Halloween night

31 ottobre 2009

Rifiuto la notte di Halloween, scimmiottamento dozzinale di una tradizione che non ci appartiene.

Critico la mancanza di originalità, di gusto, di decoro e di eleganza.

Denuncio la degenerazione di abitudini già disdicevoli, che portano ogni anno all’eliminazione fisica di un numero sconsiderato di felini, dal pelo perlopiù nero.

Annuncio una serata tutta domestica, al tepore degli affetti e al rumore delle fusa di un gatto fortunato che non dovrà nascondersi per sfuggire alla cattiveria idiota, inutile e gratuita degli umani.

Con la zucca, semmai, mi ci faccio una vellutata (verso olio in fondo alla pentola, aggiungo dadini di sedano, striscioline di carota e cerchietti di cipolla, lascio imbiondire, nel frattempo riduco a pezzi grossolani un po’ di zucca e qualche patata, li unisco all’insieme, aggiusto di sale e peperoncino, lascio andare fino ad evidente cottura e spappolamento, trito tutto col tritatutto a immersione, servo caldissima in una cornice di prezzemolo fresco, nevicata di parmigiano e ricciolo d’olio appena spremuto).

E in culo agli americani.

Quinte, palchi e palchetti

26 ottobre 2009

Il teatro è un mondo parallelo dove il potere ce l’ha la fantasia.

Il teatro, uno che ci va da pubblico pagante, lo vive solo a mezzo. Perché l’altro mezzo rimane nascosto dai drappi e dai tendoni, dalle corde e dai cavi dell’elettricità nascosti dalle canaline scocciate a terra un po’ alla buona.

Per questo io a teatro ho sempre paura di battere una boccata proprio mentre si aprono le tende e la gente parte con l’applauso per dirti benvenuta, facci vedere cosa tiri fuori.

Sabato sera quello che ho tirato fuori era un monologo di tre pagine e mezzo, scritto e letto per dare il mio più che esiguo contributo a una serata d’arte a trecentosessanta gradi dove musica, ballo, balletto, satira e mimo si sono rincorsi a ritmo sfrenato fino all’una della notte, intervallati dalla vulcanica verve scenica della speaker Alessandra Maggio con la quale dividevo il camerino.

“Secondo te, il foulard di scena, meglio tutto nero con i penerini in seta o sempre nero ma venato leggermente in verde, a staccare?”.

Secondo me il secondo, perché tutto nero è troppo nero, perché in teatro si può andare anche di colore purché non sia viola, e perché il verde mi mette un’allegria addosso che non so spiegare.

Più che allegra però, sabato scorso ero travolta.

Dalla voglia di stringere la mano ad Alessandro Benvenuti; dalla curiosità di vedere da vicino il faccino da bambina di Micol Barsanti e ascoltare da due metri la voce scoperta, apprezzata e prodotta da Lorenzo Cherubini; dall’emozione di pesticciare il dietro le quinte gomito a gomito con tutti gli altri artisti. Artisti veri, presenti alla serata per l’amicizia che li lega a chi l’aveva tanto a lungo sognata e l’ha tanto bene organizzata.

Avrei voluto dirglielo, al direttore artistico del Teatro Dante, al grande maestro che ammiro da sempre: “Signor Alessandro Benvenuti, lei mi piaceva tanto già quando recitava nei Giancattivi con il Nuti e con la Cenci; e mi piaceva tantissimo quando ha iniziato a firmare le prime regie cinematografiche, invitando il suo pubblico in casa Gori a consumare il più esilarante e demenziale pranzo di Natale; e mi piaceva da morire quando ha dato vita artistica a Ivo il tardivo, il personaggio poetico e sghembo di Castelnuovo dei Sabbioni, paese fantasma che prima c’era, e ora non c’è più. Lei mi è sempre piaciuto, signor Alessandro Benvenuti, perché mi è sempre sembrato quello che infatti è: una persona seria, un professionista vero, un uomo umile”.

Ma non ce l’ho fatta, anche perché sabato scorso lui era concentratissimo sui tempi, gli incastri, le pause e le performance degli artisti e l’unico momento in cui avrei potuto, visto che mi cercava urlando il mio nome a nove lettere nell’andito dei camerini con il suo vocione da orco buono del bosco, io ero rintanata dentro il cesso a fare litri e litri di pipì.

“Mi scusi, ho avuto un attacco di pisciarella” è stata l’unica frase che, dopo tanto scendere, mi è salita in bocca.

“Quanto dura il tuo intervento?” ha chiesto lui con la sua grande faccia affettuosa.

“Cinque minuti, credo”.

Cosa sono cinque minuti, in una vita? Un soffio, un alito, un respiro. Ma l’emozione allunga i minuti, dilata i tempi. Le parole che entrano in un microfono per uscire dalle casse e diffondersi nella sala di un teatro tutto esaurito rendono quei cinque minuti i cinque minuti più travolgenti degli ultimi cinque anni. E quel paio di brava profe! che senti arrivarti addosso dalla platea, lanciati da alunni che cinque anni fa ti salutavano alzandosi in piedi con rispetto e ora aspettano la fine di tutto lo spettacolo per buttarti le braccia intorno al collo, ti ripagano di tutta la paura, la trepidazione, l’insicurezza e la tensione che hai provato, per essere quella sera, in quel teatro, per quella persona, che la vita ha messo sulla tua strada e che, senza saperlo, ti ha strappato via il cuore.

L’inciampo della vita

22 ottobre 2009

Fino a un giorno preciso hai condotto un’esistenza identica a quella di mille altri bambini di due anni. Autonomo e vivace, scorrazzavi per le stanze di casa e nei giardini, all’asilo e con gli amici. E siccome la natura ti ha fatto per regalo un’euforia destabilizzante e contagiosa, dove andavi te la portavi dietro e l’attaccavi addosso agli altri, come un virus spiritoso.

Poi, quel giorno preciso, sei inciampato.

Tu non ci hai nemmeno fatto caso: eri piccino e c’avevi da rialzarti per correre dietro alla congrega mattacchiona con cui stavi giocando.

Neanche quelli che vivevano con te hanno dato importanza all’episodio, sebbene tu fossi inciampato praticamente contro il niente.

Non c’era un gradino, non c’era un rialzo, non un tappeto, né un oggetto.

Non c’era niente in terra, eppure sei inciampato.

Ma del resto a chi non capita?

Tutti inciampano, e chissà quante volte.

Tu però sei inciampato anche il giorno dopo.

E il giorno dopo ancora.

Inciampavi perché dentro al tuo corpo, nei giorni in cui correvi, saltavi, giravi intorno alla tua vita appena cominciata, faceva il nido una malattia che un acronimo riassume come CMT.

C come Jean-Martin Charcot; M come Pierre Marie; T come Howard Henry Tooth.

Ci sono tre medici, dietro la sigla che dà il nome alla malattia che si sta impadronendo del tuo corpo. L’hanno scoperta loro e loro per primi –come si dice in gergo- l’hanno descritta.

Se vuoi definirla per esteso e atteggiarti ad anglosassone, puoi chiamarla Hereditary Motor and Sensory Neuropathy.

Se vuoi accorciarla in un altro modo, puoi ricavare il nuovo acronimo HMSN.

Se invece vuoi tradurla, basta che tu consulti un dizionario: neuropatia motorio-sensitiva ereditaria.

E se ancora non hai capito che diavolo è successo, succede e succederà dentro il tuo corpo, posso provare a dirtelo a parole mie.

Hai una sindrome neurologica ereditaria a carico del sistema nervoso periferico.

La forma più diffusa di questa malattia si caratterizza per la perdita di tono muscolare e della sensibilità al tatto, in particolare agli arti inferiori al di sotto del ginocchio. A volte gli effetti si notano anche negli arti superiori al di sotto del gomito.

Le gambe ti diventeranno esili, magre, deboli e sottili.

Le mani ti si curveranno senza che tu lo voglia.

Andando a colpire spesso anche l’apparato respiratorio e le corde vocali, ti si trasformerà la voce.

Il freddo diventerà il tuo peggior nemico: il vento gelido dei primi giorni d’inverno ti darà arti intirizziti e voglia di restare in casa. Ma tu uscirai lo stesso, perché hai da andare ad allenarti, a tenerti attivo, a tenerti vivo.

Perché tu sei così per natura.

Sei volitivo.

Sei estremista.

Sei tutto e subito.

Sei sturm und drang.

Sei la tempesta e l’assalto.

Sei  nemico dell’accidia.

Sei contro lo scetticismo.

Tu perdi la testa per il cinema e il teatro.

Tu scriveresti anche mentre dormi.

Perché tu credi che noi siamo ciò che costruiamo.

Tu sei uno che ci vuole credere.

E infatti sei pure un credente, ma un credente problematico, critico, polemico.

Non sei allineato, non sei tesserato, non sei imbrancato.

I gruppi a tutti i costi li detesti.

Veneri l’individuo e la sua eccezionalità.

Sei un rompicoglioni che non imbocca mai la strada più in discesa.

La tua vita è in salita, ma cosa te ne frega, tu la sali, e a mollare non ci pensi proprio.

E poiché sei ironico, tutti quei gradini te li mangi con l’ironia dipinta sulla faccia.

I muscoli facciali potranno compromettersi e costringerla ad adottare l’espressione del malato, ti dice il dottore.

Tu lo ascolti e quando esci dal consulto, per esorcizzare la paura sorridi anche di più.

Delle prime volte in cui inciampasti non hai brutti ricordi.

Forse una volta sola, quando il maestro delle elementari, portandoti al circo con la classe, ti isolò dal gruppo mandandoti più indietro nelle gradinate. Lui lo fece per paura che potesse succederti qualcosa. Tu ci respirasti dentro l’ingiustizia della discriminazione e della mortificazione.

Ma poi tornasti a fare quello che era più forte anche di te: ridere.

Ridevi coi bambini, coi compagni, e anche coi tuoi genitori, che intanto costruivano per te un mondo d’ovatta dove tu potessi anche inciampare e sbattere, senza farti male mai.

Ma arrivò l’adolescenza e tu sentisti male.

Il corpo ti cambiava e ti cresceva, come le voglie e le paure che ci sentivi dentro.

Ti accorgesti che più di mezza umanità aveva capelli lunghi e profumati, poppe  armoniose come colline toscane e un bellissimo culo su cui avresti appoggiato tanto volentieri le tue mani irrigidite.

Il timore di un rifiuto ti trasformò nel cavaliere senza macchia a cui tutti potevano chiedere ma da cui non ci si aspettavano domande.

Rimanesti un uomo-bambino per molto tempo. Troppo.

Diventasti l’amico universale.

Sì, va bene, però dov’era la tua amica personale?

La tua amica viaggiava su un aereo per attraversare un oceano, atterrare nella tua città, iscriversi a una scuola d’italiano per stranieri e incontrare te, che c’insegnavi.

La tua amica ha i colori del grano e lo sguardo della serenità.

La tua amica non pensa mai al passato e del futuro se ne infischia: lei è tutta concentrata sul presente e vuole essere felice oggi.

Quando ti ha detto che voleva esserlo con te, tu le hai chiesto di sposarla.

E hai fatto bene, perché lei in te ormai vede solo la vita e non scorge più la malattia.

Al momento non esistono cure per il tuo morbo, che il Ministero della Sanità classifica come “raro”. Puoi solo sforzarti per continuare a muoverti, a tenerti attivo, a fare fisioterapia, a nuotare, a condurre un’esistenza sociale, vivendo in mezzo agli altri, coltivando vecchi e nuovi amici, lavorando come hai sempre fatto da quando ti sei laureato e sei diventato un avvocato, baciando di giorno la tua sposa, dandoci sotto di notte per fare un figlio insieme a lei, sorridendo all’esistenza e chiamando “normale” anche quella che hai condotto e che conduci dal giorno in cui inciampasti per la prima volta e dopo il quale, via via che il tempo è passato, hai dovuto cominciare ad appoggiarti a un attrezzo di ferro a quattro gambe per sorreggerti.

Mentre tu vivi, la ricerca medica procede.

Mentre la ricerca medica procede, tu organizzi una serata di beneficenza perché i fondi da destinare alla ricerca, in questo Paese di sprechi, di evasori e di puttane, non sono mai abbastanza.

Mentre tu organizzi una serata di beneficenza per la raccolta dei fondi, tante persone accolgono il tuo invito a prendervi parte e ti dicono di sì.

Perché tu sei una persona talmente eccezionale, che non lasci nessuno indifferente.

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La classe da amare

21 ottobre 2009

Il docente comune a settembre riceve l’assegnazione di un certo numero di classi.

Il docente fortunato, in mezzo a quelle che si vede assegnare, ne trova una con cui scatta l’amore.

Non c’è bisogno di tanto tempo, per capire se è un calesse o un amore vero.

A volte bastano un paio di lezioni.

Nei casi più eclatanti, ne basta solo una.

Perché la classe con cui scatta l’amore la riconosci con chiarezza illuminante.

E’ quella i cui componenti ti guardano a gli occhi sgranati, seguono ogni tua parola, scrivono tutto ciò che scrivi tu, fanno tutto ciò che dai loro da fare, intervengono con sensibilità e pertinenza alle lezioni, raccolgono gli spunti offerti dalle tue materie per contestualizzarli nel loro mondo, per calarli nelle loro giornate, per cucirli in mezzo ai loro sentimenti. Sono coloro che non chiedono mai di uscire mentre spieghi e non hanno mai bisogno di essere richiamati a rispettare silenzio e disciplina.

Sono così leggeri ed accoglienti che, mentre guidi per arrivare a scuola a far lezione a loro, ti sembra di non andare a lavorare, ma a un appuntamento di piacere.

Sono così curiosi di conoscere quello che sai, che non se ne saziano mai e più tu racconti, più loro chiedono, e più loro chiedono, più tu racconteresti.

Sono graziosi nella battuta, discreti nella domanda personale, sinceri nelle considerazioni, appassionati negli sguardi.

E io mi sento fortunata nel mio lavoro e grata al mio destino, perché ho trovato una classe che mi fa ridere, che tocca le mie corde, che mi coinvolge, che mi emoziona, che mi entusiasma e mi motiva.

Una classe da amare.

Caos calmo

19 ottobre 2009

L’agitazione studentesca si è conclusa, si torna in classe.

Va bene, io ci torno anche, però -come si dice- “o tutti o nessuno”, e no che siamo io e altri sei bischeri a presenziare in aula, mentre gli altri dodici primini sono rimasti al caldo delle loro case.

Anche a casa mia è caldo. E anche a casa degli altri sei bischeri come me.

A scuola invece fa un freddo assassino e noi sette che ci tossiamo addosso e ci guardiamo il naso rosso e ci tiriamo le maniche del golfino fino a far sparire le mani sembriamo quelli che non hanno capito niente di come gira il mondo.

E invece (sorpresa!) abbiamo capito tutto.

“Separate i vostri banchi da quelli dei compagni”.

“?!”.

“Disponetevi nello spazio occupandolo per intero”.

“?!?”.

“Vi sto per consegnare una fotocopia”.

“?!?!”.

“Presente quel libro che assegnai in lettura il primo giorno?”.

“?”.

“Esatto, McEwan”.

“?!”.

“Va be’, lo so che non avevamo fissato niente di preciso, ma come facevo ad avvertirvi se non vi vedevo mai nei giorni scorsi?”.

“?!?”.

“Ho capito, lo vedo anche da sola che manca più di metà classe, ma non dovete pensare che stia per sottoporvi una verifica”.

“?!”.

“Non saprei, chiamiamolo una chiacchieratina informale”.

“?!?”.

“Sì, è vero, le chiacchierate si fanno a voce e questo invece ha tutta l’aria di pretendere risposte scritte, ma non fateci caso, non prendetelo troppo sul serio, non pensatelo come un compito in classe”.

“?!?!”.

“Ma che ne so, pensatelo come pare a voi. Su ora da bravi: prendete un foglio protocollo”.

“!!!”.

“Non fa niente, prendetene un paio dal quadernone ad anelli”.

“…”.

“E non fate quelle faccine depresse, che fate venire la depressione anche a me”.

“!”.

“Vi ringrazio, gentilissimi come sempre”.

“…”.

“Sìsì, ridete ridete…”.

E invece poi non ridono, si aggobbiscono su quei fogli cercando la concentrazione, rispondono alle domande, si mettono in gioco come consiglio loro, osando, scrivendo quello che non avevano mai scritto, osannando o stroncando il primo libro letto in prima superiore.

Li osservo, intabarrata dentro la mia lana colorata, nascosta dietro i miei capelli e coperta dalle lenti dei miei occhiali.

Finché una esclama: “Questa verifica è bella: peggio per chi non è venuto!”.

Infatti: peggio per chi non è venuto.

Vota il docente

16 ottobre 2009

Più urgente di cazzatine ridicole tipo un grembiulino da far indossare o di un bidello a cui far pulire aule e corridoi, più determinante di uno sconsiderato taglio selvaggio al corpo insegnante nel nome esoso del risparmio a tutti i costi, il vero problema che il nostro Governo (meglio governo, va’) dovrebbe preoccuparsi di risolvere al più presto è quello relativo alla preparazione degli insegnanti.

E non dico la preparazione culturale. Ché per quella in passato ci sono stati i concorsi ordinari a fare una bella piazza pulita e adesso ci sono le Siss (o SSis?) (o SSiss?), insomma, le scuole di specializzazione post-universitarie (che oltretutto costano fior di quattrini).

Dico la preparazione psicologica. Ché a quella invece non ci pensa mai nessuno, ma è la questione che fa la differenza tra un insegnante da dimenticare e un insegnante da portare nel cuore per il resto della vita. Tra un insegnante che ti fa innamorare della materia che insegna e uno che te la fa detestare, oltre che ignorare per il resto dei tuoi giorni.

Ho conosciuto professori che avevano scelto questa professione per mera sete di vendetta. Essi speravano cioè di levarsi, non i sassolini, ma i ciottoli dalle scarpe e far ripagare ai loro alunni le angherie subite ai tempi in cui erano alunni essi stessi.

E ho conosciuto professori che avevano scelto questo lavoro in mancanza d’altro. Dopo una gioventù spesa a sognare tutto un altro tipo di carriera, si erano trovati costretti a mangiare questa minestra perché l’alternativa era saltare dalla finestra. Essi facevano ricadere sui loro studenti la frustrazione di una mancata realizzazione personale.

Ne ho anche conosciuti altri che entravano in classe per rimediare uno stipendiuccio qualsiasi.

Altri ancora a cui tornava comodo evitare di lavorare otto ore.

Questi ultimi non tenevano conto del fatto che il lavoro che si svolge a casa (a meno che non s’insegni Educazione Fisica) supera spesso le otto ore quotidiane, né del fatto che un’ora in classe ne vale almeno tre in un ufficio a cazzeggiare in Internet.

Ripercorrendo a ritroso la noiosissima lista, quelli prima ignoravano il fatto che uno stipendiuccio rimediato senza un briciolo di passione rende quei soldi amari, indigesti e maledetti.

Quelli prima ancora avrebbero fatto meglio ad ascoltarsi a fondo, interrogando le loro attitudini e dandosi da fare per coronare i loro sogni di gioventù. Cos’è un uomo che rinuncia ai sogni di quando era ragazzo? Un’ameba. In alternativa, un paramecio.

I primi, infine, avrebbero dovuto prendere un appuntamento con lo psicanalista e iniziare una terapia provvidenziale. Provvidenziale per gli studenti. Della loro guarigione dalla malattia mentale (scusate) francamente me ne infischio.

Ma torniamo al nocciolo della questione.

Tante volte ci ho pensato: come si potrebbe fare per valutare un docente sotto il profilo psicologico-attitudinale? La risposta è stata sempre quella: non lo so.

Ho ipotizzato un questionario anonimo da sottoporre agli studenti a fine anno, nel quale dare un voto a questo o a quel professore. Ma la capacità di emettere un giudizio del tutto scevro da considerazioni di tornaconto personale forse non è il tratto tipico di un adolescente. Sottoporre lo stesso questionario ai loro genitori: ma i genitori non sono ogni giorno fisicamente a scuola ad osservare i docenti far lezione, né sanno essere giudici più imparziali degli adolescenti. Semmai meno.

Ho pensato che questo controllo dovrebbe essere effettuato dai Presidi. Nel mio caso, dico la verità, l’entrata in aula del Preside m’inibirebbe a tal punto da farmi smettere di essere come sono quando spiego: una indefessa produttrice di figure di merda, tutte volte all’efficacia della comunicazione, ma che sempre figure di merda sono. Smetterei di leggere facendo le vocine, le vocione e le vociacce; smetterei di sbertucciare i quadernoni dei ragazzi con commenti personali; interromperei i miei pellegrinaggi di banco in banco per seminare scappellotti o distribuire strette di spalle incoraggianti; cesserei di proporre gli autori a modo mio, e forse comincerei una lezione su Manzoni dichiarando che Manzoni nacque a Milano nel 1785 e morì sempre a Milano ottantotto anni dopo. Mi sentirei nuda. Mi sentirei ridicola. Mi sentirei stonata. Mentre, se mi lasciano da sola con la classe, mi sento vestitissima, tendenzialmente attendibile e abbastanza intonata.

Perché l’insegnamento è intimità. L’insegnamento è comunione. E’ quasi un processo mistico, l’insegnamento. E bestemmia chi lo riduce alla meccanica trasmissione del sapere. Chi se ne frega della (sola) trasmissione del sapere? Il sapere oggi è (fortunatamente) rintracciabile e fruibile in ogni dove. I libri di oggi spiegano tutto. Quelli di quando andavo a scuola io si divertivano a fare i misteriosi. Le note dei Promessi Sposi commentati da Luigi Russo erano più difficili dell’originale manzoniano. Oggi non c’è parola che non venga spiegata, non c’è verso che non venga parafrasato e scodellato a uso immediato dello studente, non c’è formula matematica o chimica che non trovi una sua dimostrazione chiara, estremamente chiara. Chiarissima.

Ma l’amore per la materia chi lo dà, se non il professore?

La pulce nell’orecchio chi ce la mette, se non il professore?

La voglia di andare avanti negli studi, e di iscriversi all’università dopo aver finito quell’Istituto Tecnico che ci garantiva il diplomino con cui trovare un lavorino a vita, chi ce la fa nascere in corpo, se non il professore?

Analogamente, chi ci fa venire così a schifo i libri, le aule, la scuola, prendere appunti, alzarsi presto la mattina, farsi venire il culo piatto per le ore di studio pomeridiano, rinunciare a uscire per preparare bene un’interrogazione a cui si tiene in particolar modo, se non un professore?

Questo andrebbe verificato, valutato, premiato o (a seconda dei casi) punito.

E questo è difficilissimo da verificare, valutare, premiare o punire.

Scriveva Galimberti una settimana fa su La Repubblica delle Donne: “La professione di insegnante, infatti, non richiede solo competenze culturali, ma capacità di comunicazione e fascinazione perché, da Socrate in poi, sappiamo che queste sono le condizioni dell’apprendimento. Infatti la tanto invocata buona volontà non esiste al di fuori dell’interesse che l’insegnante sa suscitare, l’interesse non esiste separato da un legame emotivo, il legame emotivo non si costituisce quando il rapporto tra insegnante e studente è un rapporto di reciproca diffidenza, quando non di assoluta incomprensione”.

Una volta (sempre in quella scuola media di geni e di faine in cui ho avuto la sventura di insegnare per tre anni) una collega che intendeva screditarmi disse di me che basavo tutto il mio insegnamento sulla seduzione.

Non si rendeva conto, l’imbecille, che mi faceva il più desiderabile tra i complimenti.

L’inverno è arrivato

15 ottobre 2009

L’inverno è arrivato che i ragazzi a scuola erano riuniti in assemblea a decidere se occupare o autogestirsi. Entrati in auditorium con l’ascella ancora appiccicosa per l’estate tardiva dell’ultimo, stonato mese, ne sono usciti che c’erano sei gradi e hanno annunciato autogestione! battendo i denti per il freddo.

L’inverno è arrivato che preparavo pastasciutta con zucchine e gamberetti e la frustata di gelo alle gambe mi ha fatto pensare che forse le zucchine era meglio convertirle in una calda vellutata e i gamberetti era meglio darli al gatto.

L’inverno è arrivato che correvo ad allenarmi col pantaloncino corto al ginocchio e l’iPod nel reggiseno e ho sentito che più correvo e meno sudavo, più mi affaticavo e meglio respiravo, più mi scaldavo e più mi sarei voluta scaldare.

Che sia allora un lungo inverno, di calze spesse e stivaloni, di maglie in lana, sciarpe e cappelli, di labbra screpolate e mani rosse, a consolarmi di un’estate che sembrava non volesse mai finire.

I love Inps

14 ottobre 2009

Tra i documenti che obbligatoriamente vanno presentati al sindacato affinché ci venga ricostruita la famosa carriera di cui abbiamo trattato qualche giorno fa, primeggia “l’estratto conto contributivo Inps”.

Primeggia perché fa paura solo a pronunciarlo ed evoca code chilometriche di traffico per raggiungere la sede in viale Belfiore, code chilometriche alla caccia di un parcheggio che non si trova mai, code chilometriche alla Polizia Municipale per il pagamento della multa presa quel giorno che siamo andati all’Inps e siccome non c’era un buco libero per parcheggiare abbiamo abbandonato il veicolo quel paio d’ore in doppia fila, code chilometriche allo sportello Inps per chiedere, farsi fare e ritirare (tendenzialmente non nello stesso giorno) l’estratto conto contributivo.

Rimandavo da una settimana buona la gita in viale Belfiore, trovando facilmente ogni volta qualcosa (qualsiasi cosa) di meglio (molto meglio) da fare (anche nulla).

Nel tardo pomeriggio di ieri però, indignata nei confronti di me stessa e della mia accidia, ho bussato allo zio Gùgol e gli chiesto: “‘Scolta, sai mica come potrei fare per andare all’Inps senza andarci veramente?”.

E lui, in un lampo, mi ha snocciolato lì sul monitor un numerino verde.

Digitando il quale, sono stata accolta da una voce metallica, epidermicamente (debbo dire) fastidiosa.

Stavo per riattaccare, certa di buttare al vento preziosi quarti d’ora della mia fin troppo breve esistenza, quando sono stata riacciuffata al volo da un’operatrice in carne, ossa e voce umana.

Costei prima di tutto mi ha salutata.

In un misto di incredulità e di fiducia, l’ho salutata anch’io e mi sono presentata.

Le ho detto che sono un’insegnante e che per fare la ricostruzione di carriera avrei bisogno bla bla bla.

Lei, gentilissima, carina, affabile, ma non affettata né impersonale, mi chiede i dati, sento che li digita, chiede alcune conferme che le do più che volentieri, svolge insomma il suo lavoro senza tanti fronzoli ma senza neanche l’ombra di uno scazzo personale, indi dichiara: “In una settimana riceverà a casa il documento che mi ha chiesto”.

Ma come! Senza andare in gita in viale Belfiore? Senza fare code sui viali, code per i parcheggi, code allo sportello? Senza dover stare a incazzarsi coi vecchini furbi, con le donnine arpie, coi dipendenti sfavati?

Senza.

Sicura?

Sicura.

Sicura sicura?

(ride) Sicura sicura.

Alla fine della telefonata, la vocina metallica di prima chiede la cortesia di dare un voto al servizio appena ricevuto.

Digiti 1 se è rimasta moltissimo soddisfattissima, 2 se è rimasta soddisfatta ma però, 3 se c’è rimasta un po’ malino, 4 se è convinta di essere incappata nell’unico operatore testadicazzo che provvederemo a licenziare in tronco.

Peccato non fosse previsto un tasto per la laude.

Basta che funzioni

13 ottobre 2009

Dice che l’ultimo di Woody Allen è l’ennesima replica delle sue reiterate, rivisitate e riproposte tematiche di sempre.

Dice che anche in questo film si parla degli ebrei, della crisi di coppia, della psicoterapia e di New York.

Dice che lui è ancora lui, sempre quello, quello di sempre: insicuro, maniacale, inetto, inadatto, indeciso, balbuziente, tentennante, depresso, cinico, amaro, disilluso. Che non ha avuto alcuna metamorfosi contenutistica né formale, che non ha fatto come tanti (tipo Ozpetek) che a un certo punto hanno cambiato genere, ambientazione e tono alle loro storie, ma che si è mantenuto come era, come è sempre stato, come è ininterrottamente dal 1962.

Dev’essere un film meraviglioso.

Puzzo di terme

13 ottobre 2009

Avevo quindici anni e andavo in vacanza con i miei.

Lo avrei fatto per molto tempo ancora perché, quando si trattava di lasciarmi sola, essi diventavano dispotici, possessivi, reazionari e sostenitori dello slogan  “Negare sempre ogni libertà all’adolescente”.

Per fortuna erano altrettanto attivi, curiosi e girelloni e portarono ogni estate sia me che mio fratello in luoghi di villeggiatura che, pur non esotici e anzi molto nostrani, non avrei dimenticato mai.

Quell’anno andammo nella porzione di Toscana in cui, una volta diventata donna e trovato l’uomo giusto, avrei acquistato una casa: la Maremma.

Ci andammo in roulotte e, affinché io non mi sentissi troppo sola quando mio fratello giustamente mi mollava per andare a giocare coi bambini della sua età, mi concessero di portarmi dietro l’amica a cui tenevo di più.

Scelsi la Bobe. Perché a nessuna tenevo come a lei.

Fortuna volle che, a pochissimi chilometri di distanza, avesse preso una casa in affitto la famiglia del mio amico Grillo. E affinché il  mio amico Grillo non si sentisse troppo solo negli afosi pomeriggi di agosto, la sua famiglia gli concesse di portarsi dietro due amici a cui teneva.

Lui scelse Legno e Battinocio. Erano quelli a cui teneva di più. Perché erano quelli che gli erano rimasti più vicini dopo che un cancro al cervello aveva cominciato ad assediarlo con lo scopo ultimo di ucciderlo.

Una mattina all’alba ci incontrammo tutti insieme, le due famiglie al completo e i tre amici aggregati, per raggiungere le terme di Saturnia.

Eravamo eccitati e molto incuriositi dal luogo surreale che di lì a poco avremmo visitato.

In macchina cantavamo a squarciagola una fin troppo prevedibile Sì viaggiare, una fin troppo sdolcinata Luna e un fin troppo esplicito Disperato erotico stomp.

Giungemmo alle Grandi Pozze e parcheggiammo.

Ci togliemmo gli abiti e rimanemmo in costume.

Ci immergemmo nelle acque solforose e ci cospargemmo il viso di fango naturale.

Ci appostammo sotto le cascate e ci lasciammo fare il primo massaggio della nostra vita.

Dopo ore di acqua calda e dita lesse, ci sentimmo in corpo una gran fame. Osammo allora presentarci, sudici, fangosi e puzzolenti d’ovo marcio come eravamo, nella elegante piazzetta al centro del paese per prendere posto nel ristorante più famoso.

Ordinammo l’ordinabile e sperimentammo l’acqua cotta.

Spossati e consumati, ma purificati e strafelici, facemmo ritorno alle nostre basi sotto un cielo rosso di tramonto.

Eravamo del tutto ignari del dolore che di lì a poco la vita ci avrebbe imposto, portando via il migliore di noi tutti.

Ma inconsapevolmente sapevamo già che neanche un frammento della gioia cieca di quel giorno sarebbe andato perso.

E domenica scorsa, immersa nelle acque puzzolenti di Saturnia come nei ricordi, io ne ho avuta la riprova.