Consiglio per gli acquisti

14 dicembre 2014

Il Natale si avvicina.
L’affannata corsa ai regali pure.
Mi sembra di non averlo fatto mai, ma quest’anno lo fo.
Ne consiglio uno.
L’audiolibro in cui Paolo Poli legge “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi.
Che non è un libro di cucina.
E’ un trattato di lingua italiana, un quadro d’epoca, un’autobiografia, un saggio impegnato, un testo comico.
Mi capita di ascoltare il grande attore fiorentino che lo legge a puntate su Radio Toscana Classica mentre guido.
Questa sera l’ho visto ospite da Fazio.
Poche cose m’incitano al riso come lui.
E’ regalabile a chiunque, va bene per tutti: la mamma casalinga, il babbo operaio, la sorella universitaria, il fratello ragioniere, l’amico crapulone, il cugino intellettuale, l’amica a dieta fissa.
Se qualcuno lo regala a me (che ne ho un cartaceo datato 1963 regalato dalla zia Marcella alla nonna Dosolina) mi fa felice.
Semmai però mettetevi d’accordo perché vorrei anche qualcos’altro.

Lui ama

5 novembre 2014

Che cos’è l’amore? Come dobbiamo viverlo? Qual è il suo messaggio?
Secondo lui, prima ancora di essere un sentimento, l’amore è un fenomeno cosmico, una perturbazione, un’onda.
E spiega che greci e i latini lo disegnavano a freccetta, scagliata rispettivamente da Eros e da Cupido, perché la freccia rimanda all’immagine di un fenomeno fisico, da fysis, natura.
Lui dice che l’amore prevede una passività iniziale in chi ne è travolto.
Nessuno, quando si innamora, desiderava innamorarsi. Infatti chi -al contrario- lo vuole fortemente, non s’innamora quasi mai.
L’onda elettromagnetica dell’amore si propaga trascinando nello spazio energia ma non materia. Essa non invade solo gli umani, ma tutto l’universo.
L’amore è un’aggregazione di elementi. Non a caso Empedocle di Agrigento parlava dell’eros come di forza aggregante.
Quando la freccia dell’amore colpisce il corpo, si ha l’amore erotico.
Quando la freccia colpisce la psiche, si ha l’amore sentimentale.
Quando colpisce lo spirito, si ha l’amore maturo, adulto.
Ma la freccia può beccare anche due bersagli insieme.
Se becca psiche e spirito, si ha l’amicizia, quello spazio in cui non è previsto il desiderio fisico, ma che non è meno potente dell’amore.

Questo pomeriggio Vito Mancuso, filosofo e teologo, docente delle Dottrine teologiche all’Università di Padova, editorialista di Repubblica, era l’ospite di “Leggere per non dimenticare” alla biblioteca delle Oblate e presentava “Io amo”, la sua ultima publicazione.

Due ore d’amore totale.

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Oro colato

15 ottobre 2014

La prossemica, cioè la scienza che studia la disposizione dei corpi nello spazio e i rapporti reciproci, fa notare che nella lezione la distanza non può essere quella ravvicinata di una conversazione amicale ma nemmeno lo iato del comizio o dello spettacolo lirico, teatrale, sportivo: dove chi assiste, quasi sempre da lontano, è un pubblico eterogeneo, rapido nel formarsi e nello sciogliersi poco dopo, e che ai suoi beniamini può riservare tuttalpiù un’ovazione. Quella della lezione è invece una ben curiosa forma di intimità, è un colloquio anche se va al novanta per cento in una direzione sola, una prossimità nutrita comunque di distacco, spaziale e di rango, e normalmente destinata a durare nel tempo: quello del seminario o di un anno scolastico. Il che implica un conoscersi pur senza davvero conoscersi, un frequentarsi che non ha pari nei rapporti umani. Tra le possibili esperienze di contatto, la lezione è un unicum.

(Edoardo Albinati, Oro colato. Otto lezioni sulla materia della scrittura, Fandango, fresco di stampa, imperdibile)

Il vento che rovina

12 settembre 2014

E’ piuttosto volgare, il buonsenso. Abbassa il livello delle aspirazioni, valuta le possibilità di successo e soprattutto quelle di fallimento, calcola. Il coraggio, la sincerità e l’istinto non hanno nessuna possibilità di resistergli, se gli dai il tempo di organizzarsi e preparare la controffensiva. L’impulso che ci spinge a cambiare, il vento che rovina, non ha quegli argomenti, anzi spesso non ne ha affatto. Non si lascia corrompere da ragioni di convenienza e non pretende di aver ragione. Propone scelte estreme e irresponsabili e non promette risultati. Possiamo assecondarlo o sopprimerlo, prenderlo o lasciarlo, dire sì o no.
E’ questo il bello.

(Diego De Silva, Mancarsi)
Un libro da non mancare.

Innamorarsi di un fumetto

11 dicembre 2013

Pur vivendo da dieci anni con un esperto cultore del settore, io ignoro il mondo dei fumetti.
Conosco, padroneggio e cito a memoria solo le strisce dei Peanuts perché il prete dell’oratorio che frequentavo da ragazzina me ne passava volumetti in continuazione ma, oltre quelli, precipito in un vuoto senza fine.
Ah, no, giusto. dimenticavo. So anche che Andrea Pazienza è esistito ed è scomparso prematuramente.
Mai arrivata in fondo a una sua storia in vita mia.
Un ampio settore della nostra libreria domestica comune è occupato da ciò che il mio compagno venera come volumi irrinunciabili e che io non spolvero nemmeno perché li chiamo giornalini.
Scena classica tardo serale: lui e lei (io) nel lettone. Lei (a pagina diecimila dei Fratelli Karamazov): “Tu non leggi?”. Lui (a pagina venti di Rat-Man) “Certo che leggo, non vedi?”. Lei: “Ma dico una lettura vera, non codeste cazzate”.

L’anno scorso, in una delle mie classi, entrò il Progetto Libernauta.
Il Progetto Libernauta è una cosa che si fa a Firenze e provincia, è stata inventata dalla biblioteca di Scandicci ed è definibile una figata: tu (insegnante) prenoti la visita di un esperto del progetto. L’esperto viene in classe tua con una grossa valigia contenente quindici libri e, nel giro di un’ora, accende nei tuoi studenti una voglia pazzesca di leggerli tutti. Lo fa raccontandone un brandello, leggendone qualche passo, confidando notizie sull’autore. Lo fa ad arte, con sottile sapienza. Alla fine ci cascano tutti. Primo perché i libri proposti sono sempre validi, secondo perché l’esperto non è detto esperto a caso.
L’anno scorso l’esperto era una donna. Tra i libri che presentò c’era anche un fumetto che, a suo dire, non si poteva non conoscere. I ragazzi abboccarono subito e come prima lettura scelsero quello. E’ implicito e scontato che quello che scelgono i ragazzi se lo deve sorbire anche l’insegnante, sennò come si fa a parlarne insieme dopo averlo letto. Ma per me leggere un fumetto che non parlasse di un cane multi-identitario amico di un uccello col nome del più grande concerto universale e di un gruppo di bambini che ragionano come adulti non era neanche pensabile.
Così bluffai.
Dissi che lo avevo letto senza averlo fatto.
E quando la classe mi chiese che tipo di verifica avrei proposto su quel fumetto favoloso, io feci un figurone annunciando: niente verifica!
Mentii sostenendo che di un libro si può anche godere senza parlarne e che quello era decisamente il caso di non parlarne proprio.
Con le più pittimine che pretendevano a tutti i costi di relazionarne in qualche modo, la scampai assegnando loro una liberissima recensione da inserire (alla cieca) nel giornalino della scuola da me coordinato.
E me la cavai.

L’altro giorno però in biblioteca ho rivisto quel libro e l’ho immediatamente riconosciuto. Come non riconoscere un ragazzo dalle sopracciglia foltissime e squadrate, perennemente seguito da un armadillo che ne rappresenta l’alter ego, l’amico immaginario, la coscienza?
Ho fatto l’errore di aprirlo e di leggerne qualche striscia.

Ora possiedo l’opera omnia di ZEROCALCARE e visito quotidianamente il suo portentoso blog.
Sono perdutamente innamorata di lui.
L’espertone di casa, lungi dall’esserne geloso, mi ha culturalmente rivalutata.

Omaggio in versi

15 ottobre 2013

La mia più cara amica, detta anche guru delle letture, perfettamente al corrente della mia predilezione nei confronti dei mesi crepuscolari e freddi e della mia insofferenza verso quelli soleggiati e afosi, mi ha inviato per posta una poesia di Fortini.
Malinconia, ricordo, nebbia, morti e un amore passato.
C’è tutto quello che, in un testo poetico, m’ammazza e mi rapisce.
Può dare l’impressione di un testo deprimente, ma si tratta esattamente del contrario.
La condivido volentieri con chi passa di qua, in una di queste incantevoli giornate tristi.
Essere felici con il sole riesce a tutti.
Provare ad esserlo sotto un cielo di cenere è privilegio di pochi.

CAMPOSANTO DEGLI INGLESI

Ancora, quando fa sera, d’ottobre,
e pei viali ai platani la nebbia,
ma leggera, fa velo, come a quei nostri
tempi, fra i muri d’edera e i cipressi
del Camposanto degli Inglesi, i custodi
bruciano sterpi e lauri secchi.
Verde
il fumo delle frasche
come quello dei carbonai nei boschi
di montagna.
Morivano
quelle sere con dolce strazio a noi
già un poco fredde. Allora m’era caro
cercarti il polso e accarezzarlo. Poi
erano i lumi incerti, le grandi ombre
dei giardini, la ghiaia, il tuo passo pieno e calmo
e lungo i muri delle cancellate
la pietra aveva, dicevi, odore d’ottobre e il fumo
sapeva di campagna e di vendemmia.
Si apriva la cara tua bocca rotonda nel buio
lenta e docile uva.
Ora è passato
molto tempo, non so dove sei, forse vedendoti
non riconoscerei la tua figura. Sei certo
viva e pensi talvolta a quanto amore
fu, quegli anni, tra noi, a quanta vita
è passata. E talvolta al ricordare
tuo, come al mio che ora ti parla, vana
ti geme, e insostenibile, una pena;
una pena di ritornare, quale
han forse i poveri morti, di vivere
là, ancora una volta, rivedere
quella che tu sei stata andare ancora
per quelle sere di un tempo che non esiste più
che non ha più alcun luogo

anche se io scendo a volte per questi viali
di Firenze ove ai platani la nebbia,
ma leggera, fa velo e nei giardini
bruciano i malinconici fuochi d’alloro.

(Franco Fortini, da “Poesia ed errore”, 1947)

Fumetti felini

10 ottobre 2013

C’è un gatto che non si sa come si chiama e che vive in Inghilterra con un certo Simon che di lavoro fa il fumettista.
Il gatto (perennemente affamato, sapientemente dispettoso, scientificamente mariuolo e scandalosamente ruffiano) diventa presto per Simon il motivo ispiratore dei suoi fumetti e il protagonista assoluto delle sue strisce, che vengono anche ridotte a piccoli filmati diffusi su youtube.
La notorietà di Simon e del suo gatto va immediatamente alle stelle.
I video sono presi d’assalto dal popolo della Rete e le strisce diventano prima un libro, poi un altro libro e poi un altro libro ancora, d’imminente uscita per i tipi della Tea.

Simon è un gradissimo subone, vittima conclamata di un gatto tiranno ma adorabile, sfruttatore ma incantevole. Perdersi video e strisce è quasi un delitto alla cultura fumettistico-animalista.

Simon Tofield, Il grande libro di Simon’s cat, TEA.

Versi felini

10 ottobre 2013

C’è un gatto che si chiama Ignazio e che vive con una donna che fa la scrittrice, la poetessa e la giornalista.
All’inizio Ignazio e la donna vivono in una casetta col giardino, Ignazio se la spassa tra erba, alberi e fiori e socializza (innamorandosene perdutamente) della gattona del vicino.
Dopo qualche tempo la donna trasloca, dalla casetta col giardino va a vivere in un appartamento che ha a malapena una terrazza. Ignazio cade in depressione, diventa insofferente e astioso, polemizza su tutto, a partire dai croccantini del discount.
Dopo qualche tempo ancora, la gattona dell’ex vicino muore e Ignazio ne viene messo a conoscenza dalla donna che abita con lui. Iniziano per lui impegnative riflessioni sulla morte, l’aldilà, il senso dell’esistenza.
Il tutto, raccontato in versi poetici.
Un volumetto trovato per caso in biblioteca, subito preso in prestito, divorato, ricopiato, diffuso agli amici più cari, portato a letto per diverse notti, annusato, riletto a più riprese.

Vivian Lamarque, Poesie per un gatto, Mondadori.

Leggi che ti passa

18 agosto 2013

Alla vigilia della partenza per le vacanze, un mese fa, comprai tre libri e zitta zitta li buttai in valigia. Erano tre romanzi della mia autrice del cuore, la scrittrice segreta di cui ho giurato all’amica del cuore che non rivelerò mai il nome perché lei (l’amica del cuore, non la scrittrice del cuore) è gelosa, possessiva, elitaria, esclusivista e anche un po’ bizzarra. Erano gli ultimi che mi mancavano per completare l’opera omnia sullo scaffale e subito dopo precipitare nella più inconsolabile delle disperazioni. E infatti mi chiedevo che diavolo avrei letto una volta terminati quelli, visto che nessuno avrebbe retto il passo né il confronto.
Dieci giorni, ed erano già stati macinati.
Nessuna libreria in zona.
Però un’intima, curata, fornita e perciò magnifica biblioteca proprio a Scansano, tredici chilometri dalla mia casina di campagna in mezzo al nulla.
La salvezza l’ho trovata lì.

Prima la salvezza ha avuto la forma di quattrocento pagine intitolate Vita di Pi, che chi ha visto il film magari dice bella cazzata, ma invece il libro no, è tutta un’altra cosa, anche se io il film non l’ho visto, anzi lo vo a vedere proprio stasera all’Arena Grande di Campo di Marte, comunque il libro è, come tutti i libri, molto ma molto più bello di ogni film ricavato dopo, ma bello proprio; avventuroso, per cui te la fai addosso con Richard Parker nella stiva della scialuppa di salvataggio e il povero Pi che galleggia sull’Oceano per sette mesi con l’incubo di essere sbranato dalla tigre; mistico, perché prima del naufragio Pi fa tutta una serie di ricerche sulle religioni del mondo e poi decide che lui è cristiano, buddista, induista e musulmano, tutto insieme; intimo, perché in sette mesi hai voglia a riflettere e pensare; fantasioso, perché nella realtà col cavolo che esiste l’isola delle piante assassine però fingere di crederci è un’esperienza che riporta all’infanzia; straziante, perché quando Richard Parker sparisce nella foresta senza neanche voltarsi mezza volta a guardare Pi ti cascan giù certi lacrimoni che quello che abita con te ti sente smoccicare al piano di sopra e fa le scale a due a due per vedere cosa t’è successo ma te poi glielo racconti e lui ti dice ma allora sei una fava.
Insomma con questo libro m’è parso di dondolare sopra una scialuppa di salvataggio anche a me, non per sette mesi come Pi ma per almeno i cinque giorni che è durata la lettura. E a volte mollavo perché mi veniva il mal di mare, a volte interrompevo perché la iena che divora la zebra per dieci pagine non riuscivo proprio a digerirla, a volte facevo pausa perché tra tempeste, notti insonni sulla zattera improvvisata coi remi e i pezzi di scialuppa smontata, squali, balene, pesci volanti, fame nera, sete assurda e Pi che a un certo punto pur di mettere qualcosa nello stomaco mangia la merda di Richard Parker, non ce la facevo mica.
E nel mio quadernino dei libri, alla fine, ho ricopiato la frase che mi ha fatto capitolare e che forse è anche il cuore del libro: “Che cosa terribile, gli addii frettolosi. Nella vita è importante che ogni cosa abbia una giusta conclusione. Solo così si trova la pace. Altrimenti rimangono le parole che avresti voluto dire e che non hai mai detto, e il tuo cuore è pesante e colmo di rimorso”.
Bellissimo Pi, aveva ragione il mio amico Massi a dirmi Anto, leggilo.

Poi la salvezza è proseguita nelle trecento pagine di un libro che più che un libro è un’opera d’arte di cui (confesso) non conoscevo l’esistenza perché uno in genere di Calamandrei cosa legge, legge Lo Stato siamo noi, oppure Uomini e città della resistenza, o magari Costruire la democrazia. Premesse alla Costituente, oppure, visto che uno insegna, legge In difesa dell’onestà e della libertà della scuola che detto tra noi ce ne sarebbe anche bisogno. Ma mica ti vai a leggere Inventario della casa di campagna. E invece questo Inventario è uno dei libri più belli che io abbia letto in vita mia, un testo di memorie struggente e geniale, vergato in una lingua che non esiste più ma che dovrebbe esistere perché sa dire anche quello che non si può spiegare, i sentimenti, i ricordi, le sensazioni, le sfumature, e uno mentre legge non fa che pensare anch’io da piccina facevo così, anche il mio babbo da giovane faceva come il babbo di Calamandrei (anche se il babbo di Calamandrei era un giudice di Firenze e il mio babbo un operaio all’Italsider di San Giovanni, ma che importa).

Finito l’Inventario ecco la salvezza nella Cronaca familiare di Vasco Pratolini. No, non avevo mai letto neanche quello e ora un po’ me ne vergogno perché Pratolini andrebbe letto di più e invece non è che lo considerino in tanti, e poi perché non mi spiego come mai già alle medie avessi letto Metello, Cronache di poveri amanti, Il quartiere, Le ragazze di San Frediano, La costanza della ragione, ma questo no, o come mai? Non si può mica leggere ogni cosa però, come si fa, ci vorrebbero mille vite, oppure una vita senza mangiare, dormire e lavorare. Comunque Cronaca familiare va letto in tutti i modi perché è triste, di una tristezza infinita, con quel fratello da cui l’autore viene separato da piccino e che ritrova solo una volta cresciuto, quando ormai è troppo tardi. Triste che ti viene un magone a pagina 3 e ti ci rimane fino alla pagina finale, quando chiudi il libro e lo abbracci e te lo tieni addosso per qualche ora ancora perché non vuoi riporlo, non vuoi riportarlo, non te ne vuoi separare.

E infine la salvezza ha preso il sapore dell’allegria straziante e il nome di uno scrittore versiliese giovane e belloccio (che non è importante, ma insomma tutto fa), Fabio Genovesi.
Che esisteva lo sapevo da quando lessi quella recensione al suo saggio cult Morte dei Marmi, uscito non ricordo quando, ma che dovevo conoscerlo meglio me lo sono detto domenica 28 luglio quando sull’inserto “Lettura” del “Corriere della Sera” è apparso un pezzo suo che s’intitolava La danza erotica delle seppie vive. Questo l’è grullo, m’è venuto da pensare, e sa scrivere, sicché l’ho cercato e ora divoro il suo Esche vive e ho deciso che sarà il primo romanzo che darò ai miei alunni quando li rivedrò a settembre.

Così, in mezzo a questi titoli e a molti altri ancora la mia estate è passata e, anche grazie a loro, è passata bene. Perché i buoni libri fanno vivere meglio, fanno vivere più volentieri, fanno vivere più vite tutte insieme.

Come una vedova

20 luglio 2013

Quando ci si innamora di uno scrittore è come quando ci si innamora di un uomo.
Si vorrebbe stare sempre insieme a lui, si pende (in mancanza di labbra fisiche) dalle sue parole scritte, lo si sogna di notte e di giorno si ritagliano tutti i momenti in cui sia possibile vederlo. Leggerlo, in questo caso.
Il medesimo processo si verifica anche nel caso in cui si tratti di una scrittrice.
Io mi sono innamorata di una scrittrice.
Me la presentò la mia più cara amica, non prima di avermi fatto giurare sulla cosa più preziosa che posseggo al mondo (il gatto) di non rivelarne mai il nome ad anima viva, di non diffondere i titoli delle sue opere, di custodire intatto quell’incalcolabile segreto di cui mi metteva a privilegiatissima conoscenza.
Ridendo, giurai.
E lessi il primo romanzo, che l’amica stessa (coi timori e le titubanze con cui si presta un oggetto di inestimabile valore) decise di prestarmi.
Fu (lo ammetto) un colpo di fulmine.
E il fulmine (per di più) fu a ciel sereno, cioè imprevisto e di conseguenza ben più pernicioso.
M’innamorai di quella scrittura elevata ma mai ampollosa, cronologicamente datata eppure incredibilmente moderna; m’innamorai di forma e contenuti, personaggi e idee.
Finito il libro in prestito, corsi subito a comprarmene una copia tutta mia, che rilessi integralmente per la deformazione goduriosa di sottolinearne le parti più esaltanti, accarezzarne le pagine più belle, annusarne l’odore cartaceo mescolato a quello delle mie mani che l’avevano stretto per diversi giorni e lunghe notti.
E, dopo quello, ne acquistai e ne lessi un altro, un altro, un altro e un altro ancora.
La mia scrittrice amata ha scritto in tutto venticinque romanzi.
Ed è morta.
A me ne mancano soltanto tre, che spolvererò in questa estate.
Dopodiché resterò vuota, sola, affranta e del tutto priva di consolazione.
Come una vedova.