Domani arriverà a Firenze Francesco detto il Frenky, il mio nipotino di nove anni. E sarà ospite della ziina, che sta rigirando la casa come un calzino (pulire i vetri di tutte le finestre, dare la cera ai pavimenti, tirare a lustro il bagno, cambiare le lenzuola del lettone, fare scorte alimentari gustose e salutari, pianificare un ventaglio di attività ludico-ricreative) per accogliere al meglio il suo piccolo principe biondo.
“Per domenica mattina ho già un’ideona: una lettrice del blog mi ha scritto per segnalarmi che all’Auditorium di Scandicci Sergio Staino incontrerà Guccini!”
“E quindi?”
“E quindi ci portiamo il Frenky!”
“Il Frenky?! Sai cosa gliene frega al Frenky di Guccini. Sbaglio o il suo mito è Fedez?”
“Appunto, va corretto e reimpostato! Alla ziina tocca il delicato compito di allargare le prospettive e le conoscenze culturali di quel bambino così intelligente e dotato che al momento ascolta musica di merda.”
“Cioè trascinandolo, di domenica mattina, a sciropparsi quei due anziani?! Ti ricordo che tuo nipote chiama Vasco Rossi Vasco Vecchio.”
“Cosa c’entra l’età: Staino e Guccio sono uomini di cultura!”
“Ma chissenefrega della cultura. Domenica il Frenky lo portiamo a pranzo in un ristorante di campagna e lo teniamo tutto il giorno all’aria aperta a giocare a pallone, a fare ghirlande con i fiori, a inseguire le farfalle, a parlare con i cani e a giacere sull’erba.”

Scusa Raffaella, ma il nostro appuntamento salta.

Ho un’amica che parla agli animali. O meglio, è convinta che gli animali parlino con lei.
“Ma sarai cretina.”
“Te lo giuro. In ogni momento critico, delicato, difficile, penoso, succede sempre che un animale mi venga incontro per parlarmi.”
“Sì, e che ti dice, sentiamo.”
“Dipende. Una volta un cervo in montagna mi disse un monte di cose. Un’altra volta un falco, anche con lui una chiacchierata interessante. Gli scoiattoli sono dei buoni consiglieri. Poi va be’, merli, cani, rondini quando è primavera. Ho un bel giro di contatti.”
L’ho sempre presa in giro. Non le ho mai dato udienza.

Oggi cavalcavo quella bici nera a cui manca una manopola, sfondando il gelo e urlando coi Nirvana, mentre puntavo a una mesticheria dove rifornirmi della bomboletta per gassare l’acqua. All’altezza della Fortezza li ho trovati ad aspettarmi. Non so quanti fossero. Mille. Forse duemila. Ma io dico anche di più. Volteggiavano, piroettavano, schizzavano, planavano nell’aria, in una festa silenziosa d’ali. Facevano figure e si scomponevano, costruivano e distruggevano, scrivevano e cancellavano, in un’armonia universale da incantesimo. Ho stoppato la bici, accostato da una parte, poggiato i piedi in terra per godermi lo spettacolo. Poi ho capito che non era il solito spettacolo. Era troppo articolato. Era troppo lungo. Quelli volevano parlarmi.
“Che ti avevo detto! Racconta!”

Spirali tipo DNA: fermati un minuto, stai con noi.
Mulinelli vorticosi: non cedere al gorgo umorale che vuole risucchiarti.
Grumo fitto e nero: dovrai passare momenti di grande buio.
Allargamento improvviso e schiarimento: ma tutto si rasserenerà.
Anemoscopio a manica di vento: ricordati di respirare.
Eliche felici: librati nell’aria della vita.
Gruppi sparsi in cielo: nessun uomo è un’isola.
Onde oscillatorie: lasciati portare dal flusso degli eventi senza più faticare per determinarli.

O forse sto impazzendo.

Dice Roberto

5 gennaio 2017

Via dei Servi, pomeriggio. Col sapore del caffè in bocca mi sistemo su una di quelle pancone in pietra che costeggiano la strada. La pietra è algida, l’aria pizzica, le previsioni danno gelo, come piace a me. La gente passa, mi perdo tra le pagine del libro che ho appena comprato, non vedo nessuno.
All’improvviso il mio occhio sinistro percepisce l’avvicinarsi diretto di qualcuno. Alzo la testa, è un uomo, non lo conosco, viene verso di me senza guardarmi, aggeggia al cellulare per riattaccare dopo una chiamata, uno, due, tre, cinque passi e mi si accosta, tanto, tantissimo, non solo, guarda altrove ma si china su di me come a volermi parlare prossimo all’orecchio. Mi paralizzo, scivolo la mano verso la borsa per avvicinarmela e stringerla in un pugno, aspetto che succeda il peggio, sarà un ladro, sarà uno psicopatico, sarà uno scemo che vuole infastidirmi, chi sarà?
“Dice Roberto che il dottore non sa niente…”
Io afona, immobile. Una statua che respira appena.
“… ora dobbiamo andarci noi e vedere cosa si può fare.”
Indietreggio con il busto, lo guardo smarrita e contrariata. Lui però continua a non guardarmi e seguita a parlare.
“Bisogna dirlo a Carlo perché la cosa va risolta.”
Mi si siede accanto, ma non accanto: accanto-accanto, con il fianco suo e la coscia sua che toccano il fianco mio e la coscia mia.
Bene -mi dico- adesso devi attaccare. E sto per dare la stura, per partire in quarta: cosa vuole, lei, molestatore sfacciato? Non vede che sono qui da sola e che ci sto proprio bene, immersa nel mio libro? Non pensa che se volessi compagnia uscirei insieme a qualcuno? Per favore se ne vada e mi lasci in pace.
Ma lui gira la testa, alza gli occhi, mi guarda per la prima volta. E sbianca in viso.

Tre metri più là, sua moglie (mie proporzioni, mio abbigliamento, mio colore di capelli) si gode la scena e ride.
Nasce una conoscenza.
Adesso so tutto di Roberto, di Carlo e del dottore.

“Carissimo Francesco,
chi ti scrive è Babbo Natale.
Potrai avere l’insistente impressione di riconoscere in questa lettera la grafia della zia. Infatti la sta scrivendo per me sotto dettatura.
Proprio lei mi ha raccontato di quel giorno in cui, a casa sua, cantavate insieme L’isola che non c’è mentre lei si accompagnava alla chitarra e mentre tu esprimevi il desiderio di possederne una tutta tua.
Eccola, è questa, è per te.
Ti auguro di cercare nella vita tante isole che non ci sono e di essere sempre felice.
Tanti auguri!
Tuo Babbo N.”

“Che bella Eko! E che bella custodia! E ci sono anche tre plettri, duro, morbido e medio! Zia, ma secondo te è già accordata?”
“Penso di no amore: sai, l’ho comprata più di un mese fa e da nuove le chitarre si scordano subito.”

Nel suo sguardo, un misto straziante di incredulità e sgomento.
E’ ufficialmente iniziata la vita anche per lui.

La cavalletta

9 aprile 2016

Ieri Firenze era bloccata.
A seguito di una copiosa perdita d’olio nel sottopassaggio della Fortezza, una serie di tamponamenti a catena ha immobilizzato il traffico per tutto il pomeriggio.
Ignara di questo, prendo la macchina per andare alla redazione del Corriere. Appena capisco di essere finita in un vicolo cieco, nell’impossibilità di annullare l’appuntamento e nella certezza di essere astutissima, faccio inversione e decido di prenderla larga. Talmente larga che mi ritrovo sulla via che porta in piazza Dalmazia. Pioviggina ma (per i miei gusti) fa ancora troppo caldo: procedendo a passo d’uomo, tengo il finestrino aperto facendo il coro a Gloria Estefan.
Ma ecco, con la velocità di un fulmine, un volatile si fionda a tutto fuoco nell’abitacolo passandomi a un pelo dal naso.
Per le dimensioni che ne avverto e per il tonfo sordo che produce andando a sbattere contro il parabrezza, penso sia un uccellino. Un passero, un fringuello, non lo so, l’ho visto entrare ma ora non lo vedo più: dov’è finito? Mi guardo intorno. E all’improvviso la vedo.
Una cavalletta gigante (lo giuro: GIGANTE), appostata sul cruscotto proprio sopra il mio volante, mi guarda negli occhi con una certa insistenza.
Istintivamente, caccio un urlo.
La cavalletta non batte ciglio e seguita a puntarmi.
Ora, io amo tutti gli animali, e in mille occasioni mi sono trovata a tu per tu con le cavallette, specialmente negli anni maremmani, quando Micino da Scansano me ne portava in casa numerosi esemplari come omaggio e testimonianza del suo amore.
Ma questa è veramente troppo grossa.
“Via! Via! Sciò!” le dico.
La cavalletta però non se ne va e seguita a guardarmi con i suoi occhioni staccati dalla testa. Non è di quel verde brillante bello a vedersi: è grigia come la polvere, sabbiosa come il deserto. Mi rincresce dirlo, ma mi fa schifo e mi fa pure paura. Per questo metto le quattro frecce e abbandono l’abitacolo.
“AIUTO! AIUTATEMI! C’HO UNA CAVALLETTA GIGANTE IN MACCHINA!” grido agli automobilisti imbottigliati come me.
Tutti mi guardano. Nessuno mi soccorre.
“GUARDATE: IO DA QUI NON MI MUOVO FINCHE’ QUALCUNO NON SCACCIA DALLA MIA AUTO QUELLA CAVALLETTA! PEGGIO PER VOI!”
Qualcuno s’impegna a leggermi il labiale, nessuno scende e prende la situazione in mano.
Lungo il camminatoio rialzato che costeggia quella via, però, vedo venirmi incontro sei ragazzi. Sono studenti, hanno lo zaino.
“RAGAZZI! ACCORRETE! AIUTATEMI!”
I ragazzi rallentano.
“RAGAZZI CORRETE! VI PREGO, AIUTATEMI, HO UNA CAVALLETTA GIGANTE NELLA MACCHINA!”
Estremamente perplessi, si appropinquano con evidente timore.
“Signora, cosa dice?”
“DICO CHE HO UNA CAVALLETTA ENORME DENTRO L’AUTO! VI PREGO, RIMUOVETELA!”
“Ma dove?!”
“LI’, GUARDATE! PROPRIO SUL CRUSCOTTO!”
Ma i ragazzi non si fidano. Si vede lontano un miglio. Se ne stanno a distanza, guardinghi e sospettosi. Mi dico: forse pensano che sia una candid-camera.
“RAGAZZI! NON E’ UNA CANDID-CAMERA!”
Poi mi dico: forse mi credono una mitomane.
“RAGAZZI! NON SONO UNA MITOMANE!”
Infine mi gioco la carta vincente.
“RAGAZZI! SONO UNA PROFESSORESSA DI ITALIANO! VOI SIETE STUDENTI GIUSTO?”
“Sì.”
“CHE SCUOLA FATE?”
“Il liceo qui vicino.”
“IL LEONARDO DA VINCI?”
“Sì.”
“OVVIA, ALLORA DOVETE AIUTARMI! NON POTETE ABBANDONARE UN’INSEGNANTE!”
Il senso di solidarietà tra membri dello stesso ambiente è una calamita a cui non ci si può sottrarre: all’interno delle mura scolastiche gli studenti mandano affanculo gli insegnanti. Ma fuori sentono di appartenere alla stessa categoria: la categoria degli incompresi e dei vilipesi.
I ragazzi, finalmente rassicurati, si avvicinano.
“Cazzo! Ma è enorme!”
“E COSA VI DICEVO?? VI PREGO, AIUTATEMI!”
Ora. Mentre al cospetto di una fetta demografica fiorentina si consuma questo imbarazzante siparietto, la cavalletta (vittima forse di un eccesso di notorietà improvvisa) prende ad esibirsi.
“Oh! Guardate lì come la sbatte le ali da ferma!” dice uno dei ragazzi
“Maremma, davvero, bada che lavoro!” dice un altro.
“RAGAZZI -urlo io- INVECE DI STARE A GUARDARLA, SCACCIATELA, VE NE PREGO!!”
“Ma signora, come si fa?! Sinceramente l’è un po’ grossa…”
Vale la pena ricordare che intanto la circolazione è paralizzata non più a causa della coda, ma semplicemente a causa mia e della mia cavalletta. Nessuno però strombazza con il clacson: tutti quei vigliacchi stanno a guardare come evolve la questione.
“Ci vuole qualcosa, un attrezzo con cui allontanare l’animale” dice uno dei sei.
“CE L’HO IO: VI DO LA LETTURA DEL CORRIERE DELLA SERA!” e prendo la copia sui sedili posteriori.
Il più impavido degli studenti del Leonardo da Vinci la afferra e la avvolticciola fino a farne una specie di randello.
“EHI, TU: NON PENSERAI MICA DI AMMAZZARLA?! IO SONO UN’ANIMALISTA!”
“Ma signora, ehm, professoressa, allora come devo fare?!”
“CONVINCILA A USCIRE, MA SENZA UCCIDERLA!”

Cosa avranno pensato quei sei poveri ragazzi?
Non lo so e non m’interessa.
La cavalletta è volata via sana e salva, io li ho ringraziati in tutte le lingue.
“Cosa posso fare per sdebitarmi con voi per questo atto d’eroismo?”
“Venga a scuola nostra a raccontarlo a quella di Italiano: le stiamo tutti sui coglioni.”
Quasi quasi ci vo davvero.

Problema è qui

5 aprile 2016

Quarta seduta di agopuntura dalla dottoressa Fior Di Prugna.
“Vediamo la lingua.”
“…”
“Sentiamo il polso.”
“…”
“Sentiamo l’altro polso.”
“…”
“Il segni parlano chiaro: è in corso una grandissima stanchezza. Le caldane come vanno?”
“Se trascuriamo i 26 gradi di questi giorni, meglio.”
“Questa lingua però è eloquente: lei è stanca, stanchissima. A che ora va a letto?”
“Quando tiro tardi, le dieci.”
“Ma dorme?”
“Diciamo di sì.”
“E dorme bene?”
“Faccio spesso brutti sogni. L’altra notte una tigre del Bengala mi faceva a pezzi in un edificio industriale abbandonato.”
“Strano. Molto strano. Si evidenzia una stanchezza preoccupante che gli aghi non riescono a risolvere. Ma il cuore come sta? E la testa? C’è qualcosa che la angoscia? Qualcosa che la preoccupa? Qualche pensiero che la tormenta? Forse il problema è da cercare altrove. Vuole parlarmene?”

E a me è venuto in mente quel film di Woody Allen, Alice, quando Mia Farrow va dall’agopunturista cinese e lui le chiede: “Qual è disturbo?”, e lei gli dice: “Mi sento tutta dolorante e stanca, mi fa male la schiena in particolare”, e lui (dopo averle solo sentito il polso) diagnostica: “Problema non è schiena. Problema è qui (e si tocca la testa) e qui (e si tocca il cuore).”

La zia Annetta

4 aprile 2016

Eccezionalmente, nonostante sia domenica e io detesti i pasti festivi, vado a pranzo con il babbo dalla zia Annetta. La zia Annetta è sorella della mamma, nonché suo clone persino nella voce. Solo che la mamma parlava un toscano strascicato e negli ultimi anni specialmente diceva un sacco di parolacce, mentre la zietta, in virtù del lungo tempo trascorso in Lombardia, parla tutta in chiccheri e forchette, facendo dell’allitterazione la figura retorica preferita e raddoppiando anche quando non sarebbe il caso.
“Zietta! Come stai?”
“Bene amoRRe, tu? Fatti vedeRRe come sei bella!”
Il canone di bellezza a cui si riferisce la zietta prevede che tu non oltrepassi mai i cinquanta chili.
“Come sei tondiNNa!”
Tondina nel vocabolario della zietta è sinonimo di ciccabombaferroviere.
La zietta si muove al rallenty. Quasi novantenne, si è abboccata diverse volte a terra sbraciolandosi parti plurime del corpo, poi recuperate grazie a forza di volontà e attaccamento all’esistenza. Una notte, andando al gabinetto, cadde a terra e non riuscì a rialzarsi. Aspettò l’alba sul parquet e la mattina dopo a forza di cazzotti in terra fece capire ai titolari del bar che le sta sotto che qualcosa non andava. Da allora ogni mattina il barista va in casa a portarle un cappuccio e una brioche con la marmellata di more o di arance. La zietta è golosissima di dolci: se le inzuccherassero il culo, si leccherebbe anche quello.
Per anni ha rifiutato l’assunzione di una donna che badasse a lei. Ha ceduto solo di fronte a Luda, purché non le rimanga tra i coglioni anche la notte.
La zia Annetta, nonostante la questione anagrafica si faccia per lei ogni giorno più pesante, ha un’ottima cera.
“Zia, ma ti dai sempre le tue cremine sul viso? Hai ancora una pelle così bella!”
“No, ho smesso: questa è natuRRa. Il mio dermatoloGGo mi ha detto di usaRRe solo la NiVVea, che è la miglioRRe in assoluTTo.”
Il babbo la chiama bradipo, ma lei non se la prende.
Va del suo passo, è completamente autosufficiente (ma se le tagli la braciola a pezzettini te ne è grata), ha una casa che pare un museo d’arte moderna e contemporanea, è fissata con l’ordine e la precisione. Cerca dove vuoi: non troverai mai niente fuori posto.
Dopo una vita passata accanto allo zio MauRRy, da anni vive sola.
Scopro per caso che la zia è drogata di latte come me.
“Zia! Ma il latte fa male! Non te lo hanno detto?”
“Come maLLe?!”
“Fa malissimo agli adulti, specialmente alle donne! Devi assolutamente smettere di berlo!”
“Ma chi lo diCCe?!”
“Zia, lo dicono i dottori, i nutrizionisti, persino la mia agopunturista me lo ha vietato!”
“Ma che dai retta a loRRo? Mmmmhhh, com’è buoNNo il latte: io tutte le seRRe me ne faccio una bella taZZZZa e ci inzuppo dentro due, anche tre fette di paNNe e marmellaTTa!”
Pattuiamo insieme che i dottori se ne vadano affancuLLo.

Quando (anni fa) il babbo comprò una Dacia Sandero, i commenti in casa furono sintetici ma espliciti.
“Che roba è” dissi io.
“Una macchina di merda” disse mio fratello.
La mamma invece sostenne suo marito in quell’acquisto incauto e prese a salire a bordo di quella scatola di latta dandosi pure una certa boria.
“Ma non lo vedete che aria aggressiva ha la mia Dacia? Che piglio, che carattere, che aria da sparviera?” ha sempre chiesto il babbo a me e a mio fratello quando ci capitava di incontrarlo nel parcheggio.
“No” abbiamo sempre risposto noi.

Due domeniche fa il babbo ha fatto 80 anni e io l’ho raggiunto nel Valdarno per festeggiarlo insieme a ciò che resta della nostra famiglia. Giunta esattamente sotto casa, intorno alle otto, la mia C3 ha dato due o tre colpi di tosse, un paio di rinculi, ed è spirata. Completamente morta.
“Sarà la batteria.”
Invece era la cinghia di trasmissione e (tanto per non farsi mancare niente) sette valvole saltate.
“E ora come fo a tornare a Firenze?” ho detto appanicata a mezzanotte.
“Non ci sono problemi: ti do la Dacia!” ha detto il babbo, tronfio e con una certa aria di rivincita spennellata in viso.
Mio fratello ha iniziato a ridere e ha smesso ieri, quando (alla modica cifra di 1300 euro) mi hanno riconsegnato la C3.

Non sarà facile scordarsi questi dieci giorni insieme a Dacia.
Il servosterzo duro come un legno, la frizione molle come il burro, il volante in bocca, il sedile calibrato male, l’autoradio sensibile alle buche, il freno idraulico dai tempi pericolosamente opposti a quello elettrico. A volerci nazzicare dentro, una manopola lentissima da svitare per abbassare lo schienale. Per non parlare delle prese di culo a scuola. Una delle Dee ha preteso di immortalarmi in una posa strana sul suo cofano fumo di Londra.
“Di’ la verità: che macchina t’ho dato!” diceva tutti i giorni il babbo al telefono informandosi sullo stato di salute del suo gioiello.
Eppure mi ci sono affezionata per davvero e restituirgliela iersera è stato un dispiacere.

Nelle sue mani

15 marzo 2016

Una settimana fa sono stata da un ortopedico. Non un ortopedico qualsiasi. Uno specialista della mano dall’ottima reputazione. Un uomo delicatissimo che mi parlava sottovoce e sembrava avesse timore a guardarmi negli occhi. Mi ha tenuto la mano -quella ferita nella caduta dai pattini sul ghiaccio- tra le sue per tutta la durata della visita, muovendomi le dita lentamente e osservando con concentrazione quell’incastro perfetto di ossi e ossicini di cui il nostro arto è composto.
“Dottore, resterò impedita?”
“No.”
“Ma mi resterà questo ditaccio a scatto?”
“No.”
“E mi dovrò operare come mi hanno detto al pronto soccorso?”
“No.”
“Allora dovrò fare le infiltrazioni?”
“No.”
“E la laserterapia?”
“No.”
“Ma scusi, allora che cosa devo fare?!”
“Lei si metta nelle mie mani e tornerà come nuova.”

Io mi ci sono messa e sono completamente guarita.
Ora posso issare il medio, ma solo quando e a chi dico io, e in modo fluido, senza scatto.

Sangue del mio sangue

7 marzo 2016

Arriva a Porta Romana che le mie due ore di lezione sono appena finite. Gli vado incontro lungo il budellino d’asfalto dove tutte le mattine parcheggio la mia auto. Gli faccio le voci falsettate prima ancora di vedermelo sbucare da dietro l’angolo. La prima tappa del programma prevede il tuor della nuova scuola dove insegno. Quante foto gliene ho girato, da settembre a oggi. Eppure quando entra nell’ottagono resta senza fiato. Questa è la gipsoteca: qui facciamo le grandi riunioni. Quello là seduto a parlare con quella signora è il nostro vicepreside. Qui vendono i panini all’intervallo. Queste sono le due sale professori. Oltre questa porta ci sono le segreterie. Laggiù ci sono i laboratori: vieni, proviamo a imbucarci in quello di scultura. Apro piano le porte delle aule, lo invito a infilarci l’occhio dentro, lui chiede ma sei sicura che si può? No, te però intanto guarda. Dice che non sembra una scuola come le altre. Dice che c’è un’aria inconsueta, rilassata. Dalle vetrate gli studenti ci guardano mentre li guardiamo. Nessuno si stupisce, o ride, o se la prende. Tutti fanno il proprio. Ma cosa fanno? Fanno lezione. Studiano. Progettano. Creano. Non si sentono le voci delle professoresse che gridano silenzio. Il silenzio c’è se non lo chiami. Incrociamo i miei colleghi. Lui insegna Italiano, è molto carismatico. Lui è un docente storico: nell’armadietto della sua aula personale ex studenti di una quinta gli ci lasciarono una dedica bellissima ancora leggibile. Questa che sale dalle scale è la mia collega di Arte. Qui c’è l’indirizzo che seguono i miei alunni di terza, multimediale-audiovisivo. La sala pose è chiusa, peccato, sennò ti ci facevo entrare. Abbiamo visite stamani? Lei è Anna, la custode del piano. Ci apre le aule dell’indirizzo moda. Manichini, armadi pieni di vestiti, tavoloni. E sotto ci sono i macchinari per trattare e tingere i tessuti. Guarda chi c’è là, una delle Dee! Che fate di bello? Gli faccio fare il giro della scuola. Poi lo porto a pranzo alla Brac. Dopo prenderemo un caffè da Robiglio. Passeggeremo in centro. Ci racconteremo mille segreti. Se pioverà prenderemo l’acqua. Se farà bello ci godremo il sole.

Oggi mio fratello, sangue del mio sangue, è venuto a trovarmi.
Il cielo di Firenze, come omaggio, ci ha regalato un arcobaleno lungo mezz’ora.