Plagio

30 marzo 2009

“Profe, lo sa che negli ultimi tempi mi sono messo a scrivere aforismi?”.
“Davvero? Dimmene uno”.
In una scatola è sempre notte”.
“Mh. Interessante. Ma sei sicuro di non averlo copiato da qualche parte?”.
“Glielo giuro: l’ho composto io”.
“Bada che vado su google, digito la frase e se l’hai copiata mi viene subito il nome dell’autore”.
“Non so che dirle: io l’ho scritta tre mesi fa. Ci sta che lui l’abbia scritta in questo ultimo lasso di tempo”.

Perché in fondo non è che tu abbia grosse pretese. Ciò che ti aspetti ed auspichi è entrare in classe, fare la tua lezioncina, interagendo (se non è chiedere troppo) con chi hai davanti, e tornare a casa tua per diventare una cosa sola con il pranzo.

A egregie cose il forte animo accendono/ l’urne de’ forti, o Pindemonte.
“Tu: può o Pindemonte dirsi una prosopopea?”.
“Dice a me, profe?”.
“Sì, dico a te: sapresti dirmi che cos’è una prosopopea?”.
“Veramente no. Però a quest’ora sono perfettamente in grado di spiegarle cosa sia un cacciucco”.

:-:-:-:-:

“… e di chi vide/ sotto l’etereo padiglion rotarsi/ più mondi e il Sole irradiarli immoto… Osservate le parole-spia: rotarsi, il Sole, immoto… chi vi viene in mente?”.
“Galileo!”.
“Infatti, è lui”.
“Cioè, ma Galileo è sepolto in Santa Croce?!”.
“Cioè, non lo sapevate?”.
“Cioè, no”.
“E dovreste vedere che splendida statua gli hanno dedicato: c’è lui che tiene in mano tutti gli attrezzi per l’indagine scientifica, primo tra tutti il cannocchiale”.
“E questi versi di Foscolo sono stati riportati sulla lapide?”.
“No”.
“Ma come no! E’ uno scandalo! Che senso ha una tomba per Galileo senza questi bellissimi versi?”.
“Non so che dirti: tu cosa proponi?”.
Ha proposto di scrivere un post-it con l’estratto foscoliano e appiccicarlo al monumento, quando andrà a vederlo.

:-:-:-:

“… e tu prima, Firenze, udivi il carme/ che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco… sentite? Dietro questi versi si nasconde chiaramente qualcuno: chi?”.
“Dante Alighieri!”.
“Bravi. E come si chiama la figura retorica con la quale ci si riferisce a qualcuno senza però nominarlo esplicitamente?”.
“Perifrasi!”.
“Bravi. Ma non notate nulla di stonato?”.
“Sì, l’aggettivo fuggiasco: se non l’avessero esiliato, Dante non sarebbe mai fuggito!”.
“Vero, ma non è questo che intendevo. Guardate meglio”.
Ghibellino?”.
“Certamente”.
“E’ vero! Lui in realtà era guelfo!”.
“Esatto. Guelfo come?”.
“Guelfo nero!”.
“Sbagliato: era guelfo bianco”.
“Va be’, profe, ora non stiamo qui a farne una questione di razzismo”.

:-:-:-:

“E insomma profe, come mai Foscolo lo chiama ghibellino? Ha sbagliato?”.
“C’è chi lo pensa, ma non sarà di certo questo il motivo”.
“E allora qual è?”.
“Probabilmente Foscolo intendeva sottolineare la posizione dantesca contraria al potere temporale della Chiesa e la sua predilezione per una figura imperiale a dominare la scena politica dell’epoca”.
“Secondo me c’è anche un’altra ipotesi”.
“Dilla pure, ti ascoltiamo”.
“Secondo me Foscolo lo chiama ghibellino, come potrei dire…, ecco: peppiglialloingiro”.
Alla lavagna (dopo l’ipotesi A e l’ipotesi B) ho scritto “ipotesi C: peppiglialloingiro”.
Bisognava vedere con che piglio da filologi l’hanno ricopiata sul quaderno degli appunti.

Odi et amo

26 marzo 2009

All’inizio dell’anno li detestavo.

Per me erano “i buzzurroni”, “i manfanoni”, “gli indelicati”, “i vocioni”, “i primitivi”, “i maldestri”, “gli sgraziati”, “gli impresentabili”, “gli inqualificabili”, “gli ingiustificabili”, “i rozzi”, “gli indisciplinati”.

Prima di entrare mi soffermavo sulla soglia dell’aula sgarrupata e sudicia e li guardavo in cagnesco, mentre sulla fronte mi passava una scritta luminosa: ma quanto mi state sulle palle. Chiedo scusa: non provo per voi quella che si dice una spiccata simpatia.

Poi non lo so.

Mi s’è ributolato in corpo un imprevisto guazzabuglio di sentimenti contrastanti e ho cominciato a guardarli con occhi differenti, scorgendo dietro capelli scolpiti, calzoni strangolacaviglia e sciarpe viola, anche l’insospettabile presenza dell’anima.

Ora (pur sempre inspiegabilmente) li amo.

E stamani, affacciandomi di fretta alla porta della loro classe prima di raggiungerne un’altra, gliel’ho detto.

“Maremma che scorfano l’era questa donna… la ‘un si pole guardare”.

“CHI HA PARLATO?”.

“Io profe, ma parlavo di un argomento di storia”.

“In realtà spettegolavi ancora sulla povera Teodora: ma che mi sei andato in fissa?”.

“O profe, ma che l’ha vista bene? Guardi come l’era brutta. Come faceva una donna brutta a questo modo a fare la ballerina? Ma d’icché s’era innamorato Giustiniano?”.

“Devi tenere conto di alcuni fattori: prima di tutto quello che osservi è un mosaico, con tutti i limiti di fedeltà figurativa che ne conseguono. Secondo, i canoni estetici cambiano radicalmente nei diversi periodi della storia e quella che oggi per te è una ragazza bellissima per un ragazzo del Tremila potrebbe essere inguardabile”.

“E ho capito profe, ma questa la c’ha anche i baffi”.

“I baffi?! Ma dai, non esagerare”.

“Profe, dico sul serio: guardi lei stessa!”.

Aveva sbagliato figurina e quello che guardava da tre giorni era Giustiniano.

Due piccioni

25 marzo 2009

Lui lo incontrai la prima volta in cui andai in televisione. La7 ci aveva sistemati nello stesso albergo e proprio mentre io mi spaparanzavo sul lettone aspettando le Otto e mezzo e respirando l’aria di Roma che entrava nella stanza dai finestroni aperti, lui mi raggiunse al telefono tramite la hall per chiedermi se, come lui, ero vittima dell’ansia. Al che lo divenni immediatamente.

Lei (che di recente ha pubblicato lo struggente e ruvido libro di memorie Il mio cuore umano) l’ascoltavo da piccina cantare cos’è la vita/ senza l’amore/ è solo un albero che foglie non ha più, ma soprattutto gelosia ah ah/ gelosia ah ah/ è l’amore che non ti sorride più/ la credevo un sentimento ed è una malattia/ guarirò/ guarirò, che era la mia preferita. Ai tempi del sassofono blu l’abbandonai (anni Ottanta va bene, ma così era troppo), per riavvicinarmi a quella voce roca e strozzata che oggi intona canzoncine colte e preziose.

Questa sera erano insieme alla libreria Edison.

Salvatore Niffoi e Nada Malanima.

Lui presentava il suo ultimo romanzo, Il pane di Abele.

Lei chiacchierava insieme a lui.

La loro amicizia nacque quando lui concorse per il Premio Campiello e lei -che non lo conosceva ancora- fu chiamata a far parte della giuria. Lui vinse il premio e lei s’innamorò di quella scrittura raffinata e mai banale.

Così stasera lui è atterrato dalla Sardegna; lei è arrivata dalla Maremma.

E insieme ci hanno regalato un’ora e mezzo di parole, così intense da sembrare musica.

Debiti, trucchi e motori

23 marzo 2009

Dice: “Profe, per favore al prossimo consiglio di classe, quando redigerete i pagellini interperiodali, potrebbe convincere i suoi colleghi a non darmi il debito, che sennò mi si rallenta il motorino?”.

Dico: “Mi chiedo quale misteriosa connessione leghi due mondi tanto distanti”.

Dice: “La connessione è la cilindrata: se non avrò nemmeno un debito il babbo mi ha promesso che mi trasforma il cinquantino in un settanta su cui smanettare a tutto fòco per le vie della circonvallazione”.

Ho evitato di dirglielo, ma se il debito non glielo danno i miei colleghi, gliel’ammollo io.

Ridillo!

19 marzo 2009

Avevo ancora da finire il discorso, che lui “Profe -mi fa- posso andare al bar a prendere il panino prima che suoni la campanella e arrivi la calca?”.

Ammutolirmi, sbuffare, sgranare gli occhi e tuonare è stato tutt’uno: “Questa tua domanda, certamente inopportuna, mi dà conferma del fatto che tu, proteso mentalmente verso l’intervallo, non abbia seguito una sola parola della mia spiegazione”.

Ma lui si difendeva sostenendo che, al contrario, aveva ascoltato ogni dettaglio.

“Ridimmi tutto, allora”.

(Trascrivo fedelmente)

“Pratihamente c’era questo Giustiniano, no, che a un certo punto perse iccapo per una ballerina che si chiamava Teodora, questa qui nella figurina a pagina 158, con la faccia bianca da morta (madonna come l’è brutta!), sicché, come posso dire, fece di tutto per sposalla e quando l’ebbe sposata gli fece fare e disfare come gli pareva a lei, e allora lei fece un sacco di leggi per le donne, per proteggerle insomma, che all’epoca non era mica come oggi (?!, n.d.r.), e gli storici dicono che Giustiniano senza questa Teodora non sarebbe stato l’imperatore che invece è stato, insomma, no profe?”.

Determinata -perché profondamente commossa- a chiudere un occhio sulle (benché non esigue) carenze sintattiche e sulla discutibile consequenzialità logica di taluni passaggi contenutistici, ho fatto un’eccezione e l’ho mandato al bar.

In medio stat virtus

18 marzo 2009

Dicono: “Profe, ma l’anda e il rianda dalla conferenza si fanno a piedi, vero?”.

Dico: “Va be’, facciamoli a piedi”.

Poi ho capito perché.

Ci sono più pizzerie, pasticcerie, gelaterie e kebabbari in quel tratto di strada che in tutta la città.

Dico: “Ragazzi, andiamo, si fa tardi!”.

Dicono: “O profe, prima la c’insegna il valore che nel Medioevo davano alla medietas e poi la ci vòle fa’ camminare svelti?! Via, non si conviene a gente elegante”.

Oh, c’hanno sempre ragion loro.

Quale Medioevo?

18 marzo 2009

Li ho portati alla conferenza sul Medioevo per più motivi.

Uno, se ne parla in classe da settembre a ogni lezione di Storia.

Due, doveva essere un incontro sul Medioevo nostrano, locale, particolare.

Tre, a me il Medioevo m’ha sempre fatto morire di goduria.

Quando -dopo tre ore- li ho riportati in classe, ero delusa e amareggiata.

Anziché una sana overdose di Medioevo (utilissima per crescere bene e non venire su disinteressati, distanti dalla politica e individualisti), li ho involontariamente costretti a sorbirsi, dalla bocca di un esimio professore universitario, la solita manfrina su quanto siano disinteressati, distanti dalla politica e individualisti i giovani d’oggi.

I cento giorni

17 marzo 2009

Mancano cento giorni esatti all’inizio degli esami di maturità.

Come ogni anno da una quindicina d’anni a questa parte, le classi quinte stamattina non sono a scuola. Sono a cento chilometri da qui: al mare. A buttare il sale in acqua, a scrivere sul bagnasciuga il voto con cui sognano di diplomarsi e ad aspettare che poi l’onda lo cancelli.

Aule vuote, tacite e pulite. Alunni delle classi inferiori che si rodono d’invidia e ammirazione. Docenti che passeggiano lungo i corridoi ponendosi con una certa insistenza alcune domande di natura squisitamente esistenziale.

Dove cazzo erano questi rituali favolosi ai nostri tempi, per esempio.