Un altro magico potere

15 aprile 2017

“Sai, ho definitivamente portato a termine il riordino. Mi sento un po’ smarrita senza quel magico potere.”
“Puoi sempre leggere Il magico potere di sbattersene il cazzo, di Sarah Knight.”

Credevo che scherzasse.
Invece esiste.

Due premesse da cui partire: sono un’accumulatrice compulsiva e odio i libri che promettono di cambiarti la vita.
Ma l’altro giorno in biblioteca mi capita tra le mani questo libriccino firmato Marie Kondo, una giapponese con la fissa dell’ordine fisico e mentale. Il titolo mi era molto noto, essendo il testo in classifica tra i più venduti da un monte di mesi. Ma il mio scetticismo era pari almeno al nervoso che tale permanenza mi svegliava in corpo. Chi cazzo leggerà certe stronzate, mi domandavo. Poi l’ho letto anch’io.
Sarà il bisogno interiore di far piazza pulita che mi ronza dentro da molte settimane. Sarà che non sopporto più vivere con le zavorre addosso. Sarà che medito un altro trasloco (sarebbe se non sbaglio il diciassettesimo). Sarà che voglio con tutte le mie forze una vita nuova che non abbia più a che fare con la vecchia. Il librino insomma l’ho divorato in una notte. E il giorno dopo ho stabilito che era il giorno ideale per dichiarare iniziata la rivoluzione. Era domenica, era nuvolo, metteva pioggia, era perfetto.
Marie Kondo impone un ordine preciso a cui attenersi: 1. abbigliamento; 2. libri; 3. carte; 4. oggettistica (declinata in sottocategorie); 5. ricordi. Vietatissimo iniziare a caso. E vietatissimo procedere per stanze, come ho fatto io per una vita (oggi metto a posto la cucina, domani la camera, dopodomani il bagno). Sbagliato! Sbagliatissimo! La svolta è procedere per categorie. E tassativo è rispettare l’ordine imposto dalla giapponesina fulminata. Non so perché mi sono fidata. Ci sono volte nella vita in cui l’istinto non ti fotte. E’ una di quelle volte là.
Il modus operandi esplicitato in questa bibbia del riordino inizialmente può lasciare un po’ interdetti. Prima si butta il più possibile. Poi si riordina il poco (ma buono) che rimane. Di ogni categoria si deve distendere tutto per terra (per cui prima ti fai un culo tanto per dare una botta di lustro ai pavimenti), poi osservare, meditare, attendere, quindi decidere. Butto o tengo? Terrai solo quello che ancora “parla”, perché ancora vivo. Guarda quel vestito. Fallo respirare. E’ stato così tanto chiuso nell’armadio. Ascoltalo. Cosa ti sta dicendo? Un cazzo? Allora c’è una sola cosa che puoi fare. Buttalo via. Ho buttato CINQUE sacchettoni dell’ikea pieni di roba. Compresa la canotta con la scritta Singha presa a Bangkok, la felpina grigia Champion di quando ero ragazza, le sottanone di Koh Tao, il cappotto nero che mi stava sulle palle, i maglioni che non mettevo da tre anni, le gonne che mi stavano strette in vita, gli abitini che mi son venuti a noia, la maglia a righe colorate che tenevo per ricordo. Via tutto! E stamani, rovesciando dentro il cassonetto giallo tutto questo ben d’iddio, ogni carico procedeva di pari passo con ADIEU! liberatori. Addio a tutto quello che è passato, a tutto ciò che non respira, parla, vive più, addio a quello che non ha più senso conservare, agli abiti grinzosi, alle memorie falsate dalla cristallizzazione. ADIEU!
Domani tocca ai libri. La premessa è: mai buttato un libro in vita mia. E invece vedrai che repulisti.

Con dedica

19 gennaio 2017

S’intitola “Il lottatore mannaro”. Sottotitolo: “Huuuuuuu”. Dice così (testualmente).

C’era una volta un ragazzo di nome Jack che di sport praticava il wrestling e all’inizio di ogni incontro ululava per spaventare il pubblico, l’arbitro e anche l’avversario. Tutte le volte della fine dell’incontro Jack andava sopra una montagna dove c’era la sua tana e si trasformava in un lupo mannaro. Una sera, mentre andava sulla montagna, Jack ha incontrato una bambina di nome Annie che si era persa. Appena vide Jack, la bambina si nascose dietro un cespuglio, ma lui le disse che era sotto un incantesimo e che non le avrebbe fatto del male. Jack la portò a casa e la cresse (sic) fino a farle avere 30 anni. Dopo Jack guarì da questo incantesimo perché gli serviva solo tanto affetto.

E’ il primo libro (illustrato) scritto dal Frenky.
La dedica mi riguarda da vicino.
Alla mia zia che gli piacciono tanto i libri e mi diverte tanto.

Mi sento come se me l’avesse scritta Alessandro Manzoni.

Il vecchio baffone

4 marzo 2016

La prima volta in cui sentii fare il nome di Alberto Asor Rosa ero all’università. Fu il mio immenso professore Giorgio Luti a farcelo conoscere, affibbiandoci in lettura Scrittori e popolo, un’opera che mi sembrò datata anche a quei tempi. Nonostante questo, amai quel critico letterario, di cui (ricordo) mi piaceva tanto la lingua difficile che mi metteva alla prova e mi faceva sentire ignorante.
L’ho sempre letto sulle pagine culturali di Repubblica, quando ancora la leggevo tutti i giorni perché non era scaduta come adesso. E andai ad ascoltarlo anche quando, alla biblioteca delle Oblate, presentò Storie di animali e altri viventi (dedicato ai suoi amici a quattrozampe e inserito da me e la mia collega nella nostra antologia appena uscita).
Questo pomeriggio, splendido ottantatreenne in giacca di velluto blu e baffoni bianchi, Asor era di nuovo alle Oblate, ospite di Anna Benedetti a “Leggere per non dimenticare”.
Incredibile ma vero, presentava da capo quel vecchio saggio polveroso, a cui però ne ha affiancato un altro fresco di stesura, dal titolo Scrittori e massa, accolto nel medesimo volume Einaudi.
Con lui e la padrona di casa dialogavano anche Franco Contorbia e Giovanni Falaschi.
E’ stata una palla insostenibile, densa di parole antiche e difficili.
E’ stato un pomeriggio bellissimo, fuori dal tempo e oltre esso.
Come quando avevo vent’anni, andavo all’università, non capivo le cose ma volevo imparare a farlo, avevo grandi sogni, vedevo tutta la mia vita distesa davanti a me, ero piena di speranze e di quella felicità che viene solo dalla cultura.
Come adesso.

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Un uomo che mi conosce molto bene mi ha raccontato che, nei giorni in cui suo padre stava per andarsene per sempre, gli capitò tra le mani un libro di Yehoshua e si accorse che era il libro perfetto per un momento come quello.
“Ma non L’amante, non il Viaggio alla fine del millennio, non La sposa liberata, e nemmeno Fuoco amico. Non i romanzi, insomma. E nemmeno i racconti. Ma neanche i saggi. Una pièce teatrale. Possesso. Lo conosci?”
No, non lo conoscevo.
“Passa da me che te lo presto.”

Forse in un altro momento Ezra Saporta mi sarebbe passato indifferente tra le dita.
Invece si è fermato e mi ha detto che non solo l’unica a provare ciò che provo.
Del resto, non si legge per questo motivo?

“Lasciamo liberi i vivi,
prendiamo congedo dai morti.”

E’ arrivata Sally

11 marzo 2015

Il vento, che per quattro giorni ha soffiato impetuoso, aveva disperso le sue tracce.
Ma ecco, suonano alla porta.
“Chi è?”
“Posta! Scenda, c’è da firmare.”
D’stinto penso a Equitalia, una personcina simpaticissima che -senza invito- è venuta a trovarmi spesso ultimamente.
Ma già mentre faccio le scale il presagio oscuro mi si muta in un’esaltante prospettiva: e se invece fosse lei?
Era lei.

Che nessuno mi cerchi per le prossime 24 ore.

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In diretta radiofonica

2 marzo 2015

Una sera passeggiavamo insieme, io e lei, la mia amica del cuore, la donna che per una vita ho aspettato di incontrare e che da qualche anno mi cammina accanto senza mai pestarmi i piedi.
Tornavamo non ricordo più da dove e a braccetto arrivammo alla stazione. Il suo autobus passava dopo una ventina di minuti, così nella stazione ci entrammo proprio dentro, tagliandola nel mezzo, seguitando a chiacchierare, e scoprendo in quale misura ci accomunasse la passione per quel luogo di transito perennemente attraversato dagli umani, che la sera si fa forse un po’ inquietante e minaccioso, ma mantiene quel fascino che non si può spiegare né negare.
“Amo le stazioni, esercitano su di me un’incredibile attrazione” disse lei.
“Le amo molto anch’io -risposi- soprattutto da quando, ragazzina, lessi quel libro che mi avrebbe cambiato la vita, che non sono mai più riuscita a ritrovare e che qualche anno fa ho scoperto essere fuori catalogo.”
“Che libro?”
Seppellitemi con i miei stivali, di Sally Trench. Me lo prestò il prete della mia parrocchia, lo divorai, rimasi fulminata e mi misi in testa di diventare la versione italica di quella ragazza inglese che – spinta da una tensione ingenua e pura di altruismo, di amore cristiano – dedicò alcuni anni della sua vita alla cura e al soccorso di giovani tossicodipendenti, di senzatetto, di alcolizzati.”
“E non lo hai più trovato?”
“Mai più: in libreria mi hanno detto che non lo ristamperanno. Non so cosa darei per averne una copia tutta mia da rileggere con occhi adulti.”
“Perché non chiami Fahrenheit, la trasmissione radiofonica su RaiRadioTre? C’è una rubrica, Caccia al libro: tu chiedi e loro lanciano l’appello all’etere, sicuramente raccolto da un ascoltatore che ne possiederà per caso una copia e, mosso a tenerezza dal tuo grido, te la spedirà in dono. Una cosa romanticissima.”

Mi parve una cazzata. Le dissi lo farò. Non l’ho mai fatto.

Oggi alle due mi manda un messaggino.
“ALLE 15,30 DEVI ASSOLUTAMENTE ASCOLTARE FAHRENHEIT.”
Le rispondo che non ci penso neanche, sono al corso di cinese.
“CHI SE NE FREGA DEL CORSO DI CINESE: DEVI ASCOLTARE FAHRENHEIT.”
Le argomento che a quell’ora la lezione sarà già cominciata e io non potrò alzarmi e uscire davanti a tutti, soprattutto davanti al maestro di cinese, che come tutti i cinesi è simbolo vivente della disciplina.
“DEVI FARLO: PARLERO’ IN DIRETTA.”

Ora.
La mia amica del cuore è una persona allegra, vivace, simpaticissima e scherzosa. Se siamo in due. Già se siamo in tre s’intimidisce. Se siamo in quattro si fa rossa rossa in viso. In cinque diventa scarlatta. In sei s’impappina. In sette si blocca. In otto ha un malore. In nove un cedimento. In dieci sviene.
Per questo non le credo neanche un po’.
Ma per verificare se dice sul serio o (come adora fare per poi darmi della tonna) mi piglia per il culo, alle 15,30 devo alzarmi davanti al maestro di cinese simbolo vivente della disciplina, attraversare l’aula davanti a tutti, mormorare scusate, balbettare torno subito, uscire senza urtare una sedia con un piede o un banco con un fianco, scendere due piani di scale, uscire nel parcheggio della scuola, barricarmi dentro l’auto e sintonizzarmi su RaiRadioTre. Lo faccio.

In un’incredibile diretta radiofonica, la sento mentre dichiara che quello è il suo regalo a un’amica.
Pronuncia il titolo del libro, il nome dell’autrice.
Confida all’Italia in ascolto l’episodio della stazione.
Già che c’è, fa pure un po’ di conversazione sciolta con la Lipperini (e ora sogna di rubarle il posto in radio).

Mentre lei a casa suda per la prova emotiva che sta affrontando, io chiusa in macchina nel parcheggio della scuola piango come quando, ragazzina, lessi per la prima volta un libro che presto, grazie a lei, forse tornerà a essere mio.

Bassotuba non c’è

24 gennaio 2015

Una ventina d’anni fa, per caso, m’imbattei in uno di quei libri che compri perché hanno un titolo ipnotico e poi ci resti ipnotizzata, Bassotuba non c’è, che io all’epoca non lo sapevo che il bassotuba è uno strumento musicale.
L’autore si chiamava Paolo Nori e viveva a Bologna. C’era scritto nel risvolto di copertina e io andai dal Peri, il grande bar coi biliardi in via maestra a San Giovanni, dove trovavi gli elenchi telefonici di tutte le città d’Italia, per cercare il suo numero. Come quelle cose che accadevano solo una ventina di anni fa -quando c’erano meno paure, meno privacy e soprattutto non esistevano i cellulari- ce lo trovai. Me lo trascrissi su un foglietto e, tornata a casa, gli telefonai.
“Pronto, buonasera, lei non mi conosce, ho letto Bassotuba non c’è, mi è piaciuto tanto, tantissimo, scusi il disturbo, ho bisogno di sentire come parla un autore che scrive in quello stile.”

L’altro pomeriggio Paolo Nori era a Firenze per un reading.
Leggeva Siamo buoni se siamo buoni.
Sono andata al caffè letterario Le Murate, mi sono seduta in prima fila, ho ascoltato le letture. Poi, a reading ultimato, mi sono avvicinata.
“Buonasera, lei non mi conosce, una volta lessi Bassotuba non c’è e le telefonai a casa per sentire come parlava uno che scrive come lei.”

Lui mi ha guardato, non se lo ricordava per nulla, ha fatto la faccia da riso. Come venti anni fa, ha evitato di mandarmi affanculo, è stato gentile.

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Oro colato

20 dicembre 2014

Lessi Maggio selvaggio perché vi si raccontava un anno d’insegnamento ai detenuti del carcere di Rebibbia.
Poi lessi Vita e morte di un ingegnere, vi trovai la prosa scientifica, poetica e straziante mai trovata prima in un autore contemporaneo e decisi che di quello scrittore romano avrei letto tutto il resto, da Sintassi italiana a Svenimenti, passando per Tuttalpiù muoio, scritto a quattro mani con Filippo Timi.
Poche settimane fa ho letto Oro colato. Otto lezioni sulla materia della scrittura e ho avuto conferme di cui comunque non abbisognavo.

Ieri pomeriggio Edoardo Albinati è tornato alle Oblate ospite della rassegna “Leggere per non dimenticare”.
Causa il periodo prenatalizio e il terremoto, c’erano pochissime persone: mi sono cullata nell’illusione che quell’uomo fosse lì solo per me.
Lo introduceva Sandro Veronesi, altra penna di cui leggere ogni parola.
Hanno parlato di come si scrive, perché e per chi lo si fa. Hanno compiuto accostamenti azzardati, ipotesi estreme, confessioni struggenti.

E’ stato un magnifico incontro.

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Consiglio per gli acquisti

14 dicembre 2014

Il Natale si avvicina.
L’affannata corsa ai regali pure.
Mi sembra di non averlo fatto mai, ma quest’anno lo fo.
Ne consiglio uno.
L’audiolibro in cui Paolo Poli legge “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi.
Che non è un libro di cucina.
E’ un trattato di lingua italiana, un quadro d’epoca, un’autobiografia, un saggio impegnato, un testo comico.
Mi capita di ascoltare il grande attore fiorentino che lo legge a puntate su Radio Toscana Classica mentre guido.
Questa sera l’ho visto ospite da Fazio.
Poche cose m’incitano al riso come lui.
E’ regalabile a chiunque, va bene per tutti: la mamma casalinga, il babbo operaio, la sorella universitaria, il fratello ragioniere, l’amico crapulone, il cugino intellettuale, l’amica a dieta fissa.
Se qualcuno lo regala a me (che ne ho un cartaceo datato 1963 regalato dalla zia Marcella alla nonna Dosolina) mi fa felice.
Semmai però mettetevi d’accordo perché vorrei anche qualcos’altro.