Lo stagista

28 maggio 2009

Le  classi quarte, a scuola mia, hanno finito di venire a lezione. Parte per loro il periodo di stage, nel corso del quale i ragazzi si recheranno a far pratica presso lo studio di un professionista che è stato loro assegnato e al quale dovranno rendere conto fino alla metà di giugno.

A ogni stagista viene assegnato un tutor, il cui compito è quello di curare i rapporti tra lo studente stesso e il professionista, verificando la puntualità della frequenza in studio, l’effettivo impiego del ragazzo, insomma la proficuità del momento educativo più pragmatico.

“Profe, la mia tutor è lei!”.

“Mi fa piacere”.

“Anche a me: ora deve darmi il suo numero di cellulare”.

“Sì, ma guarda, devi assolutamente farne un uso maturo e corretto, non divulgarlo ai quattro venti, non chiamarmi alle ore più impensate, insomma, devi essere serio. Posso fidarmi?”.

“Profe, scherza? Piuttosto, siccome anch’io per regola devo darle il mio, mi raccomando a lei di farne un uso maturo e corretto, non divulgandolo ai quattro venti, non chiamandomi alle ore più impensate e insomma, facendo la seria. Posso fidarmi?”.

Toh chi c’è

17 maggio 2009

C’è un spazio artistico che si chiama “Le Fornaci”.

C’è un festival che si chiama “You theater.org”.

C’è un gruppo di otto compagnie teatrali che portano in scena una rappresentazione a testa.

C’è una giuria che valuta al settanta per cento ciò che viene presentato.

C’è un pubblico che si esprime per il restante trenta.

C’è da ridere, da pensare, da commuoversi.

E, in mezzo a tutta questa roba, proprio sopra il palcoscenico, compromessa fino in fondo, dentro fino al collo, ci sono anch’io.

Ad aspettare con gioia ed emozione tutti quelli che verranno a guardare un tendone che si spalanca e uno spettacolo che comincia.


Goduria

16 maggio 2009

Sarà che Stevenson non mi ha mai strappato il cuore.

Sarà che nelle scuole di questo Dottor Jekyll e del suo alter ego Mister Hyde non se ne può mica più.

Sarà che era integralmente in lingua inglese e io ho acciuffato una parola sì e ventiquattro no.

Fatto sta che stamani al Puccini non ho goduto come avrei voluto.

Loro invece godono sempre, come testimonia l’eloquente contributo iconografico allegato.

Erotismo tra i banchi

14 maggio 2009

“Come osate venire a scuola in pantaloncini corti?”.

“Macché corti, profe: sono al ginocchio”.

“E’ uguale: non si può”.

“Come non si può?! Chi l’ha detto?”.

“Lo dico io”.

“Ma perché?”.

Forse pensavano che dicessi loro “perché sembrate dei tipi da spiaggia e siete indecenti, mentre a scuola bisogna assolutamente mantenere il decoro”.

Invece ho detto: “Perché non c’è spettacolo più antierotico di un uomo con gli stinchi all’aria”.

Credevo di averli psicologicamente annientati e ridacchiavo sorniona.

Invece hanno annientato me dicendo: “Infatti. Ma siccome siamo a scuola, bisogna stare attenti a non suscitare eccitazioni inopportune”.

Per essere più chiara

13 maggio 2009

Per essere più chiara e far capire meglio la seconda parte del Canto XIII dell’Inferno dantesco, quella in cui irrompono in scena i due scialacquatori nudi e graffiati in fuga dalle cagne fameliche e nere, sono ricorsa a un supporto iconografico originale.

Originale nel senso che (io immagino) nessuno prima di me aveva realizzato un quadretto del genere.

Brandendo in aria il gesso, ho così disegnato due omini stilizzati (pallina per la testa e stecchine per gli arti inferiori e superiori): il primo che correva un po’ più avanti, il secondo che si affannava restando un poco indietro.

Per rendere più dinamica e realistica la scena, ho tracciato le tipiche strisciate che solo a vederle ti fanno sentire il vento di chi corre e ti fanno intuire la direzione verso cui si scappa.

Affinché la scena acquistasse il pathos necessario, ho buttato là un paio di fumetti. Il primo urlava “or accorri, accorri morte!”, il secondo invocava “Lano, sì non furo accorte le gambe tue a le giostre del Toppo” (traduzione: “morte, torna una seconda volta a portarmi via da questa corsa eterna che mi fa scoppiare il cuore e i polmoni dalla fatica, o almeno levami di torno queste cagnacce di merda che mi si sono inchiodate alle calcagna!” e “o Lapo, cazzo, occome tuvvai veloce! non scappavi a questo modo nemmeno nella battaglia di Pieve al Toppo!”).

Poiché la chiarezza coi ragazzi (si sa) non è mai troppa, con due freccine dall’andatura ondulata e timida ho cercato un angolino nel buio della lavagna e ho dichiarato i nomi dei protagonisti (Lano da Siena e Jacopo da Sant’Andrea).

Siccome a disegnare gli animali non c’ho tutto quest’estro, di tutte le cagne nere e fameliche ne ho inserita una sola, che fosse il simbolo del branco.

Dal momento che uno studente ha posto l’interessante interrogativo: “E quel coso icché sarebbe?!”, ho fumettato anche il terzo personaggio facendogli pronunciare un più che eloquente “bau”.

A quel punto c’era tutto.

Non si poteva dire che mancasse qualche cosa.

“Aaahn?” ho esclamato, con la bocca sbieca e l’espressione di chi cerca consenso sicuro di trovarlo.

“Anni e anni di Art Attack non le sono serviti a nulla, profe” hanno invece commentato le ingrate serpi in seno che mi ritrovo per alunni.

Mother’s day

10 maggio 2009

“Uscirono per  andare al lavoro, ma prima di girare l’angolo, come di consueto si voltarono perché la mamma stava sempre alla finestra a sorridere a loro e a salutarle con la mano. Senza questo non potevano cominciare la giornata. Perché, di qualunque umore fossero, quest’ultima  visione  del volto materno era per loro come un raggio di sole”.

(Louisa May Alcott, Piccole donne)

Auguri alla mia mamma Wilma, che dal sesto piano della sua finestra ogni volta mi guarda allontanarmi, certa che presto tornerò.

Alta quota

7 maggio 2009

Quando vai in gita con la scuola, la notte prima dormi a spizzichi e bocconi perché hai paura di arrivare tardi al pullman. Non appena chiudi gli occhi, sogni di perdere cinque o sei ragazzi per i sentieri di montagna o di vederne volare giù di sotto un paio, che si sono spintonati così, per amicizia.

Quando vai in gita con la scuola, prima dell’alba sei già in piedi a gironzolare per la casa, ti infili pantaloni da uomo coi tasconi laterali, indossi una maglina informe, ti fai abbracciare da una felpa più grande di due misure eredità di tuo fratello e scivoli coi piedi dentro due scarponi da trekking che ti ha prestato Atletica Collega. Prima però ti fai una doccia lunga mezz’ora e ti spruzzi il profumino addosso, perché la gita sulle Alpi Apuane va bene, ma la femminilità prima di tutto.

Quando vai in gita con la scuola -ma a scuola sei sempre andata con i tacchi alti e la sottanina a modo- gli studenti della scuola non ti riconoscono, ti guardano storto, poi ti mettono a fuoco, dicono o profe e tu capisci che il vocativo nasconde ciò che pensano di te in quel preciso istante e cioè o profe ma chi l’ha conciata in quel modo, che la ci pare ripresa dalla piena.

Quando vai in gita con la scuola, la scuola è ancora chiusa. Ti senti stralunata, assonnata, rincoglionita ma anche allegra perché alla spicciolata arrivano i ragazzi addobbati nei modi peggiori, tipo pantaloncini corti, maglietta viola, calzini fantasmini e superghine bianche ai piedi, l’aria diversa da quando entrano in classe col pensiero della lezione o dell’interrogazione, cioè sono loro ma non lo sono veramente, o lo sono un po’ di più. E a te, che pure fai questo mestiere da una quindicina d’anni, vederli in quello stato fa sempre un’impressione di tipo pirandelliano, tant’è che ti sorprendi a domandarti quali siano i tuoi ragazzi veri: quelli che vedi dalla cattedra al di là dei banchi o quelli che ti siedono di fianco sopra il pullman, con le cispe agli occhi e la fiatella del primo mattino?

Quando vai in gita con la scuola, dipende da quanti anni hai. Se sei all’inizio della tua carriera e hai la testa in ipoteca e ti manca il senso del pericolo e alle cose brutte non ci pensi mai, allora vai tranquilla e ti butti in fondo a rizzare il coro insieme al gruppo. Se invece è passato qualche anno e hai cominciato a prendere coscienza della responsabilità enorme che ti assumi a portare in giro esseri umani tanto preziosi, la prima cosa che fai è controllare che tipo è l’autista.

Quando vai in gita con la scuola, c’è sempre qualcuno che fa appena in tempo a dire profe non mi sento tanto b e ha già il vomito in bocca. Ti chiedi dove è scritto che i professori non debbano mai sentirsi male a vedere il vomito dei ragazzi in diretta, eppure è così, non puoi permetterti di stare male quando un ragazzo ti vomita davanti, ma devi stare lì vicino a lui e passargli i fazzolettini mentre l’odore della sua colazione rielaborata solo in parte dal succo gastrico raggiunge i buchi del tuo naso e, attraverso l’impulso di quello spione del cervello, ti nausea lo stomaco.

Quando vai in gita con la scuola, prima o poi arrivi sempre a destinazione. Le gambe ti si sono addormentate e la vescica spinge. Il che è niente, se scendi in un luogo abitato. Ma diventa una tragedia, se il pullman ti molla in mezzo a una miniera di marmo finissimo di Carrara. Io sono una signora è una frase che non serve, quindi non dirla: la realtà dei fatti è che devi imboccare un bosco, calarti il pantalone coi tasconi e pisciare sul fogliame. Ecco però che, al pari dell’uretra, la mente ti si apre e rivedi scene della tua giovinezza, a scalare il Pratomagno calandoti il jeans per la liberazione fisiologica con la naturalezza dell’adolescenza.

Quando vai in gita con la scuola, l’i-pod non lo portare, perché la musica più bella da ascoltare sono i commenti dei ragazzi. Profe ‘un ce la fo. Ma domani siamo giustificati o c’interrogate? A dicembre mi levo l’apparecchio e finalmente potrò baciare le ragazze senza ferro in bocca. Ma perché invece che in punta a questo pìllero ‘un siamo andati a mangiare un fritto di paranza a Viareggio. Io mi son portata anche lo scialle e la borsetta. Quando s’arriva in vetta pianto la bandiera della Fiorentina. Mi so’ sbucciata tutta la caviglia. Oddìo ruzzolo di sotto. Se lo sapéo, ‘un venìo. Maremma che odor di rosmarino, oicchéll’è?. Loro non lo sanno, ma quest’erba profumata che li circonda, a ciuffetti che paiono guanciali su cui addormentarsi beati, è timo, altrimenti detto pepolino. Ce n’erano a distese quando, ragazzina, risalivi l’abetina e alla fine di un tunnel di bosco ti appariva un panorama di montagne rosa e blu, che erano le tue, le stesse che guardavi alla finestra coi gomiti appuntellati sul marmo del davanzale accanto alla tua mamma, ma da lassù ti mozzavano il respiro perché alla vista s’aggiungeva anche l’odore.

Quando vai in gita con la scuola, la fatica non la senti, la fame è un languore gioioso da condividere con gli altri aspettando di arrivare a Colonnata per farsi fare un panino al lardo, anzi due; il sudore profuma perché ce l’hanno tutti, la pelle del viso diventa rossa anche senza fard, le labbra si spaccano per il vento e te le lecchi per ammorbidirle, i piedi si sbucciano, ma pace. La montagna è un condominio naturale, uno scalone dopo l’altro, alti che ti sembra non ti basti l’apertura delle cosce, alti che ti sembra manchi il fiato, alti che pensi stai a vedere alla fine proprio io non ce la fo.

Quando vai in gita con la scuola, però, ce la fai sempre. Ce la fai perché fare la figura della mezzacartuccia non se ne parla. Ce la fai perché ci sei andata con tre colleghi maschi, eroici e cavalieri che ti infondono il coraggio e la tenacia di una capra tibetana. Ce la fai perché stare accanto ai ragazzi e guardarli vivere l’età più bella poiché meno cosciente è ancora il tuo spettacolo preferito e ascoltarli mentre al ritorno confessano ci siamo fatt’icculo ma ci siamo divertiti un monte, è ancora una musica che preferisci a quella dell’i-pod.

Chimmelofaffare/3

5 maggio 2009

“Ragazzi, c’ho una paura: avete letto che, proprio dove ci arrampicheremo noi domani, domenica scorsa è morto un escursionista?”.

“Profe, prima di morire si ricordi di lasciare a me la gestione del suo blog”.

Chimmelofaffare/2

5 maggio 2009

“Ragazzi, ma il collega di Scienze vi ha spiegato nel dettaglio il percorso trekking che faremo domani? Io non ne so nulla”.

“Meglio per lei, profe”.

Chimmelofaffare/1

5 maggio 2009

“Ragazzi, per la gita in montagna di domani vi consiglio di vestirvi a cipolla”.

Uno ha capito che bisogna indossare capi bianchi e violetti.

Uno ha capito che bisogna cercare un costume di carnevale da cipolla di dimensioni umane.

Uno ha capito che va bene anche mettersi panni sudici con l’ascella che odora di soffritto.