anche una fetta della vostra celebre torta all’anice.”
Nel 1622 San Miniato ottenne la cattedra vescovile e quindi la diocesi: per questo oggi ci sono più chiese che credenti. Davanti al Duomo due donnine ci regalano due uova sode appena benedette: “Son freschissime, di ieri!”.
Dall’alto, un panorama e un vento che toglievano il respiro; in lontananza, e con un po’ d’immaginazione, Livorno.

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