Profe, è emozionata?

14 ottobre 2011

“Profe! Sulla Nazione ho letto che domani pomeriggio presenterà i suoi libri alla Biblioteca Comunale di Terranuova Bracciolini!”
“Infatti, è così.”
“E mi dica: è emozionata?”

La Biblioteca Comunale di Terranuova Bracciolini è diretta dalla dottoressa Lorenza Renzini, che frequentava lo stesso Liceo Classico in cui ho studiato io. Di lei mi ricordo un sorriso contagioso, due occhi azzurri come il cielo oggi e una massa esagerata di riccioli biondi. Una CandyCandy de noattri, però con meno paranoie e meno sfighe addosso. Dalla fine del liceo l’ho rivista poche, pochissime volte, perlopiù nella piazza dove abitano i miei genitori e dove lavorava un avvocato diventato suo marito. Nei nostri recenti contatti mail mi ha chiesto se per l’occasione ci fosse qualcuno che desideravo rivedere in maniera particolare, così lei si sarebbe attivata per rintracciarlo e invitarlo personalmente all’evento. Visto che si poteva, ho espresso il desiderio più grande, quello che mi renderebbe più felice: rivedere la mia insegnante di Italiano, Latino, Greco, Storia e Geografia dei due anni del Ginnasio, la professoressa Joanna Fortunati, la donna che mi ha fatto amare la letteratura e le lingue morte, che mi ha fatto credere di avere un dono per la parola scritta, che mi ha fatto piangere in classe leggendomi la versione integrale de L’uomo dal fiore di bocca di Luigi Pirandello. La donna che per me è stata il simbolo dell’eleganza, della grazia, della cultura e della bellezza. La donna a cui (con risultati onestamente discutibili e altalenanti) cerco di ispirarmi da quando ho scelto di fare lo stesso suo mestiere, la donna a cui ho costantemente continuato a pensare in tutti questi anni, la donna che mi viene in mente almeno una volta a mattinata e di cui ricordo tutto, i colori, gli abiti, i capelli, il volto, la voce, il sorriso.
Domani, dopo trent’anni esatti dall’ultima volta in cui la vidi, e senza che l’abbia mai rivista da allora, mai, neanche una volta, neanche per caso, neanche da lontano, neanche di sfuggita, la professoressa Fortunati sarà alla Biblioteca.
E quello mi domanda se sono emozionata.

Se c’è una cosa che detesto, è l’edizione scolastica dei libri. Cioè quella versione parallela di un romanzo, di un racconto, o di un saggio, dove il testo originale resta tale e quale, ma viene corredato di tutto un apparato di attività cosiddette didattiche destinate a ignari e incolpevoli studenti. I quali, poveracci, una volta finito di leggere il libro (e magari averlo miracolosamente anche gradito), si ritrovano intortati in una serie di esercizi, domande e interrogatori volti a testare l’effettivamente avvenuta lettura. Una polizia segreta della pagina scritta.
Come studente, odiavo le edizioni scolastiche in quanto strangolatrici della fantasia.
Come insegnante, le odio in quanto mortificazione del mio sedicente genio improvvisatore che m’induce a proporre ogni anno, a ogni classe, attività ogni volta diverse.

Se però la casa editrice Einaudi ti contatta per proporti di curare l’edizione scolastica dell’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti -sì, lui, l’autore contemporaneo che hai amato di più e che hai fatto tanto leggere ai tuoi studenti, proprio lui, il creatore di Pietro Moroni e Gloria Celani, l’ideatore di Michele Amitrano, l’inventore di Flora Palmieri, il demiurgo di Graziano Biglia!- come fai a dire “no, grazie: io odio le edizioni scolastiche”?
Non puoi dirlo.
Infatti dici “sì, grazie, volentieri!” e dai via libera al cervello perché partorisca l’apparato didattico più ribelle e meno convenzionale che abbia mai affiancato un romanzo d’autore.
O almeno, ci provi.

La scuola che vorrei

22 maggio 2011

Ho passato le ultime quarantott’ore a Cles, in provincia di Trento, dove piacevolmente ho incontrato la Preside e i genitori dell’Istituto Comprensivo “Bernardo Clesio”.
Ho dormito in un albergo abbracciato da una foresta di meli.
Ho girato intorno a un lago dentro cui si rispecchiavano montagne, alberi e cielo.
Ho fatto amicizia con quindici cani e sperato d’imbattermi in un orso del Parco Naturale Adamello Brenta.
Ho fotografato orchidee selvatiche e mughetti di bosco.
Ho mangiato canederli in brodo, polenta coi funghi, yogurt naturale e strudel alle mele.
Ma più che altro ho visto la scuola che vorrei: un edificio pensato per i ragazzi e realizzato con criterio, colorato per educarli al gusto del bello, pulito per avviarli alla cura responsabile delle cose. In ogni classe sedie policrome, armadietti personalizzati, lavagne tradizionali e lavagne elettroniche. Sopra nessun muro scritte sconce né pedate. Lungo ciascun corridoio laboratori di tutto, dalla fotografia alla cucina. In ogni angolo punti di raccolta differenziata dei rifiuti. Appese alle pareti e dislocate negli androni, opere d’arte di alto valore. Appena fuori dal portone, un giardino prezioso come un pizzo macramè.
E ho sospirato rattristata, pensando ai muri scortecciati e scarabocchiati delle nostre aule, ai nostri corridoi disordinati, al nostro cortile infestato di erbacce e forasacchi.
Ma non temete, ragazzi: nemmeno una briciola della mia voglia di rivedervi per stare insieme a voi è diminuita.
A domani.

Non ci sono parole

3 maggio 2011

Non ci sono parole per dire quello che ho vissuto, quello che ho provato, come mi sono sentita e a quanti pianti mi sono abbandonata in questo fine settimana fisicamente e psicologicamente inebriante e insieme devastante trascorso a Bergamo. Ma ci voglio provare lo stesso.

Notte prima dell’esame.
Come in ogni notte che precede un esame a cui tieni, il sonno va a farsi benedire. E se gli studenti della scuola che mi ha invitato a tenere un incontro sulla scrittura mi accoglieranno freddamente? E se saranno scostanti, disinteressati, distratti, scazzati, annoiati, infastiditi? E se entrando e vedendomi nell’aula magna dell’Istituto biascicheranno tra i denti pota, chi éla chél lé? E se non mi seguiranno nelle attività che proporrò loro? E se opporranno resistenza ai miei tentativi di comunicazione incrociata? E se non mi sorrideranno dai loro posti, ma addirittura mi lanceranno quegli sguardi implacabili e crudeli di cui solo gli adolescenti sono capaci? E se la collega che ha organizzato tutto questo, la cara collega che conobbi quindici anni fa in un’altra scuola bergamasca e che ho sempre tanto ammirato, resterà delusa dal mio intervento? E se anche la preside della scuola assisterà all’incontro e non si accontenterà di quello che dico? L’unico che ingrassa beatamente in questa poltiglia di pensieri marci, è il mio herpes a sette punte. Quando la sveglia, alle 5 e mezzo del mattino, prima che gli uccellini inizino a cantare, fa sentire la sua voce, lui, l’herpes, pesa circa tre etti e mezzo.

Che tempo che fa.
E proprio all’amata collega ho chiesto lumi meteorologici prima di andare giù al nord. “Vestiti a cipolla -ha detto lei- ché qui non è più così freddo, ma non è ancora neanche caldo. Un po’ piove, un po’ si apre. Un po’ tira vento, un po’ si suda”. “Insomma un tempo di merda” ha sintetizzato suo marito. Multistratificata, equipaggiata e stivalata, alle 7 sono al binario 9 di Santa Maria Novella, il freddo alle mani, il caldo alla testa, per il sonno, l’ansia, i pensieri neri e le paure che puntuali mi seguono nelle occasioni più importanti.

Bèrghem de hota.
Quando arrivo in stazione, Bergamo bassa è una pozza di luce. Bergamo alta, lassù, alla fine di viale Papa Giovanni XXIII, una sorta di miraggio. Dalla memoria subito si affacciano le facce di tutti quelli che andavo a prendere ai binari quando venivano a trovarmi negli anni dell’esilio volontario lombardo. Mia madre in compagnia del cane Nello. Il fidanzato che avevo allora e che mi lasciò quando iniziò a sospettare che amassi più la scuola di lui. L’amica bionda con le sue poppe grandi. L’amico ipovedente con il suo ipercuore. Il collega calabrese che metteva la g al posto della c e la b al posto della p coniando un improbabile e cacofonico “bringibessa” per risultare galante con la sottoscritta. Un tassista siciliano mi invita a salire, salvo poi trasalire quando per strada gli dico la destinazione. “L’Istituto Galli?! Minchia siggnorina, qua ddietro stava!”. Dieci euro, comunque. L’Istituto “Galli” è la continuazione fisica del “Paleocapa”, un nome che suona familiare a tutti i docenti inseriti nelle graduatorie bergamasche. Nel cortile esterno ci sono i lavori in corso, ma la sala professori, dal retrogusto e dagli arredi antichi, è luminosissima e ariosa. Il primo viso che mi si palesa è quello di una signora distinta dal sorriso aperto. “Sono la preside”, rivela. “Non me l’aspettavo una preside così bella”, confesso. Il mio cuore, intanto, batte nell’attesa di lei. La collega Angela, che non rivedo da più di dieci anni.

Violetta la timida.
C’era questo libro, quando ero piccina, scritto da Giana Anguissola: Violetta la timida. E raccontava di questa ragazzina di tredici anni, abilissima con la scrittura ma trattenuta dalla timidezza. Quando conobbi Angela, all’Itis “Majorana” di Seriate, nel 1997, occhi celesti dietro lenti a rettangolo, sorriso raccolto e voce bassa, non so come, pensai a lei. Angela mi colpì perché non raccontava mai cosa insegnava ai ragazzi in classe, quale rapporto avesse con loro, quali attività imbastisse per loro. E poi però venivi a sapere che alla poesia mescolava le canzoni e alla storia antica quella del giorno prima. Scoprii in due anni la sua passione per il Sessantotto e per gli anni Settanta, il suo amore infinito per Ligabue, la sua biblioteca di libri tutti parcheggiati in terza fila, il suo scaffale di cd tutti originali. Mi accorsi che mi assomigliava anche se era il mio opposto, io berciavo lei sussurrava, io multicolor lei nature, io priva di fermezza lei riflessiva. Eppure entrambe innamorate dei nostri ragazzi, delle nostre materie, delle nostre ore in aula, del nostro lavoro, entrambe cieche di fiducia e di speranza, convinte di fare un mestiere da privilegiate, certe che quello colmasse tutto il resto e che non avremmo più avuto bisogno di niente, neanche di un figlio, noi e i nostri compiti da correggere, noi e il nostro ottimismo da regalare in trasfusione a ragazzi che non erano nostri ma che lo diventavano giorno per giorno un po’ di più. L’altra mattina Angela mi arriva da dietro la schiena. Scendendo le scale, crede di cadere. Trovandomela davanti dopo tanti anni, credo di svenire.

Marco, Natalia, Francesca, Paolo, Federico e gli altri 115.
Sono 120 in tutto gli studenti che incontro in aula magna. Li hanno selezionati dal triennio, pescando dalle classi i più motivati. Arrivano alla spicciolata, dopo l’intervallo, masticano ancora qualche rimasuglio di colazione, guardano di sott’occhio, sorridono beati, hanno il muso lungo, strascicano i piedi, si posizionano nel mezzo, scelgono le ultime file. Li invito ad avanzare, a starmi vicini, a non lasciarmi sola dietro il tavolone e sotto il megaschermo che riproduce una frase che scrissi proprio in questo blog: “Perché si scrive? Per sentirsi una levatrice, per la memoria e la commozione, per la gioia e per il dolore, per il puro piacere, per plasmare un cosmo originale, perché un demone mi costringe a farlo, perché è come droga, follia e malattia, perché è una condanna, per amore della bellezza. Per vivere due vite, anziché solo una”, o qualcosa del genere. Loro danno retta. Solo una, bellina e bionda, mi scaglia dardi infuocati dagli occhi azzurri. Mi incenerirebbe, se potesse. “Pota ma in prima fila non posso mangiare cicche” si lamenta. No, in effetti non puoi. Lei però lo fa lo stesso, e intanto mi guarda a sfida come a dire “prova a vietarmelo, se ne hai il coraggio”. Io il coraggio me lo cerco addosso, e non lo trovo. A salone pieno, alla preside spetta il saluto d’accoglienza, che non suona sterotipato ma sentito. Alla mia collega amica tocca una parte che la inquieta da giorni: presentare me, parlare di noi, raccontare ai centoventi ragazzi cosa ci lega e perché siamo lì tutti insieme. Ascolto la sua voce e quasi non la riconosco dietro il tremore che ci sento dentro, la guardo e mi accorgo dei suoi occhi gonfi di pianto trattenuto e spinto laggiù, in fondo in fondo alla gola. Quando mi ritrovo col microfono in mano, sento che anche la mia voce si sta per rompere, che anch’io ho gli occhi gonfi, e non solo per il sonno accumulato. Ma la scrittura mi viene in aiuto: a casa ho preparato striscioline bianche strette e lunghe. Su ogni strisciolina c’è l’aforisma di un autore eterno. Piegate tante volte su se stesse, le striscioline sono dentro un sacchetto che tengo tra le mani e in cui esorto i ragazzi a infilare le loro per pescarne una a caso, da leggere poi nel silenzio di uno spazio che vorrei insonorizzare per crearci dentro un vuoto pneumatico di concentrazione e d’atmosfera. “Non ti cacheranno nemmeno di striscio” aveva sentenziato il mio fidanzato mentre a casa le preparavo. Ed era anche il mio terrore. Invece loro si offrono volontari, e pescano, e aprono, e leggono, prima nella loro intimità, poi pubblicamente col microfono in mano. E l’aula magna acquista una forma che prima non aveva, diventa una casa calda e consolante dove una toscana con la c aspirata spuntata da chissà dove si mette a ragionare con 120 persone che non ha mai visto prima di parole belle dette da altri. Non esiste un vascello veloce come un libro per portarci in terre lontane. Prima di scrivere, imparate a pensare. I veri scrittori incontrano i loro personaggi solo dopo averli creati. Lo scrittore è un uomo che più di chiunque altro ha difficoltà a scrivere. Scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli. Cercando la parola si trovano i pensieri. Lo scrittore guarda il mondo come un uomo guarda una donna. Se conosci bene l’argomento le parole verranno. Lo scrittore è essenzialmente un uomo che non si rassegna alla solitudine. Scrivere: librarsi sopra l’abisso trattenuti soltanto dalla grammatica. Nulla dies sine linea. Dev’essere merito dei grandi autori e delle loro parole potenti. O dev’essere che questi 120 ragazzi non sono solo i più motivati, sono anche i più affettuosi, i più gentili e i più calorosi di tutta la scuola. Intervengono, ascoltano, guardano, ridono. Anch’io li guardo, li ascolto e rido. La bocca mi si allarga in tanti sorrisi e mi si stacca perfino il cerotto curativo dal labbro e l’herpes pretende di intervenire iniziando a gemere. Ma mi sento bene, e sono contenta di aver conosciuto questi ragazzi, di aver conosciuto Marco che prima di fare la sua domanda si soffia il naso, Natalia che da grande vuole diventare giornalista e nell’attesa che quel tempo arrivi scrive poesie da levare il fiato, Francesca che all’inizio voleva mangiare le cicche e invece alla fine dice che la chiacchierata con me le è piaciuta perché il tempo è passato senza che se ne accorgesse, Paolo che a Italiano è bravo ma per pudore non dice se in pagella ha sette oppure otto, Federico che si offre volontario per improvvisare il discorso finale coi ringraziamenti personali e mi si viene a sedere accanto, il culo sopra il tavolone vicino vicino al mio, mentre io gli do lievi spallate per dirgli -senza dirglielo- che con quelle parole mi sta facendo un regalo meraviglioso. Mi sento bene e sono contenta che la preside sia rimasta per tutto l’incontro e che sia intervenuta con ironia sulle parole dei ragazzi, promettendo loro di potenziarne i voti ogni volta che quelli azzeccavano l’opera giusta nella gara degli incipit in cui li ho coinvolti dividendoli in due squadre (“autonomi” e “automi”). Sì, mi sento bene e sono tanto contenta.

La parte più difficile da raccontare.
Così difficile, da pensare che forse sarebbe meglio tacerla. Si può raccontare la felicità quando è così inebriante? Si può dire cosa sia la gioia di ritrovarsi dopo che tanto tempo è passato? Esiste la parola adatta per quando il cuore sembra che ti si spacchi di malinconia?
Il crepuscolo arriva e, con il crepuscolo, una macchina viene a prendermi in albergo. La guida un uomo che lasciai ragazzo undici anni fa. Mi fa salire, mi abbraccia stretta fino a levarmi il respiro, mi dice (poiché è l’ultimo dei cavalieri) che sono più bella di allora, poi ingrana la prima, e parte. La destinazione è un piazzale grigio davanti a una scuola grigia. Che strano: a me quando c’andavo pareva la scuola più colorata del mondo, e anche stasera mi sembra così, uno dei luoghi in cui ho lavorato più volentieri da quando faccio questo lavoro. Come ogni volta in cui ci trovavamo per andare a cena insieme, anche stasera ci siamo dati appuntamento qui, in questa piazza che ci radunava ogni mattina per il caffeino prima della campanella, che ci accoglieva per la partenza di ogni gita, che ha il nome di una razza gloriosa, piazza dei Partigiani. Gli altri ci sono già tutti. Li riconosco come ne vedo la sagoma in lontananza, riconosco le loro dimensioni, le forme dei loro corpi, il colore dei loro capelli. Avvicinandomi e scendendo di macchina, ne riconosco le voci, gli sguardi, lo stile. Quando mi abbracciano forte, infilo il naso tra i loro vestiti e ne riconosco il profumo. Sono loro. I miei ragazzi dell’Itis “Majorana”. Gli unici a cui ho fatto lezione per due anni consecutivi, gli unici a cui mi legano esperienze che non potrò mai scordare, gli unici che sanno scatenarmi dentro tutto questo che anche stasera, dopo undici anni, mi si scatena. Per mettere insieme questa cena, ritrovarli tutti e farmi il regalo della loro presenza, uno di loro ha fatto anche qualcosa che non avrebbe fatto mai: iscriversi a facebook. Quindi un passaparola martellante, un’ostinata intenzione di trovare il luogo più adatto ad accoglierci, ed eccoci qui. A cena ci aspetta la signora Maria di un agriturismo perso nella campagna stasera nebbiosa di Cenate Sotto: ha preparato per noi un menu d’eccezione a base di caprino, verdure e carni tutte di sua proprietà. Ci ha riservato la sala più grande e più isolata perché possiamo fare tutto il casino che ci sarà bisogno di fare. E noi ne facciamo eccome, ne facciamo e tanto. Lo facciamo per ricordare tutto quello che è stato quando il tempo era ancora poco per tutti, anche per me, che avevo poco più di trent’anni ed ero emigrata al Nord senza sapere che in quel Nord avrei finito per lasciarci il cuore. Lo facciamo per ripetere i tormentoni di ogni mattina, per ridirci i soprannomi che ci eravamo affibbiati, piccolo lord, bubba, tacchino, macumba, bombarolo, sfighy, gasusa, out, orecchio, pini, va-giù-come-l’acqua, osso, chignoc, il gruppo dei bulli delle giostre, e poi io, after-hour perché in gita non avevo mai sonno, lampadina -fulminata per i capelli biondi e per il cervello malsano, insomma io, la potaegia. Lo facciamo perché per una sera, per una sera sola vogliamo tornare quelli che eravamo, come se stessimo bevendo tutti la stessa pozione che fa tornare indietro nel tempo ma dura solo poche ore e poi svanisce e si torna quello che nel tempo siamo diventati. Molti di loro sono diventati padri e portano in giro le foto dei loro figli nel telefonino, dentro il portafoglio, penzoloni dal portachiavi. Alcuni sono anche mariti, altri hanno scelto di essere i compagni della donna che gli è sembrata perfetta per loro. Uno ha mandato affanculo il lavoro a cui il diploma informatico lo aveva preparato e ora è un fornaio realizzato e felice. Uno fa politica d’opposizione nel Comune che marchiò l’asilo e la scuola col segno leghista. Uno sta per andare a convivere, uno suona la chitarra in un gruppo e salta su ogni aereo che lo porti ai grandi concerti rock d’Europa. Uno che soffre di vertigini va ad arrampicarsi per le montagne. Uno ha perso i trenta chili in esubero che si trascinava dietro da adolescente e ora si vuole più bene. Uno ha conosciuto il dolore della malattia e della morte di chi amava, e infatti stasera è quello che ride meno di tutti, semmai sorride, mentre mi guarda con gli stessi occhi buoni con cui mi guardava dall’ultimo banco in cui sedeva. “E lei, profe?”. Io? Io penso che loro non abbiano mai capito fino in fondo quanto li amassi e quanto sognassi che tutti i loro sogni confessati nei temi diventassero la vita che avrebbero vissuto da grandi. “Sapete che io potrei riconoscere le vostre grafie a distanza di tutto questo tempo e dopo tutti gli studenti che mi sono passati tra le mani?” Non ci credono, ridono, mi sfottono: “Sì, ciao! Esageràt mìa…”. Poi accettano la sfida, su foglietti diversi scrivono una frase mentre io sono in bagno a guardarmi l’herpes che intanto bivacca sulla mia bocca a mie spese e mio danno. Poi torno di là, ritiro i foglietti come facevo coi compiti in classe, li leggo, e indovino. Forse ora lo capiranno, l’amore che ho provato per loro. La notte ci inghiotte ci trattiene ci imprigiona, ancora un birrino, un chinotto, un tamarindo, stiamo ancora un po’ insieme, passeranno altri dieci anni prima che il gioco del tempo si rimetta in moto e sarà ancora più doloroso, non andiamo a dormire, facciamo come quando andammo a Praga e poi ad Auschwitz, che esorcizzavamo l’angoscia con la compagnia, facciamolo anche adesso, esorcizziamo la paura di perderci restando insieme una notte intera, stringiamoci forte, e alla fine ringraziamo la vita, il destino, un dio a caso, che ci ha messi tutti sulla stessa strada e ha posto le condizioni perché ci riconoscessimo come anime che avevano molto da dirsi.

Quando al telefono mi sentiva piangere per la tristezza del recente trasferimento in Lombardia, mio padre diceva: “Pensa che strano. Verrà un giorno in cui ripenserai a questo periodo e anche allora piangerai. Ma di nostalgia”.

Show di Antonella Landi, la scrittrice sangiovannese del momento, all’auditorium dell’istituto Comprensivo “Francesco Mochi” di Levane (Arezzo), sabato 16 aprile.
Si conclude così il “Corso per genitori consapevoli” fortemente voluto dalla professoressa Cristina Ulivieri e che ha visto la Landi schierarsi contro il genitore amico che difende il figlio dagli insuccessi scolastici invece di allearsi con i professori per dire dei “no” che fanno crescere.
Presentata l’ultima fatica della profe con gli anfibi, “Tutta colpa dei genitori”. Il titolo proposto “Ulli ulli chi li fa se li trastulli” è stato ritenuto dall’editore incomprensibile fuori dal granducato e quindi bocciato. Landi sognava una carriera da giornalista d’assalto contro le ingiustizie del mondo. Ma la gavetta presso la Gazzetta di Arezzo di cui era corrispondente valdarnese, l’ha delusa. “Molto meglio le supplenze ai Geometri di Firenze dove mi hanno accolta con un coro da stadio:’Olle-lé Olla-là, faccela vede’, faccela tocca’. Molto più divertente che intervistare Pedro Losi”. Poi il blog, intitolato con una frase caratteristica dei ragazzi “Profe, mi giustifico” , con 2 milioni di visite in un anno e mezzo. “Dopo pranzo scrivevo ciò che era accaduto a scuola nella mattinata. Un giorno arriva una mail da Mondadori. Penso ad uno scherzo degli ex studenti dell’Itis Industriali ma loro cascano dalle nuvole . Era Mondadori che mi voleva. Da lì sono nati i tre libri e la rubrica del sabato per il Corriere della Sera.”
Una conferenza fuori dagli schemi quella della Landi, con ragazzi chiamati sul palco a testimoniare le peripezie dei pantaloni a vita bassa e genitori che rimpiangono i bei tempi quando ai prof si dava del lei, ci si alzava, si portava rispetto.
Fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo. A Levane meno male che c’è la scuola che aiuta a farlo.

(Luca Tognaccini, per il settimanale Il Nuovo Valdarno)

Se ho fatto proprio uno show e se sono stata così tanto fuori dagli schemi non saprei dirlo. Di certo posso dire di essermi divertita, grazie alla presenza di genitori massicci e alla cornice sempre gradita  di studenti a vita bassa come l’indimenticabile e acclamatissimo Piscopo, cintura fibbiata con lingua di fuori dei Rolling Stones, jeans con cavallo a cerca-mine, mutanda fondo nero a stelline bianche in rigorosa evidenza, e occhi verdi come la limitrofa Acquaborra.

“Scriverà di noi?”

12 aprile 2011

“Ma stasera scriverà di noi sul suo blog?”

Diobonino, occome si fa a non parlare di quel gruppo di persone che oggi ho incontrato al centro culturale della Cariservizi?
L’appuntamento, organizzato dalla scrittrice fiorentina Lucia Bruni, era fissato per le 15,30: l’ora perfetta per la capaccina e il crollo post-prandiale, mi dicevo, io per prima barollante dopo sei (dico sei) ore di lezione e mezz’ora (dico mezza) appena per un pasto ingurgitato al volo tra una sciacquata di viso e un caffè scaldato. E in effetti quando sono entrata in quel salone immenso e li ho visti lì a sedere, tutti schierati nelle seggioline rosse, ho pensato: questi, tempo un quarto d’ora, ronfano come tassi. E invece andavano visti: vispi, interessati, allegri e ridanciani, a farsi raccontare la piccola storia della mia vita mescolata alle grandi storie che mi ruotano intorno, a giro tra gli albori della mia avventura scolastica e l’imprevisto contatto dell’editoria, curiosi a ciacciare tra i miei articoli e le mie pagine, a domandarmi ma insomma questi nuovi studenti cinesi cosa c’hanno di così particolare, a chiedermi e sicché il prossimo libro su cosa lo scriverà, a sollecitarmi ancora, ci legga ancora un brano dal primo libro, e poi dal secondo, e poi dal terzo, a commentare ma davvero la scuola è ancora così bella?, ma davvero Boccaccio era tanto simpatico e sporcaccione?, ma davvero i genitori di oggi sono così inadeguati?

“Sa, noi siamo tutti nonni, dopo questo incontro con lei andiamo tutti a prendere i nostri nipotini, chi a scuola, chi all’allenamento, perché i nostri figlioli c’hanno da lavorare e non li possono tenere…”

Boh, saranno stati anche tutti nonni, ma a me per vivacità intellettuale al massimo parevano un gruppo di zii. E, mah, c’avranno anche avuto da andare a ripigliare i nipotini, fatto sta che alle sei e un quarto s’era ancora tutti lì a stringerci la mano e a ringraziarci di essere venuti, di esserci stati, e di essere stati tutti così generosi di racconti condivisi.

In mezzo ai loro volti di vita vissuta, ne spiccava uno fresco di adolescenza ancora tutta da vivere, un volto a me carissimo, che mi ha riportata al tempo in cui entrai di ruolo alle scuole medie e mi ritrovai da un giorno all’altro in mezzo alla classe destinata a stravolgermi la vita, cambiandomela per sempre. C’era proprio lei, una delle ragazzine di quella incredibile classe.

No, non è stato affatto un incontro come tanti altri, quello di oggi alla Cariservizi.
E così eccolo, il pensiero dedicato a voi, nonni o zii che siate, e il ringraziamento sentito per il pomeriggio che mi avete regalato.

Erano diverse settimane fa ed era domenica. Era quasi l’ora di pranzo e in casa aleggiava un petulante aroma di lasagne al forno. Squillò il telefono. Risposi. Era Francesco Magnelli.

Francesco Magnelli (lo dice anche wikipedia) è un pianista, compositore e arrangiatore italiano. Durante la sua carriera ha suonato, tra gli altri, coi Litfiba, coi CCCP, coi CSI e coi PGR. Attualmente cura gli spettacoli che Ginevra Di Marco, sua compagna d’arte e di vita, mette in scena e porta in giro per l’Italia. Indimenticabili le loro “Stazioni lunari“. Puntualmente sold-out il loro “L’anima della terra (vista dalle stelle)” con l’immensa Margherita Hack. Sono eventi teatrali in cui la musica sposa la parola e insieme travalicano la logica del mero concerto, alla ricerca di un messaggio da lanciare e da lasciare.

“Mi piacerebbe averti dentro il nuovo spettacolo a cui sto lavorando -disse quella domenica- dedicato al centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, ma celebrato in un’ottica contemporanea, che s’intitolerà “Figli e figliastri”. La mia idea è far salire sul palco tre scrittori per le tre zone d’Italia, il Nord, il Centro e il Sud, a rappresentare le tre facce di un unico ma diverso Risorgimento. Per il Nord ho scelto Davide Ferrario. Per il Sud Antonio Pascale. Per il centro avrei pensato a te. Ti lascio carta bianca, fatti venire un’idea, lavoraci, scrivi quattro pillole di cinque minuti l’una, prova a interpretarle e mandamele. Poi vediamo.”

Da quella domenica non ebbi più pace. M’infilai nelle biblioteche di Firenze, cercai, sfogliai, consultai, lessi, studiai. Scelsi le donne. Tutte le donne del Risorgimento. Quelle borghesi ricche e altolocate che aprirono i loro salotti ai letterati del tempo, quelle disposte a vestirsi da uomo pur di contribuire alla causa che le accendeva, quelle che s’innamorarono degli eroi a fianco dei quali combattevano, fino a quelle anonime di cui ignoriamo nomi e cognomi ma il cui contributo non fu meno nobile di quello di tutte le altre.

Le mie pillole sono pronte. Lo spettacolo anche. Alle parole degli autori si alterneranno le voci oniriche e sanguigne di Ginevra Di Marco e di Cristina Donà. Scenografie, luci, video e prologo saranno a cura del Laboratorio Montemaggio. La prima assoluta sarà al “Politeama” di Poggibonsi dopodomani, venerdì 8 aprile. E io sono parecchio orgogliosa, quantunque ancora abbastanza incredula.

Non c’è due senza tre

4 aprile 2011

Levataccia.
Uno dei motivi per cui sempre più spesso rinuncio ad andare in gita con i miei studenti è la levataccia che essa impone. E’ inutile negarlo: non c’ho più il fisico. Ormai da qualche anno, se non mi attengo a uno stile di vita regolare e se non dormo le mie otto ore a notte, prima vacillo, quindi svagello, infine crollo. Stamani invece la sveglia ha chiamato prima che gli uccelli del quartiere iniziassero a cantare. Io nel frattempo, per paura di non sentirla, ero già sveglia da due ore. Mèta: Milano. E con questa siamo a tre volte in una settimana sola.

Quinari sui binari.
Struscio di carte/ ruote su trolley/ colpi di tosse/ russii e catarri/ telefonini/ fischio alle orecchie/ brividi in pelle/ pagine lette/ chiacchiere vane/ luci a palline/ porte a scomparsa/ sedute vuote/ sedute piene/ dolce o salato?/ vuole da bere?/ muoio di sonno/ schittone in corso/ nebbia poi sole/ mi sento male/ sono in Centrale.

Class News Msnbc canale 27.
Il giornalista della trasmissione “Primo Tempo” mi aveva già invitata un mesetto fa: avevo rinunciato per non mancare alle lezioni, perché c’era la verifica di storia e perché l’interrogazione a tappeto d’italiano figurava già fissata sul registro. Sicché avevamo optato per un collegamento telefonico da fare all’intervallo: chiusa dentro il cesso della scuola, avevo detto la mia sul rapporto tra i professori e i genitori, mentre la diretta impediva al regista di tagliare la confessione candida della mia discutibile location. Questa volta (per constatare se avrei mantenuto la stessa faccia tosta?) hanno insistito affinché che mi presentassi in studio in carne ed ossa. E io -occhi da bove, pancia in subbuglio, volto stravolto- mi sono presentata.

Guardarsi e non vedersi

3 aprile 2011

In classe con me ai tempi del liceo c’era una ragazza timida e buona, generosissima e intuitiva, affettuosa senza essere invadente, colta senza essere saccente. Non eravamo compagne di banco ma la zona dell’aula che occupavamo era la stessa e generalmente lei sedeva nel banco davanti al mio. Così spesso la penetravo tra le scapole della cassa toracica con la mia bic blu e lei attorcigliava il braccio dietro la schiena mettendo in mostra un medio in stato di inequivocabile erezione. Nelle mattinate meno esplicite e più snob ci scambiavamo pizzini in lingua latina, che lei ancora conserva -stropicciati e gialli- con la gelosia riservata agli oggetti di valore.

Dopo la maturità la persi di vista come tutte le altre quindici che popolavano la mia esigua classe. Io andai all’università, lei cominciò a lavorare. Io mi trasferii a Firenze, lei seguitò a vivere nella nostra comune terra natale. Io capii che il matrimonio non faceva per me, lei incontrò Dino e gli disse sì. Io sentii che la maternità non era la mia strada, lei mise al mondo Alessio e perse la testa per lui.

Ci riunì una lettera ch’ella scrisse e spedì all’indirizzo dei miei genitori, narrandomi la vita che le era scorsa tra le dita dal giorno in cui ci eravamo salutate davanti al quadro dei voti finali. Le risposi immediatamente, perché delle quindici lei era indubbiamente la migliore.

Ieri pomeriggio sedeva a due metri da me, nella libreria in cui presentavo i miei tre libri. Mentre rispondevo alle domande del moderatore, l’ho guardata tante volte. Ma non l’ho riconosciuta. Da parte sua, lei non ha avuto il coraggio di avvicinarsi a me e dirmi: “O pollo cieco del Valdarno, guarda che sono io, la Vivi”.

Rimaniamo così, lei attanagliata dal dubbio di essere invecchiata tanto da essere irriconoscibile, io pungolata dal sospetto di essermi completamente rincoglionita. Comunque due donne che si vogliono bene come fecero le ragazze di trent’anni fa.

(Un saluto commosso agli ex studenti presenti ieri in libreria e alla mamma speciale di un alunno speciale. Un ringraziamento particolare a Roberto Bollarino, titolare della libreria “Gulliver” di Pontassieve, che ha offerto squisita ospitalità, delizioso rinfresco e splendida pianta di orchidee.)

Pensierini della sera

29 marzo 2011

Se nel giro di una trentina di ore si fa lezione a scuola, si parte per Milano saltando il pranzo, si prende al volo la coincidenza per Basilea, si scende a Stresa, si partecipa a un convegno dividendo il tavolone e la platea con un docente universitario, si fa un tour notturno lungolago prima di andare a dormire, ci si sveglia dopo otto ore di sonno, si fa shopping mattutino per le vie del borgo, si rimonta in treno, si riscende a Milano, si prende la coincidenza per Firenze e si torna finalmente a casa tra le braccia di un uomo e le zampe di un gatto, quello che il fiato restante ci permette di scrivere non può andare molto oltre qualche pensierino della sera.

1. Iniziare la mia chiacchierata pubblica con i testi scritti dai miei alunni è stata una valida idea.
2. Il supporto della tecnologia nelle conferenze produce un brivido che si placa solo nel momento in cui si constata che tutto funziona per il meglio: le immagini compaiono, i video partono e si portano dietro perfino il sonoro.
3. Il titolo del mio ultimo libro innervosisce tutti i genitori. Il suo contenuto li riappacifica con me.
4. Le tre isole appollaiate sulle acque del Lago Maggiore, soprattutto se contemplate nella notte, sortiscono l’effetto di un’apparizione mistica che induce a credere ciecamente nell’esistenza di una mente superiore e di una mano creatrice.
5. Le celeberrime margheritine della pasticceria “Gigi” meritano di essere citate in wikipedia, come in effetti accade.
6. Viaggiare su e giù per l’Italia rende orgogliosi di essere italiani attutendo in parte la vergogna che per lo stesso fatto i nostri politici c’inducono a provare.
7. Vista la vita che fanno e il rispetto che è loro riservato, se dopo la mia morte dovessi rinascere animale vorrei reincarnarmi in un merlo di Stresa.
8. Saluti finali: il Dirigente Scolastico dell’Istituto “Clemente Rebora” Giovanni Marcianò che mi ha sostenuta con il suo sorriso mentre conferenziavo, il Consigliere Delegato alla Cultura della Città di Stresa Albino Scarinzi inizialmente ermetico gradualmente sempre più aperto e comunicativo, la collega Simonetta Siega ottima compagna di forchetta e di convegno, il docente universitario Roberto Trinchero umile come solo le persone veramente preparate sanno essere. E ancora: Valentina dell’Hotel “Meeting” che oltre a servirmi la tipica colazione nordica mi ha dato uno strappo alla stazione, il titolare della boutique Odini che mi ha fatto credere di poter entrare dentro una taglia small, i tre signori che mi sedevano accanto nella prima classe del Frecciarossa delle ore 15:15 che mi hanno chiesto quale fosse la mia occupazione e saputo che oltre a insegnare scrivo hanno fotografato le copertine dei miei libri e stasera passeranno da queste pagine virtuali a controllare se come promesso li ho salutati per davvero.