Con una settimana esatta di ritardo sulle celebrazioni nazionali vorrei ricordare Fabrizio.

Lo conobbi a dieci anni, ma non lo amai fino a che non ne ebbi trenta.

Mi faceva antipatia, con quella faccia sbieca, l’espressione insolente, l’occhio a triglia, la postura trasversale, la sigaretta in bocca e la voce stronza.

Non scherzo.

La voce di Fabrizio per vent’anni mi è suonata stronza.

Di canzoni sue ne cantavo cinque: mentre attraversavo il London Bridge, sparagli Piero sparagli ora, questa di Marinella è la storia vera, all’ombra dell’ultimo sole si era assopito un pescatore, Andrea aveva un amore riccioli neri. Conoscevo gli accordi e li schitarravo davanti al falò guidando nel coro gli amici della mia infanzia, più grandi di me quei tre o quattro anni sufficienti a fare baratro generazionale. Loro infatti conoscevano anche tutte le altre, alle quali si ispiravano per l’elaborazione e il parto di posizioni politiche forti e decise che io maturavo semmai sull’onda di Eugenio e Francesco.

Da grande però conobbi un ragazzo che amava Fabrizio più di quanto non amasse me. “Ti porto al concerto a Brescia” mi disse.

Così lo vidi, Fabrizio.

Cantava seduto accanto a Cristiano, la stessa gamba accavallata sul ginocchio con lo stesso stile, e Dori e Luvi che facevano il coro con la stessa passione.

Depositati fuori dal tendone il preconcetto e ogni difesa, lasciai che i miei occhi lo osservassero con calma e che la sua voce mi entrasse a fondo nella testa. Fu come sentirle per la prima volta, quelle parole nel sottofondo delle quali ero cresciuta: Geordie e i sei cervi ebbero un volto, Piero sparò più forte, Marinella scivolò nel fiume più dolcemente, il pescatore tacque per sempre e Andrea mi innamorò.

La ricostruii a ritroso, la storia di Fabrizio, e, come in tutto quello che si scopre e si ama da grandi, ci sentii un sapore intenso, privo di memoria infantile ma pregno di consapevolezza adulta.

Lui mi seguì nelle lezioni a scuola, ispirò certe parole che presero ad uscirmi dalla bocca e mi occupò definitivamente il cuore, rubando il posto a molti altri che non avevo potuto amare come lui, perché non erano come lui.

Sfiorando la freccia del play, insieme a lui mi sono indignata e intestardita, ho percorso creuze de ma, cercato di camminare in direzione ostinata e contraria, sognato così forte da farmi uscire il sangue dal naso. Ho pensato agli amici fragili che avevo perduto, agli amori che vengono e a quelli che vanno, alle bocche di rosa che battono sui viali e alle anime salve che non conoscerò mai.

E quando, una settimana fa, sono rimasta incollata alla televisione per festeggiare la tristezza di dieci anni di mancanza, ho sentito che Fabrizio arriva, tocca e consola anche in una stanza d’ospedale.

La mia befana

6 gennaio 2009

La mia befana, da ragazza, era magrissima, ben fatta ed elegante.

Faceva parte di una famiglia molto numerosa: sua mamma di solito dichiarava “dodici figlioli, di cui quattro morti”. In effetti quattro erano scomparsi appena nati. Erano tempi in cui la gravidanza era molto meno seguita, l’alimentazione scarsa e la medicina arretrata.

Gli otto rimasti, però, erano tutti sanissimi e buffi, ma nulla in confronto a quello che sarebbero diventati una volta grandi.

La mia befana, delle tre femmine, secondo me era la più bella. Ma lei si è sempre sentita seconda alla sorella che fu eletta Miss Sorriso a un concorso di bellezza.

La bellezza della mia befana era discreta e delicata. Non era appariscente e non si truccava. I capelli li teneva al naturale e nei vestiti era semplice e sobria.

Quando tolse i calzettoni e infilò calze di nylon, molti ragazzi si accorsero di lei, che non usciva mai da sola ma si faceva accompagnare da una delle due sorelle, quella con il culo a mandolino.

La mia befana era rustica e diretta. A uno che le si propose come fidanzato, disse: “Ma che ti sei visto?” e gli scatenò sul viso una risata forte come una tempesta.

A uno che era bello e sognava di sposarla disse no a malincuore perché faceva il contadino, aveva gli animali e gli rimaneva addosso il puzzo di stalla anche quando si lavava per andare a ballare al Bersagliere a Montevarchi. La mia befana non si è mai spruzzata addosso una sola goccia di profumo in vita sua, ma col puzzo della stalla non ce l’ha mai fatta.

A uno che le avrebbe fatto vivere un’esistenza di agio e di ricchezza disse no perché era basso, tarchiato e la zucca gli luccicava come una palla da biliardo.

Poi una sera al Ragno d’Oro vide lui, e non disse più no a nulla.

Lui era moro, aveva gli occhi neri e profondi, la pelle olivastra e le labbra da baci.

Lo baciò e gli disse sì.

La mia befana ha sempre riso e cantato a squarciagola.

La mattina si alzava, spalancava le finestre, buttava fuori le lenzuola e cantava luglio col bene che ti voglio anche quando era gennaio.

Smise di cantare solo quando lui andò in Africa a lavorare.

Ma quando tornò, lei riprese a cantare più di prima.

La mia befana ha voluto due bambini.

La prima la voleva femmina, il secondo lo sperava maschio.

Il destino decise di accontentarla, perché era sempre felice, rideva e cantava, e una così va accontentata a tutti i costi.

L’unica bugia che quella befana disse ai suoi figli era che la befana esisteva davvero, era una vecchia che volava su una scopa portando ai piedi scarpe rotte e distribuendo dolci ai bambini buoni e carbone nero a quelli cattivi.

Quando i suoi figli scoprirono la verità e vennero a sapere che la befana è un’invenzione messa a punto dai genitori, lei cercò di smorzare l’offesa che essi provavano recitando pochi versi esplicativi in rima baciata:

La befana vien di notte

con le scarpe tutte rotte

la ti porta il trullallà

la befana l’è to’ ma’.

Loro capirono che avere una mamma befana non era poi una tragedia, le perdonarono la bugia e l’amarono (se possibile) ancora più di prima.

Auguri alla mia mamma, la befana più bella e sinuosa della storia.

In ordine alfabetico

4 gennaio 2009

A come

ANTIBES

Due stelle appena, eppure sotto questo nome un hotel delizioso ci aspettava per salvarci da una pioggia insistente e torrenziale, qualcosa di mai visto –a detta dei locali- dagli anni Venti, in quella che invece potrebbe essere chiamata “la città del sole” tanto chiama a vivere all’aperto, sotto la luce naturale della stella più prepotente, calda e necessaria. Consiglio vivamente la scelta di questo hotel a quattro piani, rivestito all’esterno di mattoni rossi e collocato nei pressi di uno dei monumenti più incredibili della terra. Semmai esorto all’assegnazione di una camera diversa dalla numero 211, confinante con la cucina e, per questo, trasmettitrice (ma più che altro amplificatrice) di spignattii, sciaguattii e rigurgitii fin dalle prime ore dell’alba. Gli uomini alla reception padroneggiano l’idioma italico e, mentre tu (per atteggiarti) li saluti con un hola, loro (per annientarti) ti rispondono con un ciao.

B come

BARCELLONA

E quale città potrebbe essere definita “del sole” se non l’ariosa, immensa, ventricolare Barcellona? Fino a dieci giorni fa io avevo solo cercato di immaginarlo, nel tentativo (sempre limitativo e fallimentare) di figurarmi come poteva essere, il luogo che nel 133 avanti Cristo si chiamava Barcino, che successivamente avrebbe fatto parte dell’Impero Romano e che nell’VIII secolo era stato occupato dai Mori fino all’arrivo dell’epico Carlo Magno di Francia. Ma la mente, in certi casi, è del tutto insufficiente, perché Barcellona non va immaginata. Barcellona va vista.

C come

CASSONETTI

Pullulante di vita è l’attività umana presso i cassonetti della spazzatura di Barcellona. Non c’è raccoglitore pubblico presso il quale qualcuno non si attardi dedicandosi alla ricerca di qualcosa di non ben identificato, ma certamente (a conti fatti) di molto appagante. Ho visto infilare mani e braccia ed estrarre cuscini, materassi, complementi d’arredo, cartoni, sacchetti, oggettistica variegata, avanzi di panino, frutta sbucciata.

D come

DEL RUSTE

Una volta a Barcellona, ho ricevuto un sms in lingua locale. Era Clara Del Ruste, l’attrice spagnola che incontrai e conobbi un anno fa in piazza della Repubblica a Firenze e che, grazie alla potenza vitalistica che la contraddistingue, non dimenticherò mai.

E come

ESTRELLA

Andare a Barcellona e non bere l’Estrella è come andare a Bangkok e non bere la Singha. In alternativa, può andare anche la Moritz. Ma che sia cerveza.

F come

FRANKFURT

Ho capito che siamo in Spagna e che bisogna a tutti i costi alimentarsi di paella, ma se al quarto giorno il pesce vi scappa dalle orecchie e avvertite l’esigenza di un sapore differente, indirizzatevi su un “Frankfurt”, la rivoltante quanto folkloristica salsiccia tedesca (che gli spagnoli chiamano “botifarra”, nella duplice variante “negra” e “blanca”) inserita in un panozzo di analoga conformazione e abbinata a un arcobaleno di salse piccanti. Nel quartiere chiamato Sardegna, esiste un locale che di suddetto alimento ha adottato la denominazione: dietro al bancone si incrociano e piroettano cinque figuri untissimi oltre che loschi. Una cena consumata appollaiati sugli sgabelli in finta pelle comporta esperienze oniriche notturne mai più replicabili. Io per esempio ho sognato che andava al governo Rifondazione Comunista.

G come

GAUDI’

Di Gaudì mi sono innamorata come delle opere che l’artista più visionario del Novecento realizzò in questa città: la Casa Batllò, la Casa Calvet, la casa Milà ben più nota come La Pedrera, il Parco Guell. Ma più che altro il miracolo architettonico della Sagrada Familia. Antoni Gaudì aveva trentuno anni quando iniziò a lavorarci: di lì a poco ne rimase del tutto assorbito, annientato, ai limiti dell’ossessione. Abbandonò e rifiutò altri lavori, vi spese tutti i propri averi, lasciò addirittura la propria casa e, con le poche cose che gli erano rimaste, si trasferì a vivere in un cantuccio dell’immenso cantiere, che anche oggi pulsa, si trasforma e cresce. Perché il tempio dell’espiazione non è ancora finito, e le gru gli volteggiano sopra, tra le guglie altissime che ancora aspettano di accogliere nel centro la guglia più alta, con la croce in madreperla più grande della cristianità. Gaudì visse gli ultimi anni della sua vita come un asceta, chiuso nel tempio che sentiva suo, impegnato a costruire la chiesa per i suoi poveri, seguendo un metodo di lavoro irrazionale e ispirato solo alla natura: senza un progetto vincolante, egli concepiva continuamente nuove idee, sempre più audaci ed estreme. Quando (nel 1926) venne investito da un tram sull’Avinguda Diagonal, nessuno lo riconobbe. Era emaciato, vestito di stracci e venne portato in un ospedale per poveri. Solo qualche giorno dopo la sua morte si scoprì la sua identità e la salma venne seppellita nella cripta del tempio. Ma finché fu in vita, fu l’uomo dei colori, delle forme, dei frutti, delle piante. Guardò sempre la natura per avere insegnamenti d’arte e si lasciò ispirare anche dalle ossa nude, vuote e sorde che restano di un uomo o di un animale, quando la vita lo abbandona.

H come

HOLA

Ha un suono frizzantino e allegro il saluto pronunciato dai barcellonesi. Non è il nostro hola italianizzato. Non ha nulla a che vedere col tormentone hola-hola-hola-vo-a-dormire-sull’aiola a cui Pieraccioni ci ha avvezzati. Quando uno spagnolo ti dice hola, non solo ti viene spontaneo ridirglielo. Ma vorresti che lui te lo ripetesse altre dieci volte, per farti sentire bene come la acca quasi non si sente, come la o è una via di mezzo tra l’aperto e il chiuso, come la elle si allunga senza diventare doppia, come la a acquista una corposità diversa da tutte le a che tu hai usato in vita tua.

I come

ITALIA

L’Italia nelle librerie spagnole ha i nomi di Roberto Saviano, di Andrea Camilleri e di Federico Moccia. Ognuno elabori personali considerazioni.

L come

LINGUA

La comprensione tra un italiano e un catalano è agevolata dal fatto che la lingua parlata a Barcellona è molto più vicina a quella francese e, conseguentemente, alla nostra. Per dire, in castigliano “parlare” è “hablar”, in catalano “parlar”. Questo significa che, pur non conoscendo affatto il casuale interlocutore, si possono intavolare con lui delle discussioni oltremodo approfondite su qualsivoglia tematica comune alle due culture (una su tutte: fenomenologia di Raffaella Carrà).

M come

MIRA

Come noi si dice “guarda” (o, come in Valdarno, “ve’”, forma sincopata per “vedi”), a Barcellona dicono “mira”, una sorta di intercalare quasi desemantizzato che finisce per assomigliare al nostro “cioè”, con la fondamentale differenza che “cioè” è osceno mentre “mira” è foriero di un’intima poesia del tutto naturale. Nei giorni della nostra permanenza in suolo spagnolo, io abbinavo di sovente il verbo “mira” col sostantivo “perro”, ottenendo un reiterato e martellante “mira el perro!” (trad. “guarda c’è un canino!”) ad ogni incontro con uno dei numerosissimi quattrozampe in circolazione per la città.

N come

NACHOS

Pur di origine messicana, i nachos sono diffusissimi e consumatissimi in tutti i locali della movida barcellonese. Vedendoli, potrebbe venirci la tentazione di chiamarli “Rodeo”. Sarebbe un’eresia.

O come

OCCUPATION

Le case occupate a Barcellona sono molte. Nei pressi dell’hotel in cui alloggiavamo, per esempio, una gradevole palazzina a due piani è stata puntata, studiata, violata e (a questo punto sicuramente) occupata da quattro punkabbestia perrodotati che nei giorni della nostra permanenza pianificavano l’illegale azione.

P come (indovina)

PERRO (che domande)

Di perri straripa Barcellona. Sono tutti perri estremamente dignitosi e rigorosamente padronali. Il perro abbandonato, sudicio, solo e triste pare non essere contemplato in quella città, che dimostra per la categoria un rispetto in Italia non sempre scontato. I perri stanno tendenzialmente al guinzaglio, ma si allungano anche liberi e indipendenti per le viuzze strette e fiorite del centro limitrofo alla Rambla: lungi dall’essere soli, essi sono seguiti a vista da un hombre o da una mujer a cui stanno molto a cuore. Fuori dai negozi non è raro battere il piede sulla ciotola d’acqua riservata a perri di passaggio. Il perro barcellonese si fa accarezzare ancora più volentieri se gli si parla in lingua: “Perro querido (mira) como estas te quiero muchissimo” ad esempio può andare.

Q come

QUARTIERE

Barcellona è una balena. Ma in ogni suo quartiere ti sembrerà di appartenere a un microcosmo autosufficiente in cui ritrovare l’identità e la misura umana che le città grandi portano via.

R come

RAMBLA

La Rambla è la colonna vertebrale di questa balena. Uno stradone a doppio senso con un camminatoio centrale e soprelevato su cui si riversano giovani e stagionati, uniti dal desiderio di mirare ed essere mirati. Sulla rambla si intervallano artisti di strada, ognuno dei quali conquista un pezzo di marciapiede e lo trasforma nel proprio teatro personale. Un uomo con la testa mozzata di netto e appoggiata sopra un tavolo vi urla dietro se non gli lasciate qualche spicciolo, un altro ha la gambe a posto della testa e la testa al posto del culo, un altro pedala una bicicletta con le ali. Uno fa l’albero, uno fa il mostro, uno fa il drago. Sulla Rambla vendono uccellini, collanine, borsette, El Pais, El Mundo e La Vanguardia. Sulla Rambla ti dicono di stare all’occhio, che ti portano via anche le mutande. Io mi sentivo al sicuro come quando cammino da sola per Firenze.

S come

SHILLING

Sono le sette, la stanchezza ti si aggrappa alle gambe, il vento ti stordisce la testa, il cervello ti scoppia di bellezza, i negozi li hai battuti quasi tutti, non sogni altro che bere. Cerca lo Shilling, entraci dentro, siediti al bancone e ordina.

T come

TALLER DE TAPAS

Sono le dieci, da due ore bevi allo Shilling, lo stomaco reclama, la paella urla a gran voce. Cerca il “Taller de Tapas”, siediti al tavolo rotondo, osserva l’ambiente, poi chiudi gli occhi, punta l’indice a caso sul menù e ordina. E’ tutto favoloso.

U come

UNIVERSO

Prima che partissi, il babbo mi diceva: “Cercami l’Hotel Universo, e scattagli una foto”. Lui e la mamma, all’Hotel Universo, ci alloggiarono quarantacinque anni fa, in viaggio di nozze. Erano tempi in cui neanche ci si immaginava che un giorno tutto il mondo sarebbe entrato in una rete e che prenotare un albergo in Spagna sarebbe stata roba da dieci minuti appena. A loro, l’Hotel Universo, lo consigliarono i membri di una banda musicale valdarnese, “Gli Scapati”, che per esibirsi a Barcellona avevano dormito lì: “Appena trovate l’hotel –dissero alla giovane coppia- chiedete di un certo signor Antonio, che vi lavora”. Così il mio babbo (che aveva il labbro tumido di Marlon Brando) e la mia mamma (che aveva il corpo sinuoso di Haudrey Hepburn) partirono in Cinquecento e, superata la Provenza, giunsero a Barcellona. Il babbo pensò: “Ora come fo a trovare proprio quell’hotel?”. Ma Eros, per agevolare le loro imminenti notti di sposi novelli, mise sulla loro strada un procacciatore di clienti d’albergo. Egli, come nelle storie più belle e meno credibili, proprio quando loro avevano deciso di rinunciare al consiglio dei membri della banda per farsi guidare dal destino, li condusse all’Hotel Universo. Quell’uomo si chiamava Antonio. La permanenza dei miei genitori in Barcellona fu scandalosamente godereccia e la mamma fu redarguita dalla direzione perché ogni mattina, fatto il bucato dei capi intimi in seta, stendeva senza pudore slip minimali e baby-doll trasparenti che successivamente (con femmineo orgoglio) ha passato a me.

V come

VALE

Come il “mira”, anche il “vale” è oggetto di linguistico abuso. Vale significa tutto e il contrario di tutto e va bene per tutte le situazioni. Vale vuol dire ochèi, sono d’accordo, sisì, va bene, ho capito, condivido, plaudo, confermo, cosa vuoi di più dalla vita, meglio di così si muore, non mi oppongo, perché negare, meglio accettare, non intendo confutare, concedo il mio incondizionato appoggio. A me piaceva esagerare inserendolo in un “vale el perro” del tutto privo di senso compiuto.

Z come

ZAPATERO

Di Josè Luis Rodriguez Zapatero, per le vie di Barcellona, neanche l’ombra. Ho incrociato Giorgio Armani. Ma non è la stessa cosa.