Amo la radio

23 luglio 2009

Quando son solo in casa e solo devo restare, per finire un lavoro o perché ho il raffreddore, c’è qualcosa di molto facile che io posso fare: è accendere la radio e mettermi a ascoltare.

Finardi cantava questa canzone dai contenuti eterni quando io andavo in quinta elementare.

La radio per me è (ancora) più di tutto: più della televisione, più dell’i-pod, più del computer.

Il primo ricordo che ho di mio padre lo ritrae in cucina la domenica mattina a cercare la hit parade di Lelio Luttazzi su un apparecchio ingiallito e marroncino.

Il primo gesto delle mie mattine è accendere la Tivoli al gabinetto e fare la pipì in compagnia di Shostakovich.

Per questo cerco sempre di dire no a chi tenta di mettermi davanti alle telecamere, ma esclamo un sì convinto a chi mi propone di cavalcare una frequenza.

Questo pomeriggio, dalle 15:40 per un’ora, il giornalista Gabriele Ametrano m’intervisterà a Rete Toscana Classica (90.2, 93.1, 93.3, 94.6, 97.5, in replica lunedì 27 luglio ore 10:40, in streaming su www.retetoscanaclassica.it).

Questa sera, alla consueta ora nostra, i saluti con Vic su Radio DeeJay per l’ultima puntata prima delle vacanze estive.

Mai come adesso è il caso di dire ci sentiamo.

E ci salutiamo con le parole di quella canzone deliziosa e veritiera.

Amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente. E se una radio è libera (ma libera veramente), mi piace anche di più, perché libera la mente.

La mia vita, da quel giorno, è uno sballo.

Ragazzi che strabotta di culo ho avuto, ci penso in continuazione.

Morivo di fame, di freddo e di paura, avevo abbandonato il pagliericcio perché la mamma non tornava più nonostante non facessi che chiamarla, mi ero affacciato sulla strada a guardare il mondo e all’improvviso, dal mondo, sono arrivati loro due.

Lei bionda e vivace, gli occhi vigili e accesi, spalancati sugli scampoli di verde alla ricerca di un animale qualsiasi da indicare urlando ferma ferma.

Lui placido, flessibile e contemplativo, in sintonia col panorama agreste e disposto a tradurre i ferma ferma in brevi soste d’auto, i finestrini scesi, la ventola in azione.

Poi ho capito che cercavano mia madre. Perché mia madre era ospite fissa nei loro soggiorni maremmani. Mia madre era la loro gatta, quando arrivavano dove mi hanno trovato, dentro le colline morbide e tonde come i seni di una donna. Mia madre una volta avevano provato a portarla anche in città, ma lei s’era incazzata e aveva reclamato il suo diritto a vivere libera nel luogo in cui era nata. Lo stesso luogo dove sono nato io. Così l’avevano riportata indietro, stabilendo con lei un patto di convivenza part-time e un amore eterno e rispettoso.

Ma mia madre non è più tornata.

Mia madre, nessuno l’ha più vista.

Mia madre ci ha lasciati tutti soli, smarriti e con la pancia gorgogliante.

Mia madre, io me lo sento dentro: è morta.

Ora ho questa specie di mamma nuova che ha forme, voce e odori del tutto dissimili da quelli dei miei simili. Al posto di miao dice ciao, al posto delle fusa fa le risa e anziché di erba solida profuma di ambra liquida. Il suo odore mi resta attaccato al pelo e dal 2 di luglio profumo di ambra liquida anch’io.

Questa specie di mamma nuova non mi lecca, però mi alimenta e mi liscia con le mani. Mi parla piano vicino all’orecchio triangolare e mi dà i baci sulla gola. Mi porta con sé e non mi abbandona. Quando stiamo in campagna mi fa sfrecciare come voglio, mi fa fare buche nel giardino per cacarci dentro e poi coprirle e mi fa spendere il mio tempo sui rami del susino meditando sulla condizione umana, tanto triste rispetto a quella felina. Quando siamo in città mette su musica classica e mette su anche una rete nei terrazzi perché io non precipiti nel vuoto. Se faccio buche nel conchino dell’ibiscus mi rincorre finché non mi afferra ma io (che faccio Trattorini di cognome, come la mia mamma) con il mio rumore di motore acceso la blandisco e la convinco che non ci posso fare niente, che è nella mia natura.

Il mio preferito però è una specie di babbo che torna a casa nel secondo pomeriggio, si leva le scarpe, mi lancia i calzini e fa la lotta insieme a me. Dice che mi devo allenare perché in campagna ci sono gli istrici, i serpenti, le vipere e i cinghiali, e io mi devo difendere da solo. Così mi impegno e gli sbraciolo braccia e mani, gli infilo le unghie nella carne rosa e lo faccio morire di risate. Questo umano è molto strano: ne busca come un ciuco eppure ride.

Sono un po’ cresciuto.

Adesso sono lungo come una scarpa numero trentotto e peso più dei settecento grammi dell’inizio.

Mi è venuta la pancetta.

Mi viene sempre tanto sonno.

Quando è notte e io dormo, arriva sempre qualcuno in mezzo al buio a darmi i baci sulla gola, qualcuno che crede di non essere visto ma che io vedo eccome.

Non è la mia mamma vera, quella che aveva la mia voce, il mio odore e le mie forme, ma io sono felice uguale.

Mi sono messo sulla strada perché l’alternativa era morire.

Mia madre era scomparsa, e i miei fratelli insieme a lei.

Io, ogni ora che passava, assomigliavo sempre più a un topo.

Un topo brutto, sudicio e cattivo; una pantegana di fiume, l’occhio incollato su se stesso, la coda nuda.

Invece, da quando sono nato, ho sempre creduto di essere buono: non ho mai litigato con nessuno, voglio stare in pace con il mondo, mi diverto anche da solo (meglio se insieme alla mia ombra) e non faccio che sognare qualcuno che mi ami.

L’amore arriva un giorno che non te lo aspettavi, dopo un temporale osceno che ha gli stessi suoni del tuo stomaco deserto.

L’amore scende dall’alto e ha la forma di una mano.

L’amore ti aggancia senza farti male e ti solleva, su su su, sempre più su, tanto che il mondo lo vedi dal cielo e il vento ti asciuga via la pioggia.

Bello però, il mondo.

Mi piace tanto, da quando quella mano mi ha abbracciato dalla pancia e una voce ha detto che ero bello anch’io; da quando ho ricominciato a inseguire la mia vita a passi rapidi e scattanti; da quando non sembro più un topo brutto, sudicio e cattivo, ma sembro esattamente ciò che sono.

Un gatto di quaranta giorni approssimativi, settecento grammi scarsi, due colori spennellati in armonia e un inconfondibile profumo.