Le coccole truccate

28 febbraio 2009

L’unico vantaggio di uscire da scuola alle due del sabato sta nel fatto che si arriva a casa e si trova la tavola imbandita.

Le tovagliette in paglia intrecciata importate dalla Thailandia, i piatti grossi e pesanti decorati a mano, i bicchieri colorati, i tovagliolini in tinta.

Naturalmente è il menù l’attrazione più fatale: esso cambia ogni volta e ogni volta è il risultato di una spesa fantasiosa fatta dal cuoco al mercato in Sant’Ambrogio. Tutta roba fresca e tendenzialmente locale.

Oggi ad esempio, ad accompagnare le fettine di polenta fritta e ad anticipare gli gnudi di ricotta e spinaci al burro e salvia, c’erano le coccole.

Le coccole, per chi non è fiorentino, sono i baci e le carezze che si fanno due innamorati. In alternativa, quei versi infantili (“staccia buratta/ la micia la gatta/ la gatta in camicia/ scoppiava dalle risa”) che si destinano ai bambini. Al limite quelle voci sceme con cui ci si rivolge all’animale che vive in casa nostra.

Ma a Firenze le coccole sono più che altro delle palle di pasta da pizza fritte nell’olio bollente e salate in superficie ancora calde.

Si mangiano ingurgitandole così, come i semi, una dietro l’altra, senza sosta, senza respiro, senza ritegno. Senza pensare ai popoli che muoiono di fame, senza considerare lo stato di forte dipendenza che scateneranno in noi, senza riflettere sul dopo (un minuto nella bocca, una vita intorno al culo).

Le coccole si comprano in panetteria ma si possono ordinare anche al ristorante. Ogni fiorentino è in grado di stilare una personale classifica sui luoghi più consigliati per l’acquisto di coccole di elevata qualità. Il fornaio di Sant’Ambrogio per esempio, nella mia top ten, si posiziona al primo, indiscusso posto.

Potrei rinunciare a un vassoio di coccole soltanto se, come alternativa, mi fosse messo davanti del gorgonzola dolce o, eccezionalmente, del tartufo.

Oggi, come antipasto, ho trovato coccole fumanti squartate nel mezzo e zipillate con una mestolata di quel formaggio puzzone e scaglie generose di quella patata scura che odora vagamente di gas.

A distanza di ore, insiste tra le mie papille gustative l’inconfondibile piacere dell’orgasmo alimentare.

Prima di morire

27 febbraio 2009

Ti svegli e parti la mattina presto, perché ti hanno detto che l’ospedale di quella città è migliore, i macchinari all’avanguardia e il personale specializzato in gentilezza e sensibilità umana.

Ma tu hai l’uggiolina addosso e nella notte ti sei rigirata nel letto come una gatta che si ributola sull’erba, per la paura di andare a farti smanacciare là dove ti accarezza solo un uomo, il tuo.

Ti hanno detto che fa male perché quelle due piattaforme premono con forza. Ma ti hanno detto anche che fa ridere perché il gel è freddo e l’aggeggio che ci passa sopra fa il pizzicorino.

Sei arrivata e già il parcheggio da solo ti ha messo in soggezione. Ma hai raggiunto quel giovane uomo che camminava nella tua stessa direzione, gli hai chiesto un’indicazione e lui -che andava a svolgere il suo lavoro di ricercatore nella sezione dei neonati- ti ha accompagnata proprio lì, al reparto che cercavi.

In fila, prima di te, erano tutte donne. Giovanissime, giovani, così così, anzianotte, anziane, molto anziane, vecchie. Madri insieme a figlie, ragazze con un’amica accanto, mogli accompagnate dai mariti, fidanzate insieme ai fidanzati.

Tu eri sola, perché queste cose ti piace farle senza nessuno che possa distrarti, che cerchi di consolarti, che tenti di farti coraggio. Tu il coraggio sei sempre stata convinta di averlo fin da quando eri bambina e ti serravi in bagno  con la testa sopra il lavandino a strapparti il dente da latte a mani nude, per tornare in cucina disinvolta ma anche trionfante a mostrare che, tra te e lui, l’avevi vinta te. Ma quale filino legato alla maniglia della porta. Quale soldino da lasciare sotto il bicchiere. Ti sei strappata via tutti i dentini senza fare un verso e l’adolescenza è arrivata così, con un sorriso insanguinato.

Eri sola, ma quelle donne ti si sono avvicinate e ti hanno parlato. Pensavano che tu fossi triste, gli sembravi preoccupata. Perché lo eri. Loro probabilmente lo erano più di te, però si sono fatte in quattro per spiegarti cosa ti aspettava una volta varcata quella porta. Certe calcavano sul dolore, altre insistevano sulla necessità di provarlo prima, per non avere grane dopo, altre ancora confidavano il loro vissuto. E tu pensavi che di quelle donne stavi conoscendo tutto senza però conoscere loro e che, dopo quella mattinata insieme, non le avresti viste più.

Strani gli incontri d’ospedale. E strana anche la vita, in ospedale. Un microcosmo complesso, completo e autosufficiente che però tiene una porta sempre aperta per accogliere l’esterno in zoccoli bianchi, ciabattoni verdi, scarpe comode e basse,  capelli legati. Non c’è posto per i fronzoli, in un ospedale. Niente profumi, balocchi e tantomeno maritozzi. In ospedale i pensieri si fanno melmosi e lenti. In ospedale fa sempre troppo caldo.

Il tuo nome pronunciato da un camice bianco non ti è sembrato tuo, ma come seguendo un ancestrale istinto ti sei alzata e l’hai seguito in una stanza piccola e oscurata dove ti hanno detto di spogliarti ma soltanto nella parte superiore del tuo corpo.

Così ti sei trovata con la gonna in jeans, le calze a metà cosce, le mutande e gli stivali. Il resto appeso al braccio di un attaccapanni.

E hai pensato a come è strana la sensazione di sentirsi sull’orlo di un baratro, ad aspettare che qualcuno ti dica se devi buttarti nel vuoto spaventoso o se puoi continuare a camminare sulla terra madre, come è strano avere per la prima volta il pensiero del male, come è passato rapido il tempo da quando eri bambina e credevi che la tua vita sarebbe stata senza fine. Poi hai capito che, come tutti gli altri umani, una fine ce l’avrai, c’è soltanto da sperare che essa venga a chiamarti più tardi possibile. Mica per nulla: devi fare ancora tante di quelle cose. Vuoi cambiare casa, vuoi vedere l’Africa, vuoi andare a Cuba, vuoi salire su un cammello, vuoi toccare un elefante, vuoi fare il bagno coi delfini, vuoi adottare un cane, vuoi convincere quella gatta maremmana a fare la pendolare tra città e campagna insieme a te, vuoi aspettare la menopausa per prenderti in giro da sola, vuoi amare ancora le dieci persone più importanti della tua vita, vuoi ascoltare tanta musica, vuoi leggere mille libri, vuoi finire il tuo romanzo.

Quando ti vengono a dire che potrai fare tutto questo e molto di più perché (per il momento almeno) sei sana come una trota salmonata, il corridoio su cui ti riversi non è più una corsia d’ospedale ma un ingresso tirato a cera che ti accompagna verso tutto il mondo che vuoi vedere, toccare, mordere e mangiare, prima di morire.

La ricomparsa di Luggio

26 febbraio 2009

Luggio sparì un paio d’anni fa e io credetti che si fosse offeso.

Autocitarsi non è mai elegante, ma mi è indispensabile per narrare quanto seguirà. Nel mio primo libro Luggio godeva di un capitolino tutto suo. Vi avevo narrato l’approccio in calcata cadenza calabrese con cui mi abbordò ai tempi del mio primo incarico scolastico e avevo indugiato con amichevole inclemenza sulla sua comicissima loquela di matrice cosentina, ma d’influsso multietnico, sputtanando il suo modo di chiamarmi (“bringibèssa”) e gli adagi popolari su cui si basava la sua innegabile saggezza (“rigorda: drobba gonfidenza borta sembre alla malagreanza”).

Siccome dopo l’uscita editoriale non mi capitò più di sentirlo, pensai che -come le mie colleghe di quella scuola media- l’avesse presa male. Ma mentre delle prime non m’importava un fico secco (anzi), nei confronti di Luggio provai un sincero dispiacere, perché al collega che aveva tentato in ogni modo di concupirmi (eterni nella mia memoria resteranno i baci perugina pigiati nel cassetto in sala professori e le rose dal lungo gambo strangolate dal braccio del tergicristallo della mia Fiesta d’allora) volevo bene con autentica sincerità.

L’altro giorno Luggio -servendosi del mezzo telefonico- è improvvisamente riapparso, colorando di amicizia e di allegria la mia giornata.

“Pronto?”.

“Brondo, bringibessa”.

Così ho scoperto che non aveva la minima idea di essere finito dentro un libro (“ma ghe minghia hai fatto in tutto guesto tembo?”), che lavora ancora nella scuola (“sì berò mi sono rotto il gazzo”), che era convinto mi fossi sposata (“ma gome, angòra libera sei?”), che era certo mi fossi riprodotta (“ma allora digevi seriamènte guando avevi ventigingue anni…”), che sospettava fossi un’irriducibile nemica del contratto matrimoniale (“io lo sabèvo che non eri legna per fargi grocifissi”), che mi ricordava con molto affetto (“minghia checculo tenevi al guell’età”) , che era dispiaciuto di aver perso la possibilità di imparentarsi con mia madre (“guella donna mia suogera doveva divendare!”), ma soprattutto era rammaricato di non avermi mai convinta a nient’altro che una colazione al bar e quattro risate in sala professori (“ma guando eri sdronza”).

Insomma sta bene.

Piccolo spazio pubblicità

24 febbraio 2009

Chi li abbia messi insieme non lo so.

Fatto sta che, in un’unica compagnia teatrale, ci razzolano contemporaneamente il mio pasticcere preferito, il comandante dei vigili urbani, una ragazzina (immagino oggi ragazzona) a cui davo lezioni private ai tempi dell’università, la campionessa europea di bowling e l’ex marito (nonché uomo da me adorato) di quella che fu in assoluto la mia migliore amica dell’adolescenza.

Tutti rigorosamente di San Giovanni Valdarno, dove nacqui e crebbi anch’io.

A dirigere questa banda di gente e a dare vita al personaggio di Geppetto, un mio compagno di classe delle scuole elementari, che ha scritto di suo pugno il copione intero rimpastando Comencini, Collodi, i Pooh e Bennato.

Si chiamano “Facce da sipario”, porteranno in scena Pinocchio, un musical senza fili e, siccome lo faranno domenica 1° marzo al teatro Rifredi di Firenze, io ci andrò.

Riuscire a non farmi berciare dalla platea “forza ragazzi!” sarà difficile come tenermi lontana dai camerini a spettacolo finito.

E’ gente che non vedo da vent’anni e che farò di tutto per rivedere.

locandina-pinocchio-rifredi

 

A passeggio con Lorenzo

23 febbraio 2009

I ragazzi scendono alla stazione centrale e candidi confessano di non sapere che quella di Firenze fu realizzata nella zona in cui sorgeva la cosiddetta “Maria Antonia”, fu costruita su progetto di Giovanni Michelucci e oggi è considerata un capolavoro del razionalismo italiano.

I ragazzi addentano crocchette di pollo di MacDonald’s accompagnandole a bastoncini di patate fritte e cocacola. Tutto questo a un quarto alle nove del mattino.

I ragazzi hanno ancora sonno, ma nonostante ciò parlano tutti insieme e tutti a voce alta, tanto che gli si deve far notare che in città non è il caso di farsi riconoscere tra la folla per eccesso di timbro.

“Ah no?!” chiedono perplessi e con le cispe agli occhi.

I ragazzi ti vengono dietro come formichine mentre tu percorri il sottopasso, sbuchi a cielo aperto e inforchi via del Melarancio, intenzionata a battere con loro le zone in cui fu magnifico il Magnifico.

“Ecco qua le Cappelle Medicee: la cripta è del Buontalenti, la Sagrestia Vecchia del Brunelleschi, la Sagrestia Nuova di Michelangelo. Quella dietro invece è la Basilica di San Lorenzo, consacrata (pensate) nel 393, amatissima dai Medici e considerata cattedrale fino a quando non le fu preferita la chiesa mastodontica costruita sopra Santa Reparata: il Duomo”.

I ragazzi si distraggono tra i colori del mercatino, puntano fibbie di cinture, sciarpe di lanona e magliette da calciatore.

“All’altro lato, invece, lo spigolo di Palazzo Medici Riccardi, voluto da Cosimo e commissionato a Michelozzo perché Brunelleschi l’aveva progettato troppo sfavillante e il vecchio signore di Firenze (volpone che non era altro) conosceva bene il livello d’invidia che rode l’animo alla gente quando qualcuno sta meglio di loro. La visita alle stanze del palazzo sarà il momento finale della nostra mattinata insieme”.

Così i ragazzi si rimettono in cammino e seguono chi li guida in Piazza San Giovanni, a guardare la croce di marmo dedicata al miracolo di San Zanobi.

“Quando il corpo del primo vescovo di Firenze venne traslato dalla chiesa di San Lorenzo fuori le mura in Santa Reparata, era una mattina gelida di gennaio. La bara, passando sotto un albero, ne sfiorò un ramo spoglio e immediatamente l’albero fiorì”.

“Eh, sì, come no…”.

I ragazzi sono scettici, non credono più a nulla che non sia spiegabile con la scienza e il pragmatismo; non li catturano più le storie senza una base pulp di ultraviolenza e voluminosi schizzi di materia per scenografia.

“Quando i Pazzi ordirono la loro congiura contro i Medici era il 26 aprile 1478. Il cardinale Riario Sansoni stava per officiare la Messa solenne in Duomo. Siccome Giuliano in quei giorni non era stato molto bene, Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini andarono a prenderlo a casa con la scusa di accompagnarlo in chiesa e con lo scopo di fargli un occhiello nella pancia. Nel tragitto lo smanacciavano un po’ sul corpo per sentire se indossava una cotta di maglia sotto le vesti e se appoggiato alle gambe portava “il gentile”, lemma eufemistico per indicare un coltello da difesa. Ma Giuliano proprio quel giorno non aveva niente, perché l’uggiolina che sentiva addosso faceva sì che questi accessori gli provocassero fastidio. Una volta in chiesa tra il pigia-pigia della gente fu semplicissimo freddarlo. Meno facile fu spedire al creatore anche Lorenzo, perché intorno a lui fece capannello il popolo stesso e lo scortò fino in sagrestia, da dove riuscì a fuggire e a mettersi in salvo”.

“Favoloso!”

I ragazzi godono di fronte al sangue, vattelappesca comemmai.

Ma godono (spero) anche di fronte al trittico di meraviglie che si para loro davanti poco dopo l’edificante narrazione: Duomo, Campanile e Cupola. Rispettivamente Arnolfo di Cambio, Giotto e Brunelleschi.

I ragazzi però più che altro godono di fronte a una generosa colazione. Al Caffè Gilli sfoggiano un’errhe moscia che non hanno e giocano ai signori, mentre donne in visone li osservano perplesse, uomini anziani difendono coi gomiti lo spazio vitale presso il bancone e commesse gentili distribuiscono cornetti, bomboloni e cappuccini caldi.

I ragazzi entrano in libreria, si disperdono tra gli scaffali e quando ricompaiono tengono un libro tra le mani: “Profe guardi, qui c’è una che si chiama come lei”.

I ragazzi si fanno raccontare che quelle strade larghe e capienti sono in realtà una violenza perpetrata su Firenze negli anni in cui fu disgraziatamente capitale e si volle fare di lei una novella Parigi fuori luogo e fuori tempo. E mentre percorrono via Roma e via de’ Calzaioli, penetrano in piazza della Signoria.

I ragazzi contano gli stemmi di Palazzo Vecchio, confrontano la merlatura guelfa con quella ghibellina. Un bronzeo Perseo li guarda tenendo una testa mozzata nella mano sinistra, mentre loro si avvicinano a un profilo umano scolpito sulla pietra e attribuito a Michelangelo. Poi sollevano lo sguardo, vedono il Corridoio più lungo del mondo e col naso in aria ne seguono il percorso senza perderlo di vista.

I ragazzi si affacciano sul fiume, salutano i canottieri, sconfinano Oltrarno, sfiorano Santa Felicita e tirano una boccata d’aria davanti alla maestosità del palazzo che Luca Pitti volle enorme e dalle finestre grandi come il portone d’ingresso di quello dei Medici in via Larga, dove si conclude la loro passeggiata. Lì è pronto ad accoglierli un uomo dalla voce di caverna ma dagli occhi liquidi e buoni, che li guida al cospetto di una Madonna estasiata davanti a due bambini e un cardellino.

I ragazzi tacciono di fronte a una delle tele più sublimi dell’arte rinascimentale e tornano a guardarla, si affacciano di nuovo, ne colgono i dettagli paesaggistici in stile leonardesco, ne apprezzano il quasi invisibile restauro e commentano il pisellino di Gesù.

I ragazzi entrano nella camera di Lorenzo, ciacciano virtualmente tra i suoi cassoni, salgono ai piani superiori e nella Sala di Luca Giordano scoprono il primo esempio di pittura in tridimensione guardando il culo di due buoi.

I ragazzi stanno per salutarsi e far ritorno alle proprie case, ma prima attraversano la Galleria delle Carrozze che proprio di recente Matteo Renzi ha restituito alla città.

Di sicuro non hanno ascoltato tutto, certamente hanno perso mille dettagli, senza dubbio si sono distratti, estraniati, parlati, persi nei pensieri. Forse si sono anche un po’ annoiati.

Ma i bachi ormai sono stati buttati.

E io sono sicura che verrà un giorno in cui l’esigenza di andarli a recuperare personalmente e spontaneamente sgorgherà naturale dentro di loro.

Allora ripenseranno a una mattinata in centro in compagnia di venti amici e di due insegnanti, mentre il freddo tagliava le loro gote lisce ma li abbracciava una città resa magnifica da un Magnifico Lorenzo.

Vituperio delle genti

21 febbraio 2009

Eppure tu mi garbi tanto.

Col tuo lungarno così simile a quello di Firenze. Con quella chiesina -Santa Maria della Spina- preziosa come un merletto fatto a mano da una vecchina del 1230 e affacciata sul fiume come una ragazza che guarda nel vuoto di un futuro tutto da riempire. Con quelle piazzette che sbucano improvvise quando un vicolo finisce. Con la zona di San Buonomo e il suo mercato piccolo di frutta e verdura, arancione di carote e verde di foglie di bietola, i bar dalla luce fioca coi tavolini esterni, il colonnato che nasconde antiche botteghe di alimentari resistenti al rastrellamento di coop e di esselunghe.

Mi piace la tua gente che parla un italiano strano mescolato ad altri accenti, le scritte e la piscia sui muri, gli universitari che il sabato pomeriggio bevono birrini e fumano cicchini in santa pace, la scuola Normale, il  silenzio anormale, i cani liberi, i gatti riottosi, la torre della Fame dove si crede che un conte abbia mangiato i corpi dei suoi figli morti prima che morisse lui, la torre che pende, che pende, e non viene mai giù.

Ahi Pisa, ci togliesti il sale e cominciammo a cuocere pane insapore.

Ma sei bella come una donna bella a cui è facile perdonare d’essere stata cattiva.

E oggi che t’ho rivista dopo tanto, mi sei garbata anche di più.

Che era sfacciatamente più grosso degli altri lo notai il primo giorno in cui lo vidi.

Con ogni probabilità lui notò di me la stessa cosa.

Per un quadrimestre ho taciuto, ascoltando i suoi compagni che lo chiamano Incredibile Hulk e sorridendo alle battute amichevoli che gli tirano in continuazione nella zona anatomica compresa tra la base del cranio posteriormente in alto e la settima vertebra cervicale posteriormente in basso. Tra cap’e collo insomma.

Ieri però non ho resistito e ho parlato.

Lo interrogavo a Storia. Per fargli gestire al meglio il colloquio e lasciare a sua disposizione tutto il proscenio, mi ero seduta al posto suo concedendogli la zona compresa tra cattedra e lavagna. Lui si aiutava con del materiale iconografico prodotto dalle sue mani possenti e per indicare le immagini alla classe metteva in movimento con gestualità fluida e disinvolta tricipite, bicipite brachiale, romboide, deltoide, gran dentato, trapezio e sovraspinato. La maglia aderente rivelava e rilevava fasce muscolari addominali (alte e basse) evidentemente ignare del concetto latino di medietas.

“Perdona l’interruzione: ma tu vai in palestra?”.

“No”.

“Sei così di natura?”.

“No”.

“Allora cosa fai?”.

“Faccio esercizi a casa”.

“Nient’altro?”.

“Curo l’alimentazione”.

“Sarebbe?”.

“Non mangio mai fuori dai pasti”.

“E dentro i pasti cosa mangi?”.

“Tutto quello che mi va”.

“E credi che io sia ancora in tempo a fare qualcosa per me stessa?”.

“Sì”.

“E tu potresti aiutarmi?”.

“Sì”

“E lo faresti volentieri?”.

“Sì”.

“E potresti farlo prima che sia troppo tardi?”.

“Sì”.

“Per esempio domani?”.

“Domani”.

Oggi stringo tra le mani un foglio scritto delicatamente da quelle grosse mani.

Il suo autore giura che, prima che il 13 giugno arrivi e con esso giunga il momento di augurarci una felice estate, io non sarò più quella di ora, ma sarò quella di prima.

Domattina intanto gli confesserò che, per stare a scrivere questo pezzettino nuovo per il sito, l’intera serie addominale è andata a farsi friggere (bono il fritto!) (niente fritto: stasera minestrina).

Ortolina, odi et amo.

17 febbraio 2009

Uno strabiliante numero di anni fa stavo insieme a un imbecille.

Uno dei motivi meno seri per cui l’avrei considerato tale stava nel fatto che condiva la pastasciutta con l’Ortolina.

L’Ortolina, per chi avesse una mamma brava a fare da mangiare e quindi come me ne ignorasse l’esistenza, è un sugaccio concentrato e plebeo a cui, per dargli un odorino buono viste le carenze dell’impatto visivo, vengono aggiunti i prodotti dell’orto (da qui spiegato l’etimo) e chissà quali altre schifezzuole chimiche.

Ricordo che mi disgustavano, quelle piattate di spaghetti colorati da qualcosa che per me non era altro che una tempera alimentare e dicevo a me stessa che all’Ortolina avrei preferito una spartana “c” d’olio bono con una semplice grattata di formaggio.

Ad aggravare la mia già penosa stima dell’Ortolina ci pensava oltrettutto la mia mamma, accanita sostenitrice dello “spaghetto sciué sciué”, celere versione della pomarola ottenuta mediante procedimento da ultimo minuto: olio e spicchio d’aglio in pentola, vai, di corsa, pomodori freschi a pezzi, giù, così, capperi di Lampedusa, olé, olive di Gaeta, ualà, peperoncino a ammazzacristiano e chi s’è visto s’è visto: un quarto d’ora e ci si vedeva tutti a tavola.

Siccome (come già detto) quella specie di fidanzato era un imbecille, un giorno che non esiterei a definire illuminato lo lasciai.

Da allora non sentii più nominare invano l’Ortolina.

Un mese fa però, durante la lezione, colsi senza difficoltà alcuna la seguente conversazione intercorsa tra due miei studenti seduti al primo banco.

“Oh”.

“Oh”.

“Vuoi venire a mangiare a casa mia?”.

“Quando?!”.

“Oggi”.

“Ah”.

“Allora icché fai, vieni o no?”.

“Dipende: icché c’è da mangiare?”.

“La pasta all’Ortolina”.

“La pasta a icché?!”.

“La pasta all’Ortolina!”.

“O icché l’è?!”.

“Come icché l’è?! Un tu conosci l’Ortolina?!”.

“No, un l’ho mai sentita nominare”.

“Ma come! L’è bonissima, ‘un tu sai icché tu ti sei perso fin’a ora”.

“Ma icché l’è di preciso?”.

Sicché interruppi la lezione, m’intrufolai abusivamente nella conversazione sussurrata e spiegai che l’Ortolina era una robaccia conservata in un tubetto: bastava strizzarlo e quella veniva fuori colorandoti e ungendoti da fare schifo la pastasciutta.

Lo studente, colpito da improvviso attacco di generosa salivazione, accettò immediatamente l’invito e io tornai allibita a casa mia, dove narrai al mio fidanzato quell’episodio sconcertante.

Ma lui, visibilmente commosso, urlò: “Già, l’Ortolina!”, per poi confidarmi i suoi pranzi d’infanzia, quando l’Ortolina regnava anche sulla sua raffinata tavola, regina dei sughi, delizia dei palati, apoteosi del fast-food.

Da quel giorno, un tubetto di Ortolina non manca mai nel nostro frigo.

E da come la mi garba, ora mi sento un po’ imbecille anch’io.

Da leccarsi i baffi

15 febbraio 2009

Torna in grande stile la rubrica culinaria a cui, in un altro tempo e in un altro luogo, dedicai amorevoli cure.

Oggi è domenica, io ho pranzato fuori e ascoltato con grande interesse la narrazione di antiche ricette che uscivano dalla bocca di massaie ricche d’esperienza.

La tavola fumava di pietanze ricercate mentre la donna seduta di fronte a me ha dato il via al racconto di un piatto (credo) ormai in disuso nelle città di Pistoia e di Firenze, che ne vantano i natali.

Il roventino.

Per preparare il roventino (e di conseguenza essere annoverati nella mailing-list del dottor Hannibal Lecter), abbiamo bisogno di recarci in una macelleria. Qui, un macellaio assolutamente non autorizzato a farlo, ci venderà sotto banco del sangue di maiale, che noi porteremo zitti zitti a casa nostra.

Al chiuso della nostra cucina e al silenzio del nostro appartamento, ben attenti che nessun vicino intuisca il misfatto alimentare a cui ci stiamo dedicando, daremo il via al più che delicato procedimento.

Si tratta infatti di versare tutto il sangue suino in una ciotola e di aggiungervi, nell’ordine, parmigiano grattugiato, mollica di pane bianco precedentemente tenuta in ammollo nel brodo o nel latte, dei pinoli e un po’ d’uvetta.

Si tratta quindi di mescolare bene l’orrido miscuglio e contemporaneamente di mettere sul fuoco una teglia uguale a quella su cui tante volte, in un innocente passato gastronomico, abbiamo cucinato delle crepes.

Perché questo, in pratica, stiamo facendo: delle crepes.

Però col sangue di maiale.

Che meraviglia.

Ma infatti, non tergiversiamo: piuttosto procediam lesti e gaudenti.

La teglia andrà unta con del lardo o del burro e, una volta calda, ne andrà coperto il fondo con bastevole composto, liquido e rosso.

Ma non un rosso innocuo.

Io parlo di quel rosso proprio del sangue di animale che ha capito di essere sul punto di subire regolare sgozzamento e che si chiede il perché di tanto sacrificio inutile e disumano, perché fare delle frittatine proprio con il sangue suo, perché privare proprio lui, il maiale, animale intelligente e sensibile, della dignità propria di tutti gli esseri viventi.

La donna in cucina non ha tempo di domandarsi tutto questo e già pregusta il momento in cui servirà in tavola il suo roventino, eredità spietata di una società famelica che lavorava nei campi e tornava a casa tanto affamata da buttarsi su qualsiasi alimento, tanto stremata da addentare anche il sangue, che in quanto liquido non si addenterebbe. Ma proprio per questo essa lo impasta, lo cuoce, lo frigge. Per addentarlo meglio.

Prima però spolvererà il suo roventino con del parmigiano (se ne vorrà fare una versione salata) o di zucchero (se ne preferirà un’interpretazione dolce).

Da leccarsi i baffi, assicura la massaia.

Io ho dato di stomaco solo a scrivere la ricetta e il titolo al pezzo l’ho messo per ingannare i miei dieci lettori casuali e silenziosi.

Finalmente, Dante

12 febbraio 2009

Giorno più giorno meno, era un anno fa quando finimmo di lavorare al video (presente in questo sito nella sezione “scuola”) con cui prendere parte al Concorso Nazionale dedicato a Dante Alighieri.

Facemmo delle corse impressionanti per presentare un prodotto valido e rientrare nei tempi imposti dalla commissione.

Commissione che, contrariamente a quanto aveva annunciato sul bando, sforò la prima scadenza per la pubblicazione dei risultati, poi bucò la seconda, quindi perforò la terza e successivamente sfondò la quarta.

Fino -un bel giorno- a fracassarci talmente la pazienza (oltre alla zona peritesticolare) che le speranze di ciascun partecipante si sgonfiarono (analogamente alla succitata zona) per lasciare il posto a una delusa amarezza dal sapore insopportabile.

Perché quel lavoro era costato impegno, fatica e tempo.

Ovviamente non retribuito.

Ma più che altro perché aveva coinvolto, emozionato, imbenzinato quasi, l’animo dei nostri ragazzi, autori e attori per una porzione di anno scolastico, estimatori e amanti del Sommo concittadino dall’aria incazzata ma dalla dolcissima poesia, per poi lasciarli lì come tanti bischeri a chiedersi dove fosse, negli adulti, tutta quella serietà che essi stessi pretendevano da loro.

Oggi, con nove mesi esatti di ritardo, la commissione si è pubblicamente espressa sul sito ufficiale dell’Indire.

Comunicazione del Presidente della Commissione giudicatrice
del Concorso “Leggere Dante nella scuola”

Il concorso “Leggere Dante nella scuola”, bandito dal Ministero dell’Istruzione,
dell’Università e della Ricerca nel novembre del 2007, ha coinvolto circa 500 scuole dei tre ordini:
Primaria, Secondaria di I grado e Secondaria di II grado (dei più diversi indirizzi, dagli Istituti
Professionali ai Licei Classici).
La prima selezione degli elaborati, compiuta dalle Commissioni regionali, ha individuato
165 elaborati degni di attenzione per la scelta finale dei meritevoli dei premi previsti. La
Commissione giudicatrice nazionale, presieduta dal prof. Francesco Sabatini, Presidente
dell’Accademia della Crusca, in molteplici riunioni dedicate alla lettura degli elaborati scritti,
all’esame dei materiali grafici e alla visione dei prodotti audiovisivi e digitali, ha riscontrato un gran
numero di elaborati di alta qualità per originalità di impostazione, ricchezza di dati, attiva
partecipazione degli alunni e appropriata regìa dei docenti. Questo risultato dimostra la permanente
capacità dell’opera dantesca di parlare direttamente alla fantasia e al bisogno di conoscenza dei
ragazzi e dei giovani d’oggi, e conferma il secolare giudizio dell’alto valore educativo presente nel
poema, non solo per la varietà e la profondità dei contenuti, ma per la potenza del suo linguaggio
originale, che ha ispirato anche straordinarie interpretazioni figurative ad artisti di ogni epoca e in
ogni parte del mondo. L’alta qualità di molti elaborati è data proprio dall’accostamento del
linguaggio dantesco con il linguaggio delle opere pittoriche.
Il desiderio di premiare il più alto numero possibile di elaborati meritevoli ha indotto la
Commissione ad attribuire una nutrita serie di ex-aequo. Sono stati attribuiti a nome del MIUR i
seguenti premi:

SCUOLA PRIMARIA

1° Premio, ex aequo a:
“G. Puccini”, Montecarlo (LU)
“Fratelli Pagliero”, San Maurizio Canavase (TO)

2° Premio, ex aequo a:
“Ugo Bassi” Civitanova Marche (MC)
Scuola Primaria di Cesi Paese   (TR)

SCUOLA SECONDARIA DI  I GRADO

1° Premio, ex aequo a:
SMS “A. Vivaldi” Torino
SMS “Dante Alighieri” Catona (RC)

2° Premio, ex aequo a:
SMS “A. Gramsci” Firenze
SMS “Marie Curie”  San Fermo della Battaglia (CO)

3° Premio, ex aequo a:
I.C. Viale Marconi  Castrocaro Terme (FO)
I.C. di Motefortino Amandola (AP)

SCUOLA SECONDARIA DI II GRADO

1° Premio a:
Liceo Scientifico “Maironi da Ponte” Presezzo (BG)

2° Premio, ex aequo a:
Liceo Classico “Virgilio”, Roma
Liceo Classico “Stellini”, Udine

3° Premio, ex aequo a:
Liceo Scientifico “Cattaneo”, Follonica (GR)
Liceo Scientifico “Marconi”, Pesaro

4° Premio, ex aequo a:
Liceo Scientifico “Galilei”, Voghera (PV)
Liceo Classico “Sylos”, Bitonto (BA)

Ad accrescere opportunamente il numero di riconoscimenti è intervenuta l’Accademia della Crusca,
che ha indicato come meritevoli di una menzione speciale i concorrenti dei seguenti Istituti
Scolastici:

SCUOLA PRIMARIA
Menzioni speciali dell’Accademia della Crusca, a:
I.C. di Conselice (RA)
I.C. di Calimera  (LE)
I.C. di Apecchio (PU)
C.D. “Don Bosco” Bastia Umbra (PG)
D.D. di Casteldaccia  (PA)
D.D. “Madonna di campagna”  Bastia Umbra (PG)
C.D. “D’Ovidio” Campobasso
I.C. “Fratelli Pagliero” di San Maurizio Canavese (TO)

SCUOLA SECONDARIA DI I GRADO
Menzioni speciali dell’Accademia della Crusca, a:
I.C. “G. Gaudiano” Pesaro
SMS “Irnerio” Bologna
I.C. “A. Diaz” e SMS “Anna Frank” Meda (MI)
I.C. “G. Gonnelli” e SMS di Montaione  (FI)

SCUOLA SECONDARIA DI II GRADO
Menzioni speciali dell’Accademia della Crusca, a:

Istituto Tecnico per le Attività Sociali “Sereni”, Roma
Liceo Classico “Stellini”, Udine
Liceo Classico “Tacito”, Terni
Liceo Scientifico “Torricelli”, Somma Vesuviana (NA)
Istituto Tecnico Periti Aziendali e Corrispondenti in Lingue Estere  di Omegna (VB)
Liceo Classico “Dante”, Firenze
Liceo Scientifico “Einstein”, Teramo (elaborato della IV A)
Liceo Scientifico “Einstein”, Teramo (elaborato della IV E)
Liceo Socio-Psico-Pedagogico “Carducci”, Trieste.

Il Presidente del Comitato Nazionale
Prof. Francesco Sabatini

Con le lacrime agli occhi e con la speranza che passino ancora di qui, abbraccio virtualmente i diciassette ragazzi con cui ho trascorso i tre anni più incredibili e indimenticabili della mia vita scolastica e mi congratulo per il loro secondo posto.

Contemporaneamente, ne approfitto per indirizzare una pernacchia in dolby surround a quelle megere inacidite delle mie ex colleghe della scuola media e a chi -al vertice- avrebbe dovuto sostenere e incoraggiare il nostro lavoro e invece scandalosamente non lo fece mai.