Il primo anniversario

24 agosto 2018

A quest’ora, un anno fa preciso, lei era già in piedi, arzilla ed eccitata che non si teneva. Le amiche invece, ancora insonnolite e stropicciate, al massimo pensavano a fare colazione.
“Allora? Allora?? Allora??? Chi viene oggi con me?” chiedeva alle poverine. Erano giorni che le tartassava, vagolando piagnona e moccicosa per la casa e scordandosi perfino che era al mare. La spiaggia, il sole, l’acqua salata, l’abbronzatura, le ciane sotto l’ombrellone del Bagno Paradisino. Di nulla le importava. Tranne che di quell’appuntamento.
“Ti accompagno io” disse la Livia.
Avevano fissato per le cinque e mezzo. Faceva un caldo mostruoso, proprio quello che lei non sopportava perché non la faceva respirare, le toglieva la voglia di vivere, la annientava. Quel giorno il caldo manco lo sentiva. Sentiva invece il pizzicorino dell’eccitazione, quell’ansia bella che si ha per l’attesa di qualcosa di misterioso che s’immagina magnifico.
Le cinque e mezzo non arrivavano mai.
“Almeno vieni un’oretta sulla spiaggia insieme a noi -le dicevano- prendi un po’ di sole che pari Pippi Stinta.”
Si accampò sul grande terrazzo dell’appartamento, da sola, all’ombra, e attese.

“Oddio! Non ci posso credere! Ma ti rendi conto cosa stiamo andando a fare???”
“Sì. Cerca di stare calma però.”
“Non sto nella pelle! Come sarà? Sarà bello? Bellissimo? E se non scattasse la scintilla? Sai meglio di me che, se non scatta, c’è poco da fare.”
“Se non scatta giriamo i tacchi e ce ne andiamo.”
“Quanto ci vuole ad arrivare?”
“O quando vuoi ci voglia, siamo a San Vincenzo, s’ha da arrivare a Cecina. Un quarto d’ora e siamo lì.”
“Oddio che emozione! Sudo!!”
“Tu sudi perché fa caldo. Stai bonina, via.”
“Un appuntamento al buio e c’è un sole che spacca le pietre. Non ti sembra qualcosa di mistico, quasi di esoterico?”
“Mi sembra normale, è il 24 agosto e fa 40 gradi, accident’all’estate e a chi la vòle.”
“E’ un segno! Il 24 è per me un numero pieno di significati! Sono sicura che andrà tutto bene!”
“Speriamo, almeno tu l’abbozzi di piagnucolare e siamo tutte più contente.”
“Ma se invece andasse male?”
“Se va male te l’ho detto. Si ringrazia, si saluta, e ci si leva dalle palle.”
“Ma io voglio vada bene, non ce la faccio più a stare in questo stato!”
“Giù, mettiti un po’ zitta, siamo quasi arrivate.”

C’era un grande cancello, c’era una targa con un’immagine dipinta. C’era un nome in lingua inglese che tradotto diceva “Il Re degli Abbaioni”. Oltre il cancello c’era un viale verde che portava a una villa appollaiata su un giardino ben curato. C’era una donna che veniva loro incontro. E c’era lui.

(A Ubaldo detto Bobi, da un anno insieme a me)

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Un’altra Calabria

19 agosto 2018

Qualcosa come trent’anni fa il babbo e la mamma decisero di comprare una casa in Calabria.
Nessuno dei due vantava pur remote origini calabresi. Ma qualche estate prima eravamo andati tutti insieme là in vacanza e loro se ne erano innamorati.
“Ma che siete pazzi?!” urlavamo io e il Rondine, che avevamo lasciato il cuore sul golfo di Lacona e a Forio d’Ischia, fino a quel momento nostre mete annualmente reiterate.
“A noi ci garba” tagliavano corto i nostri genitori.
“E noi non ci verremo” replicavamo ricorrendo alla minaccia.
“Va bene, resterete a casa” perché raramente le minacce in casa nostra hanno funzionato.
“Ma ragionate in termini di tempo -adottavamo allora la prospettiva temporale- noi cresceremo e andremo in vacanza per i fatti nostri, mentre voi invecchierete e quei 750 chilometri di strada diventeranno impercorribili perché tu, mamma, vorrai un posto più vicino e tu, babbo, avrai sempre più difficoltà a guidare.”
Il babbo si toccava le palle per scaramanzia, la mamma diceva pensate ai cazzi vostri.
Comprarono quindi quella casa. Nel tempo, l’arredarono con gusto e la corredarono di ogni confort, compreso il climatizzatore.

Ci siamo sempre andati obtorto collo, quel posto non ci era familiare, era selvatico, troppo diverso dai luoghi a cui eravamo abituati, le spiagge non erano attrezzate, i paesini apparivano malconci, la gente parlava una lingua strana piena di vocali spalancate, buOngiOrnO, buOnasErA, tuttO a pOstO?
Il babbo e la mamma invece ogni volta che partivano alla volta calabrese parevano due pasque e quando tornavano la macchina straripava di limoni e puzzava di cipolle di Tropea.
Io e il Rondine crescemmo e, come da copione, prendemmo a viaggiare.
Il babbo e la mamma, contro ogni previsione apocalittica e favoriti entrambi dall’arrivo del pensionamento, seguitarono beati a scendere in Calabria quando gli pareva e gli piaceva, strinsero solide amicizie coi locali, diventarono intimi con Norina la verduraia, Nina e Antonio i villeggianti, Nello il titolare del ristorante Maris, Sina la fornaia e Osvaldo il pesciaiolo. Poco prima di morire, inferma sulla sedia di lillà, la mamma chiese al babbo un ultimo viaggio in Calabria, che poi l’ultimo non fu visto che il babbo ce la porta ancora sistemando sul sedile accanto al suo l’urna lignea con le ceneri.

Il Rondine si riavvicinò alla Calabria quando nacque il Frenky.
“Ma sai che ci si sta proprio bene? -diceva al suo ritorno- il mare è splendido, la gente è gentile, la casa confortevolissima. Per delle vacanze con un bambino è davvero l’ideale.”
Dato il mio stato di neomamma, tre settimane fa ho deciso di tornarci anch’io. Dall’ultima volta erano passati vent’anni. La Calabria mi è sembrata un’altra, i tartufi di Ercole nella piazza centrale a Pizzo, il pesce di Maris sulla spiaggia, il monte Mancuso dietro casa dove rifugiarsi nelle ore di calura, la bellissima Sila Grande col suo lago di Cecita e Camigliatello che sembra di essere sulle Dolomiti, la pizza al Tipiko di Amantea, il Museo della Lambretta a Feudo De Seta, il borgo di Le Castella a Isola Capo Rizzuto, il panorama sempre mozzafiato e due cene memorabili alla Torretta di Fiumefreddo, la verdura che sa di verdura, il piacere di cucinare. E tutte quelle cose che all’epoca non riconoscevo questa volta le ho sentite mie.
Il bambino, poi, si è divertito da morire.

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Quando eravamo bambini, la mamma e il babbo (con la gradita presenza della zia Lolly e dei cuginetti Simone e Gabriele) ci portavano spesso a Renacci, che è il nome di un poggio in punta al quale non c’è altro che una casona con una chiesina attaccata dietro e quasi sempre chiusa. A qualche centinaio di metri dal prato e dalla casona con la chiesina appiccicata al culo sorgeva la villa della principessa Corsini, una donnina che nessuno mai vedeva ma di cui tutti conoscevano i famosi maremmani, enormi cani bianchi che odiavano i frequentatori del pratone e di tanto in tanto si materializzavano seminando il panico. La cosa bella di questo Renacci era il prato. Un grande prato verde dove nascono speranze come, proprio in quegli anni, cantava Gianni Morandi. Noi ci si andava le sere d’estate a fare prodigiosi pic-nic. La mamma cucinava di tutto, ma il piatto forte era la sua panzanella, essenziale come la si fa noi valdarnesi, senza nemmeno il pomodoro, solo pane bagnato nell’acqua e poi strizzato forte forte, sbriciolato e condito con tantissima cipolla, costine di sedano, basilico a ciuffi, sale, olio e aceto, freschissima, perfetta per l’estate. La strada che portava al poggio era sterrata e polverosa, l’erba di quel prato più verde dell’erba di ogni immaginabile vicino. Da lassù s’intravedeva un pezzo di panorama a valle, ma San Giovanni era invisibile a causa di un bosco che ne impediva la contemplazione.
In quel bosco, quando era giovane e appena fidanzato, il babbo ci portava la mia mamma.
Da giovane il babbo fingeva di essere burbero e allergico alle romanticherie, gli piaceva fare il duro, il Gano (il duro di San Frediano), l’uomo tutto d’un pezzo che non deve chiedere mai, eppure quel giorno, proprio nel boschetto di Renacci, la sua natura da Julio Iglesias venne fuori: condusse la mamma sotto la Rosa dei Venti (una costruzione aperta ai lati sul cui apice era stata disegnata una rappresentazione grafica che riassumeva le provenienze dei venti presenti in quella determinata zona del mondo) e in alto, vicino a una colonna, non si sa bene con quale strumento scrisse (o forse incise) la frase “L’AMORE E’ COME LO SPUMANTE, PERCHE’ FRIZZA IN OGNI CUORE”. Oggi lo chiameremmo vandalo. All’epoca (e agli occhi della mamma) il gesto equivalse a un’impresa degna di Giacomo Casanova. Oggi avrebbe scritto champagne. All’epoca era grassa se poteva permettersi uno spumantino locale. Le cronache (che decidono di essere discrete proprio sul più bello) non narrano gli eventi immediatamente successivi al gesto del babbo. I figli di costui (una ragazzina sfacciata e un bambino mattacchione) avanzarono spesso l’ipotesi di un abbandono sensuale della mamma al babbo molto simile a quello della Duse al Vate nel celebre pineto della Versiliana, ma i due protagonisti di questa libidinosa storia non hanno mai dato conferme in tal senso. Fatto sta che il babbo si è sempre vantato moltissimo di quella giornata estiva in cui depose gli abiti dell’introverso per vestire quelli dell’intraprendente.

“Babbo, portiamo Bobi a Renacci a sgambare un poco sull’erba del pratone? Sono proprio curiosa di rivedere quel posto.”
“Volentieri. E già che ci siamo, andiamo anche alla Rosa dei Venti a rivedere la mia scritta.”

Ma la Rosa dei Venti, in totale stato di abbandono, sta cadendo a pezzi in mezzo al bosco; i rami degli alberi hanno abbracciato le colonne, l’intonaco si sta staccando e parte del tetto si è bucata che da sotto ci si vede il cielo. Di quella scritta, ridotta a calcinaccio, non è rimasta traccia. Il babbo è rimasto malissimo.
Ma l’amore è come lo spumante: nonostante tutto frizza ancora nel suo cuore.

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Se ci fosse stata lei

10 luglio 2018

Oggi sono tre anni che la mamma non c’è più.
In chiesa non ci vado mai, però stamani m’è presa così, sono scesa dall’autobus e mi sono trovata davanti quel portone spalancato. Ho messo il capino dentro, l’odore dell’incenso mi ha fottuta e sono entrata. Sono rimasta in fondo, appoggiata all’ultima panca, era prestissimo, non c’era nessuno. Il silenzio delle chiese taglia fuori il mondo e ti ovatta, ti protegge, e un po’ ti frega. Non mi veniva una preghiera, non mi riusciva mettere insieme un pensiero, me ne stavo lì così, passiva e ricettiva, in ascolto del niente.
Ma ecco, da un lato dell’altare, venirmi incontro un uomo. Cencioso, spettinato, con gli abiti che gli piangevano addosso, evidentemente sudicio e trascurato. Si è fermato alla mia altezza, ma non vicino a me, discosto, accanto a una colonna. Lo controllavo con la coda dell’occhio. Un leggero sciabordio ha rivelato che stava armeggiando all’acquasantiera. Ho voltato leggermente la testa e l’ho guardato.
Prima s’è lavato le mani. Poi già che c’era s’è dato una sciacquata al viso, alle cispe degli occhi, alle ragnatele delle orecchie. Una scena surreale, fantastica, che avrei voluto durasse ancora e ancora e ancora.
Invece quell’antipatico del sagrestano lo ha visto, lo ha raggiunto e lo ha cacciato.

Se ci fosse stata la mamma, dalle risate avrebbe cacciato anche noi due.

In vacanza con la moglie

7 luglio 2018

I giornali oggi hanno pubblicato la notizia di un uomo che, rimasto vedovo, ha portato con sé la foto incorniciata della moglie a Gaeta e ogni mattina la piazza su un muretto verso il mare per contemplarlo insieme a lei.
Capirai.
Mio padre, da quando la mamma non c’è più, ogni volta va in Calabria nella casetta che comprarono trentacinque anni fa, prende l’urna lignea con le ceneri e se la mette accanto in macchina, fanno il viaggio insieme e quando arriva la sistema sul comodino accanto al letto, con dei fiorellini freschi intorno.
Mentre guida, fa attenzione ad addolcire le curve perché Sgomèa era debole di stomaco e spesso “faceva i gattini” (vomitava gli occhi, n.d.r.).
Di tanto in tanto aggiorna me e il Rondine con foto in simultanea, attribuendo alla mamma probabili pensieri e considerazioni, raramente serie.
Una volta andò in Calabria con un ospite e mise l’urna nei sedili posteriori. A me e mio fratello scrisse “la mamma l’ha presa malissimo e ora è incazzata nera”.

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La Badiola

30 marzo 2018

La Badiola -un poggio sempre baciato dal sole alle spalle di San Giovanni- ha per me il sapore dei ricordi più struggenti. Quando ero una bambina il babbo e la mamma mi ci portavano spesso, per un pic nic, una passeggiata, noi tre da soli o con qualche parente molto amato, specialmente la zia Lolly. Ma quanto mi manca la zia Lolly? Tantissimo. E quanti anni erano che non ci tornavo? Tantissimi.
“Per salutarci prima della mia partenza per la Calabria -ha detto l’altro giorno il babbo- ti porto a pranzo al circolino della Badiola: sentirai come si mangia!”
C’era il sole, c’era il babbo e c’era Bobi. Il babbo aveva ragione: al circolino si mangia proprio bene.
“Quando io e la mamma s’era fidanzati -mi ha raccontato il babbo dopo pranzo camminando per i prati- si veniva sempre qua con la GS. Un giorno la si parcheggiò qui vicino al cimitero e poi ci s’imboscò un po’ tra le frasche a sbaciucchiarsi. E al ritorno (me lo ricordo come fosse ieri) c’era una serpe tutta acciambellata sul poggiapiedi.”
Bobi intanto spisciacchiava qua e là, contemplando il Pratomagno.
Siamo stati molto bene.

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Una casa di ricordi

15 febbraio 2018

C’era questa casa di campagna, scavallata la punta di Pratolino e imboccata la strada per Vincigliata, una colonica bellissima, i miei amici di un tempo che fu la presero in affitto per andarci il fine settimana, o d’estate, o quando gli pareva, fatto sta che c’era sempre gente che andava e che veniva, e feste notturne, e bivacchi diurni insieme ai nostri cani tutti distesi sulle coperte messe a terra, e passeggiate casuali per i campi senza recinzioni, e pomeriggi beatamente imbelli a fare il niente più assoluto a parte chiacchierare e raccontarsi e ridere e confidare o leggere in silenzio.
Io ci andavo sempre insieme a Nello e quando si arrivava il Buccino urlava ecco il presocraticooo, perché il mio primo cane pensava di essere un filosofo e si atteggiava a gran ruminante del pensiero. Un giorno però il Pilla mi coinvolse in una girata in due sulla bicicletta, lui a pedalare io di traverso sulla canna, e imboccammo l’asfaltata che portava alla villa padronale, ma Nello di rimanere affacciato al belvedere tutto solo come faceva spesso non volle saperne e ci seguì, sicché all’andata tutto bene perché era in salita e andavamo piano ansimando molto, ma al ritorno fu da sganasciarsi perché noi come due saette sulla bici e Nello a rotta di collo dietro, e per starci al passo si acquattava come fanno le automobili da corsa, tagliava l’aria come fa un rasoio sulla barba del mattino, e latrava perché aveva l’incubo di perdermi.

“Potremmo andare a Viliani a vedere come sta la colonica di allora, contemplare il panorama tutta la mattina e poi pranzare in quell’osteria piccola come una casa dove la signora Lucia cucina come fanno le mamme di famiglia.”
“Sì, volentieri.”

La colonica è in ristrutturazione.
Il panorama intatto.
La signora Lucia una mamma gentile che si dispiace quando non ha posto per te in quell’osteria piccola come una casa.

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Caro professore

4 novembre 2017

Sono in quinta, spiego il Decadentismo.
Il cellulare lo tengo sulla cattedra, silenzioso, per guardare l’ora e tararmi con i tempi della lezione. E poi perché se il babbo un giorno dovesse chiamare all’improvviso per un bisogno, voglio poter uscire dalla classe e chiedergli che accade.
S’illumina lo schermo, un messaggio. Un’occhiata fugace e leggo due nomi.
Interrompo bruscamente la lezione.
“Ragazzi, vi domando scusa, ma ho appena ricevuto un messaggio che devo assolutamente leggere. Posso?”
“Certo profe. Chi è?”
“E’ una mia compagna dei tempi dell’università. Mi scrive che questa sera in un circolo culturale di Figline Valdarno il mio professore di filosofia del liceo classico che frequentavo quando avevo i vostri anni terrà una lezione pubblica sulla rivoluzione russa.”
“Che botta di vita.”
“Voi non capite. Io amavo follemente quell’uomo.”
“In che senso?!”
“In entrambi i sensi, intellettuale, ma anche sentimentale. Lui era bellissimo e affascinante, carismatico e coltissimo, un narratore di storie straordinario. Lui era il Maestro che ciascuno nella propria vita dovrebbe avere la fortuna di incontrare. Le sue lezioni erano perle, il suo modo di spiegarci la storia e la filosofia incantava, passavamo ore a contemplarlo, imbambolate e innamoratissime della sua cultura e dei suoi magnifici occhi verdi.”
“Davvero???”
“Ragazzi, vi dico che eravamo perse. Era un insegnante eccezionale, aveva studiato alla Sorbonne di Parigi e si era laureato con Eugenio Garin. Tra lui e tutta la mia classe era nato un legame speciale, pensate che a primavera ci invitava nella sua casa in Chianti, passavamo un giorno intero tutti insieme a lui, che aveva anche un laghetto in mezzo al verde, mangiavamo insieme, discutevamo di filosofia, citavamo versi in latino, Tityre tu patulae recubans sub tegmine fagi silvestrem tenui musam meditaris avena nos patriae fines et dulcia linquimus arva nos patriam fugimus tu Tityre lentus in umbra formosam resonare doces Amaryllida silvas.”
“E quindi che farà stasera? Andrà a sentirlo parlare?”

Butto Bobi in macchina e alla faccia del maltempo imbocco l’autostrada.
A Figline ci arrivo con la nebbia, l’umido, il freddino stronzo che c’è solo in Valdarno, il mio Profondo Veneto che odio e amo, ti chiederai come faccio, ma avviene ed è la mia tortura.
Parcheggio, faccio svuotare la vescica a Bobi, lo rimetto in auto, stai buono qui, cerco il circolo culturale, salgo al primo piano, entro nel salone.

Caro professore, hai appena iniziato a parlare, ma mi guardi, strizzi gli occhi per mettermi a fuoco e fai la faccia seria e concentrata. Ti sorrido, e tu mi riconosci. Ringrazi i presenti per essere intervenuti e dici che tra il pubblico c’è una persona che non vedevi da trent’anni.
Trent’anni, professore. Io ero una ragazzina, tu eri un giovane uomo.
Hai perso i capelli nella parte apicale della testa e quelli che ti sono rimasti sui lati sono tutti bianchi. Sei un po’ ingobbito, inforchi gli occhiali da presbite per leggere. Ma sei sempre tu. La luce negli occhi che avevi quando ci facevi lezione al “Francesco Petrarca” è la stessa che vedo stasera. La tua voce delicata e lagnosa, la tua parlata lenta e dolce, niente è cambiato professore, a parte noi.

Hai portato con te alcuni volumi, li citi e ce li mostri, dici che non si può raccontare la rivoluzione russa senza prima aver raccontato la storia della Russia, un sesto delle terre emerse, settanta volte l’Italia, cento lingue diverse, all’inizio del Novecento il novanta per cento della popolazione formata da contadini, di cui l’ottanta per cento poveri, un contadino povero valeva meno di un cane da caccia buono, Mosca la terza Roma dopo Roma e Costantinopoli, la nascita della Russia che si perde nel tempo, il piede pesante dei Tartari dominatori, Ivan il Magnifico e il suo matrimonio, Ivan il Terribile e il suo sadismo, Pietro il Grande e San Pietroburgo, Caterina la Grande e la sua apertura all’Occidente, Alessandro I e Napoleone. La digressione sul lemma rivoluzione, d’origine astronomica. Ho scritto tutto, professore. Ho preso appunti come quando ero di banco accanto a Bianca di Savoia Aosta che mi distraeva mostrandomi ogni mattina i suoi jeans macchiati di caffellatte e delle zampe di uno dei suoi cani con la testa a proiettile. Come siamo stupidi a diciott’anni, come ci lasciamo distrarre da tutto e seguiamo a singhiozzo le lezioni dei professori, come perdiamo occasioni preziose che non torneranno mai più. Ma tu stasera sei tornato, professore, e io non mi perdo una sola parola di quelle che dici, e quando la mia compagna d’università che mi siede accanto mi bisbiglia parole d’emozione perché anche con lei non ci vediamo da anni le dico: stiamo zitte, sennò Sergio mi fa una fetta di merda come quelle che mi faceva a scuola, tipo quella volta che venni in classe in canottierina e tu sdegnato mi chiamasti tipa-da-spiaggia, o quella volta in cui non avevo voglia di ascoltarti e m’infilai gli auricolari nascondendoli sotto i capelli e tu mi beccasti, o quell’altra ancora in cui all’intervallo mi misi a gridare accorr’uomo accorr’uomo, e tu entrasti all’improvviso e mi dicesti che ero cretina. C’erano anche le volte in cui mi apprezzavi, quella volta che facemmo la verifica scritta su Socrate e tu dicesti che scrivevo bene e io mi fidai.

Anche stasera mi hai fatto i complimenti, professore. Sapevi tutto di me, anche che pochi giorni fa ho parlato di Lorenzo Milani alle Murate. Io non so niente di te, ma ricordo tutto. Lo sai che a volte prenoto un tavolo nei ristoranti lasciando come nome Alessia Papilova? Lo sai che ogni volta che mangio fragole e panna penso a te? Lo sai che quando metto a bollire i cavolini di Bruxelles rivedo il tuo sorriso sornione?
Anche stasera hai fatto quel sorriso. Era quello che facevi quando decidevi di prenderci in giro, quando sgattaiolavi dal seminato del programma e partivi per una tangente tutta tua dietro la quale noi ti seguivamo ciechi di fiducia. Pendevamo dalle tue labbra, e Dudda divenne per noi davvero l’ombelico del mondo che dicevi tu.

Caro professore, è stato bellissimo riascoltarti parlare, sentire che usi ancora l’intercalare di quel tempo (voi capite bene) e l’espressione che usavi quando ci dicevi qualcosa d’importante (mica noccioline), vedere che sei invecchiato ma essere felice perché con te sono invecchiata anch’io, constatare che anche invecchiando si può conservare la luce negli occhi che danno solo la conoscenza, la curiosità, la voglia di dire e lasciare qualcosa nel cuore degli altri.
Mentre ti ascoltavo ho scritto un messaggio ai miei ragazzi e alle mie ragazze di quinta. Ho detto loro che stavo sedendo di fronte a te e che l’emozione era indescrivibile. Ho scritto loro della tua luce negli occhi.
Loro mi hanno risposto che tra trent’anni incontreranno me e diranno la stessa cosa. E io ho pensato: magari.

(a Sergio Sammicheli, il mio Maestro)

Cara mamma, ti scrivo

12 ottobre 2017

Cara mamma,
ti scrivo per raccontarti di questi giorni passati nel Profondo Veneto, a casa nostra, al sesto piano del nostro Cimbellone. Ho preso un permesso per assentarmi dalla scuola e stare insieme al Rondine accanto al babbo, ricoverato in ospedale per tre giorni. Sta bene, non ti preoccupare, hanno fatto un piccolo intervento, ma il suo cuore pompa e adesso quel dolore in mezzo al petto non lo sente più. Tornare in quel casermone di cui tu sei stata prigioniera per tre mesi ha fatto male a tutti e tre, al babbo soprattutto, che ha passato le sue ore di degenza a chiedersi come tu abbia fatto a resistere così a lungo in un luogo tanto triste. Ti abbiamo pensata e rammentata in continuazione, la buttavamo un po’ sul ridere, ti ricordi la mamma come biascicava a bocca storta il petto di pollo bianco cadaverico che servono in corsia, ti ricordi la mamma come discuteva con il crocifisso appeso al muro e gli diceva a brutto muso questa non me la dovevi fare, ti ricordi la mamma quando ci diceva andate via e s’era arrivati da un minuto. Il babbo in ospedale è stato più dolce e malleabile di te, per questo forse mi faceva un’infinita tenerezza, perso nei suoi rendiconti esistenziali, mentre diceva certo nella vita io sono stato fortunato, non ho mai avuto un male serio, e guarda che figlioli belli ho fatto, per fare te io e la mamma ci si mise tre mesi ché non ci riusciva metterti insieme né bene né male, (e poi una paura che tu venissi racchia), invece tuo fratello al primo colpo era già lì, e la mamma la mattina dopo vomitò anche gli occhi.
Quando venivo via dall’ospedale andavo a casa nostra. Non c’ero mai stata tutta sola in quella casa dove sono nata e cresciuta, quando non c’eri tu c’era il babbo, quando non c’era il Rondine c’eravate voi. Senza nessuno pensavo che non ci avrei resistito per mezz’ora, e invece mamma sai cosa ho fatto? Mi sono messa a toccare tutte le tue cose. Ho aperto gli armadi, tirato i cassetti, e messo le mani tra i tuoi vestiti, che sono ancora tutti là, dove li hai lasciati tu, puliti profumati e piegati alla perfezione come facevi sempre, e li ho presi, li ho indossati, li ho tenuti un poco addosso, mi sono specchiata, per rivederti una volta ancora.
Poi andavo a letto e non mi sentivo sola: a parte Bobi appiccicato a me come ogni notte, c’eri anche tu, nella tua scatolina in legno circondata da tutte le piantine che ti arrivano in regalo nelle date da ricordare. Ho dormito nel tuo lato, poggiando la testa sopra il tuo guanciale, sotto il piumone leggero e caldissimo con cui ti coprivi nelle notti fredde, mentre con i piedi andavi a cercare le pieghe del babbo per incastrarceli in mezzo.
L’indomani la giornata iniziava sempre molto presto, con il Rondine ci trovavamo per fare colazione insieme e per far correre Bobi nel parco dell’ospedale. Guardalo mamma, com’è bello. Ogni volta che lo guardo, penso che avrei dovuto prenderlo molto prima, quando tu c’eri ancora.

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L’eterno riposo

6 settembre 2017

Quando mi trasferii in questa casa, ne combinai subito una.
Un giorno assolatissimo ed afoso, rientrando da non so più dove, entrata nel parcheggio privato condominiale, nel fare una manovra distratta dalle note di una canzone di Vasco (ma dove vai, ma dove vai, tanto oramai sei mia), urtai distrattamente uno scooter. Detto scooter andò ad adagiarsi sul vetro della porta di un garage, che si frantumò in mille pezzi. Scesa dall’auto per sollevare lo scooter (oh issa oh issa), me lo vidi scivolare dalle mani e andare a schiantarsi su una macchina nei pressi parcheggiata.
Porta a vetri del garage, scooter e macchina ammaccata appartenevano ai medesimi proprietari.
Richiamati dal grandissimo casino di vetri rotti e lamiere contorte, si affacciarono alla finestra: marito, moglie, figlio maschio e figlia femmina.
Incazzati neri.

Alzai le mani, dichiarai il mio nome e il mio cognome, dissi che ero assicurata.
M’invitarono a salire.
Mi offrirono dell’acqua fresca.
Lasciai i miei dati.
Mi lasciarono i loro.
A tutto il resto pensò l’assicurazione.

Ma noi ci eravamo scambiati i numeri di telefono.
Diventammo incredibilmente amici.
La figlia lavorava a Istanbul.
Il figlio, dopo il lavoro, passava tutti i giorni a salutare i suoi.
La madre a un certo punto raggiunse la figlia nella città turca.
Il padre, rimasto solo, oziava spesso sotto casa aspettando che qualcuno si fermasse a fare due parole.
Mi fermai spessissimo con lui.

Ieri il padre è morto.
I figli mi hanno scritto per farmelo sapere.
Sono andata al funerale.
Durante la funzione ho scoperto che il padre è stato un giocatore della Fiorentina negli anni Cinquanta.
Che andò poi a giocare a Torino poco dopo la tragedia di Superga.
Che poi passò al Livorno.
E infine divenne un amatissimo allenatore dei giovani gigliati.
E insomma mi son detta com’è strana la vita.
Un giorno parcheggiando spacchi la porta del garage, lo scooter e l’automobile a qualcuno.
E quel qualcuno entra nella tua esistenza in punta di piedi.
Ma per sempre.