Arlecchino si confessò

29 aprile 2009

“Ragazzi, col fatto che presto partirete per lo stage, ci restano ancora soltanto cinque lezioni, poi ci saluteremo per sempre e non ci vedremo più”.

“Profe, dica la verità: le ha contate perché non vede l’ora di liberarsi di noi. Non ci ha sopportati dalla prima volta in cui ci ha visti e le è sempre stato un gran pensiero entrare in classe nostra”.

“Ma che dite ragazzi, le ho contate solo per farmi un’idea degli argomenti che riuscirò a trattare e a inserire nel programma”.

L’hanno bevuta.

La scelta

28 aprile 2009

“Per la nostra verifica scritta, propongo le tre tracce che sto distribuendo”.

Traccia numero uno: “Usa il tuo talento, qualunque esso sia. I boschi sarebbero terribilmente silenziosi se cantassero solo gli uccelli che cantano meglio (Anonimo)”.

Traccia numero due: “Gli ignoranti dall’esteriorità giudicano l’interiorità (Giovanni Boccaccio)”.

Traccia numero tre: “Ai terremoti non v’è rimedio alcuno. Se il cielo ci minaccia con le folgori, pure si trova scampo nelle caverne… Ma contro i terremoti non vale la fuga, non giovano nascondigli (Francesco Petrarca)”.

Poi, come frase scherzosa, a sdrammatizzare la tensione della prova e a ricordare ai ragazzi che l’anno volge ormai alla fine per cui vale la pena di tenere duro ancora per un po’, ho citato Guccini in fondo al foglio: “… e poi saran le ultime, ormai”.

Volevano a tutti i costi fare quella.

Prosit!

27 aprile 2009

“Di origine probabilmente scandinava, i Longobardi calarono in Italia sotto la guida del loro re Alboino. Come tutti i re longobardi, anche Alboino era un eroico guerriero: pensate, prima dell’invasione dell’Italia, egli aveva condotto due vittoriose campagne contro i Gèpidi e aveva personalmente ucciso il loro re Cunimondo, facendo del suo teschio una coppa da cui bevve. Va tenuto presente che il gesto, generalmente considerato una manifestazione di macabro scherno, indicava in realtà una sorta di assunzione magica delle prerogative regali e della potenza vitale del defunto”.

Commenti in classe all’insolita notizia.

“Maremma che schifo, però”.

“Che poi, il teschio non perdeva?”.

“O grullo, l’avrà chiuso”.

“Sì, e con che cosa?”.

“Che ne so, c’avrà messo dei tappini”.

“Ma icché dici?”.

“Oh, vedrai”.

“Ma che dite, scemi, i buchi li avrà stuccati”.

“Ah già, è vero, ha ragione lui”.

“Mah, insomma, non è mica tanto facile tappare i buchi degli occhi con lo stucco”.

“Perché, quelli del naso?”.

“E poi c’era da tappare anche gli orecchi”.

“Va be’, basta fare un lavorino attento di precisione”.

“E insomma profe, poi cosa successe?”.

De gustibus

27 aprile 2009

“E siamo finalmente giunti a parlare di Alessandro!”.

“Alessandro chi?”.

“Come Alessandro chi?! Lui, il solo, l’unico, il più grande, il superlativo assoluto!”.

“Ma chi dice profe, Alessandro Magno?”.

“Certamente!”.

“Mh, a me ummi garba miha tanto. Sinceramente preferisco Claudio Baglioni”.

Laura,

18 aprile 2009

Laura, ma lo sai che me li ricordo ancora i nostri pomeriggi al palazzetto ad allenarci in uno sport per il quale entrambe, pur così dissimili, avevamo il corpo adatto? Il mio (rammenti?) bassino e tozzo. Il tuo (mi sembra di avercelo davanti) magrissimo e slanciato. Ma per ognuna di noi due c’era una perfetta postazione: la tua sotto canestro ad afferrare rimbalzi, la mia a correre avanti e indietro lungo il campo portando la palla a chi ci arrivava meglio e annunciando il numero dello schema da attuare.

“Tre!”.

Laura, lo sai che il “tre!” era il mio preferito? Una tagliava in mezzo la campana e bloccava l’avversaria ignara liberando la compagna che attraversava l’area canestro e si metteva pronta ad accogliere il passaggio. Il passaggio doveva essere forte, deciso, le braccia alla fine dovevano restare tese e inverse, l’esterno in dentro, l’interno in fuori.

Ehi, Laura, ma che berci ci tirava addosso quell’invasato del nostro allenatore! Contro di te urlava per svegliarti, contro di me inveiva per zittirmi. Tu vivevi su una nuvola, io non facevo che ciarlare. Ciarlavo nello spogliatoio, ciarlavo a sedere in panchina, ciarlavo entrando in campo, ciarlavo in fila per i tiri liberi. Tu sembrava sempre che sognassi. E lui, invadente e maleducato, veniva a svegliarti dal tuo sogno.

Avevi quegli occhiali a lente spessa che ti facevano sembrare ipovedente. Occhialini tondi con il bordo d’oro. E d’oro avevi i capelli, come una ragazza inglese. Di anglosassone avevi la fisicità, le movenze. Eppure a te piaceva tanto il mio gesticolare terragnolo e mediterraneo. Mi dicevi che ero nata per stare sopra un palco, perché avevo una mimica soltanto mia. E mi guardavi dai tuoi occhiali e dal tuo silenzio timido, quando ci cambiavamo nello spogliatoio.

Poi crescendo il tuo corpo divenne bello come quello di una fotomodella. E infatti proprio questo cominciasti a fare. Ti vedevano tutti in paese, camminare bordo strada ogni mattina, con il tuo passo dinoccolato e fluido, esitante e timoroso, per raggiungere la stazione e salire sopra il treno che ti portava in città. Firenze ti ingoiava per immortalarti come esempio di bellezza e tu facevi ritorno nella valle col calare della sera.

Laura, mi hanno detto che ultimamente ti eri innamorata, che un giorno un uomo aveva visto i tuoi colori inglesi e le tue forme nordiche e ti aveva chiesto di mollare tutto per andare a vivere con lui. Di più. Ti aveva chiesto di scegliere un abito da sposa, perché per te arrivava anche al matrimonio. Mi hanno detto che l’avevi scelto bello, l’abito per il giorno più bello della vita, e che eri eccitatissima all’idea di dividerla con lui, quella vita che da sola ti aveva fatto sempre un po’ paura.

Però la vita non si è fatta vivere da te. La vita ti ha mollata a metà strada, a una manciata di giorni dal giorno più bello. La vita ti ha mandato il male più rapido e più brutto, a portarti via.

Laura, io ti penso in questi giorni in cui ho saputo che sei morta, e ti immagino a correre leggera come una gazzella bionda sopra prati verdi, come verde era la vita nel tempo in cui ci conoscemmo, ci guardammo e per un po’ giocammo insieme.

Vedendola alla tele, sembra una donnona.

Seduta in quella seggiolina in libreria, invece, col tavolino davanti e il microfono ciondoloni in attesa che l’intervistatore si materializzi, sembra la metà.

Un cardigan color del ghiaccio come i capelli che da sempre porta lisci ma un po’ sterpacchiati, alle spalle ma senza un taglio deciso, con la riga in parte ma imperfetta; un pantalone nero di stoffa liscia e cascante, fresca a vedersi; un bastone di sostegno tenuto su con una stretta di ginocchia.

La faccia stralunata, la bocca all’ingiù, la voce sgraziata, gli occhi sgranati che la fanno sembrare tutto quello che non è.

“In questo nuovo libro lei ci parla delle favole della sua infanzia, da Pinocchio a Harry Potter”.

“Sì, io con Pinocchio pratihamente ho imparat’a leggere: a cinqu’anni a gran fatiha me lo sono letto tutto e oggi quando ci ripenso vedo che l’Italia l’è piena di gatti e di volpi che fregano i pinocchi. Hai visto quando Geppetto gli bercia: ora ti fo vedere io! e la gente: o poerino, chissà ora icché gli fa. Sicché finisce che in galera ci sbattono Geppetto e Pinocchio lo lasciano libero d’andar’a giro. L’è come succede co’ holletti bianchi in Italia, no? Pensi alla Parmalat, alla Cirio, i poveracci son rimasti fregati e i holletti bianchi son tutt’a giro”.

“Vuole dire che gli italiani sono un popolo di furbi?”.

“Eh sì, purtroppo. In Italia chi non paga le tasse l’è consideraho un furbo. Nei paesi anglosassoni l’è consideraho un delinquente. Anche in Toscana si dice: pe’ i bischeri un c’è paradiso”.

“Però a lei il lieto fine in Pinocchio piace poco”.

“Sì, mi pare un po’ forzato, brusco. Quello fa il Pinocchio pe’ tutto il libro e poi alla fine tutt’a un tratto diventa un bambino a verso. L’è poho credibile”.

“Ma lei in quale personaggio rivede di più se stessa tra quelli del libro di Collodi?”.

“Forse proprio in Pinocchio, anche se a me innaso umm’è mai cresciuto perché io le bugie un l’ho mai dovuhe dire: ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia dimolto aperta, libera e tollerante, un dovevo miha raccontare frottole, potevo dire icché facevo con tranquillità, sono una privilegiata”.

“Come lei scrive nel suo ultimo libro, Dio è assente in Collodi: come mai secondo lei?”.

“Mah, si vede che anche Hollodi un ci credeva. In compenso però c’è la fatina, che l’è dimolto ammanihata con tutti gli animali di’ bosco”.

“Qual è il suo giudizio umano su Pinocchio?”.

“Pinocchio in fondo l’è un buono. Promette sempre, anche se un mantiene mai. Ma l’è generoso. Tipo quando dice a Mangiafoho di bruciare lui al posto di altri due burattini, e Mangiafoho si hommove e starnutisce, ce l’ha presente? E lì m’ha colpito, perché anche il mi’ hane quando gli fo i versi si hommove e starnutisce”.

“Lei dedica anche un capitolo alla Bibbia”.

“La Bibbia l’è tutta una favola, anche se c’è chi ci vòle leggere delle affermazioni scientifihe. Sehondo me leggere la Bibbia fa diventare atei. Nella Bibbia è descritto un Dio feroce, un Dio che dice a Isacco di ammazzare il su’ figliolo per metterlo alla prova. A me un Dio così mi provoha il rigetto”.

“E poi si parla di Eva”.

“Eva l’è la prima scienziata. Mentre Adamo obbedisce e zitto, Eva è la prima hontestatrice dell’autorità: lei vòle honoscere, vòle hapire”.

“Nell’ultimo capitolo si parla di Harry Potter”.

“Sì, ma umm’è mai riusciho leggerlo: forse sarà un problema generazionale. Fatto sta che me lo sono fatto raccontare da una ragazza di diciannov’anni che la li ha letti tutti e sette. Ma m’è parso troppo hupo, troppo lontano dalla nostra formazione hulturale, e soprattutto troppo distante dalla Toscana solare di Hollodi”.

“Lei è vegetariana, vero?”.

“Sì, la harne un l’ho mangiata mai. Nemmeno i miei genitori la mangiavano. Penso d’essere la dimostrazione che si pole crescere sani e robusti anche senza mangiare harne. Ho sempre fatto atletiha a livello nazionale. Sana sono ancora, robusta un poho meno, ma l’è anche vero che c’ho ottantasett’anni”.

“Nel libro nomina anche la Divina Commedia: vuole parlarci del suo personaggio preferito?”.

“Sì, da piccina la leggevo sempre su un librone del mi’ babbo, illustrato da Dorè, e mi rihordo che c’era un diavoletto che del cul facea trombetta. Mi piaceva tanto: se l’ha scritta Dante, la posso dire anch’io!”.

“Ma lei da piccola immaginava di diventare ciò che è diventata?”.

“No. Io da piccina veramente volevo fare l’esploratrice dell’Afriha Nera. Poi dopo il liceo m’iscrissi a Lettere. Andai a lezione da De Robertis, che stette un’ora intera a ragionare dei Pesci rossi di Cecchi. E capii che di quelle hose ummene ‘mportava nulla. Allora cambiai e andai a Fisica, perché c’era la mi’ migliore amiha. Poi lei però fece Lettere”.

E quando l’intervista finisce, senti che -con una donna della portata intellettuale e ironica di Margherita Hack- staresti a parlare per un pomeriggio intero.

Di più.

Senti che con lei ti butteresti persino nell’ardua impresa di capire quanto di più incomprensibile esista per te: il terribile bosone di Higgs.

Una Riforma da tragedia

16 aprile 2009

“… e così il 31 ottobre 1517 Martin Lutero affigge sul portone della cattedrale di Wittenberg le novantacinque tesi contro le indulgenze”.

“In che senso affligge?!”.

“AFFIGGE, non affligge!”.

“Ah, ecco. Comunque secondo me, già che c’era, poteva affiggercene cento”.

Se non vedo non credo

15 aprile 2009

Se non avessi speso la notte a tossire, smoccicarmi il naso, stropicciarmi gli occhi e sognare vipere smargiasse che -per motivi al momento ignoti- mi addentavano il ginocchio, con ogni probabilità non sarei andata in erboristeria.

“Sto bale, coff”.

“Problemi di gola e naso?”.

“Sì, coff coff”.

“Ti consiglio questo sciroppo che, senza timore di suonare eccessivo, definirei miracoloso: è a base di lumache, veramente un toccasana per tutti i problemi legati al cavo laringo-faringeo”.

“Eheheheh (etciù!), sei (coff) simbatico (coff) berò!”.

“Non sto scherzando: si tratta di una novità molto efficace. Chiunque l’abbia provato è tornato qua in negozio a dirne bene”.

“Cos’è, la terabia cobica è (è… è… etciù!) combresa nel brezzo?”.

“Ma no, ti dico che è verissimo: guarda tu stessa”.

Infatti, se non avessi visto non ci avrei creduto.

Saluto estremo

14 aprile 2009

Siccome non mi sento bene.

Siccome sono stata dalla dottoressa.

Siccome le ho detto domani ho scuola devo guarire immediatamente mi dia una roba forte.

Siccome lei mi ha prescritto una bomba di nome Prixar sottotitolo levofloxacina.

Siccome, per essere curiosa, ho letto il fogliettino interno.

Siccome quello dice nei pazienti che assumono chinoloni inclusa la levofloxacina sono state segnalate reazioni psicotiche che possono progredire a pensieri suicidi e comportamenti autolesivi.

Siccome prevedo un mondo difficile, vita intensa, felicità a momenti e futuro incerto.

Ecco, desidererei approfittare di questo spazio per rivolgere ai miei alunni un saluto estremo e, nel caso in cui il fato prescriva a noi illacrimata sepoltura, dichiarare in questa sede l’affetto imperituro che, in sì pochi ma intensi mesi, legommi a loro.

Un napoletano a Firenze

5 aprile 2009

Lui aveva un blog.

Lo aveva aperto per scriverci di Napoli, dopo che da Napoli era scappato via per fare il giornalista.

Ma Napoli gli era rimasta appiccicata addosso, come restano appiccicate addosso solo certe città.

Ora il blog non ce l’ha più, ma ha un libro, e ieri sera l’ha presentato agli amici, ai colleghi della redazione fiorentina del Corriere della Sera e agli avventori della libreria-caffè “Meykadeh” di via dei Pepi.

Doveva essere una presentazione seria, invece i colleghi gli hanno imbastito una serie di scherzetti. Tipo far cominciare la serata con le note di “Montagne verdi” di Marcella Bella.

L’accordo era bombardarlo di domande assurde e prive di senso compiuto, attingendo da un vocabolario pomposo e altisonante.

Solo io non ce l’ho fatta.

Antonio Montanaro era così emozionato, timido e agitato, che io non ce l’ho fatta.

Trascorrere le giornate tra i palazzoni di un quartiere di periferia aiuta a vedere ciò che si vede. Non quello che la mente è stata abituata a vedere. Ci sono pochi spazi per l’immaginazione quando vivi in posti così. La vita è esattamente quella che passa sotto il naso, con il suo carico di violenze, privazioni, grigiore, fetore. E ci sei dentro, anche se sei convinto del contrario. Di non essere come loro, i camorristi, le puttane,gli scippatori, i disoccupati veri. Quelli di mestiere.