Caro Lorenzo

17 ottobre 2017

E’ dedicato (anche) a Lorenzo Milani l’ultimo numero di Testimonianze, la rivista culturale fondata da Luigi Balducci. Verrà presentato domani pomeriggio alle 17,30 presso la Sala Progetti Arte Contemporanea delle Murate.
A introdurre e coordinare i lavori sarà il professor Stefano Zani; a effettuare le letture sarà l’attore Massimo Salvianti.
Interverranno il direttore della rivista Severino Saccardi, il presidente del Comitato Scientifico di Testimonianze Andrea Bigalli, il filosofo, scrittore e docente all’Università di Firenze Sergio Givone.
E io.

Galimba live

5 ottobre 2017

Il Galimba (Umberto Galimberti, filosofo contemporaneo che io leggo e amo da almeno un paio di decenni) giunge a Prato per parlare di Bellezza. L’incontro con il suo pubblico, al Museo di Arte Contemporanea, è organizzato e prodotto dal padre del mio alunno Cece. Non posso mancare. E infatti non manco, tra la calca sudata e appassionata che popola il Pecci.
La follia necessaria all’arte; l’assurdo bisogno dell’uomo di pensare a un aldilà; il ruolo consolatorio e falsato del cristianesimo; l’errore di sperare nella speranza; l’orrore per i giovani di oggi di crescere in un mondo come questo; la dittatura della tecnologia; la sfacciata presunzione dell’uomo di credersi al centro della terra; il nichilismo che ci annichilisce. Di tutto questo parla il Galimba. Lo fa con la sua voce monocorde, insopportabile addosso a chiunque altro, ipnotizzante addosso a lui. Lo fa senza mai mutare espressione, come una statua del museo, come se la tragedia che tratteggia fosse irrisoria, come se a lui non gliene fregasse nulla. Lo fa senza spostarsi di un centimetro dal tavolo a cui si appoggia, dalla sedia su cui siede. E nonostante tutto questo, lo fa in modo magistrale. Sommerge gli ascoltatori adoranti di etimologie dal greco e dal latino, prende per mano ciascuno di noi e ci porta a giro per l’assoluta mancanza di senso della vita e del mondo.
Menomale che all’uscita c’era Bobi a farmi pensare che ne vale comunque la pena.

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Nel profondo Veneto

22 agosto 2017

C’è questa canzone de Le luci della centrale elettrica, che parla di lei che lascia la sua terra natale, il Veneto appunto, per trasferirsi a Milano e tentare un futuro migliore. Purtroppo le cose non vanno bene e lei con dissimulata indifferenza torna a casa dai suoi genitori (nel profondo Veneto, dove il cielo è limpido, dove il sole come te è sempre pallido). Si lascia dietro una serie di macerie e di false speranze, di case in cui avrebbe voluto vivere, di ritmi per realizzare l’impossibile. Ma adesso può non pensare più alla sua immagine, può essere più trasparente, può ritornare sconfitta e contenta facendo finta di niente (nel profondo Veneto, quello senza traffico, dove il terreno come te a volte è arido), in quella terra dove ci sono due bar, una chiesa, una farmacia, un negozio di alimentari e, no, non c’è la stazione; dove non c’è niente da dire, niente da spiegare, c’è solo da esistere e lasciare correre (nel profondo Veneto, dove il cielo è limpido, dove il sole come te è sempre pallido. Nel profondo Veneto, quello senza traffico, dove il terreno come te a volte è arido). Nonostante questo, tutti le leggeranno in faccia che quando era a Milano faceva l’amore quasi tutte le sere e che dormiva pochissime ore. Le leggeranno in faccia una vaga idea di futuro migliore.

Questa canzone è una delle mie preferite, tra quelle scritte dal grande Vasco Brondi; durante la scuola la svalvolo a volume massimo guidando verso il liceo e ci canto sopra a squarciagola. Le mie amiche dicono che il Valdarno è il mio profondo Veneto. Un luogo da cui sono fuggita ma a cui torno sempre, tirata come da un elastico da quella forza primordiale, mistura salvifica e letale di odio e amore, a cui è impossibile sottrarsi.

“Ci vediamo oggi?”
“Non posso. Vado a trovare il babbo.”
“Nel profondo Veneto?”
“Sì, nel profondo Veneto.”
“E ci porti anche Vanda?”
“Sì, ci porto anche Vanda.”

Del resto, come me, Vanda nel profondo Veneto ci è nata. Come me un giorno se n’è andata. Come me ci torna sempre volentieri. Perché nella sua asprezza il profondo Veneto è morbido come un divano e due cuscini in cui affondare il viso e fare una bella dormita, abbandonando anche le orecchie al proprio destino.

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Chi c’era?

16 agosto 2017

C’erano tutti gli amici di mio cugino, c’era sua moglie che fa dell’accoglienza un’arte, c’erano due coppie di francesi che alloggiano nel granaio che mio cugino ha fatto restaurare e che d’estate dà in affitto, c’era Gibo il fuochista di fiducia addetto al barbecue, c’era il mio babbo, c’era una coppia di napoletani con la canina Dara che avevo conosciuto l’anno scorso e che non avevo mai dimenticato perché la sua storia di adozione mi aveva strappato il cuore con le mani, c’era Giampi insuperabile narratore di barzellette assurde e anima di ogni festa, c’era tanta roba da mangiare e tutta buona, c’era questa casa bella anche se malconcia, bella anche se scortecciata e sgarrupata, bella proprio per questo, c’era lì poco distante la tomba del mio cane Nello dove non manco di pellegrinare quando capito da quelle parti. E c’era Vanda, che si è goduta tutto questo, nel fresco collinare del Valdarno, nella cornice di cipressi alti e affusolati, sopra la valle di tutti i miei ricordi di bambina e di ragazza.

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Andar per mucche

10 agosto 2017

Se la meta è andar per mucche, basta andar per merde, e anche le mucche arriveranno, ruminanti, pacifiche, contemplative, profumate.

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A tremila metri

8 agosto 2017

A tremila metri l’aria si fa rarefatta, la testa gira, il naso frizza, le orecchie dei cani volano, le giacche a vento si sprecano, le temperature s’inabissano. Le pance si svuotano per il plus-lavoro a cui sono sottoposti i corpi. Infatti a pranzo ci vogliono i pizzoccheri alla valtellinese che mi ricordano la mamma quando la zia Annetta glieli insegnò ed erano una bomba ipercalorica magnifica come quelli spolverati oggi slurp. Questa montagna si fa sempre più interessante.

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Per tredici chilometri

7 agosto 2017

La sveglia biologica, una colazione abbondante e naturale, la partenza, la salita, la spianata, i panorami, la discesa, il ponte di legno, il fiume guadato per tre volte a piedi scalzi, l’acqua gelida rigenerante, l’abbaio dei cani, la sosta sull’erba, la cioccolata a quadrettoni, gli autoscatti cercando di non ridere, gli incontri e i saluti, il cartello con la scritta Parco Naturale dello Stelvio, il lago, il rifugio, la polenta taragna con i funghi porcini, le caprette e gli asinelli, i cavalli, lo yogurt della latteria con i frutti di bosco freschi.
Ma bellina sai questa montagna.

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La prima volta

6 agosto 2017

Fatta eccezione per quando ero bambina e i miei mi portavano a Courmayeur, le mie vacanze sono state per lo più marine. Elba, Ischia, Calabria, Maremma, Thailandia, una vita con il culo a mollo.
“Se provi la montagna, non la lascerai mai più. Vieni con noi a Livigno, non te ne pentirai.”
E insomma eccoci qua.

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Fin

5 agosto 2017

Sono rimasti a parlare un po’ a lato di questa fontana, di tanto in tanto sfiorandosi una mano, facendosi un sorriso. C’era un’aria particolarmente aprica intorno a loro. L’acqua zampillava. Solo alla fine si sono dati un bacio.
Chiudo con questa immagine il racconto di Madrid, luminosa e calda come il sentimento che la anima.

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Entrevista de trabajo

5 agosto 2017

“Grazie di avermi ricevuta.”
“È un piacere, prego, si accomodi.”
“Come le ho scritto nella mail, sono insegnante di Lettere presso un liceo artico di Firenze e vorrei fare un’esperienza di lavoro qui a Madrid.”
“Ho visionato il curriculum che ha allegato e l’ho trovato molto interessante, soprattutto nella parte relativa alle esperienze maturate con gli studenti stranieri.”
“Ho in mente corsi monografici sulla cultura italiana da tenere in lingua, pensa che vi potrebbero interessare?”
“Volentieri, ma lei come è messa con la conoscenza dello spagnolo?”
“Non vado molto oltre disculpe, che è la mia parola preferita.”
“Ma le interesserebbe trattenersi qui a Madrid e iniziare dall’autunno?”
“No, ci mancherebbe, a settembre devo assolutamente essere in Italia per portare in quinta la mia adorata quarta H. Abbiamo fatto un patto e lo manterrò.”
“Allora si prenda questo anno per studiare la nostra lingua, poi farà un esame e potrà lavorare insieme a noi. Saremo felici di accoglierla nel nostro Istituto.”

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