Ai miei tempi

13 giugno 2009

Ai miei tempi, l’ultimo giorno di scuola era un giorno identico a tutti gli altri giorni.

Si entrava in classe, si faceva lezione, ci si faceva interrogare, al massimo si ragionava del più e del meno: “il più e il meno” a cui i professori potevano giungere eccezionalmente consisteva nel consigliarci libri in lettura per l’estate. Quello a cui giungevamo noi era prendere nota dei titoli per correre in libreria il pomeriggio stesso.

Ai miei tempi, l’ultimo giorno di scuola nei corridoi e nei bagni c’era la solita pulizia, nelle classi il solito silenzio. Era sconsigliabile perfino indossare una maglietta smanicata. Io lo feci, e il mio professore di Filosofia mi appellò “tipa da spiaggia”. Ci avrei riso, se non avesse accompagnato le parole a uno sguardo nauseato e infastidito.

Ai miei tempi, l’ultimo giorno di scuola la colazione era quella di sempre. Un panino, una brioscia. Un succo di frutta. O sennò l’acqua della cannella. Nessuno si sarebbe mai sognato di portare a scuola patatine e cocacola e di apparecchiare sopra i banchi. Chi si fosse presentato in classe con diversi chili di farina e qualche dozzina d’uova sarebbe stato preso quantomeno per bislacco.

Era brutto, l’ultimo giorno di scuola. Perché era l’ultimo. Ma era anche un po’ bello. Perché era intimo. E vissuto fino in fondo. Con una specie di magone alla gola perché la prospettiva di fare a meno di tutta quella ritualità tremenda -ma vitale- ci smuoveva dentro -oltre a una sensazione di rilassamento dal dovere- il dispiacere dell’assenza.

A piedi nudi nel parco

3 giugno 2009

Se il programma l’hai finito,

se la verifica è fissata, ma per lunedì,

se il brutto tempo se n’è andato,

se sai che di loro puoi fidarti,

se ai piani alti ti dicono va bene,

se una palla da prendere a pedate la trovi in sala professori,

se la scuola confina con un parco

dove le sequoie sono alte e rugose,

i salici piangono ma sono contenti,

i germani bighellonano coi loro cuccioli al seguito,

le tartarughe prendono il sole bordo lago

e i conigli si avvicinano agli umani,

non ti resta da fare che una cosa.

Lei credeva di avere un amico. Lui la prendeva con sé di tanto in tanto e la portava dentro i boschi, per le radure, negli anfratti, tra i cespugli. Poi tirava fuori un fucile lucido e freddo, lo puntava verso un animale in movimento, e gli sparava.

Ma lei, che aveva il terrore di quegli spari, fuggiva via senza di lui e tornava a casa tutta sola.

Un giorno lui l’ha presa con sé, l’ha portata dentro un bosco, e ce l’ha lasciata.

Lei ha passato diversi giorni a chiedersi il perché di un gesto tanto ingrato e ignobile. Dava la colpa a se stessa. Dev’essere perché non so cacciare -si diceva- perché non servo a nulla.

Esattamente questo lui pensava: che lei non servisse a nulla.

Macinati chilometri e chilometri nei boschi di Maremma, un giorno è approdata ad una casa strana dove ha trovato profumo di mangiare forte come calamita, un uomo duro come il monte Amiata, una donna tonda come una ciambella, qualche cane magro e sciancato, alcuni gatti uggiosi e spelacchiati, un cavallo solitario, due vitelli musoni, mille pecore piagnone, cento maiali sudici e puzzoni e innumerevoli cinghiali in apparente libertà.

Le è stato dato da mangiare, le sono state fatte carezze sulla testa, le è stato detto puoi dormire qui finché ti va.

Lei però ha sempre fame, ha sempre sonno, ha sempre paura e ora ha anche due piccoli da attaccare a mammelle cadenti.

Non ha un nome, perché nessuno pensa che ne abbia bisogno.

Quando l’ho conosciuta e le ho visto addosso due occhi liquidi e strazianti capaci di levare il sonno a chi li guarda, ho pensato che Emily Bronte sarà perfetto per lei che dovrà voltarsi e per me che la dovrò chiamare.