Controvento

7 febbraio 2016

La prima volta in cui presi in mano un’antologia per il biennio delle scuole superiori avevo quattordici anni e avevo appena iniziato il ginnasio. Ne ho un ricordo scolorito, e non solo perché è passato molto tempo. La mia insegnante di Lettere (di cui conservo invece una memoria nitida e luminosa) procedeva per lo più di testa sua, ci cuciva addosso le lezioni accogliendole come un accadimento quotidiano che si può pianificare solo in parte. Oltre a lei, ricordo bene anche l’immane raccolta di appunti che presi in quei due anni: era quella, la mia vera antologia, che non a caso tuttora custodisco con la cura riservata agli oggetti preziosi.

La prima volta in cui sfogliai un’antologia nelle vesti d’insegnante, invece, fu ventitrè anni fa. Rimasi sbalordita dalla metamorfosi che l’oggetto aveva subito mentre io ero impegnata a dare esami e laurearmi. La scuola in cui iniziavo a lavorare non mi sembrava neanche parente alla lontana di quella in cui avevo studiato. I libri su cui avevo sudato, sadici nella loro avarizia informativa, centellinavano le note e proponevano pochissimi esercizi. Tutto quello che imparavamo intorno a un brano giungeva dalla professoressa, senza la quale alcuni testi -poetici o narrativi che fossero- sarebbero rimasti un mistero irrisolto. I volumi che mi ritrovavo tra le mani ora che insegnavo, al contrario, mi supplivano completamente. Fiumi di note, pagine di spiegazioni, inserti, glossari, finestre, box, neretti, corsivi, attività, esercizi: un tripudio di agevolazione. Perfino (che orrore) la parafrasi scritta su colonna di fianco all’originale.

Cosa ci stavo a fare io? Che senso aveva la mia presenza? E che ne sarebbe stato del cervello dei miei alunni? Su ogni poesia veniva praticata una sistematica e impietosa vivisezione, il testo veniva smontato, i suoi componenti catalogati, numerati, registrati, infine assemblati nuovamente insieme. Tipo di verso, tipo di strofa, figure retoriche di contenuto, di parola, di sentimento. Ogni testo in prosa fatto a pezzi come il corpo di un vitello al mattatoio: le sequenze. Furono queste (ricordo) a farmi trasalire più di ogni altra novità. Non avevo mai fatto a pezzi un brano letterario. Non avevo mai sfilacciato Verga, né ridotto in macinato Pirandello. Mi ero sempre e solo limitata a leggerli, a godere di quelle parole. La mia professoressa del ginnasio non ci disse niente su L’uomo dal fiore in bocca: semplicemente, ce lo lesse. Ce lo lesse bene. Anzi, benissimo. Con le pause giuste, con un’intonazione teatrale ma non affettata, con un coinvolgimento emotivo che non puzzava di scimmiottamento. Tutta la classe si commosse. Io non avrei scordato mai quella lezione.

Ora scoprivo che le sequenze potevano essere molteplici: narrative, descrittive, riflessive, dialogiche. Ma non era finita. Potevano essere anche macro. Se la sequenza m’inquietava, la macrosequenza mi gettava nel panico. Mi affidai alle fantasiose mani di Gèrard Genette. Bevvi le sue Figure, Figure II e Figure III. Tentai di fare mia la sua frase-chiave (“Per me, l’apprezzamento estetico è costitutivamente oggettivista perché non può rinunciare al proprio corollario di oggettivazione senza pregiudicare se stesso come apprezzamento”) e mi azzardai perfino a riproporla ai miei primi studenti. Lo sguardo che mi lanciarono mi fece sospettare che la defenestrazione poteva essere vicina. Ma soprattutto, che il mio amore per quello che insegnavo io poteva diventare il disamore di quello che (non) avrebbero imparato loro.

A distanza di un ventennio abbondante, ho smesso di farmi quelle domande che mi hanno tormentato per tutto questo tempo (come si deve comportare un insegnante quando presenta un autore e i suoi testi a una classe di adolescenti? Deve allinearsi alle antologie in circolazione e alle direttive ministeriali? O deve puntare dritto al cuore -oltre che alla testa- dei ragazzi che ha di fronte e a cui prima di tutto deve rendere conto?) Ho smesso di chiedermelo, perché m’illudo di essermi data una risposta.

L’insegnamento è un atto seduttivo. L’insegnamento delle Lettere in particolar modo. Trattare un testo letterario come un esperimento chimico è fare come quell’uomo che, per conoscere una donna, le chiede il numero del piede. Un libro va prima di tutto amato. Se si insegna, va fatto amare. A qualsiasi costo, anche a quello di disubbidire a un Ministero. Per farlo amare agli studenti, è indispensabile che essi ne restino sedotti, non sdegnati. In passato, quando mi sorprendevo artefice di queste considerazioni, mi sentivo in colpa: perché tra tutti gli insegnanti furoreggiava la vivisezione del testo e io non riuscivo a sopportarla? Perché a me piaceva leggere un’opera, condividerla con quelli che mi stavano davanti e -al massimo- cucire addosso a loro delle attività che li aiutassero a farla propria, amandola? Mi sentivo sbagliata, inadatta, blasfema, e tenevo per me quel segreto immondo.
Poi, un giorno, ho iniziato a parlare. E ho scoperto che in tanti, in tantissimi, la pensano come me.

La pensa esattamente come me, ad esempio, la coautrice di questa non-antologia, che ho avuto la fortuna d’incrociare lungo il mio sentiero professionale e con cui ho elaborato questa proposta editoriale. Da qualche anno, lavorando nella stessa scuola, uniamo idee, spunti e intuizioni nel tentativo di valorizzare e non di uccidere quello che insegniamo, col sogno di interrompere “quella strage quotidiana” che si perpetra a scuola e di cui il poeta Davide Rondoni ha scritto con il suo consueto ardire: “Vi dico: siete dei monaci. E dei guerrieri. Non tradite pure voi, in questo generale tradimento di chierici e di giornalisti, di esperti di comunicazione e di editori o agenzie di eventi culturali… Siete monaci e guerrieri a custodia e a incremento di un bene prezioso, che nessuno quasi più comprende. La chiamano: letteratura. Ma non è altro che vita ridestata dalla lingua. Lasciate perdere i programmi, le scadenze, i disegni analitico-storici… Fateli per quel minimo indispensabile. Che è vicino allo zero. Alzatevi in piedi, piuttosto, leggete. Fate teatro di questa vita della lingua quando in essa giunge il colpo della vita. Fate così, come i monaci in piedi, e i guerrieri. Perché da ovunque il nulla occhieggia. E cala sui viottoli o sulle autostrade della vostra possibile pigrizia, della vostra inappellabile buona coscienza, del vostro malinteso senso del dovere”.

Ecco, a me e alla collega che ho accuratamente scelto per giocare questa sfida, piacerebbe fare questo. Per realizzarlo, abbiamo selezionato testi che parlino ai ragazzi ed elaborato esercitazioni ispirate all’interiorizzazione dell’esperienza della lettura. Abbiamo inventato attività da concretizzare in piccoli gruppi. Abbiamo puntato su una didattica laboratoriale che spinga gli studenti a condividere l’amore per i libri, che come ogni amore va gridato al mondo e fatto riecheggiare.

In questa non-antologia destinata al biennio delle superiori vi aspettano autori che nel triennio non ritroverete e incontrerete nomi che, giunti alla fine della quinta, non avrete mai tempo di affrontare. Insomma è l’ultima occasione. Almeno a scuola.

Dalla Prefazione a: ANTONELLA LANDI-SILVIA COLLINI, Controvento. L’antologia per scoprire il piacere di leggere e scrivere, D’Anna editore.

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Audentes phantasia iuvat

4 agosto 2015

Quattro mesi fa ho ricevuto una bellissima proposta editoriale.
E l’ho accettata.
Raccontandolo a una collega che è anche la mia amica del cuore, man mano che scendevo nei dettagli mi accorgevo di quanto la sua collaborazione a questo progetto sarebbe stata perfetta per realizzare un lavoro molto più completo e di quale piacere avremmo potuto godere lavorando insieme. Così prima ho chiesto il permesso agli editori e poi gliel’ho proposto.
E anche lei ha accettato.
Da allora (adempimenti scolastici finali, esami di maturità, ferie -lei- e funerali -io- permettendo) lavoriamo alacremente.

La settimana scorsa, per festeggiare la definizione del contratto e per distrarmi un po’ dai miei pensieri mesti, mi ha portata a prendere un aperitivo.
“Lo so che detesti gli aperitivi nei locali beceri -ha detto- ma io ti porto in un luogo eccezionale d’atmosfera, un posto esclusivo, storico, letterario, onirico”.
Quando mi ha detto che saremmo andate alla Pensione Bencistà ho pensato: questa ha perso il capo.

Sono decenni che, salendo verso Fiesole, vedo sulla penultima curva, srotolato e gigantesco, il cartello con la scritta “PENSIONE BENCISTA’” e penso: madonna che posto vecchio e triste dev’essere, ci saranno più vene varicose che camere da letto.
In realtà la Pensione Bencistà non si vede dalla strada: il cartellone indica infatti con una freccina di imboccare una stradella che si stacca dalla principale e s’inoltra in mezzo al verde collinare. Mi ci immaginavo una clientela più che attempata, coppie di vecchini rigorosamente straniere perché mai un fiorentino si farebbe infinocchiare in un pernottamento tanto prossimo alla città ma più che altro tanto vetusto.

Giunte a malapena nel parcheggio, intuisco immediatamente che la Pensione Bencistà è un paradiso in terra di cui ero scandalosamente all’oscuro. Immersa in un parco fresco e curatissimo, la villa che va sotto questo nome d’altri tempi si staglia in tutta la sua meraviglia panoramica verso Firenze.
I titolari, marito e moglie di una gentilezza ormai perduta altrove, ce ne narrano la storia: nel Cinquecento convento di suore, nei primi anni del Novecento ampliata e restaurata in rispettosa armonia con il complesso originale, la Pensione accoglie oggi per lo più studenti e professori dell’Università Europea di San Domenico, oltre a una particolare clientela che viene a Firenze per contemplarla dall’angolo migliore. Ce ne mostrano gli interni: io e Coautrice notiamo subito la sala da giorno, un cofanetto d’arredamento romantico, uno scrigno di buon gusto e tranquillità. Partoriamo la medesima fantasia, che però sul momento ci taciamo perché non siamo sole e perché, dalla saletta, veniamo accompagnate sul terrazzo dell’aperitivo. Sotto un glicine maestoso ci si mostrano tavoli in ferro battuto finemente apparecchiati. Il nostro è quello centrale: tirando una linea retta in aria arriviamo in cima al Duomo. Ecco laggiù la Sinagoga con la sua cupola verde acqua marina. Ed ecco Santa Croce, il Piazzale Michelangelo, San Miniato al Monte, il Forte Belvedere. Ecco la Stazione centrale e la Basilica di Santa Maria Novella, ecco Novoli, ecco l’orrore architettonico del nuovo Palazzo di Giustizia, che in quel contesto però non fa tanta paura.
Sedute al nostro tavolino, consumiamo l’aperitivo più fresco, sano e buono mai gustato in vita nostra, libiamo con calici di bianco e finalmente torno a ridere di gusto come non mi succedeva più da settimane.

Il giorno imbruna, calano le ombre, si affaccia la luna dall’angolo della camera 18.
Viene notte e noi ridiamo ancora, consapevoli della fortuna di esserci incontrate, felici del nostro legame affettivo ormai quinquennale che ha le peculiarità di un’amicizia dell’infanzia senza averne la monotonia, speranzose nel futuro professionale parallelo che ci attende.
I proprietari ci invitano cortesemente a lasciare i locali perché è ora di chiusura.
Uscendo, ancora un’altra occhiata alla meraviglia di quel salottino, ancora quel sogno in testa a entrambe.
“Ma sai cosa pensavo…”
“Anch’io pensavo una cosa…”
“Dimmela.”
“No, dimmela prima tu.”
“Quel salottino…”
“Davvero, quel salottino!..”
“Come sarebbe bello se…”
“Sì, sarebbe bellissimo se…”

“Ma che siete sceme?! -ci dicono a casa- Ora sarà che vi danno il permesso di andare a scrivere un libro in quel salottino, a costo zero, limitandovi a qualche piccola consumazione, con le argomentazioni che portate, l’esigenza di una potente ispirazione, il bisogno di creare in un luogo creativo, la disponibilità a indossare abiti d’epoca affittati in un teatro per contribuire a fare ambiente?!”

Invece il giorno dopo abbiamo scritto un’e-mail ai due adorabili proprietari, abbiamo avanzato la nostra bislacca richiesta, allegato queste oneste argomentazioni, aggiunto che “vorremmo lavorare in Bencistà, dove tanto ben-ci-stemmo”, abbiamo inviato con fiducia e con fiducia abbiamo atteso una risposta.

La risposta è arrivata ed è positiva: ci aspettano quando vogliamo nel salottino.

Perché non è la fortuna ad aiutare gli audaci.
E’ la fantasia.

Il cash

1 dicembre 2014

“Ragazzi, ho una bella notizia che vorrei condividere con voi: una famosa casa editrice mi ha proposto di scrivere una guida atipica su Firenze. Mi date una mano? A lavoro ultimato vi cito nei ringraziamenti!”
“Ringraziamenti?! Non scherzi, profe. Noi vogliamo il cash.”
“Il cash?! Che gigantesca delusione, non vi facevo così venali. L’arte si fa per il piacere di farla. Mica per i soldi.”
“Allora perfetto: lei scrive la guida per il piacere dell’arte, il cash lo gira a noi che le diamo una mano a tempo avanzato.”

Quattro anni insieme a parlare di poesia, e nulla.

Cioè, ma lei, quindi…

28 febbraio 2012

“Scusi profe…”
“Sì, ditemi ragazzi.”
“A proposito del libro di Ammaniti…”
“Sì, prego.”
“Ma cosa vorrebbe dire che lei ha scritto una biografia originale e inedita?”
“Che non ho copincollato da internet le solite tre notizie in croce (come fate voi) ma sono andata a intervistarlo di persona per farmi raccontare quello che mi interessava veramente sapere, per esempio che adolescente fosse lui alla vostra età.”
“Cioè, ma lei, quindi, lo avrebbe conosciuto di persona?!”
“Non lo avrei: lo ho.”
“Macché, la ci piglia in giro!”
“Ma che in giro, grulli, l’ho incontrato l’estate scorsa.”
“Ma dove?!”
“A casa sua.”
“A CASA SUA?!”
“A casa sua.
“Cioè, lei sarebbe andata a casa di Ammaniti?!”
“Non sarei: sono.”
“Ma dove?!”
“A Pitigliano, dove lui risiede abitualmente.”
“E con chi c’è andata?”
“Da sola! Con chi ci sarei dovuta andare?”
“Be’, con il suo fidanzato!”
“Questa è bella: cosa c’entra il mio fidanzato?”
“Come cosa c’entra?!”
“Sì, cosa c’entra scusate: era un incontro di lavoro, è chiaro che ci sono andata da sola.”
“E il suo fidanzato ce l’ha lasciata andare?!”
“Ma che domande fate, certo! Lui era al lavoro qui a Firenze e io sono andata a Pitigliano. Capirai.”
“Capirai un corno! O profe! Non va mica bene!”
“Cosa non va bene?”
“Che lei sia andata da sola a casa di quello.”
“Quello è uno scrittore.”
“No profe: quello è il suo scrittore preferito, ce l’ha sempre detto lei stessa che lo adora!”
“Certo, lo adoro e lo stimo moltissimo. E allora?”
“E allora non va bene, profe, non va bene! E il suo fidanzato non avrebbe dovuto lasciarla andare da sola. Noi per esempio, se fosse stata la nostra fidanzata, non glielo avremmo mai permesso.”
“Ma siete fuori di cervello?! Ma cosa pensate che ci sia andata a fare? Sono andata a intervistarlo!”
“E com’è andata?”
“Bene, anzi, benissimo: sono rimasta tutto il giorno a casa sua e gli ho fatto mille domande.”
“Ma anche lui era solo?”
“Sì, era solo, sua moglie (l’attrice Lorenza Introvina) era via per lavoro.”
“Quindi siete stati soli per un giorno intero?!”
“No: c’erano anche i suoi due cani.”
“Capirai.”
“Capirai che cosa?! Siete un branco di deviati!”
“E cosa avete fatto per un giorno intero?”
“Sono arrivata in mattinata, ci siamo messi sotto il loggiato della sua splendida casa, ci siamo tolti i sandali e ci siamo accomodati su un immenso divano circondati dai cuscini e dai cani che ci stavano acciambellati accanto.”
“Non ci possiamo credere!”
“Poi è arrivata l’ora di pranzo e lui mi ha invitata a restare.”
“E lei?”
“E io sono rimasta! Avevo una fame che non ci vedevo!”
“E cosa avete mangiato?”
“Pastasciutta al pomodoro e birra Beck’s. Ha cucinato lui e intanto io continuavo a fargli l’intervista, che a quel punto era diventata una chiacchierata molto tranquilla.”
“Ma senti questa!”
“Ma che volete da me?!”
“Non va per nulla bene profe. Il suo fidanzato ha fatto male. Ha fatto molto male. Almeno le avrà telefonato ogni mezz’ora per dare una controllatina, giusto?”
“Ma ci mancherebbe altro: l’ho chiamato io non appena sono andata via, alla fine di tutto il lavoro.”
“Sì, di tutto il lavoro…”

Brutti malpensanti infidi e sudicioni.

Io e lui

27 febbraio 2012

“Ragazzi, a costo di passare da vanitosa, guardate: vi ho portato a vedere la prima copia del mio nuovo lavoro editoriale!”
“Cioè?!”
“Il romanzo Io e te di Niccolò Ammaniti, di cui ho personalmente curato l’edizione scolastica per Einaudi!”
“In che senso l’edizione scolastica?!”
“Nel senso che il testo è quello di Ammaniti, io ho fatto l’introduzione, la biografia originale e inedita che ho potuto scrivere a seguito della lunga intervista che lo scrittore mi ha concesso l’estate scorsa a casa sua, e l’apparato didattico finale, ricco di esercizi e attività sfiziose e stuzzicanti.”
“Va be’, non penserà di rifilarli a noi!”

 

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Ollellé ollallà

24 ottobre 2011

Questa sera incontro i ragazzi e le ragazze del MSAC, acronimo per Movimento Studenti Azione Cattolica.
Dicono che gli piace la mia rubrica del venerdì sul Corriere e mi hanno invitata al Seminario Arcivescovile di Lungarno Soderini affinché racconti la mia esperienza scolastica. Ora, quando parlo di questo, narro sempre che io da giovane la professoressa non la volevo fare, che poi un giorno più per caso che per scelta mi sono ritrovata dentro una classe, che in questa classe (una quinta geometri) sono stata accolta con un coro da stadio parecchio caloroso. Troppo.

Ma forse è meglio se per questa sera m’invento una bugia.

Quello che mi rimane dentro

24 ottobre 2011

Per me le presentazioni, gli incontri pubblici, i convegni, le conferenze e le tavole rotonde -non ne ho mai fatto mistero- sono un gran patimento. Almeno, lo sono prima che si concretizzino e che mi ritrovi nel luogo dove sono stata invitata. A darne eloquente testimonianza è il mio corpo stesso, che ogni volta prova a boicottarmi uscendosene fuori con tutta una serie di reazioni oltretutto sproporzionate: potrei cavarmela con un po’ di cefalèa, un accenno di secchezza delle fauci, e invece quello ci si mette d’impegno e la fa bozzolosa con una serie di manifestazioni (perlopiù epidermiche, ma non solo) che non fanno altro che ingigantire una naturale emozione umana. Ieri per esempio, oltre a portare a giro una bolla diametro quattro opportunamente celata da un abbigliamento ad hoc, non ho digerito il pranzo consumato all’enoteca “La mescita” in via Domenico Cavalca, angolo piazza delle vettovaglie. Ammetto che il menu su cui mi sono indirizzata non agevolava: solo io considero leggeri i tortellini in brodo. Poi, come se tutto il grasso che vi galleggiava intorno non bastasse, gli ci ho schierato dietro anche un piattino tipico invernale, l’osso buco col purè. Inzavorrata a modino, quindi, mi sono indirizzata verso la Stazione Leopolda in compagnia dei tre maschi che mi facevano da compagnia, da scorta e da presentatori: il fidanzato, il giornalista e Nanni, il cane carlino del giornalista. Con la lingua allappatissima e incollata al palato, ho disquisito per un’ora al cospetto dei presenti. E insomma, è andata.

Tutta l’ansia emotiva del prima, a incontro ultimato si scioglie nelle strette di mano di chi viene al tavolone a salutare. A quel punto, quello che mi rimane dentro sono i volti su cui mi sono caduti più insistentemente gli occhi durante la chiacchierata: la collega bionda di fronte a me, che ha ammesso di mettere più testa che cuore in questi suoi ultimi anni di insegnamento, perché non ce la fa più a reggere allo stress di un lavoro che chiede sempre di più e paga sempre meno; la collega mora che venne a sentirmi parlare anche a Piombino, in quella bella serata animata di gente e bagnata di pioggia estiva; il signore col giubbotto chiaro seduto in prima fila che rideva a voce alta e che alla fine è venuto a chiedermi un indirizzo mail a cui potermi scrivere in privato; l’amica virtuale che mi scrive da un anno e che ieri si è materializzata a Pisa perché ci conoscessimo anche di persona dandoci un abbraccio d’intesa empatica tante volte promesso; la studentessa di quinta superiore che mi ha confidato di come il mio primo libro scivolasse di soppiatto tra i banchi della sua classe durante le lezioni;  la ragazza dal viso aperto sorridente e fiducioso che tra una settimana si laurea in Lettere con una tesi in Filologia Romanza, che dopo sogna di fare l’insegnante, che risponde al nome di Cecilia, e a cui auguro un felicissimo futuro in cattedra, uno dei luoghi più affascinanti in cui sedersi.

E naturalmente Nanni, il carlino di fianco al quale ho viaggiato in auto, che mi ha sbausciato di bava la parte bassa della maglietta, e che ha mantenuto tutte le promesse di cui avevamo timore: rantolare anziché respirare, starnutire e tossire come un tubercolotico anziché trattenersi, agitarsi anziché darsi un tono, abbaiare agli estranei anziché mostrarsi accogliente, liberarsi di liquidi e solidi nel giardino di un’affollata Leopolda anziché riportare tutto a casa.

 

Viene anche Nanni

22 ottobre 2011

Per la mia partecipazione al Pisa Book Festival di domani è tutto pronto: pronta la gentilissima direttrice che mi ha invitata, pronta io, pronto l’uomo che vive con me e che mi accompagnerà, pronto il giornalista che m’intervisterà e che viaggerà insieme a noi. Prontissimo anche il brufolo dell’ansia da prestazione che da due giorni pigia sotto pelle lasciando intendere che per domani alle 16.30 sarà in forma smagliante.

Ma più di tutti noi messi insieme pare che sia pronto Nanni, un esemplare di cane carlino, logorroico, tendenzialmente nervoso, egocentrico, esibizionista, grande urlatore, possessivo e geloso a morte del suo padrone. Cioè il giornalista che lo trascurerà per intervistare me e che, così facendo, susciterà tutto il suo implacabile rancore.

Joanna forever

16 ottobre 2011

Entrando alla Biblioteca Comunale “Le Fornaci” di Terranuova Bracciolini, gloriosa benché agreste città natale dell’umanista Poggio, m’incrocio con una signora bionda elegante e graziosa, integralmente in nero, con capelli biondi e lisci. La guardo. Ma evidentemente non la vedo. Entro nei locali dove sono attesa e mi viene incontro la ragazzina della sezione A dei tempi del Classico “Francesco Petrarca”. Non è più una ragazzina, ma è sempre lei, incorniciata dalla massa dei suoi riccioli biondi, sorridente e buffa nel suo incedere ribelle, mascolino, un po’ sgraziato eppure a suo modo femminile. La abbraccio, mi abbraccia: ci stringiamo. Sono passati tanti anni. Ci passa gente di fianco, ci sfiora, si sofferma, indugia con lo sguardo, sorride, saluta. Guardo tutti con molta attenzione, mentre con gli occhi la cerco. Cerco solo lei: Joanna, la mia professoressa di Lettere di trent’anni fa. Lei è lì. Eppure non la vedo. Bisogna che la mia compagna di Liceo che ora dirige una biblioteca mi afferri per le spalle e dolcemente mi giri di centottanta gradi, perché me la ritrovi davanti. Eccola, Joanna. Era la signora bionda in nero elegante e graziosa che avevo incrociato fuori, ma che non avevo visto.
“Professoressa Fortunati!..”
Joanna è bionda, elegante e bellissima come quando era la mia insegnante di Italiano, Latino, Greco, Storia e Geografia. Diciotto ore a settimana insieme a lei, per i due anni dei Ginnasio. Non l’ho riconosciuta, però è uguale, identica a come me la ricordavo. Lo stesso sguardo penetrante e sicuro, lo stesso sorriso aperto e generoso, la stessa taglia, la stessa corporatura, esile e sinuosa, lo stesso viso, disteso, sereno e rasserenante.
Oggi posso fare quello che un tempo non avrei mai osato: buttarmi al suo collo, abbracciarla stretta, respirarne il profumo avvolgente, infilare il naso dentro i suoi capelli.
“Professoressa, ma lei è uguale!.. E’ bellissima come allora!..”
Invece no, non è uguale, la professoressa Fortunati. Quando era la mia professoressa, era distante e distaccata. A un occhio distratto sarebbe apparsa fredda, algida quasi. Qualcuna delle mie compagne la temeva intensamente, perché lei sapeva trasformare la tua mattinata in un incubo, perché era severa e pretendeva. Cazzo, se pretendeva. Pretese fin dal primo giorno di quarta Ginnasio, quando ci assegnò l’alfabeto greco da studiare per il giorno dopo. Erano i tempi in cui la clamorosa cazzata dell’accoglienza non era stata ancora partorita. Erano i tempi in cui l’accoglienza la faceva il programma, altro che discorsi. Erano i tempi in cui o tiravi subito fuori gli attributi e cominciavi immediatamente a studiare oppure ti veniva detto sul muso levati di torno. Una giustificazione a quadrimestre e rizzati: tutti gli altri giorni te li passavi gobba sopra l’Urbis et orbis lingua, sopra il Calderini, sopra i lirici greci, il De Rosa e l’atlante.
La Joanna di trent’anni dopo invece non fa più paura e non tiene più le distanze di quei tempi. La Joanna di oggi è una donna amabile e affettuosa che mi racconta tutta la sua vita, che mi presenta suo marito come se fossimo due vecchie amiche, che mi dice di sua sorella Beatrice e della sua nipotina Sophia, col ph, alla greca, Sapienza. E io non sono più l’alunna devota ma impaurita, incantata ma agitata: sono una donna molto commossa che balbettando le presenta il proprio compagno privo di capelli ma dotato di due incantevoli occhi azzurri. Sono una donna che oggi è in questa biblioteca per presentare i tre libri che ha scritto e in cui sono raccolte tutte le emozioni provate in quarantacinque anni di esistenza.

“Se io amo le Lettere, il merito è tutto della professoressa Joanna Eleganza. Joanna, già per il nome, si faceva amare. Provate: Joanna. Ma non ditelo così, alla contadina: date altro charme a un nome già di suo così elegante. La professoressa Joanna era elegante esattamente come il nome che portava. Ci faceva un culo tanto, però ci appassionava fino alle lacrime. Leggendoci L’uomo dal fiore in bocca, pareva Marta Abba e provocò il crollo emotivo dell’ala femminile della classe. Piangemmo per tutto l’intervallo e il panino col salame lo riportammo a casa intonso. Quella storia ci aveva chiuso la bocca dello stomaco. E l’applauso non va fatto solo a Pirandello: va allargato alla Joanna perché lui l’aveva scritto, ma lei si era messa in gioco, aveva palesato il suo sentire e in questo modo ci aveva risvegliato le coscienze. Basta questo per fare di un’insegnante cone tante un’insegnante speciale”.

Lo confesso, sulle ultime righe di questo brano che ieri pomeriggio ho finalmente potuto leggere davanti alla mia adorata professoressa, la voce mi si è prima incrinata e quindi rotta. Il rimmel ha iniziato a colare sia dai miei che dai suoi occhi. A dirla tutta, anche da quelli di quella che all’epoca era la mia compagna di banco, che risponde al nome di Cecilia e che ieri mi stava seduta davanti, in prima fila, accompagnando le mie parole con sguardi di atavica, eterna complicità. Sì, è stato un incontro pubblico impegnativo. Ma impagabile, proprio per il carico emozionale che si è tirato dietro.

Profe, è emozionata?

14 ottobre 2011

“Profe! Sulla Nazione ho letto che domani pomeriggio presenterà i suoi libri alla Biblioteca Comunale di Terranuova Bracciolini!”
“Infatti, è così.”
“E mi dica: è emozionata?”

La Biblioteca Comunale di Terranuova Bracciolini è diretta dalla dottoressa Lorenza Renzini, che frequentava lo stesso Liceo Classico in cui ho studiato io. Di lei mi ricordo un sorriso contagioso, due occhi azzurri come il cielo oggi e una massa esagerata di riccioli biondi. Una CandyCandy de noattri, però con meno paranoie e meno sfighe addosso. Dalla fine del liceo l’ho rivista poche, pochissime volte, perlopiù nella piazza dove abitano i miei genitori e dove lavorava un avvocato diventato suo marito. Nei nostri recenti contatti mail mi ha chiesto se per l’occasione ci fosse qualcuno che desideravo rivedere in maniera particolare, così lei si sarebbe attivata per rintracciarlo e invitarlo personalmente all’evento. Visto che si poteva, ho espresso il desiderio più grande, quello che mi renderebbe più felice: rivedere la mia insegnante di Italiano, Latino, Greco, Storia e Geografia dei due anni del Ginnasio, la professoressa Joanna Fortunati, la donna che mi ha fatto amare la letteratura e le lingue morte, che mi ha fatto credere di avere un dono per la parola scritta, che mi ha fatto piangere in classe leggendomi la versione integrale de L’uomo dal fiore di bocca di Luigi Pirandello. La donna che per me è stata il simbolo dell’eleganza, della grazia, della cultura e della bellezza. La donna a cui (con risultati onestamente discutibili e altalenanti) cerco di ispirarmi da quando ho scelto di fare lo stesso suo mestiere, la donna a cui ho costantemente continuato a pensare in tutti questi anni, la donna che mi viene in mente almeno una volta a mattinata e di cui ricordo tutto, i colori, gli abiti, i capelli, il volto, la voce, il sorriso.
Domani, dopo trent’anni esatti dall’ultima volta in cui la vidi, e senza che l’abbia mai rivista da allora, mai, neanche una volta, neanche per caso, neanche da lontano, neanche di sfuggita, la professoressa Fortunati sarà alla Biblioteca.
E quello mi domanda se sono emozionata.