Finché ero precaria e mi toccava aspettare settembre per avere un incarico annuale in una scuola che non era mai quella dell’anno precedente, lo ametto, mi lamentavo.

Reclamavo il posto fisso, volevo il ruolo, rivendicavo l’avanzamento nella graduatoria interna, ambivo alla stabilità, desideravo la sicurezza.

La verità è che, ora che ruolo, posto fisso, ascesa in graduatoria, stabilità e sicurezza sono arrivate, mi si smuove dentro la voglia di cambiare, di sperimentare, conoscere altre realtà, mettermi in gioco e ricominciare tutto da capo.

L’assegnazione provvisoria permette (anche) questo agli insegnanti.

Il prossimo quattordici settembre  mi sentirò come quando avevo venticinque anni ed entravo per la prima volta dentro un’aula.

Di negativo c’è che non ho più venticinque anni.

Ma di positivo c’è che, a venticinque anni, non avevo le ossa che ho adesso.

Dal diario di Micino

25 agosto 2009

Che poi (diciamocelo) alla fine poi mi hanno affibbiato un nome del cazzo.

Fa la veterinaria: “Come si chiama, che lo scriviamo nel libretto sanitario?”
“Micino”.
“Sì, il micino, dico: come si chiama?”.
“Micino”.
“No, cioè: che nome ha messo al suo gatto?”.
“Micino”.
(occhi al cielo come dire oggesù) “Ah”.

Non è che me ne importasse tanto.
Un nome è un nome, cosa vuoi che sia. Una convenzione inventata dagli umani per comunicare con più velocità e maggiore chiarezza.
Una roba per non stare lì a dire: “Ehi tu, con il pelo mezzo bianco e mezzo grigio e le rifiniture rosa e la lingua ruvida e la coda ritta!” e perdere del tempo inutilmente.
Un nome in fondo vale l’altro.
La rosa non sarebbe meno profumata, se la chiamassimo in un altro modo (e questa guai a chi me la copia).

Però, checcavolo: Micino

Micino è un inutile risparmio di fantasia, Micino è pigrizia conclamata. Micino è non aver voglia di stare a sbattersi per partorire qualcosa di migliore. Micino è mancanza totale di inventiva.

Eppure, quando i miei due amici chiamano “Micino!”, tutto il mio mondo si riempie e sono felice che la mia amica femmina non abbia seguito gli inspiegabili consigli di suo padre (abbandonarmi per i campi maremmani, dimenticarmi sulla porta di casa di una vecchina del paese, appoggiarmi su un muretto e darsela a gambe) ma abbia prestato orecchio alle parole misericordiose di sua madre (adottarmi a tutti gli effetti e amarmi incondizionatamente finché morte non ci separi).

Se “Micino!” lo dice la mia amica, io capisco che è l’ora dei bacini, del gelato o dei ciuccini, ma andiamo con ordine. I bacini, va be’, si capisce, vuol dire che mi aspetta una serie di smancerie appiccicose che mi priverebbero della credibilità e dell’onore se fossero soltanto immaginati da tutti gli altri gatti. Il gelato, è chiaro: a queste temperature io la scatoletta con la ciccia a temperatura ambiente non la voglio ed esigo il barattolino sammontana alla vaniglia. E veniamo ai ciuccini. Essendomi stata strappata la mamma anzitempo presumibilmente in seguito all’aggressione notturna di una volpe, mi è rimasta addosso una gran voglia di ciucciare. Ma essendo questa mia amica umana assolutamente sorda a simili attitudini materne, mi devo accontentare di ciucciarle gli orli, le sgalettature e i merletti delle magliettine estive che indossa, producendo fusa assai rumorose e godendo come un porco.

Se “Micino!” lo dice il mio amico, io so che mi aspetta una mezz’ora buona di lotta greco-romana, alla quale mai oserei sottrarmi. Lo faccio divertire facendomi immobilizzare a pancia all’aria, permettendogli di infilarmi tutta la testolina in bocca, lasciandomi sollevare per le zampe posteriori come un coniglio d’allevamento e subendo tutta una serie di angherie che lui interpreta come sfacciati atti di affetto e stima. Nel momento in cui egli si scoccia e accende la tv per informarsi sulle vicende del campionato al suo esordio, contrattacco sferrando zampate sul volto e mirando specialmente al naso con successo quasi sempre garantito. Passo successivamente alle mani e, come dessert, ai piedi, che mi trasmettono la paradisiaca sensazione di gustarmi un bel cheese-cake.

Questa insieme a loro è stata una grande estate: il mio godimento ha avuto inizio quando essi hanno preso la più che saggia decisione di abbandonare il territorio urbano, umido e afoso, per ricondurmi là, dove la vita volle farci il dono del primo incontro e dove soffia un ventolino perenne che rinfresca anche le idee. Lui, una volta consumate le ferie, faceva avanti e indietro. Lei ha messo le radici in quella terra selvatica e genuina e non s’è più mossa. Se erano insieme l’aria era ancora più briosa e allegra, la musica sempre in sottofondo, la porta e le finestre sempre spalancate e il barbecue sempre acceso. Se lei restava sola, entrava in simbiosi con un aggeggio bianco con una mela rosicchiata da una parte e ci batteva le dita sopra a giornate intere. In una specie di lavagna luminosa comparivano strani segni neri col tempo ho imparato a leggere e tradurre: capitoli. Un capitolo dietro l’altro. Seguiti da lunghe file di parole identiche alle formichine del giardino quando fanno scorte per l’inverno.

Poi arrivava lui e tutto cambiava. La mattina mi toccava andarli a svegliare a suon di schiaffi a unghielli ritratti. Colazione tutti e tre in giardino ognuno nella propria ciotola di latte e poi strade separate: loro a leggere i giornali sull’amaca, io a mangiare code di lucertola e zampe di cavalletta difendendo il mio territorio da tale Miciaccio, mio simile ma molto più arrogante, violento e maleducato. Un giorno per esempio è entrato nel salottino dei miei due amici e ha depositato sul divano una chiosa di piscia diametro ventidue. L’ora di pranzo ci radunava al fresco della cucina e il coma post-prandiale ci annichiliva ai piani superiori, stendendoci e vedendoci risorgere col calar del sole.

Il mio amico allora (attore consumato) faceva finta di mettersi a lavorare e, in abiti professionali, scavava buche, piantava alberelli, parlando nel frattempo con Tino (l’abe-tino), discutendo con Divo (l’ol-Ivo) e ridendosela con una vite d’origine americana.

La mia amica, nel bagno verde, si docciava, si asciugava e si incremava cantando a squarciagola “I feel good” a porta spalancata.

Dopodiché partiva l’atmosfera. Candele disseminate nel giardino e le musiche di “Once” in sottofondo.

Mi è capitato di restare solo quando loro, attirati dagli “Scrittori da bere” ad Arcidosso, dalla serata dedicata ai minatori con Cristicchi e Camilleri a Santa Fiora, dalla rassegna di cinema all’aperto di Scansano, dalla sagra della trippa a Montemerano, dalle serate letterarie di Capalbio, da “Vinellando” a Magliano, dalla vetta dell’Amiata e dal mare dell’Argentario, partivano in macchina lasciandomi in giardino a guardare il cielo come un bischero.

Ma più spesso il cielo lo abbiamo guardato tutti e tre insieme, distesi a naso in su, attenti a beccare stelle cadenti perfette per l’avverarsi dei nostri desideri. I loro non li so, ma i miei sono stati sempre uguali: bacini, gelato, ciuccini e lotta greco-romana a oltranza, finché morte non ci separi.