Sesso online

3 novembre 2018

I due agghiaccianti episodi che nei giorni hanno fatto emergere i video -passati di telefonino in telefonino- in cui dei bambini erano intenti a praticare sesso completo, mi hanno fatto tornare molto indietro con la memoria.
Il mio approccio (teorico) alla sessualità iniziò a 7 anni. Avevo da poco imparato a leggere e il babbo e la mamma mi regalarono un librino che conservo ancora gelosamente, Come nascono i bambini, copertina rigida celeste e l’immagine di una famiglia che sembrava ritagliata da un cartoncino color carne. Dedicammo diverse serate alla lettura condivisa di quel libro, che partiva dai fiori e dalle api, passava poi al gallo e alla gallina, virava verso il cane e la cagnolina, per approdare infine all’uomo e alla donna. Il lessico era preciso, tecnico, asciutto, assolutamente privo di fronzoli e nomignoli, e il mio vocabolario assimilò con naturalezza quei lemmi scientifici con cui, anni e anni dopo, si sarebbe espressa la mia prima ginecologa. Ogni mio dubbio trovò l’amorosa e delicata risposta del mio babbo e della mia mamma e io giunsi serena anche al giorno dello sviluppo femminile, che sfortunatamente avvenne durante una lezione a scuola ma che affrontai con una consapevolezza tale da stupire perfino la maestra. Poi crebbi. E, quando divenni adolescente, mi tolsi i dubbi residui documentandomi tra le pagine di Duepiù, la rivista di educazione sessuale che furoreggiava ai tempi. Il sesso ai miei occhi non è mai stato sporco, peccaminoso, né volgare, perché dietro c’era questa storia di amore, presenza e informazione.
Con sgomento mi domando cosa possa essere il sesso per i bambini e per i ragazzi di oggi, a cui può capitare (e purtroppo capita più spesso di quanto non crediamo) di trovarsi davanti, riprodotto dal proprio cellulare, un video sconcio e vomitevole che ha per protagonisti dei coetanei. Mi chiedo quale idea possano farsi della sessualità i nostri adolescenti che sistematicamente, sui gruppi whatsapp di cui fanno parte, si vedono notificare foto di atti intimi scattate e diffuse in tempo reale dai protagonisti, talora all’insaputa di uno dei soggetti coinvolti. E m’interrogo su quali possano essere, a lungo andare, gli effetti di questa sovraesposizione mediatica attuata o subìta di continuo dai nostri ragazzi, che proprio per questo sembrano diventare sempre più impermeabili, indifferenti, cinici e freddi davanti all’orrore.
L’ho chiesto ai miei studenti: cosa si prova a essere involontari spettatori dell’osceno, come si può arginare questo mostruoso rituale, come si fa a gestire un fenomeno sempre meno sotterraneo e sempre più sfacciato e inverecondo. E loro (come me) non hanno avuto dubbi nel suggerire la soluzione che, come in un cerchio perfetto, riporta tutto là da dove è partita questa storia: i genitori. Si tratta di attenzione, di cura, di presenza. E, perché no, anche di controllo.

(domani sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

In cammino

12 luglio 2018

Buonasera professoressa! Un abbraccio dal Cammino di Santiago, la pensiamo molto.

A volte bastano una foto e un sms come questo. E il cuore ti si scioglie.

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La gioia e il dolore

24 luglio 2017

“Non devi dire così, non devi neanche pensarlo. Non puoi pensare di aver sbagliato a dire di sì al Moro e ad accettare di tenere Vanda. Il mese di luglio ti è volato, siete state felicissime insieme. Ma la vita non è fatta solo di gioie. E quando si ama tanto qualcuno o qualcosa, bisogna essere disposti a prendere la gioia che verrà da quell’amore, ma anche il dolore. Non puoi rinunciare a provare e dare amore, per paura di soffrire. Pensi davvero di poter evitare la sofferenza? E poi, nel nome di che tipo di vita? Una vita al sicuro dal dolore, ma anche priva di tutta la gioia che lo precede o lo segue, insomma, che inevitabilmente lo accompagna.”

Diceva così, mentre io piangevo e tiravo su col naso, maledicendo me stessa per aver detto sì al Moro ed essermi presa una responsabilità così grossa.
Mentre lo ascoltavo mi sono accorta che nella vita ho rinunciato a grandissime gioie, per la paura di possibili dolori.
E ho pianto ancora di più.

Modena Park

21 giugno 2017

A me, il fatto che il primo di luglio, in occasione e a causa del concerto di Vasco Rossi a Modena, nelle scuole superiori della zona non si faranno gli orali della maturità, mi fa schiantare dal ridere e contemporaneamente mi commuove.
#solovascofermalascuola.

Scegli bene la persona da cui farti guidare.
Fatti spiegare nei dettagli il suo stile di guida e l’itinerario pensato.
Porta con te una penna e un taccuino, insieme alla parte più autentica di te.
Accetta di lasciare a casa tutto quello che non serve, scatole, scuse, maschere, trucchi, borse, difese.
Contempla l’eventualità che possa essere, per molti tratti, un viaggio nel dolore.
Preparati a incontrare anche persone che non vedi da trent’anni, persone a cui non ripensi da tempo e a cui non davi più importanza, persone a cui invece pensi tutti i giorni, persone che non vedrai mai più, che sono morte.
Preparati a scoperchiare vasi, a dare un nome alle cose.
Domandati: sono pronta a non essere più quella che sono stata finora?
Se la risposta è sì, allora puoi partire.
Annaffia in abbondanza le piante di casa, chiudi bene la porta, sarà un lungo viaggio.
Torna tardi, buona fortuna.

Guardare avanti

3 marzo 2016

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Il primo Natale

26 dicembre 2015

Io non mi vergogno a dirlo: a me il Natale piace. Mi piace tantissimo aspettarlo, fare la conta dei giorni che mancano alla chiusura delle scuole, vedere la città bardata a festa che diventa un po’ pacchiana, ficcarmi nelle strade che rigonfiano di gente, dire ma che freddo fa anche se non fa. E mi piace anche quando arriva, anche quando mi delude. Perché diciamolo, è specialità propria del Natale deludere le aspettative e metterci un carico di stress legato agli obblighi e alle convenzioni.
Ma non quest’anno.
Quest’anno il Natale me lo sono fatto su misura, come piaceva a me, ascoltando ciò che il corpo mi chiedeva. La notte della vigilia mi ha chiesto: portami in un posto che non sia bardato né pacchiano, un posto lontano ma non troppo, isolato ma non deserto, mistico ma non retorico. Portami in una chiesa che non sia una chiesa. Un luogo che sia fraterno anche senza conoscere nessuno.
E io l’ho portato da don Gigi.

Luigi Verdi era un ragazzo quando io ero una cittina. Sangiovannese come me, ha otto anni più di me. Si andava all’Oratorio d’inverno e a Gastra d’estate. Si passava molto tempo insieme, ma non si parlava quasi mai. Gigi era timido, timidissimo, bastava che lo guardassi perché si facesse rosso, ma tutto, guance, naso, orecchie. Testa e occhi bassi. Sorriso sornione e delicato. Mai una parola fuori posto, Gigi, mai un eccesso, molto silenzio. In casa sua erano cinque fratelli, quattro dei quali maschi, tutti strampalati. Una delle famiglie più povere di San Giovanni. Il suo babbo Vasco faceva lo spazzino, la sua mamma non lo so. Gigi la domenica andava a distribuire “L’Unità” di porta in porta, il raccolto lo consegnava alla Casa del Popolo di via Mannozzi, poi veniva dal prete al campettino: don Giovanni era l’unico che gli garbava, differente da tutti quelli di prima, gli dava da leggere un monte di libri, gli insegnava un po’ di latino e greco, non lo giudicava mai, lo accoglieva e basta. Finché Gigi decise che voleva fare il prete anche lui. Mancapoco Vasco se lo mette all’anima. Ma Gigi non intese: mollò tutto e infilò in seminario a Fiesole. Ne uscì prima diacono, poi sacerdote, insieme ad altri due ragazzi come lui. Solo che loro furono destinati in due paesoni del Valdarno, luoghi noti, vivaci, popolati da tanta gente, tanti giovani. Gigi invece fu spedito in Casentino, la valle che corre parallela al Valdarno, geograficamente bellissima ma logisticamente eremitica. Tempo poco e dette di matto. Ebbe una crisona di dimensioni tali che fece lo zaino e partì per l’America Latina. Fece il deserto. Incontrò un bambino lungo un fiume che lo abbracciò senza dirgli niente. Conobbe i poveri, quelli veri, ancora più poveri di come era stato lui.
Quando tornò, andò dal vescovo e gli disse: sèguito a fare il prete, ma come dico io. E come dici? gli domandò il vescovo. Gigi si fece dare una pieve abbandonata e semidistrutta, sempre in Casentino. Voglio quella, disse al vescovo, e il vescovo gli disse mi sta bene, prendila.

La Pieve di Romena, oggi, è un gioiello.
Gigi l’ha ricostruita come fece Francesco a San Damiano. Prima da solo. Poi con la poca gente che ci si affacciava a curiosare. Infine con un popolo che ora giunge da tutta Italia pur di ascoltare cosa c’ha da dire. Gigi dice sempre cose forti, ma le dice in modo delicato. Tira schiaffoni che assomigliano a carezze. Più che di Dio parla dell’uomo, parla di noi, di come siamo, di come stiamo.
Alla veglia di Natale Romena era stracolma.
Noi ci siamo arrivati scollinando la Consuma, dopo una sosta al rifugio in legno a bere un bombardino in compagnia di tanti come noi che arrivavano da tutte le parti della Toscana e dell’Italia.
Dopo tutte quelle curve, il colpo d’occhio della pieve illuminata in mezzo al buio di un campo ci ha lasciati senza fiato.
Nella chiesa Gigi non ci tiene le panche. Via tutto, in terra solo stuoie giganti, si sta a gambe incrociate sul duro della pietra. Neanche lui sta all’altare come fanno i preti: siede sui gradini, con la gente accanto, i bambini che gli s’addormentano ai piedi, le signore che si portano il cuscino o la seggiola da casa, gli omini che s’appoggiano alle colonne, i giovani che stanno ritti, seduti, distesi, abbracciati. A Gigi, tanto, gli va bene in tutti i modi.
All’omelia ha detto poche cose, chiare, scarne, essenziali. Cinque punti, chi mi sono scritta sulla mano per non me li scordare: 1. Tornare a vedere il mondo nudo, senza maschere né veli; 2. Ricominciare a gridare, perché nel grido i polmoni si rafforzano; 3. Riprendersi il futuro tra le mani e non aver paura di sporcarsele; 4. Muoversi. Perché se ti muovi infinite cose accadono; 5. Non temere i colpi duri della vita: beati coloro che nei momenti bui non sono scappati.

E ho pensato a te, mamma. A come ti piaceva ogni tanto, la domenica, andare a trovare quel ragazzo che avevi visto crescere e di cui stimavi l’esperienza. E a quanto mi rompevi i coglioni perché volevi sempre che a trovarlo c’andassi anch’io. E io per picca non ci andavo ma anzi, ti sbattevo in faccia la mia fiera metamorfosi ideologica: mamma, io non ci credo più a queste fandonie, mi son venute a noia, Cristo, la Madonna, i Santi, non me ne frega niente, mi lasci in pace o no.
Ma questo è stato il primo Natale senza te.
E io, forse, da Gigi ci sono andata proprio per cercarti.

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15 novembre 2015

La prima volta che vidi Parigi fu tanti anni fa.
Ci andammo d’inverno, sotto le vacanze di Natale, faceva un freddo cane e meraviglioso, io indossavo un cappellone nero, lui un giubbottone verde, dormivamo all’Hotel Printania, divoravamo i boulevards coi piedi e le baguettes coi denti.
Sulla collina di Montmartre c’imbattemmo nell’unica italiana che non avremmo mai voluto incontrare, ci beccò con una crepes per uno in bocca, dopo il panico per fortuna ci prese il ridere.
Non entrammo al Louvre e neanche al Musée d’Orsay, vagabondammo per i quartieri tipici e galleggiammo sull’Ile de la Cite.
Quando il vento ci pungeva troppo le mani e il viso, ci rifugiavamo in albergo e ci scaldavamo nel metodo più naturale e più bello del mondo.
La notte dell’ultimo dell’anno cenammo in un ristorante chic che alla fine della cena chiamò la polizia apposta per noi.
A mezzanotte eravamo sugli Champs-Élysées, lui ebbe in odio tutti quei bonne anne bonne anne accompagnati ai baci degli sconosciuti.
Visitammo il Père Lachaise, sostammo a lungo sulla solita tomba.
Alla Tour Eiffel facemmo una litigata di dimensioni epiche.
Fu una vacanza indimenticabile.
E infatti ci penso ancora, ora che Parigi l’hanno sventrata, privandola per sempre della serenità.

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Il parco dorato

3 novembre 2015

Il parco che abbraccia il liceo s’è fatto dorato.
Io lo percorro e ogni giorno spero di trovarci qualcuno che abbracci me.

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Terremoto

13 settembre 2015

Alle 3:05 di questa notte un boato ha svegliato Firenze.
Il mio palazzo oscillava come un pendolo.
Il lettone scivolava sul parquet.
Occhi sbarrati e cuore in gola, ho creduto che la fine stesse giungendo.
Ho pensato a tutto quello che voglio ancora fare, a tutto quello che mi aspetta a breve, a tutto quello che sogno e che desidero, a tutto quello che mi merito.
E ho sentito che mi sarebbe dispiaciuto tanto doverci rinunciare per un sussulto della terra.