Io credevo che a far paura ai nostri bambini fossero il lupo mangione di Cappuccetto rosso, la strega fruttivendola di Biancaneve, la matrigna schiavista di Cenerentola o, al limite, Dick Dastardly all’astiosa caccia del piccione Yankee Doodle. Ed ero convinta che a spaventare i nostri ragazzi fossero il buco dell’ozono, il conseguente effetto serra, l’estinzione delle specie animali e lo scioglimento dei ghiacciai. Pensavo alla diossina, alle mucche pazze, ai polli avariati. I fiumi inquinati, i mari spopolati, la deforestazione, le centrali nucleari, lo smog. La malasanità, la fantaeconomia, il politichese. La depressione dilagante, le malattie mentali, il cancro. Questo credevo che fosse motivo di angoscia per i nostri giovani, uomini e donne di domani, il nostro futuro.

Quale stupore nello scoprire invece che a terrorizzarli che è la mia penna rossa.

Ha attraversato l’oceano per venire fino in Europa a suscitarci un riso sconcertato la notizia secondo cui il colore con cui gli insegnanti, da sempre, apportano le opportune correzioni alle cantonate prese dagli alunni starebbe alla base del malessere esistenziale di molti adolescenti in età scolare. Di fronte a un dato come questo noi (forse) ridiamo. Ma ci sarebbe da abbandonarci a un pianto mondiale, un bella belata cosmica, un atto di disperazione corale, salvifico e consolatorio.

Mi rifiuto tuttavia di credere che il coraggio emotivo e la curiosità intellettuale che animavano me e i miei compagni di liceo siano svaniti, che ora si vacilli e si frani di fronte a qualche segnaccio rosso senza provare un auspicabile desiderio di vendetta sana che ci portava a mormorare tra i denti: ora glielo faccio vedere io, a quello. La correzione deve essere esplicitata chiaramente. E, perché sia ben evidente, deve essere espressa con un colore che la faccia risaltare. Il rosso è perfetto. Come il tramonto, come la penna della maestra di deamicisiana memoria, come un lampone maturo, come il sangue, come l’amore. Si correggono gli alunni perché si amano. Si fanno (metaforicamente) sanguinare perché teniamo a loro e non li vogliamo mollaccioni, pappamolli, bamboccioni e smidollati, bensì forti, tenaci, resistenti e, come suggerisce l’Alighieri (più volte scivolato sulle correzioni del suo maestro Brunetto Latini, ma mai crollato in depressione per questo) “ben tetragoni ai colpi di ventura”. Ossia col groppone sufficientemente resistente per ammortizzare le bastonate della vita.