Caro professore

4 novembre 2017

Sono in quinta, spiego il Decadentismo.
Il cellulare lo tengo sulla cattedra, silenzioso, per guardare l’ora e tararmi con i tempi della lezione. E poi perché se il babbo un giorno dovesse chiamare all’improvviso per un bisogno, voglio poter uscire dalla classe e chiedergli che accade.
S’illumina lo schermo, un messaggio. Un’occhiata fugace e leggo due nomi.
Interrompo bruscamente la lezione.
“Ragazzi, vi domando scusa, ma ho appena ricevuto un messaggio che devo assolutamente leggere. Posso?”
“Certo profe. Chi è?”
“E’ una mia compagna dei tempi dell’università. Mi scrive che questa sera in un circolo culturale di Figline Valdarno il mio professore di filosofia del liceo classico che frequentavo quando avevo i vostri anni terrà una lezione pubblica sulla rivoluzione russa.”
“Che botta di vita.”
“Voi non capite. Io amavo follemente quell’uomo.”
“In che senso?!”
“In entrambi i sensi, intellettuale, ma anche sentimentale. Lui era bellissimo e affascinante, carismatico e coltissimo, un narratore di storie straordinario. Lui era il Maestro che ciascuno nella propria vita dovrebbe avere la fortuna di incontrare. Le sue lezioni erano perle, il suo modo di spiegarci la storia e la filosofia incantava, passavamo ore a contemplarlo, imbambolate e innamoratissime della sua cultura e dei suoi magnifici occhi verdi.”
“Davvero???”
“Ragazzi, vi dico che eravamo perse. Era un insegnante eccezionale, aveva studiato alla Sorbonne di Parigi e si era laureato con Eugenio Garin. Tra lui e tutta la mia classe era nato un legame speciale, pensate che a primavera ci invitava nella sua casa in Chianti, passavamo un giorno intero tutti insieme a lui, che aveva anche un laghetto in mezzo al verde, mangiavamo insieme, discutevamo di filosofia, citavamo versi in latino, Tityre tu patulae recubans sub tegmine fagi silvestrem tenui musam meditaris avena nos patriae fines et dulcia linquimus arva nos patriam fugimus tu Tityre lentus in umbra formosam resonare doces Amaryllida silvas.”
“E quindi che farà stasera? Andrà a sentirlo parlare?”

Butto Bobi in macchina e alla faccia del maltempo imbocco l’autostrada.
A Figline ci arrivo con la nebbia, l’umido, il freddino stronzo che c’è solo in Valdarno, il mio Profondo Veneto che odio e amo, ti chiederai come faccio, ma avviene ed è la mia tortura.
Parcheggio, faccio svuotare la vescica a Bobi, lo rimetto in auto, stai buono qui, cerco il circolo culturale, salgo al primo piano, entro nel salone.

Caro professore, hai appena iniziato a parlare, ma mi guardi, strizzi gli occhi per mettermi a fuoco e fai la faccia seria e concentrata. Ti sorrido, e tu mi riconosci. Ringrazi i presenti per essere intervenuti e dici che tra il pubblico c’è una persona che non vedevi da trent’anni.
Trent’anni, professore. Io ero una ragazzina, tu eri un giovane uomo.
Hai perso i capelli nella parte apicale della testa e quelli che ti sono rimasti sui lati sono tutti bianchi. Sei un po’ ingobbito, inforchi gli occhiali da presbite per leggere. Ma sei sempre tu. La luce negli occhi che avevi quando ci facevi lezione al “Francesco Petrarca” è la stessa che vedo stasera. La tua voce delicata e lagnosa, la tua parlata lenta e dolce, niente è cambiato professore, a parte noi.

Hai portato con te alcuni volumi, li citi e ce li mostri, dici che non si può raccontare la rivoluzione russa senza prima aver raccontato la storia della Russia, un sesto delle terre emerse, settanta volte l’Italia, cento lingue diverse, all’inizio del Novecento il novanta per cento della popolazione formata da contadini, di cui l’ottanta per cento poveri, un contadino povero valeva meno di un cane da caccia buono, Mosca la terza Roma dopo Roma e Costantinopoli, la nascita della Russia che si perde nel tempo, il piede pesante dei Tartari dominatori, Ivan il Magnifico e il suo matrimonio, Ivan il Terribile e il suo sadismo, Pietro il Grande e San Pietroburgo, Caterina la Grande e la sua apertura all’Occidente, Alessandro I e Napoleone. La digressione sul lemma rivoluzione, d’origine astronomica. Ho scritto tutto, professore. Ho preso appunti come quando ero di banco accanto a Bianca di Savoia Aosta che mi distraeva mostrandomi ogni mattina i suoi jeans macchiati di caffellatte e delle zampe di uno dei suoi cani con la testa a proiettile. Come siamo stupidi a diciott’anni, come ci lasciamo distrarre da tutto e seguiamo a singhiozzo le lezioni dei professori, come perdiamo occasioni preziose che non torneranno mai più. Ma tu stasera sei tornato, professore, e io non mi perdo una sola parola di quelle che dici, e quando la mia compagna d’università che mi siede accanto mi bisbiglia parole d’emozione perché anche con lei non ci vediamo da anni le dico: stiamo zitte, sennò Sergio mi fa una fetta di merda come quelle che mi faceva a scuola, tipo quella volta che venni in classe in canottierina e tu sdegnato mi chiamasti tipa-da-spiaggia, o quella volta in cui non avevo voglia di ascoltarti e m’infilai gli auricolari nascondendoli sotto i capelli e tu mi beccasti, o quell’altra ancora in cui all’intervallo mi misi a gridare accorr’uomo accorr’uomo, e tu entrasti all’improvviso e mi dicesti che ero cretina. C’erano anche le volte in cui mi apprezzavi, quella volta che facemmo la verifica scritta su Socrate e tu dicesti che scrivevo bene e io mi fidai.

Anche stasera mi hai fatto i complimenti, professore. Sapevi tutto di me, anche che pochi giorni fa ho parlato di Lorenzo Milani alle Murate. Io non so niente di te, ma ricordo tutto. Lo sai che a volte prenoto un tavolo nei ristoranti lasciando come nome Alessia Papilova? Lo sai che ogni volta che mangio fragole e panna penso a te? Lo sai che quando metto a bollire i cavolini di Bruxelles rivedo il tuo sorriso sornione?
Anche stasera hai fatto quel sorriso. Era quello che facevi quando decidevi di prenderci in giro, quando sgattaiolavi dal seminato del programma e partivi per una tangente tutta tua dietro la quale noi ti seguivamo ciechi di fiducia. Pendevamo dalle tue labbra, e Dudda divenne per noi davvero l’ombelico del mondo che dicevi tu.

Caro professore, è stato bellissimo riascoltarti parlare, sentire che usi ancora l’intercalare di quel tempo (voi capite bene) e l’espressione che usavi quando ci dicevi qualcosa d’importante (mica noccioline), vedere che sei invecchiato ma essere felice perché con te sono invecchiata anch’io, constatare che anche invecchiando si può conservare la luce negli occhi che danno solo la conoscenza, la curiosità, la voglia di dire e lasciare qualcosa nel cuore degli altri.
Mentre ti ascoltavo ho scritto un messaggio ai miei ragazzi e alle mie ragazze di quinta. Ho detto loro che stavo sedendo di fronte a te e che l’emozione era indescrivibile. Ho scritto loro della tua luce negli occhi.
Loro mi hanno risposto che tra trent’anni incontreranno me e diranno la stessa cosa. E io ho pensato: magari.

(a Sergio Sammicheli, il mio Maestro)

Cara mamma, ti scrivo

12 ottobre 2017

Cara mamma,
ti scrivo per raccontarti di questi giorni passati nel Profondo Veneto, a casa nostra, al sesto piano del nostro Cimbellone. Ho preso un permesso per assentarmi dalla scuola e stare insieme al Rondine accanto al babbo, ricoverato in ospedale per tre giorni. Sta bene, non ti preoccupare, hanno fatto un piccolo intervento, ma il suo cuore pompa e adesso quel dolore in mezzo al petto non lo sente più. Tornare in quel casermone di cui tu sei stata prigioniera per tre mesi ha fatto male a tutti e tre, al babbo soprattutto, che ha passato le sue ore di degenza a chiedersi come tu abbia fatto a resistere così a lungo in un luogo tanto triste. Ti abbiamo pensata e rammentata in continuazione, la buttavamo un po’ sul ridere, ti ricordi la mamma come biascicava a bocca storta il petto di pollo bianco cadaverico che servono in corsia, ti ricordi la mamma come discuteva con il crocifisso appeso al muro e gli diceva a brutto muso questa non me la dovevi fare, ti ricordi la mamma quando ci diceva andate via e s’era arrivati da un minuto. Il babbo in ospedale è stato più dolce e malleabile di te, per questo forse mi faceva un’infinita tenerezza, perso nei suoi rendiconti esistenziali, mentre diceva certo nella vita io sono stato fortunato, non ho mai avuto un male serio, e guarda che figlioli belli ho fatto, per fare te io e la mamma ci si mise tre mesi ché non ci riusciva metterti insieme né bene né male, (e poi una paura che tu venissi racchia), invece tuo fratello al primo colpo era già lì, e la mamma la mattina dopo vomitò anche gli occhi.
Quando venivo via dall’ospedale andavo a casa nostra. Non c’ero mai stata tutta sola in quella casa dove sono nata e cresciuta, quando non c’eri tu c’era il babbo, quando non c’era il Rondine c’eravate voi. Senza nessuno pensavo che non ci avrei resistito per mezz’ora, e invece mamma sai cosa ho fatto? Mi sono messa a toccare tutte le tue cose. Ho aperto gli armadi, tirato i cassetti, e messo le mani tra i tuoi vestiti, che sono ancora tutti là, dove li hai lasciati tu, puliti profumati e piegati alla perfezione come facevi sempre, e li ho presi, li ho indossati, li ho tenuti un poco addosso, mi sono specchiata, per rivederti una volta ancora.
Poi andavo a letto e non mi sentivo sola: a parte Bobi appiccicato a me come ogni notte, c’eri anche tu, nella tua scatolina in legno circondata da tutte le piantine che ti arrivano in regalo nelle date da ricordare. Ho dormito nel tuo lato, poggiando la testa sopra il tuo guanciale, sotto il piumone leggero e caldissimo con cui ti coprivi nelle notti fredde, mentre con i piedi andavi a cercare le pieghe del babbo per incastrarceli in mezzo.
L’indomani la giornata iniziava sempre molto presto, con il Rondine ci trovavamo per fare colazione insieme e per far correre Bobi nel parco dell’ospedale. Guardalo mamma, com’è bello. Ogni volta che lo guardo, penso che avrei dovuto prenderlo molto prima, quando tu c’eri ancora.

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L’eterno riposo

6 settembre 2017

Quando mi trasferii in questa casa, ne combinai subito una.
Un giorno assolatissimo ed afoso, rientrando da non so più dove, entrata nel parcheggio privato condominiale, nel fare una manovra distratta dalle note di una canzone di Vasco (ma dove vai, ma dove vai, tanto oramai sei mia), urtai distrattamente uno scooter. Detto scooter andò ad adagiarsi sul vetro della porta di un garage, che si frantumò in mille pezzi. Scesa dall’auto per sollevare lo scooter (oh issa oh issa), me lo vidi scivolare dalle mani e andare a schiantarsi su una macchina nei pressi parcheggiata.
Porta a vetri del garage, scooter e macchina ammaccata appartenevano ai medesimi proprietari.
Richiamati dal grandissimo casino di vetri rotti e lamiere contorte, si affacciarono alla finestra: marito, moglie, figlio maschio e figlia femmina.
Incazzati neri.

Alzai le mani, dichiarai il mio nome e il mio cognome, dissi che ero assicurata.
M’invitarono a salire.
Mi offrirono dell’acqua fresca.
Lasciai i miei dati.
Mi lasciarono i loro.
A tutto il resto pensò l’assicurazione.

Ma noi ci eravamo scambiati i numeri di telefono.
Diventammo incredibilmente amici.
La figlia lavorava a Istanbul.
Il figlio, dopo il lavoro, passava tutti i giorni a salutare i suoi.
La madre a un certo punto raggiunse la figlia nella città turca.
Il padre, rimasto solo, oziava spesso sotto casa aspettando che qualcuno si fermasse a fare due parole.
Mi fermai spessissimo con lui.

Ieri il padre è morto.
I figli mi hanno scritto per farmelo sapere.
Sono andata al funerale.
Durante la funzione ho scoperto che il padre è stato un giocatore della Fiorentina negli anni Cinquanta.
Che andò poi a giocare a Torino poco dopo la tragedia di Superga.
Che poi passò al Livorno.
E infine divenne un amatissimo allenatore dei giovani gigliati.
E insomma mi son detta com’è strana la vita.
Un giorno parcheggiando spacchi la porta del garage, lo scooter e l’automobile a qualcuno.
E quel qualcuno entra nella tua esistenza in punta di piedi.
Ma per sempre.

Barcellona

17 agosto 2017

Su quella rambla prendemmo un caffè, passeggiammo mano nella mano, ci fermammo a guardare un artista di strada, comprammo un ombrello; pensai ai miei genitori in viaggio di nozze proprio lì quarant’anni prima; provai un vestito, mangiammo un dolce, leggemmo El Pais.
Eravamo tranquilli, non avevamo paura.

Stanotte ti ho sognata

10 luglio 2017

Cara mamma, stanotte ti ho sognata.
Paola mi aveva regalato un cane per il mio compleanno, un rottweiler uguale a Duda, ma io avevo un peso enorme sullo stomaco e ti dicevo: mamma, io non posso tenere questo cane, non lo voglio, io non voglio un rottweiler, io voglio un beagle, per me il cane è solo quello, perché mi fa pensare al nostro Nello, mi capisci? E tu, mamma, dicevi: certo che ti capisco. Poi ci mettevamo a piangere piano, insieme, tenendoci a braccetto, percorrendo via Roma, proprio dove due anni fa esatti, il 10 luglio, furono attaccati i manifesti che dicevano che tu non c’eri più, che avevi cessato di vivere, diceva proprio così, cessava di vivere, e noi guardandoli, io, il Rondine e il babbo, non potevamo credere a ciò che c’era scritto.
Comunque mamma, grazie per avermi fatto visita stanotte.
Stavi bene, eri bella. E quando mi sono svegliata mi sono sentita felice come se tu ci fossi ancora.

A cogliere il sambuco

17 aprile 2017

Te lo ricordi quando ti dissi: vado a cogliere il sambuco, mi accompagni? Era la fine di maggio. Andammo verso sud perché avevo già puntato delle piante e ne balzellavo l’imminente fioritura. Ne colsi qualche mazzo mentre tu aspettavi in macchina e con le mani facevi segno che bastava. Quando ripartimmo tu dicesti: ma che è ‘sto puzzo? E io risi, perché lo sapevo che ti avrebbe fatto schifo, fa schifo a tutti il sambuco, tranne a me. Lo portammo a casa tua e lo sistemai in un vaso che appoggiai sul tavolo in veranda. Poi tornò tuo padre e disse: il gatto dei vicini è venuto a fare la pipì da noi. E io risi ancora, perché a tutti sembra piscio di gatto l’odore del sambuco, tranne a me. Un altro mazzo lo portai a casa mia, venne una mia alunna a farmi visita e disse: che buon profumo di sambuco, mi ricorda tanto la mia infanzia in Albania! E io fui felice perché nel mondo c’era un’altra persona a cui il sambuco piaceva e ricordava quello che ricorda a me, l’infanzia, ma in Italia.
Quest’anno la primavera vera è arrivata molto prima, il sambuco è già fiorito, non del tutto, ma un pochino sì.

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Londra

23 marzo 2017

Londra per me è la prima volta in cui la vidi, grigia e fatata, dopo averla sognata per venticinque anni; è la prima vacanza lontana dall’Italia e dalla mia famiglia, il senso della libertà e della scoperta, la tappa che concluse un mese di studio della lingua inglese consumato a Bath; è un ostello bianco con le scalettine fuori nel quartiere indiano, i prezzi alti e il cibo osceno.
Londra è quando ci tornai un anno dopo insieme a lui, che non l’aveva ancora vista e che non esitò a mandare a monte il suo viaggio in Grecia per sedersi accanto a me sullo stesso aereo diretto in Inghilterra. E’ pomeriggi a zonzo per le strade e per i parchi, merende a suon di tè e di scones ripieni di burro salato e confettura; una foto sorridente sopra una panchina a gambe intrecciate, baci umidi sull’erba, il Notting Hill Carnival di fine agosto.
Londra è un anno dopo ancora, quando ci tornammo separatamente, dandoci però quella specie di appuntamento al buio, “ti aspetto tra un mese alle cinque in Piccadilly Circus”, senza possibilità di confermare né annullare, privi di recapiti e di cellulari come tanto bene vivevamo; è vederlo in mezzo a tanti e andargli incontro per riconoscerlo davvero grazie al suo profumo.
Londra poi non l’ho più vista, ma per me è ancora tutto questo, e non voglio pensarla violentata come dodici anni fa e come ieri.
Londra per me è una foto in bianco e nero scattata in direzione di una scala in Camden Town, dove passava tanta gente, e dove un ragazzo moro con la coda si voltò a guardarmi, e mi sorrise.

Ogni 7 febbraio

7 febbraio 2017

Ogni 7 febbraio si stupisce del fatto che io gli mandi gli auguri.
Sono passati ventitré anni da quando ero la sua professoressa d’Italiano.
“Pota profe, ma come fa a ricordarsi ancora del mio compleanno?!”
Pota, è anche il compleanno di Vascone.

Email da Bergamo

6 febbraio 2017

E’ stato mio alunno per due anni, venti anni fa.
Oggi mi ha scritto.

“Dammi una spiegazione al tempo che passa, dimmi cosa leggere e come respirare.”

E’ rimasto il ragazzo speciale che ricordavo.

Comunicazione minimale

28 novembre 2016

Da un passato abbastanza remoto è sbucato fuori un mio ex alunno.
Ci siamo ritrovati un giorno su whatsapp.
Da allora, di tanto in tanto, ci facciamo un salutino che segue sempre il medesimo invariato paradigma.
“Ehiiiiiiiiiiii” scrive lui.
“Ehiiiiiiiiiiii” rispondo io.
Tutto qua.
Nient’altro.

Così minimale, così perfetto.