La gioia e il dolore

24 luglio 2017

“Non devi dire così, non devi neanche pensarlo. Non puoi pensare di aver sbagliato a dire di sì al Moro e ad accettare di tenere Vanda. Il mese di luglio ti è volato, siete state felicissime insieme. Ma la vita non è fatta solo di gioie. E quando si ama tanto qualcuno o qualcosa, bisogna essere disposti a prendere la gioia che verrà da quell’amore, ma anche il dolore. Non puoi rinunciare a provare e dare amore, per paura di soffrire. Pensi davvero di poter evitare la sofferenza? E poi, nel nome di che tipo di vita? Una vita al sicuro dal dolore, ma anche priva di tutta la gioia che lo precede o lo segue, insomma, che inevitabilmente lo accompagna.”

Diceva così, mentre io piangevo e tiravo su col naso, maledicendo me stessa per aver detto sì al Moro ed essermi presa una responsabilità così grossa.
Mentre lo ascoltavo mi sono accorta che nella vita ho rinunciato a grandissime gioie, per la paura di possibili dolori.
E ho pianto ancora di più.

Modena Park

21 giugno 2017

A me, il fatto che il primo di luglio, in occasione e a causa del concerto di Vasco Rossi a Modena, nelle scuole superiori della zona non si faranno gli orali della maturità, mi fa schiantare dal ridere e contemporaneamente mi commuove.
#solovascofermalascuola.

Scegli bene la persona da cui farti guidare.
Fatti spiegare nei dettagli il suo stile di guida e l’itinerario pensato.
Porta con te una penna e un taccuino, insieme alla parte più autentica di te.
Accetta di lasciare a casa tutto quello che non serve, scatole, scuse, maschere, trucchi, borse, difese.
Contempla l’eventualità che possa essere, per molti tratti, un viaggio nel dolore.
Preparati a incontrare anche persone che non vedi da trent’anni, persone a cui non ripensi da tempo e a cui non davi più importanza, persone a cui invece pensi tutti i giorni, persone che non vedrai mai più, che sono morte.
Preparati a scoperchiare vasi, a dare un nome alle cose.
Domandati: sono pronta a non essere più quella che sono stata finora?
Se la risposta è sì, allora puoi partire.
Annaffia in abbondanza le piante di casa, chiudi bene la porta, sarà un lungo viaggio.
Torna tardi, buona fortuna.

Guardare avanti

3 marzo 2016

IMG_1209

Il primo Natale

26 dicembre 2015

Io non mi vergogno a dirlo: a me il Natale piace. Mi piace tantissimo aspettarlo, fare la conta dei giorni che mancano alla chiusura delle scuole, vedere la città bardata a festa che diventa un po’ pacchiana, ficcarmi nelle strade che rigonfiano di gente, dire ma che freddo fa anche se non fa. E mi piace anche quando arriva, anche quando mi delude. Perché diciamolo, è specialità propria del Natale deludere le aspettative e metterci un carico di stress legato agli obblighi e alle convenzioni.
Ma non quest’anno.
Quest’anno il Natale me lo sono fatto su misura, come piaceva a me, ascoltando ciò che il corpo mi chiedeva. La notte della vigilia mi ha chiesto: portami in un posto che non sia bardato né pacchiano, un posto lontano ma non troppo, isolato ma non deserto, mistico ma non retorico. Portami in una chiesa che non sia una chiesa. Un luogo che sia fraterno anche senza conoscere nessuno.
E io l’ho portato da don Gigi.

Luigi Verdi era un ragazzo quando io ero una cittina. Sangiovannese come me, ha otto anni più di me. Si andava all’Oratorio d’inverno e a Gastra d’estate. Si passava molto tempo insieme, ma non si parlava quasi mai. Gigi era timido, timidissimo, bastava che lo guardassi perché si facesse rosso, ma tutto, guance, naso, orecchie. Testa e occhi bassi. Sorriso sornione e delicato. Mai una parola fuori posto, Gigi, mai un eccesso, molto silenzio. In casa sua erano cinque fratelli, quattro dei quali maschi, tutti strampalati. Una delle famiglie più povere di San Giovanni. Il suo babbo Vasco faceva lo spazzino, la sua mamma non lo so. Gigi la domenica andava a distribuire “L’Unità” di porta in porta, il raccolto lo consegnava alla Casa del Popolo di via Mannozzi, poi veniva dal prete al campettino: don Giovanni era l’unico che gli garbava, differente da tutti quelli di prima, gli dava da leggere un monte di libri, gli insegnava un po’ di latino e greco, non lo giudicava mai, lo accoglieva e basta. Finché Gigi decise che voleva fare il prete anche lui. Mancapoco Vasco se lo mette all’anima. Ma Gigi non intese: mollò tutto e infilò in seminario a Fiesole. Ne uscì prima diacono, poi sacerdote, insieme ad altri due ragazzi come lui. Solo che loro furono destinati in due paesoni del Valdarno, luoghi noti, vivaci, popolati da tanta gente, tanti giovani. Gigi invece fu spedito in Casentino, la valle che corre parallela al Valdarno, geograficamente bellissima ma logisticamente eremitica. Tempo poco e dette di matto. Ebbe una crisona di dimensioni tali che fece lo zaino e partì per l’America Latina. Fece il deserto. Incontrò un bambino lungo un fiume che lo abbracciò senza dirgli niente. Conobbe i poveri, quelli veri, ancora più poveri di come era stato lui.
Quando tornò, andò dal vescovo e gli disse: sèguito a fare il prete, ma come dico io. E come dici? gli domandò il vescovo. Gigi si fece dare una pieve abbandonata e semidistrutta, sempre in Casentino. Voglio quella, disse al vescovo, e il vescovo gli disse mi sta bene, prendila.

La Pieve di Romena, oggi, è un gioiello.
Gigi l’ha ricostruita come fece Francesco a San Damiano. Prima da solo. Poi con la poca gente che ci si affacciava a curiosare. Infine con un popolo che ora giunge da tutta Italia pur di ascoltare cosa c’ha da dire. Gigi dice sempre cose forti, ma le dice in modo delicato. Tira schiaffoni che assomigliano a carezze. Più che di Dio parla dell’uomo, parla di noi, di come siamo, di come stiamo.
Alla veglia di Natale Romena era stracolma.
Noi ci siamo arrivati scollinando la Consuma, dopo una sosta al rifugio in legno a bere un bombardino in compagnia di tanti come noi che arrivavano da tutte le parti della Toscana e dell’Italia.
Dopo tutte quelle curve, il colpo d’occhio della pieve illuminata in mezzo al buio di un campo ci ha lasciati senza fiato.
Nella chiesa Gigi non ci tiene le panche. Via tutto, in terra solo stuoie giganti, si sta a gambe incrociate sul duro della pietra. Neanche lui sta all’altare come fanno i preti: siede sui gradini, con la gente accanto, i bambini che gli s’addormentano ai piedi, le signore che si portano il cuscino o la seggiola da casa, gli omini che s’appoggiano alle colonne, i giovani che stanno ritti, seduti, distesi, abbracciati. A Gigi, tanto, gli va bene in tutti i modi.
All’omelia ha detto poche cose, chiare, scarne, essenziali. Cinque punti, chi mi sono scritta sulla mano per non me li scordare: 1. Tornare a vedere il mondo nudo, senza maschere né veli; 2. Ricominciare a gridare, perché nel grido i polmoni si rafforzano; 3. Riprendersi il futuro tra le mani e non aver paura di sporcarsele; 4. Muoversi. Perché se ti muovi infinite cose accadono; 5. Non temere i colpi duri della vita: beati coloro che nei momenti bui non sono scappati.

E ho pensato a te, mamma. A come ti piaceva ogni tanto, la domenica, andare a trovare quel ragazzo che avevi visto crescere e di cui stimavi l’esperienza. E a quanto mi rompevi i coglioni perché volevi sempre che a trovarlo c’andassi anch’io. E io per picca non ci andavo ma anzi, ti sbattevo in faccia la mia fiera metamorfosi ideologica: mamma, io non ci credo più a queste fandonie, mi son venute a noia, Cristo, la Madonna, i Santi, non me ne frega niente, mi lasci in pace o no.
Ma questo è stato il primo Natale senza te.
E io, forse, da Gigi ci sono andata proprio per cercarti.

FullSizeRender(33)

Paris sera toujours Paris

15 novembre 2015

La prima volta che vidi Parigi fu tanti anni fa.
Ci andammo d’inverno, sotto le vacanze di Natale, faceva un freddo cane e meraviglioso, io indossavo un cappellone nero, lui un giubbottone verde, dormivamo all’Hotel Printania, divoravamo i boulevards coi piedi e le baguettes coi denti.
Sulla collina di Montmartre c’imbattemmo nell’unica italiana che non avremmo mai voluto incontrare, ci beccò con una crepes per uno in bocca, dopo il panico per fortuna ci prese il ridere.
Non entrammo al Louvre e neanche al Musée d’Orsay, vagabondammo per i quartieri tipici e galleggiammo sull’Ile de la Cite.
Quando il vento ci pungeva troppo le mani e il viso, ci rifugiavamo in albergo e ci scaldavamo nel metodo più naturale e più bello del mondo.
La notte dell’ultimo dell’anno cenammo in un ristorante chic che alla fine della cena chiamò la polizia apposta per noi.
A mezzanotte eravamo sugli Champs-Élysées, lui ebbe in odio tutti quei bonne anne bonne anne accompagnati ai baci degli sconosciuti.
Visitammo il Père Lachaise, sostammo a lungo sulla solita tomba.
Alla Tour Eiffel facemmo una litigata di dimensioni epiche.
Fu una vacanza indimenticabile.
E infatti ci penso ancora, ora che Parigi l’hanno sventrata, privandola per sempre della serenità.

image1

Il parco dorato

3 novembre 2015

Il parco che abbraccia il liceo s’è fatto dorato.
Io lo percorro e ogni giorno spero di trovarci qualcuno che abbracci me.

IMG_9063

Terremoto

13 settembre 2015

Alle 3:05 di questa notte un boato ha svegliato Firenze.
Il mio palazzo oscillava come un pendolo.
Il lettone scivolava sul parquet.
Occhi sbarrati e cuore in gola, ho creduto che la fine stesse giungendo.
Ho pensato a tutto quello che voglio ancora fare, a tutto quello che mi aspetta a breve, a tutto quello che sogno e che desidero, a tutto quello che mi merito.
E ho sentito che mi sarebbe dispiaciuto tanto doverci rinunciare per un sussulto della terra.

Il segreto per capire

3 settembre 2015

All’ufficio della Polizia Municipale dove vado per chiedere se col mio contrassegno posso parcheggiare nella zona del liceo (no), incontro un ex alunno.
Si è diplomato l’anno scorso, io lo ebbi in classe per due anni, seconda e terza.
Era un bimbo. Biondo e bello. Ora è un uomo. Sempre biondo e sempre bello.
Ci abbracciamo e speriamo che il nostro turno giunga tardi: abbiamo un anno da raccontarci.
“Profe, ti do del tu” osa.
“Naturalmente” dico.
“E ti chiamo Anto” aggiunge.
“Splendido” commento.
E così prima mi dice che al lavoro lo pagano benissimo (piglia più di me, n.d.s., nota della sfigata), che tra quattro giorni gli arriva una macchina da urlo, che questa estate ha fatto un bel viaggio, che i soldi che guadagna se li gode tutti come gli ho insegnato a fare io in ore e ore di lezioni ad hoc.
Poi ovviamente si vira sull’amore.
“Anto, dimmi una cosa: qual è il segreto per capire quando siamo veramente innamorati di qualcuno?”

Quando le tue priorità si rovesciano.
Quando pensi alla tua felicità in relazione alla sua.
Quando stare senza vederlo e senza sentire la sua voce comporta la perdita del senno.
Quando ti vanno via fame sete e sonno tutti in una volta.
Quando l’adrenalina che ti gira addosso ti tiene in vita anche se non mangi non bevi e non dormi.
Quando tutto l’impossibile ti sembra improvvisamente realizzabile.
Quando non t’importa più assolutamente niente di tutto quello che fino ad allora ti era sembrato così importante.
Quando pensi di poter stravolgere tutta la tua vita pur di stare insieme a lui.
Quando sei disposta a mollare tutto quello che hai perché se non hai lui ti sembra di non avere nulla.
Quando ti accorgi che la vita è corta, cortissima, il tempo di un respiro e può finire, e tutto quello che ti resta vuoi passarlo insieme a lui.

Hanno chiamato il 12.
Era il mio turno.

L’unica estate

24 agosto 2015

Questa che sta per finire, che oggi sembra finisca davvero spazzata via dall’acquazzone del mattino, anche se si sa che da domani torna il sole, lo ha detto il lamma, questa estate insomma, è stata l’unica estate che non ho fatto vacanza, che non ho fatto un viaggio, che non ho mai visto il mare, l’unica estate che l’idea dei villeggianti in ciabatte mi rivoltava lo stomaco, che i pic nic in montagna non ci potevo pensare, e sì che a me i pic nic in montagna son sempre piaciuti un sacco, un’estate che il caldo ci s’è messo d’impegno per farmi fuori, che le notti sono state un’impresa dormirle e che non mi è riuscito aggiustare la sveglia, quella biologica dico, ai ritmi estivi come invece mi capita tutte le estati, dieci minuti al giorno e a settembre arrivavo alle undici, l’unica estate che non ho fatto neanche un bagordo, che non sono stata lucignola, che ho detto no all’invito degli amici a raggiungerli in ferie, l’unica estate che le ferie non sono proprio esistite ma è esistito solo leggere e scrivere, scrivere e leggere, in un isolamento cocciuto, fatte rare eccezioni, l’amica del cuore, la cugina del cuore e francescoguccini, come gli elefanti quando non si sentono bene.
L’unica estate che è morta la mamma.
In un’estate come questa si possono sbagliare anche i relativi e la punteggiatura metterla a caso con un bell’anacoluto alla fine, così.