Stanotte ti ho sognata

10 luglio 2017

Cara mamma, stanotte ti ho sognata.
Paola mi aveva regalato un cane per il mio compleanno, un rottweiler uguale a Duda, ma io avevo un peso enorme sullo stomaco e ti dicevo: mamma, io non posso tenere questo cane, non lo voglio, io non voglio un rottweiler, io voglio un beagle, per me il cane è solo quello, perché mi fa pensare al nostro Nello, mi capisci? E tu, mamma, dicevi: certo che ti capisco. Poi ci mettevamo a piangere piano, insieme, tenendoci a braccetto, percorrendo via Roma, proprio dove due anni fa esatti, il 10 luglio, furono attaccati i manifesti che dicevano che tu non c’eri più, che avevi cessato di vivere, diceva proprio così, cessava di vivere, e noi guardandoli, io, il Rondine e il babbo, non potevamo credere a ciò che c’era scritto.
Comunque mamma, grazie per avermi fatto visita stanotte.
Stavi bene, eri bella. E quando mi sono svegliata mi sono sentita felice come se tu ci fossi ancora.

A cogliere il sambuco

17 aprile 2017

Te lo ricordi quando ti dissi: vado a cogliere il sambuco, mi accompagni? Era la fine di maggio. Andammo verso sud perché avevo già puntato delle piante e ne balzellavo l’imminente fioritura. Ne colsi qualche mazzo mentre tu aspettavi in macchina e con le mani facevi segno che bastava. Quando ripartimmo tu dicesti: ma che è ‘sto puzzo? E io risi, perché lo sapevo che ti avrebbe fatto schifo, fa schifo a tutti il sambuco, tranne a me. Lo portammo a casa tua e lo sistemai in un vaso che appoggiai sul tavolo in veranda. Poi tornò tuo padre e disse: il gatto dei vicini è venuto a fare la pipì da noi. E io risi ancora, perché a tutti sembra piscio di gatto l’odore del sambuco, tranne a me. Un altro mazzo lo portai a casa mia, venne una mia alunna a farmi visita e disse: che buon profumo di sambuco, mi ricorda tanto la mia infanzia in Albania! E io fui felice perché nel mondo c’era un’altra persona a cui il sambuco piaceva e ricordava quello che ricorda a me, l’infanzia, ma in Italia.
Quest’anno la primavera vera è arrivata molto prima, il sambuco è già fiorito, non del tutto, ma un pochino sì.

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Londra

23 marzo 2017

Londra per me è la prima volta in cui la vidi, grigia e fatata, dopo averla sognata per venticinque anni; è la prima vacanza lontana dall’Italia e dalla mia famiglia, il senso della libertà e della scoperta, la tappa che concluse un mese di studio della lingua inglese consumato a Bath; è un ostello bianco con le scalettine fuori nel quartiere indiano, i prezzi alti e il cibo osceno.
Londra è quando ci tornai un anno dopo insieme a lui, che non l’aveva ancora vista e che non esitò a mandare a monte il suo viaggio in Grecia per sedersi accanto a me sullo stesso aereo diretto in Inghilterra. E’ pomeriggi a zonzo per le strade e per i parchi, merende a suon di tè e di scones ripieni di burro salato e confettura; una foto sorridente sopra una panchina a gambe intrecciate, baci umidi sull’erba, il Notting Hill Carnival di fine agosto.
Londra è un anno dopo ancora, quando ci tornammo separatamente, dandoci però quella specie di appuntamento al buio, “ti aspetto tra un mese alle cinque in Piccadilly Circus”, senza possibilità di confermare né annullare, privi di recapiti e di cellulari come tanto bene vivevamo; è vederlo in mezzo a tanti e andargli incontro per riconoscerlo davvero grazie al suo profumo.
Londra poi non l’ho più vista, ma per me è ancora tutto questo, e non voglio pensarla violentata come dodici anni fa e come ieri.
Londra per me è una foto in bianco e nero scattata in direzione di una scala in Camden Town, dove passava tanta gente, e dove un ragazzo moro con la coda si voltò a guardarmi, e mi sorrise.

Ogni 7 febbraio

7 febbraio 2017

Ogni 7 febbraio si stupisce del fatto che io gli mandi gli auguri.
Sono passati ventitré anni da quando ero la sua professoressa d’Italiano.
“Pota profe, ma come fa a ricordarsi ancora del mio compleanno?!”
Pota, è anche il compleanno di Vascone.

Email da Bergamo

6 febbraio 2017

E’ stato mio alunno per due anni, venti anni fa.
Oggi mi ha scritto.

“Dammi una spiegazione al tempo che passa, dimmi cosa leggere e come respirare.”

E’ rimasto il ragazzo speciale che ricordavo.

Comunicazione minimale

28 novembre 2016

Da un passato abbastanza remoto è sbucato fuori un mio ex alunno.
Ci siamo ritrovati un giorno su whatsapp.
Da allora, di tanto in tanto, ci facciamo un salutino che segue sempre il medesimo invariato paradigma.
“Ehiiiiiiiiiiii” scrive lui.
“Ehiiiiiiiiiiii” rispondo io.
Tutto qua.
Nient’altro.

Così minimale, così perfetto.

Quarant’anni dopo

16 novembre 2016

L’appuntamento è dal Giusti, all’uscita autostradale di Incisa. Il tempo fa paura, tuona, diluvia e tira un vento triestino; il tergicristallo non sta al passo, le gomme scivolano, la viabilità è semiparalizzata; fa un freddo becco. Ma abbiamo detto alle otto e mezzo, e alle otto e mezzo cascasse il mondo ci saremo.
Eccoci, ci siamo.

Scusate, ma siamo bellissimi.
Perdonate la confusione bambinesca che portiamo dentro un ristorante altrimenti quieto, ma siamo troppo contenti.
Abbiate pazienza, non prendiamo subito posto a tavola, ma abbiamo da abbracciarci stretti, da stringerci forte.
Il tempo è passato, ma questa sera noi lo riportiamo indietro, indietro, indietro con tutta la forza che ci è rimasta addosso, fino ai banchi di una scuola del centro, e addosso abbiamo il grembiule bianco o nero, al collo un fiocco rosa o azzurro, tra i capelli una molletta sghemba o una passatina, la riga in mezzo o in parte, tutti al naturale senza trucco e tacchi, ai piedi calziamo scarpine comode di para, e sotto siamo ben coperti per non ammalarci. Siamo tutti bambini e abbiamo sei, sette, otto, nove e dieci anni: siamo alle elementari. Le nostre maestre si chiamano Anna e Sara, impariamo a scrivere e contare, in seconda abbiamo l’esamino, disegniamo i banchi del mercato in prospettiva, piantamo un fagiolo nel cotone e aspettiamo che germogli, recitiamo poesie a memoria, all’intervallo corriamo nel cortile e giochiamo a guardie e ladri, a un due tre stella, ci invitiamo a feste di compleanno casalinghe e sobrie, giochiamo con gli animalini di plastica e i soldatini, ci scaccoliamo di nascosto, andiamo insieme al gabinetto.

Un pasticcere, un avvocato, un pizzaiolo, un ingegnere, un poliziotto. Tre professoresse di italiano. Uno che potrebbe diventare il prossimo sindaco del paese. Un ex calciatore di serie A. Una cassiera della Coop. Un’insegnante di musica. Impiegati e dirigenti. Perfino un ausiliario del traffico. Chi ricorda tutto, chi poco o niente, chi era pieno di capelli e ora è in piazza, lei era mora e adesso è platino, lui timidissimo e ora tiene banco, lei cicciotta e ora una silfide, lui un piccolo Sandokan e ora molto meglio di Kabir Bedi. Per non perdere il filo neanche a mangiare, dopo un antipastone ordiniamo la cosiddetta pizza a nastro, una catena ininterrotta di pizze miste già tagliate a spicchi da afferrare e passare a quello accanto. Ci siamo messi alternati, un maschio e una femmina un maschio e una femmina, per mescolarci meglio, per stare accanto anche a chi non siamo stati mai in cinque anni di frequentazione giornaliera, e per parlare tutti insieme non facciamo che berciare, e da lato a lato del tavolone immenso ci facciamo i versi con la bocca e ci strizziamo l’occhio, e il dolce non lo vuole nessuno ma poi lo prendiamo tutti. Ho due figli, ne ho tre, non ne ho, mio padre è annegato nel Mar Rosso nuotando felice insieme ai pesci della barriera corallina, mia madre è morta disperata, sono sposata e felice, mi sono separato, sono ancora single ma chissà, ho preso centodieciellode, non ho finito l’università, la laurea me la prenderò tra qualche anno, voglio lasciare l’insegnamento e realizzare un museo a cielo aperto in mezzo a un bosco, ho perso il lavoro, ebbene sì ho fatto i soldi, mannaggia a me li ho spesi tutti, sono già in menopausa, sono ancora a rischio gravidanza, ho le caldane, non mi funziona la tiroide, sono stato operato, ho gli attacchi di panico, sono in gran forma, sto bene, sto benino, potrei star peggio.

La notte scende e non abbiamo sonno, il tempo è stato troppo breve e vogliamo dilatarlo allungarlo tirarlo, anziché salutarci nel piazzale vorremmo tornare dentro al caldo e dire ci abbiamo ripensato, scusate, ma siamo bellissimi, troppo belli per andare a casa proprio adesso che ci siamo ritrovati.

I just called

10 novembre 2016

Nella mia famiglia gli acciacchi fisici sono sempre stati presi alla leggera.
“Mi fa male qui” dicevo al babbo da piccina.
“Vai più in là” rispondeva lui.
Fatta eccezione per il male serio della mamma, il resto era sempre motivo d’ironia e l’acciaccato diventava oggetto di scherzoso scherno da parte di tutti i familiari.
Quando la mamma era costipata, noi tre imitavamo puntualmente il suo strano modo di tossire (A-HA A-HA); quando al Rondine venne la stomatite e per giorni non poté alimentarsi lo prendemmo molto in giro mangiandogli sul viso cibi croccantissimi e gustosi, quando io (tutti gli inverni) beccavo la bronchite “tu t’ave’i a copri’ meglio” era la cura indicata a posteriori. Il babbo però, di tutti e quattro noi, è sempre stato il più sbeffeggiato. Detto Il Montone (perché monta la gravità delle situazioni), Il Tragicone (perché amplifica gli avvenimenti negativi) e Mario Merola (il famoso “re della sceneggiata”), il babbo quando si lamenta non è (quasi) mai creduto. Una volta gli venne il colpo della strega, chiamammo il dottor Pretini, un amico di famiglia che abita dietro casa nostra.
“Siamo di fronte a una brutta discopatia” sentenziò.
“Massìe dottore, ma che dà retta a Mario Merola!?” fu la risposta di noi tre.
“Vi dico che la questione è seria. Quest’omo sta male” insisteva il dottore.
Noi, però, non si faceva che ridere e mentre il poverino giaceva nel lettone mezzo aggrucciato lo indicavamo con il dito dandogli di brutto. Tant’è che il dottore, tornato a casa, confidò a sua moglie e ai suoi tre figli, tutti amici nostri, che (testualmente) “il Landi ha una famiglia di scemi”.
Quello che agli occhi degli altri è sempre parso un atteggiamento irriverente, invece, era per noi la strategia curativa più efficace: l’ironia temprava gli animi e di conseguenza irrobustiva i corpi.

L’altro ieri il babbo è stato operato alla cataratta.
Il Rondine lo ha portato all’ospedale, Patatina Fritta è andata a riprenderlo, io dopo la scuola sono andata insieme al Frenky ad accudirlo.
Lui però ha commesso l’incauto errore di aprirci la porta con gli occhiali neri a mosca.
Data la sfacciata somiglianza con Steve Wonder, la cena è stata accompagnata da reiterati cori (supportati da video su youtube) di “I just called to say I love you”.

Barcolla ma non crolla

28 ottobre 2016

A casa mia i terremoti, pur nella loro intensità tellurica e nel dramma umano che si sono trascinati dietro (da quello in Friuli datato 1976 a quello in Umbria datato 1997, passando da quello in Irpinia del 1980) si sono sempre trasformati in una mezza barzelletta.
Quando il terremoto scosse in Friuli, per esempio, eravamo a cena.
“C’è il terremoto” annunciò il babbo sbucciando una fetta di mela.
“ODDIO!” gridò la mamma.
“ODDIO!!” gridai anch’io.
L’unico che non disse niente fu mio fratello: aveva tre anni e stava cacando dietro la porta in ripostiglio.
Sì, ha cacato da ritto e nascosto in quel pertugio fino a quattro anni; smise di farlo solo quando il babbo gli propose uno scambio equo: il modellino di una Kawasaki nera, a patto che si trasferisse in bagno e si sedesse sopra il water come tutti noi.
Quella sera, nel concitato fuggi fuggi, non fu facile trovarlo.
“Il Rondine! Dov’è il Rondine!!” urlavamo io e la mamma.
“E’ la su’ ora: sarà nel ripostiglio” suggerì il babbo seguitando a sbucciare la sua mela.
Stanato dal suo nascondiglio, il Rondine fu preso prontamente in collo dalla mamma, che con quel gesto improvviso e poderoso gli spiaccicò la merda fresca al culo.
“Presto! Corriamo! Scappiamo!” dicemmo inforcando le scale insieme a tutti gli altri condòmini del Cimbellone.
Tutti, a parte il babbo.
“Io non vengo” disse serafico.
“Come non vieni!?” trasalì la mamma.
“No, non vengo.”
“Ma sei pazzo?! C’è il terremoto, balla tutto, corri! Scappa!!”
“Voi andate pure. Io rimango qui. Il Cimbellone barcolla, ma non crolla.”
Gli eventi gli dettero ragione: nonostante lo svettare di quei dieci piani verso il cielo di piazza della Libertà, il Cimbellone oscillò, cigolò, scricchiolò, ma resse.
E resse a tutti gli altri terremoti, del nord, del sud e del centro.

L’altra sera eravamo tutti a cena dal babbo.
Il fritto, l’insalata, il pane fresco e profumato, il Frenky che voleva stare nel posto della nonna, il Rondine che ci raccontava quella cosa di lavoro, Patatina Fritta che assaggiava il purè, il babbo che si pavoneggiava perché da quando è solo è diventato un cuoco sopraffino.
All’improvviso, eccolo. Lui. Proprio lui.
“ODDIO! L’AVETE SENTITO?”
“SI’! IL TERREMOTO!!”
“Mamma, babbo, ho paura!”
“ODDIO! ICCHE’ SI FA!!”
Sbucciando la solita mela di quarant’anni fa, il babbo ha detto: “Mettetevi sotto l’architrave.”
“BABBO! VIENI ANCHE TE!”
“Po’eri grulli. Io c’ho da finire di mangiare.”
“BABBO MA CHE DICI! ALZATI E VIENI ACCANTO ALLE COLONNE INSIEME A NOI!”
“Sì nonno, vieni!”
“Ma state bonini e ricordate: il Cimbellone barcolla ma non crolla.”
“BABBO QUESTE SCOSSE SONO FORTISSIME! VIENI QUI TI HO DETTO!!”
“Eh sì, queste in effetti le son belle forti. Chissà al Renzi come gli girano i coglioni: ancora ha da trovare i soldi pe’ quello d’Amatrice, se vien giù anche la Toscana come fa?!”
“BABBO ABBOZZALA DI PENSARE AL RENZI E VIENI QUA!”
“Zia, non dobbiamo gridare.”
“Perché amore?”
“Ce lo ha detto la maestra a scuola: le grida aiutano il terremoto.”
“AvemariapienadigraziailSignoreècontetuseibenedettatraledonne…”
“Mi sembra una cazzata, ma va bene, preghiamo come la tua mamma.”
“Babbo, ma che ti alzi o no da codesta sedia!”
“Lasciatemi stare in santa pace a tavola. Voi fate icché vi pare, io da qui non mi muovo.”
“Ma guarda che testone.”
“Non mi alzai per il terremoto in Friuli (oh Frenky, ma lo sai il tu’ babbo quella sera faceva la cacca in piedi dietro la porta del ripostiglio? E la nonna -eh!eh!eh!- lo prese in collo e gl’attaccò la merda al culo!), figuriamoci se mi alzo a questo.”
“BABBO MA NON VEDI COME OSCILLA IL LAMPADARIO!!”
“Ragazzi, ma che lo sapete che il Cimbellone (era il 1964) fu costruito con tutte le teNNiche antisismiche? Pensate, la ditta fallì perché aveva usato più materiali antisismici del necessario.”
“Babbo ma cosa dici: vuoi venire qui sì o no? Se si deve morire, moriamo tutti insieme!”
“No. Alt. Io non voglio morire. Ora che ci penso, la nostra casa è a pianterreno, non capisco perché si deve stare a barcollare in punta a questo pìllero. Frenky, Patatina…”
“AvemariapienadigraziailSignoreècontetuseibenedettatraledonne…”
“… mettetevi il giubbotto, si va via.”
“Via?! E io?? E il babbino???”
“Venite anche voi: si dorme tutti insieme a casa nostra, ci si arrangia. Io al sesto piano non ci sto.”
“Il Rondine ha ragione! Andiamo babbo!”
“Io non vengo.”
“Ma babbo!”
“Io non mi muovo di qui.”

E allora non mi sono mossa nemmen’io.
Anzi, ho pensato che morire insieme al babbo, precipitando dalla casa dell’infanzia su piazza della libertà, sarebbe stato come chiudere il cerchio esistenziale.
Invece il Cimbellone ha barcollato.
Ma non è crollato neanche questa volta.

In casa mia, ai tempi, era visto male. Era troppo tutto: troppo di sinistra, troppo bercione, troppo irriverente, troppo sovversivo. Sicché da bambina non mi toccava mai di vederlo alla televisione. Poi lo bandirono addirittura, per cui dovetti aspettare di essere cresciuta per leggere i suoi libri e andare ad applaudirlo al Teatro Tenda non ricordo neanche più con chi. Di lui e di quello spettacolo però mi ricordo ancora molto bene. Faceva il Mistero buffo. E io, che il Pianto della Madonna lo avevo studiato solo nella versione originale di Jacopone da Todi, rimasi pietrificata di fronte a Franca Rame che piangeva il Cristo morente con quel fiume di parole eretiche. E mi divertii da morire.
Divenni insegnante. Ora che il Pianto della Madonna (e tutto il Medioevo) lo spiegavo io, mi feci spesso affiancare dal video in cui lui lo raccontava molto meglio di me.
L’ultima volta l’ho nominato pochi giorni fa. Nessuno in classe sapeva chi fosse.
Allora ho scritto grande il suo nome alla lavagna e, accanto a quello, la data in cui ricevette il più contestato premio: DARIO FO, NOBEL PER LA LETTERATURA 1997.
E’ morto oggi a 90 anni.
Nello stesso giorno il Premio Nobel è andato a Bob Dylan, che probabilmente sarà ancora più contestato di lui.
Io invece gioii e gioisco: “Ancora non si è capito che soltanto nel divertimento, nella passione e nel ridere si ottiene una vera crescita culturale.”