Orme

9 dicembre 2017

Chi poteva sapere che a pochissimi chilometri dalla città si stendesse un lieve manto innevato da pesticciare?
E chi può descrivere l’incredula gioia di Bobi nel metterci le zampe sopra, scivolando sulle parti ghiacciate e correndo con la faccia allegra che gli viene quando scopre qualcosa di nuovo nella sua giovane vita?
A Monte Senario.
Dopo una mattinata a passeggio per i sentieri delle cave di Maiano e un pranzo immorale da Dino all’Olmo.

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L’ora di ricevimento

25 novembre 2017

Della serie “facciamoci del male”, dopo sei ore di lezione e un cosiglio di classe finito con il buio, vado a teatro.
Alla Pergola Fabrizio Bentivoglio porta in scena L’ora di ricevimento, testo di Stefano Massini, regia di Michele Placido.
Bello, per carità. E lui bravo (nonché fascinoso) come sempre.
Ma forse una giornata intera a parlare di scuola è troppo.
Considerato anche il fatto che all’uscita becco un mio alunno in compagnia di genitori molto (ripeto, molto) simili a quelli rappresentati sulla scena.

Vi prendo e vi porto via

21 novembre 2017

“Domattina alle 9 fatevi trovare pronti: vi prendo e vi porto via per due giorni.”
“Dove?!”
“Surprise surprise!..”

Dice sempre così, surprise surprise, quando vuole farmi una sorpresa, e ci abbina la melodia di Sunrise di Norah Jones, imitandone la vocina da gatta strinta all’uscio.

Imbocca la Fi-Pi-Li.
Bobi non ne vuol sapere del confinamento sui sedili posteriori, se ne frega del salottino su 4 ruote che ho allestito per lui e scavalca l’apposito scudo montato tra le spalliere anteriori per saltarmi in braccio e allungare il collo verso il panorama.
“Si va al mare! -dice il nostro autista- Ho prenotato solo posti top.”

Dice sempre così, top, dei posti che prenota lui. E ha ragione.
Ma mai avrei pensato di dormire nel Palazzo Pannocchieschi, già proprietà di Nello, proprio lui, lo stesso che sposò la Pia de’ Tolomei per poi farla fuori (probabilmente defenestrandola) e sposare Margherita Aldobrandeschi, quell’infame.
Portare una professoressa di Italiano innamorata di Dante Alighieri in vacanza a Massa Marittima, teatro di uno fra gli episodi più famosi e commoventi della Divina Commedia, è davvero una surprise.
Per non parlare della gioia di Bobi.

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Caro professore

4 novembre 2017

Sono in quinta, spiego il Decadentismo.
Il cellulare lo tengo sulla cattedra, silenzioso, per guardare l’ora e tararmi con i tempi della lezione. E poi perché se il babbo un giorno dovesse chiamare all’improvviso per un bisogno, voglio poter uscire dalla classe e chiedergli che accade.
S’illumina lo schermo, un messaggio. Un’occhiata fugace e leggo due nomi.
Interrompo bruscamente la lezione.
“Ragazzi, vi domando scusa, ma ho appena ricevuto un messaggio che devo assolutamente leggere. Posso?”
“Certo profe. Chi è?”
“E’ una mia compagna dei tempi dell’università. Mi scrive che questa sera in un circolo culturale di Figline Valdarno il mio professore di filosofia del liceo classico che frequentavo quando avevo i vostri anni terrà una lezione pubblica sulla rivoluzione russa.”
“Che botta di vita.”
“Voi non capite. Io amavo follemente quell’uomo.”
“In che senso?!”
“In entrambi i sensi, intellettuale, ma anche sentimentale. Lui era bellissimo e affascinante, carismatico e coltissimo, un narratore di storie straordinario. Lui era il Maestro che ciascuno nella propria vita dovrebbe avere la fortuna di incontrare. Le sue lezioni erano perle, il suo modo di spiegarci la storia e la filosofia incantava, passavamo ore a contemplarlo, imbambolate e innamoratissime della sua cultura e dei suoi magnifici occhi verdi.”
“Davvero???”
“Ragazzi, vi dico che eravamo perse. Era un insegnante eccezionale, aveva studiato alla Sorbonne di Parigi e si era laureato con Eugenio Garin. Tra lui e tutta la mia classe era nato un legame speciale, pensate che a primavera ci invitava nella sua casa in Chianti, passavamo un giorno intero tutti insieme a lui, che aveva anche un laghetto in mezzo al verde, mangiavamo insieme, discutevamo di filosofia, citavamo versi in latino, Tityre tu patulae recubans sub tegmine fagi silvestrem tenui musam meditaris avena nos patriae fines et dulcia linquimus arva nos patriam fugimus tu Tityre lentus in umbra formosam resonare doces Amaryllida silvas.”
“E quindi che farà stasera? Andrà a sentirlo parlare?”

Butto Bobi in macchina e alla faccia del maltempo imbocco l’autostrada.
A Figline ci arrivo con la nebbia, l’umido, il freddino stronzo che c’è solo in Valdarno, il mio Profondo Veneto che odio e amo, ti chiederai come faccio, ma avviene ed è la mia tortura.
Parcheggio, faccio svuotare la vescica a Bobi, lo rimetto in auto, stai buono qui, cerco il circolo culturale, salgo al primo piano, entro nel salone.

Caro professore, hai appena iniziato a parlare, ma mi guardi, strizzi gli occhi per mettermi a fuoco e fai la faccia seria e concentrata. Ti sorrido, e tu mi riconosci. Ringrazi i presenti per essere intervenuti e dici che tra il pubblico c’è una persona che non vedevi da trent’anni.
Trent’anni, professore. Io ero una ragazzina, tu eri un giovane uomo.
Hai perso i capelli nella parte apicale della testa e quelli che ti sono rimasti sui lati sono tutti bianchi. Sei un po’ ingobbito, inforchi gli occhiali da presbite per leggere. Ma sei sempre tu. La luce negli occhi che avevi quando ci facevi lezione al “Francesco Petrarca” è la stessa che vedo stasera. La tua voce delicata e lagnosa, la tua parlata lenta e dolce, niente è cambiato professore, a parte noi.

Hai portato con te alcuni volumi, li citi e ce li mostri, dici che non si può raccontare la rivoluzione russa senza prima aver raccontato la storia della Russia, un sesto delle terre emerse, settanta volte l’Italia, cento lingue diverse, all’inizio del Novecento il novanta per cento della popolazione formata da contadini, di cui l’ottanta per cento poveri, un contadino povero valeva meno di un cane da caccia buono, Mosca la terza Roma dopo Roma e Costantinopoli, la nascita della Russia che si perde nel tempo, il piede pesante dei Tartari dominatori, Ivan il Magnifico e il suo matrimonio, Ivan il Terribile e il suo sadismo, Pietro il Grande e San Pietroburgo, Caterina la Grande e la sua apertura all’Occidente, Alessandro I e Napoleone. La digressione sul lemma rivoluzione, d’origine astronomica. Ho scritto tutto, professore. Ho preso appunti come quando ero di banco accanto a Bianca di Savoia Aosta che mi distraeva mostrandomi ogni mattina i suoi jeans macchiati di caffellatte e delle zampe di uno dei suoi cani con la testa a proiettile. Come siamo stupidi a diciott’anni, come ci lasciamo distrarre da tutto e seguiamo a singhiozzo le lezioni dei professori, come perdiamo occasioni preziose che non torneranno mai più. Ma tu stasera sei tornato, professore, e io non mi perdo una sola parola di quelle che dici, e quando la mia compagna d’università che mi siede accanto mi bisbiglia parole d’emozione perché anche con lei non ci vediamo da anni le dico: stiamo zitte, sennò Sergio mi fa una fetta di merda come quelle che mi faceva a scuola, tipo quella volta che venni in classe in canottierina e tu sdegnato mi chiamasti tipa-da-spiaggia, o quella volta in cui non avevo voglia di ascoltarti e m’infilai gli auricolari nascondendoli sotto i capelli e tu mi beccasti, o quell’altra ancora in cui all’intervallo mi misi a gridare accorr’uomo accorr’uomo, e tu entrasti all’improvviso e mi dicesti che ero cretina. C’erano anche le volte in cui mi apprezzavi, quella volta che facemmo la verifica scritta su Socrate e tu dicesti che scrivevo bene e io mi fidai.

Anche stasera mi hai fatto i complimenti, professore. Sapevi tutto di me, anche che pochi giorni fa ho parlato di Lorenzo Milani alle Murate. Io non so niente di te, ma ricordo tutto. Lo sai che a volte prenoto un tavolo nei ristoranti lasciando come nome Alessia Papilova? Lo sai che ogni volta che mangio fragole e panna penso a te? Lo sai che quando metto a bollire i cavolini di Bruxelles rivedo il tuo sorriso sornione?
Anche stasera hai fatto quel sorriso. Era quello che facevi quando decidevi di prenderci in giro, quando sgattaiolavi dal seminato del programma e partivi per una tangente tutta tua dietro la quale noi ti seguivamo ciechi di fiducia. Pendevamo dalle tue labbra, e Dudda divenne per noi davvero l’ombelico del mondo che dicevi tu.

Caro professore, è stato bellissimo riascoltarti parlare, sentire che usi ancora l’intercalare di quel tempo (voi capite bene) e l’espressione che usavi quando ci dicevi qualcosa d’importante (mica noccioline), vedere che sei invecchiato ma essere felice perché con te sono invecchiata anch’io, constatare che anche invecchiando si può conservare la luce negli occhi che danno solo la conoscenza, la curiosità, la voglia di dire e lasciare qualcosa nel cuore degli altri.
Mentre ti ascoltavo ho scritto un messaggio ai miei ragazzi e alle mie ragazze di quinta. Ho detto loro che stavo sedendo di fronte a te e che l’emozione era indescrivibile. Ho scritto loro della tua luce negli occhi.
Loro mi hanno risposto che tra trent’anni incontreranno me e diranno la stessa cosa. E io ho pensato: magari.

(a Sergio Sammicheli, il mio Maestro)

Bobi al mare

2 novembre 2017

Il 1 novembre, giorno consacrato a tutti i santi, fa un tempo meraviglioso.
“Portiamo Bobi a vedere il mare?”
“A patto che ci abbiniamo una sgranata di pesce.”
La mèta è il golfo di Baratti, bello d’estate, straordinario in stagioni come questa, colori vividi, luce potente e pulita, no afa, no zanzare. Da Dèmos prenotiamo un tavolo per due per l’una e poi scendiamo in spiaggia. Bobi è travolto da odori mai sentiti prima d’ora, pesci, alghe, acqua salata, ruzzolamerda, gabbiani, e quelle palle pelose che popolano la spiaggia e non si sa che cosa sono. Gli piacciono tantissimo, se le mette tra i denti e le porta in giro tipo trofeo, allora di nascosto ne riempio una sacchettata per dargliele poi una volta a casa. Ci sono tanti cani, c’è anche un cavallo con una ragazza in groppa, i pini marittimi sono altissimi, l’erba sembra un tappeto finto. Il mare è una tavola azzurra e immobile a parte qualche ondina appena accennata sulla riva, Bobi si avvicina, si ritira, si avvicina, si ritira. “Bobi, non avere paura, è acqua: questo è il mare. Vieni, vieni con me!” e lui si fida ciecamente, stacca la corsa e si lancia su quello specchio immenso, forse pensa di pattinarci sopra, invece ci sprofonda dentro testa compresa, ci resta malissimo, esce, si scuote, riparte.
Il golfo lo facciamo tutto, a tutti quello che hanno il cane diciamo qualcosa, o sorridiamo, ci fermiamo, come si chiama?, quanto ha?, è facile fare conoscenza con chi ha un cane.
L’ora di pranzo arriva ma prima di sedere al ristorante facciamo tappa al chiosco Il Polpo Marino per un vassoietto di alici fritte, un antipastino col mare davanti e il vento tiepido tra i capelli, a dirsi cento volte come si sta.
Si sta ancora meglio quando al tavolo arriva lo spago con le vongole veraci e le telline, il prezzemolino e l’aglietto, il peperoncino. Come si sta.
Si torna sulla spiaggia per un’altima corsa con Bobi, poi si sale a Populonia, una rocca, una via maestra, un bar, un ristorante, qualche negozietto, le case curate, i fiori alla porta, il panorama da stare lì due giorni in silenzio a guardare e basta.
Poi il sole scivola e siamo a San Vincenzo, nel suo lungomare così mutato e curato, nelle sue viette piene di gente perché pare estate.
Ma fa buio presto perché è quasi inverno.

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Prima che il Gigante chiuda

31 ottobre 2017

Il parco di Pratolino di Villa Demidoff, dentro cui vive indisturbato il bellissimo Gigante dell’Appennino del Giambologna, apre a primavera e chiude alle soglie dell’inverno.
“Zia, prima che il Gigante chiuda i cancelli dobbiamo andare a conoscerlo! Io non l’ho mai visto e, siccome la maestra a scuola ci ha assegnato un lavoro di ricerca libero su un argomento a piacere, io vorrei raccontare la storia della villa medicea, del parco e soprattutto del Gigante!”
E allora eccoci domenica scorsa io, il Frenky, Patatina Fritta, il Rondine e Bobi, varcare la soglia dell’ingresso sulla via Bolognese e scendere lungo la sterrata che introduce al parco. L’ordine del giorno è ambizioso ed allettante: giro turistico della grande area verde punteggiata da tesori architettonici e statuari, pranzone dallo Zocchi lì vicino, per una degustazione tutta toscana irrorata da un ottimo Morellino (di Scansano come Mimmo). Fuori programma: esperienza estrema al Parco Avventura con arrampicate, scalate e lanci appesi a un gancio che corre lungo un filo di metallo, ritorno in città con escursione al Giardino del Dragone e confinante Giardino dell’Orticoltura con l’incantevole (col buio ancor di più) serra in ferro e vetro che tutta illuminata pare la casa della Fata Turchina di Pinocchio.
Frenky ritornando a casa non faceva che dire: “Madonna che bella domenica s’è passato.”
Bobi con il suo sfinito russare conveniva con lui.

Al museo

29 ottobre 2017

Il mio collega bravissimo (e bellissimo) di Storia dell’Arte m’invita alla mostra La presentazione di Gesù al tempio di Anton Domenico Gabbiani, di cui egli stesso è curatore.
La rassegna rappresenta una delle esposizioni più importanti dell’anno programmate dai musei comunali pistoiesi ed una delle più interessanti nel cartellone degli eventi ideati per Pistoia Capitale Italiana della Cultura 2017.
Facendo perno sulla pala di Anton Domenico Gabbiani oggi al Museo Civico, proveniente dalla chiesa benedettina di Santa Maria degli Angeli di Sala, commissionata all’artista nel 1709 ma consegnata solo nell’agosto del 1719, la mostra dà conto dell’importante innesto della cultura tardo-barocca fiorentina e romana a Pistoia, rappresentato dalla chiesa dell’antico monastero benedettino. L’edificio costituisce ancora oggi uno dei più interessanti esempi di interno settecentesco organicamente concepito, decorato fra il 1709 e il 1719 con affreschi, stucchi, sculture, dipinti dei più insigni artefici fiorentini, raccomandati per questa impresa dal Gran Principe Ferdinando de’ Medici.
Noi ci andiamo con Bobi al guinzaglio.

Appena entrato nel salone della conferenza prende a pigolare perché si annoia.
Il pigolìo è udito da un altro cane presente (il barboncino grigio di un’ottuagenaria tra il pubblico), che inizia ad abbaiare pretendendo di fare conoscenza.
Quando entrambi i cani escono in compagnia delle rispettive proprietarie per non arrecare disturbo agli ascoltatori, il barboncino grigio, fatta la conoscenza di Bobi, si piscia addosso dall’emozione.
Quando rientro in sala sollevata dal fatto che l’ottuagenaria se n’è andata, Bobi pretende di seguire la presentazione seduto non a terra come tutti i cani ma sulle mie gambe come tutti i bambini.
Quando, terminata la conferenza, lascio Bobi in piazza per poter andare a salutare in santa pace il mio collega, Bobi dà avvio a una serie di latrati disperati da abbandono materno.
Quando torno a prenderlo per portarlo con me, improvvisa salti e piroette come se non mi vedesse da sei mesi.
Quando entriamo nel cuore della mostra, camminando su un lucidissimo parquet, Bobi slitta sulle unghiette e dà di sé uno spettacolo penoso.
Quando ci avviciniamo al mio collega, che spiega quadro dopo quadro al pubblico interessato, Bobi inizia ad ansimare perché siamo in troppi e a lui la calca dà fastidio.
Quando parte il buffet e tutti si spostano ai tavoli dove vengono serviti bocconcini deliziosi e calici freschi del prestigioso catering “Valerio”, Bobi si mette in testa che qualcosa va anche a lui.
Quando vado nel bagno del museo a fare la pipì, lui si accorge che gli scappa come a me e la fa. Nel corridoio del museo.

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Caro Lorenzo

17 ottobre 2017

E’ dedicato (anche) a Lorenzo Milani l’ultimo numero di Testimonianze, la rivista culturale fondata da Luigi Balducci. Verrà presentato domani pomeriggio alle 17,30 presso la Sala Progetti Arte Contemporanea delle Murate.
A introdurre e coordinare i lavori sarà il professor Stefano Zani; a effettuare le letture sarà l’attore Massimo Salvianti.
Interverranno il direttore della rivista Severino Saccardi, il presidente del Comitato Scientifico di Testimonianze Andrea Bigalli, il filosofo, scrittore e docente all’Università di Firenze Sergio Givone.
E io.

Galimba live

5 ottobre 2017

Il Galimba (Umberto Galimberti, filosofo contemporaneo che io leggo e amo da almeno un paio di decenni) giunge a Prato per parlare di Bellezza. L’incontro con il suo pubblico, al Museo di Arte Contemporanea, è organizzato e prodotto dal padre del mio alunno Cece. Non posso mancare. E infatti non manco, tra la calca sudata e appassionata che popola il Pecci.
La follia necessaria all’arte; l’assurdo bisogno dell’uomo di pensare a un aldilà; il ruolo consolatorio e falsato del cristianesimo; l’errore di sperare nella speranza; l’orrore per i giovani di oggi di crescere in un mondo come questo; la dittatura della tecnologia; la sfacciata presunzione dell’uomo di credersi al centro della terra; il nichilismo che ci annichilisce. Di tutto questo parla il Galimba. Lo fa con la sua voce monocorde, insopportabile addosso a chiunque altro, ipnotizzante addosso a lui. Lo fa senza mai mutare espressione, come una statua del museo, come se la tragedia che tratteggia fosse irrisoria, come se a lui non gliene fregasse nulla. Lo fa senza spostarsi di un centimetro dal tavolo a cui si appoggia, dalla sedia su cui siede. E nonostante tutto questo, lo fa in modo magistrale. Sommerge gli ascoltatori adoranti di etimologie dal greco e dal latino, prende per mano ciascuno di noi e ci porta a giro per l’assoluta mancanza di senso della vita e del mondo.
Menomale che all’uscita c’era Bobi a farmi pensare che ne vale comunque la pena.

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Nel profondo Veneto

22 agosto 2017

C’è questa canzone de Le luci della centrale elettrica, che parla di lei che lascia la sua terra natale, il Veneto appunto, per trasferirsi a Milano e tentare un futuro migliore. Purtroppo le cose non vanno bene e lei con dissimulata indifferenza torna a casa dai suoi genitori (nel profondo Veneto, dove il cielo è limpido, dove il sole come te è sempre pallido). Si lascia dietro una serie di macerie e di false speranze, di case in cui avrebbe voluto vivere, di ritmi per realizzare l’impossibile. Ma adesso può non pensare più alla sua immagine, può essere più trasparente, può ritornare sconfitta e contenta facendo finta di niente (nel profondo Veneto, quello senza traffico, dove il terreno come te a volte è arido), in quella terra dove ci sono due bar, una chiesa, una farmacia, un negozio di alimentari e, no, non c’è la stazione; dove non c’è niente da dire, niente da spiegare, c’è solo da esistere e lasciare correre (nel profondo Veneto, dove il cielo è limpido, dove il sole come te è sempre pallido. Nel profondo Veneto, quello senza traffico, dove il terreno come te a volte è arido). Nonostante questo, tutti le leggeranno in faccia che quando era a Milano faceva l’amore quasi tutte le sere e che dormiva pochissime ore. Le leggeranno in faccia una vaga idea di futuro migliore.

Questa canzone è una delle mie preferite, tra quelle scritte dal grande Vasco Brondi; durante la scuola la svalvolo a volume massimo guidando verso il liceo e ci canto sopra a squarciagola. Le mie amiche dicono che il Valdarno è il mio profondo Veneto. Un luogo da cui sono fuggita ma a cui torno sempre, tirata come da un elastico da quella forza primordiale, mistura salvifica e letale di odio e amore, a cui è impossibile sottrarsi.

“Ci vediamo oggi?”
“Non posso. Vado a trovare il babbo.”
“Nel profondo Veneto?”
“Sì, nel profondo Veneto.”
“E ci porti anche Vanda?”
“Sì, ci porto anche Vanda.”

Del resto, come me, Vanda nel profondo Veneto ci è nata. Come me un giorno se n’è andata. Come me ci torna sempre volentieri. Perché nella sua asprezza il profondo Veneto è morbido come un divano e due cuscini in cui affondare il viso e fare una bella dormita, abbandonando anche le orecchie al proprio destino.

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