Terremoto

13 settembre 2015

Alle 3:05 di questa notte un boato ha svegliato Firenze.
Il mio palazzo oscillava come un pendolo.
Il lettone scivolava sul parquet.
Occhi sbarrati e cuore in gola, ho creduto che la fine stesse giungendo.
Ho pensato a tutto quello che voglio ancora fare, a tutto quello che mi aspetta a breve, a tutto quello che sogno e che desidero, a tutto quello che mi merito.
E ho sentito che mi sarebbe dispiaciuto tanto doverci rinunciare per un sussulto della terra.

Il segreto per capire

3 settembre 2015

All’ufficio della Polizia Municipale dove vado per chiedere se col mio contrassegno posso parcheggiare nella zona del liceo (no), incontro un ex alunno.
Si è diplomato l’anno scorso, io lo ebbi in classe per due anni, seconda e terza.
Era un bimbo. Biondo e bello. Ora è un uomo. Sempre biondo e sempre bello.
Ci abbracciamo e speriamo che il nostro turno giunga tardi: abbiamo un anno da raccontarci.
“Profe, ti do del tu” osa.
“Naturalmente” dico.
“E ti chiamo Anto” aggiunge.
“Splendido” commento.
E così prima mi dice che al lavoro lo pagano benissimo (piglia più di me, n.d.s., nota della sfigata), che tra quattro giorni gli arriva una macchina da urlo, che questa estate ha fatto un bel viaggio, che i soldi che guadagna se li gode tutti come gli ho insegnato a fare io in ore e ore di lezioni ad hoc.
Poi ovviamente si vira sull’amore.
“Anto, dimmi una cosa: qual è il segreto per capire quando siamo veramente innamorati di qualcuno?”

Quando le tue priorità si rovesciano.
Quando pensi alla tua felicità in relazione alla sua.
Quando stare senza vederlo e senza sentire la sua voce comporta la perdita del senno.
Quando ti vanno via fame sete e sonno tutti in una volta.
Quando l’adrenalina che ti gira addosso ti tiene in vita anche se non mangi non bevi e non dormi.
Quando tutto l’impossibile ti sembra improvvisamente realizzabile.
Quando non t’importa più assolutamente niente di tutto quello che fino ad allora ti era sembrato così importante.
Quando pensi di poter stravolgere tutta la tua vita pur di stare insieme a lui.
Quando sei disposta a mollare tutto quello che hai perché se non hai lui ti sembra di non avere nulla.
Quando ti accorgi che la vita è corta, cortissima, il tempo di un respiro e può finire, e tutto quello che ti resta vuoi passarlo insieme a lui.

Hanno chiamato il 12.
Era il mio turno.

L’unica estate

24 agosto 2015

Questa che sta per finire, che oggi sembra finisca davvero spazzata via dall’acquazzone del mattino, anche se si sa che da domani torna il sole, lo ha detto il lamma, questa estate insomma, è stata l’unica estate che non ho fatto vacanza, che non ho fatto un viaggio, che non ho mai visto il mare, l’unica estate che l’idea dei villeggianti in ciabatte mi rivoltava lo stomaco, che i pic nic in montagna non ci potevo pensare, e sì che a me i pic nic in montagna son sempre piaciuti un sacco, un’estate che il caldo ci s’è messo d’impegno per farmi fuori, che le notti sono state un’impresa dormirle e che non mi è riuscito aggiustare la sveglia, quella biologica dico, ai ritmi estivi come invece mi capita tutte le estati, dieci minuti al giorno e a settembre arrivavo alle undici, l’unica estate che non ho fatto neanche un bagordo, che non sono stata lucignola, che ho detto no all’invito degli amici a raggiungerli in ferie, l’unica estate che le ferie non sono proprio esistite ma è esistito solo leggere e scrivere, scrivere e leggere, in un isolamento cocciuto, fatte rare eccezioni, l’amica del cuore, la cugina del cuore e francescoguccini, come gli elefanti quando non si sentono bene.
L’unica estate che è morta la mamma.
In un’estate come questa si possono sbagliare anche i relativi e la punteggiatura metterla a caso con un bell’anacoluto alla fine, così.

Il compleanno gabbato

3 febbraio 2015

A me celebrare i miei compleanni m’era garbato sempre tanto. Ogni volta li attendevo con il conto alla rovescia che cominciava il primo di gennaio, subito dopo la notte dell’ultimo dell’anno, in una festa lunga un mese che andava in culo all’Epifania (che tutte le feste se le porta via, fatta eccezione per la mia). E come ci stavo attenta, a non bruciare le tappe, a non anticipare i tempi, a fare tutto a modo come tradizione impone. Attendevo l’alba perché sapevo che a scuola ci sarebbe stata una sorpresa, il pomeriggio per farmi dei regali, delle concessioni, dei permessi speciali, la sera per soffiare sulle candele insieme a chi dicevo io.
Quest’anno però no, ho fatto in un altro modo, ho fatto come mi pareva a me e ho gabbato il mio stesso giorno.
Sarà che il numero mi stava sulle palle perché era sciapo, sarà che cascava di domenica e a scuola non si va, sarà che la sera metteva brutto e freddo.
E allora ho festeggiato quando non si pole, quando non si deve, quando è proibito, menagramo, irragionevole e masochistico.
Il giorno prima.
In una città di mare.
Davanti a un cacciucco agliato.
Sopra un ponce al mandarino.
Di fianco all’onde.
In mezzo al vento.
Sotto i chicchi della grandine.
Dentro un negozio di scarpe, uno di cd, uno di vestiti, uno di profumi, uno di libri.
Nella pace di una compagnia esclusiva.
A braccetto alla speranza.

I primi auguri

2 gennaio 2015

Premessa: non è che vada proprio pazza per i messaggini augurali di massa.
Apprezzo molto quelli per il compleanno (1 febbraio, grazie). Abbastanza quelli di Natale. Un po’ meno quelli di fine anno. Aborro per esempio quelli per la Festa della Donna.
Nelle occasioni pur gradite, non tollero però quei messaggini fatti in serie, mandati a raffica da tutti a tutti, che girano nell’etere per tornare prima o poi al destinatario, il quale non aspetta altro. Io non li rimando mai. Sono una raffinatissima e spietata stroncatrice di catene.

Ammetto però che, quest’anno, un messaggino giunto nella notte di San Silvestro mi ha commossa. Non mi ha commossa così per dire. Mi ha proprio fatto piangere.
E’ arrivato alle 00:00. Segno evidente che chi l’ha mandato era lì che balzellava l’attimo.
Era personale. Era sincero. Era vero.

Era di una mia studentessa che a volte mi fa molto incazzare ma che nonostante questo amo tanto perché in lei rivedo me alla sua età e perché percepisco chiaramente tutto il bene che mi vuole nonostante tutte le parti di merda che le faccio.
E allora nulla, la ringrazio anche da qui, perché mi ha fatto proprio un bellissimo regalo, le lacrime che nascono grazie alle parole giuste.

Ballavo salsa, merengue e cha-cha-cha quando il latinoamericano iniziava appena a essere di moda, venticinque anni fa o giù di lì. M’iscrissi a un corso notturno e in una manciata di mesi diventai bravissima. Nelle balere tiravo quasi l’alba e la mattina dopo a scuola ero fresca che parevo un fiore.
Smisi di ballarli un paio di anni dopo perché tendenzialmente quel genere di musica mi viene a noia dopo un paio d’ore, per cui ressi anche troppo. Quello che a me piaceva (diciamolo) era ancheggiare di brutto.
C’era solo un album che avrei ascoltato e riascoltato fino a consumarlo, ancheggiandogli dietro (visto?) come una puledra imbizzarrita.
Gloria Estefan, Abriendo puertas.
Non il singolo e basta. Il disco intero. Dieci tracce in tutto. Strepitoso. Mai più sentito, da quei tempi.

Tre giorni fa, all’autoradio, passano il pezzo portante. Il sangue prende a ribollirmi nelle vene. Parcheggio e vado in cerca di un negozio musicale. Lo chiedo, certa che non ce l’avranno. Ce l’hanno. Lo compro. E’ mio.

Zaz, al momento, s’è fatta in disparte. Discreta come una vera francesina, lascia spazio a Gloria la caliente, Gloria la guapa. La quale non fa che cantare e ricantare le dieci tracce fino allo sfinimento (dei vicini).
Per andarle dietro meglio, guglo il testo della canzone più famosa. Già che ci sono, guglo anche la traduzione. E mi accorgo che, incredibilmente, è la MIA canzone. Perfetta per questo anno che (finalmente) sta finendo. E per quello nuovo che (lo sento, è sulle scale, quasi bussa alla porta) sta per arrivare.

Buon anno a te, che passi di qui proprio stasera: si aprano le tue porte, si chiudano le tue ferite.
E anche le mie.

Cavolo di Natale

21 dicembre 2014

Dovreste fare l’albero ma non ne avete voglia perché passerete il santo giorno dentro un ospedale al capezzale di una mamma inferma e disperata a consumare un pasto raffazzonato e triste?
Si preannuncia insomma un Natale del cavolo?
Lasciate perdere l’abete.
Ci vuole un cavolo di Natale.

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Pace

30 novembre 2014

Nel reparto di riabilitazione dove ti hanno trasferita si aggirano ombre sinistre, sagome distorte, avanzi umani.
Da ogni camera esce la voce della disperazione che invoca un’infermiera, la mamma, la fine.
Tu -almeno in questo- sei stata molto fortunata.

Lei ha poco più di trent’anni e un viso pulito da ventenne.
E’ nata in cima al Monte Amiata, ha la loquela maremmana che mi scuote il cuore, perché mi ricorda affetti importanti.
Il suo nome in greco vuole dire pace.
Un giorno di tre mesi fa tornava in auto dalle vacanze.
E’ uscita fuori strada.
Ha distrutto la macchina e se stessa.
Mentre la sua vita si trasformava in un sogno brutto e sfocato, medici amorosi l’hanno ricucita, rimontata, ricostruita.
Sua madre ha preso una camera in affitto vicino all’ospedale in questo pezzo di Toscana così lontano dalla sua.
Da tre mesi vivono così: una dentro, una fuori, insieme nelle ore del passaggio consentito.
Per settimane non si è mossa, non si è nutrita, non è stata.
Adesso divora un libro dietro l’altro, sogna il giorno in cui potrà riassaggiare il baccalà alla livornese e inganna l’attesa con un mon-cheri.
E’ morbida, educata, familiare, discreta.
E’ positiva, incoraggiante, bella da guardare, perché rappresenta il coraggio che non cede, la forza che non abbandona.
Quando il pianto ti soffoca la gola e non riesci a trattenerlo, lei ti lascia la camera tutta per te, se ne va sulla sedia a rotelle, ti regala la pace.
Poi torna.
E la pace si raddoppia.

Mare meum

14 settembre 2014

Va bene la Thailandia.
Ma io, se non tornavo a dare l’ultimo saluto alla Maremma, credevo di star male.
Adesso sto peggio. Ma almeno ho rivisto il mio mare.
E allora grazie, mare meum, per avermi accolta come si fa con una compagna con cui si è consumato un tempo di cui troppo tardi si sente una straziante nostalgia. Grazie dei tuoi azzurri e dei tuoi blu, del tuo abbraccio fradicio e fresco, del tuo silenzio di voci e della tua voce di onde. Grazie di quel verde intorno, che così verde non era stato mai perché a quest’ora tutto era già giallo e diceva: l’estate è finita, devi tornare in città, addio. Grazie della sabbia scura, del sale che mi hai lasciato addosso e che ho portato con me a casa per riassaporarlo leccandomi le braccia. Grazie perché tu sei rimasto sebbene io me ne sia andata, tu fedele e io traditrice, tu placido e io inquieta. Grazie di quel gabbiano che ieri mi volava sulla testa, dell’uomo nero che stamani si è fermato a vendermi un ombrello fatto a girasole, dell’uomo indiano da cui oggi ho comprato un braccialetto per celebrare il rito di ogni nostro incontro. Grazie di quella gente ruvida e sincera che vive insieme a te di anno in anno e parla un idioma tosco ma mozzato, udendo il quale mi si disegna sempre un sorriso sulla bocca. Grazie dei paesi che ti guardano dall’alto, dei vigneti gravidi di chicchi, dei fratelli ulivi che presto affronteranno il freddo.
Grazie di tutto quello che è accaduto da quando ti ho conosciuto e scelto per fare insieme a te un pezzo di strada, una porzione di mare, un brandello di vita, che adesso è finito, ma che non perderò mai nella memoria.

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La scritta

9 settembre 2014

Sul muro di un palazzo della mia città, a caratteri sfacciatamente cubitali, vedo troneggiare la scritta “XXX SCUOLA DI MERDA”, dove XXX esplicita il nome della scuola dove insegno.

Mi sento una privilegiata.
Sarà un anno magnifico.