Antipasto di festa

30 novembre 2009

Già di per sé il mio lunedì è indecoroso da raccontare: d’orario entro in classe a mezzogiorno per uscirne due orette dopo, alla fine di una lezione sempre gradevole, leggera e allegra con i Diesel Boys and Girls.

Oggi poi, grazie a quel grandissimo illuminato di Pietro Leopoldo di Toscana che -primo al mondo- nel 1786 abolì la pena di morte e le torture nello Stato di cui era a capo, sto direttamente a casa.

E’ oltretutto il giorno perfetto per una festa fuori dal calendario nazionale, ufficiale, solenne e roboante: se fuori pioviggina, tira vento, nel cielo bigio si addensano nuvoloni minacciosi e dal nord non pare giungere nulla di promettente se non un diluvio in biblico stile, dentro aleggia un microclima meteorologico, umano-animale e musicale che rasenta la perfezione: l’impianto di riscaldamento sotterraneo smanetta, Micino da Scansano supervisiona le operazioni di riordino generale degli armadi abbandonandosi a impudiche gare di nascondino negli scatoloni da riporre, e Frank The Voice Sinatra sussurra Just as though you were here, You might have belonged to another, You make me feel so young, In the blue of the everything.

Parbleu, abbiamo il Natale alle calcagna.

Come gane e catto

29 novembre 2009

Chi sceglie di vivere con un cane lo fa perché non sente il peso di dover uscire più volte al giorno per fargli fare i bisognini e tante, tante corse all’aria aperta, lo fa perché vuole un animale sempre intorno, perché vuole essere contemplato, ubbidito, amato, adorato. Il proprietario di un cane prova l’impressione di poter intavolare con lui una discussione corposa dalle vaghe sfumature filosofiche e di essere sempre preso in seria considerazione. Il proprietario di un cane non teme il puzzino che l’amico a quattro zampe, specie nei giorni d’umido, rilascia e diffonde per la casa. Come non teme le zampate lasciate sul divano, la peluria sparsa e svolazzante nell’appartamento. Egli è pronto a dedicare tanto del suo tempo alla bestiola che, qualora trascurata, soffre e si ammala di malinconia. E’ pronto ad essere svegliato a suon di slinguazzate fradice, calde e nauseabonde dopo aver trascorso una nottata al confino nell’angolo del materasso per far posto a lui, ad avere gli abiti coperti di peli ispidi, a non avere più una vita propria ma un’esistenza in simbiosi permanente.

Chi sceglie di vivere con un gatto spesso lo fa perché non ha tempo né voglia di stare a congelarsi o a bollire sulla strada nelle quattro stagioni dell’anno ad attendere che rigagnoli di piscia e ciambelle di cacca vengano depositate a terra. Lo fa perché preferisce non avere un’ombra perennemente attaccata ai piedi e, proprio per questo, ama l’indipendenza del felino, la sua tendenza alla solitudine, il suo anelito al silenzio, alla pace, alla libertà. Il proprietario di un gatto gradisce farsi contemplare come solo un gatto contempla: con concentrata e simulata distrazione. Il proprietario di un gatto è orgoglioso di avere in casa un animale che profuma anche se in una vita intera non tocca sapone nemmeno con un polpastrello: egli lo osserva fiero, quando l’ospite peloso si fa il bagno completo con la lingua ruvida e rosata e sa bene che, per la fissazione che l’animale nutre per la toelettatura personale, mai si paleseranno nell’abitazione tracce del suo invisibile passaggio. Altrettanto bene sa che può restarsene tranquillamente fuori casa a giornate intere perché il gatto, lungi dall’immalinconirsi, ne sarà contento addirittura e per un intero giorno penserà placido e meditabondo ai fatti suoi. Sa che il gatto andrà in cerca di lui più che altro per mangiare e che quelle fusa ruffiane miste a miagolii di supplice orazione li farà solo per avere doppia razione di croccantini e che per questo stesso scopo la mattina alle sei e un quarto lo sveglierà a suon di zampate e graffi su naso, bocca e guance.

Chi sognava un ibrido di tutto questo, sono io.

Io (per questioni di tempo) volevo un animale che non fosse obbligatorio portare fuori come minimo tre volte al giorno, ma che fosse anche facile convincere ad uscire per fare quattro passi nel quartiere o una pedalata in bicicletta. Volevo un animale che mi stesse vicino, ma non mi soffocasse e non suscitasse in me sensi di colpa, che già mi avanzano quelli che mi trascino dietro dalla nascita. Che mi volesse molto bene, ma che non mi adorasse. Che stesse bene insieme a me, ma ogni tanto provasse l’esigenza di cambiare stanza. Che avesse il pelo profumato e morbido, ma che gli puzzassero almeno i piedi di formaggio. Che amasse tanto l’acqua da farsi fare gavettoni estivi e tentare in tutti i modi di entrare con me dentro la cabina della doccia. Che dipendesse da me per i bisogni elementari, ma poi le riflessioni su etica e metafisica se le gestisse anche da solo, sul tavolo in terrazza, con la pupilla in verticale e il muso proiettato verso la cupola di Brunelleschi, il piazzale Michelangelo e il forte Belvedere. Che si facesse cercare e desiderare, che non diventasse mai scontato, che dormisse accanto a me, ma nella propria cesta messa in fianco al letto. Che la mattina mi svegliasse con schiaffetti non violenti e aggiustasse la coda a punto interrogativo formulando la domanda muta: si mangia, sì o no?

Volevo tutto questo e, poiché ce l’ho, ho preso coscienza di ospitare in casa un autentico, ricercato e rarissimo esemplare non di cane, non di gatto, ma di catto.

L’ibrido perfetto dei tempi in cui avevo in casa il bracchetto inglese Nello.

Che non a caso era un gane.

Anziché il messicano

28 novembre 2009

Erano quelli in cui facevo l’università, i tempi in cui il messicano sbaraccava.

Via San Gallo, appena lasciato alle spalle il mercatino di San Lorenzo, sulla destra, subito dopo il negozio storico Le Menagerie, che vendeva le pentole e le porcellane più care di Firenze.

Era lì, il messicano.

Passandoci davanti, ci guardavo dentro attraverso la vetrina quando uscivo dalle lezioni di Latino, Storia Medievale e Storia della Critica che tenevano a Magistero anche se io facevo Lettere. A quell’ora ero stanca di appunti, di parole, di pranzi al bar, di giornate pendolari e studio quotidiano, perciò non mi ci fermavo mai. Il treno stava per partire dal binario sedici e io ero una brava bambina che non beveva, non faceva tardi e non mandava mai affanculo i genitori per ottenere il permesso di restare in città a dormire da un’amica.

Dalla strada si vedeva una densa cappa di fumo e si sentiva un gran casino: diverse lingue, orribili favelle, voci alte e fioche, e suon di bicchierini sbattuti sul bancone.

Era tequila bum bum.

Mai assaggiata in vita mia, prima dei trent’anni.

Poi conobbi il Belpelato e m’introdussi nell’ambiente: si era piena epoca happy hour, aperitivi, boccali di birra bionda da tre litri da sorseggiare in gruppo, guacamole e nachos affogati nella salsa rossa strapiccante che dava dipendenza, altro che le droghe.

Era un rituale consolidato dalle sfumature quasi sacre, fissare una sera sì e una sera sì e trovarci all’ingresso, lui in bicicletta dal lavoro, stanco di rapporti, discussioni, scadenze e controlli, io in bicicletta da casa, rilassata da pomeriggi di scrittura, telefonate con le amiche, libri dentro i quali mi perdevo.

Il bancone era luuuuuuuuungo e ligneo, vissuto e ammaccato. A distanza regolare spuntavano da sotto dei gancini in ottone per appenderci la giacca, la borsa, il sacchetto con gli acquisti freschi. Mi arrampicavo in punta di piedi sullo sgabello e mi ci appollaiavo sopra come una chioccia appagata. Anziché al becchime davo fondo alle patatone triangolari che ordinavo farcite di formaggio fuso e pomodoro fresco a dadolini.

Nessuno faceva il mohito come Simone.

Lo preparava con il cuore, mica solo con le mani. Spezzava in grossolani pezzi i quadretti di ghiaccio. La menta era sempre fresca. Il risultato era sempre forte. La serata era sempre allegra. La musica era sempre intonata. Il popolo pure. Ci si trovava lì con Giacobello e il Checco, con la Simo e la Sarina. A volte il Piero con la Mama. Ma noi ci si stava parecchio bene anche da soli. E si familiarizzava con le americane sguaiate, con i messicani veri, una volta con un docente universitario in sosta a Firenze dagli Stati Uniti, un’altra con una coppia di australiani a cui sembrava tutto pittoresco. Poi passava Andrea con il cappellino rosso a quadri. E l’edicolante da cui il mattino dopo prendevo il quotidiano prima di entrare al Meucci. All’ultimo mondiale ci consumammo una cena assai sabrosa insieme all’amico Paulo di Lisbona, prima di riversarci sulle strade a guardare come può impazzire una città.

Un giorno ci dissero: son le ultime bevute, presto si chiude. E noi ridemmo perché non ci credevamo.

La saracinesca è stata giù per tanto tempo. Settimane e mesi. Molto più di un anno.

Ora che ha riaperto, ha mangiato anche lo spazio de Le Menagerie. E’ un locale che impressiona, per come è grande, comunicante, sconfinato ed esagerato. Arredi elegantissimi, dispendiosi. Se mentre bevi un drink provi a fare due conti di quanto possano averci lasciato, ti va di traverso la sorsata.

Il bancone è rivestito in pelle vera. Le luci sono tattiche e soffuse. Gli accorgimenti fin troppi e danno noia.

Distrattamente, hanno trascurato di metterci l’anima.

Così il locale è freddo, non ti avviluppa, non ti si accosta addosso.

Se poi alzi gli occhi alla parte più alta delle pareti e lo sguardo ti cade sui maxi-schermi che trasmettono il calcio o, in alternativa e in contemporanea, i video più pacchiani con la musica più brutta, capisci che il messicano è morto per sempre e che quello eretto sulle sue ceneri non è altro che uno dei tanti locali di cui è pieno il mondo e di cui il mondo farebbe tanto volentieri a meno.

“Io, vede profe, sono consapevole di essere il migliore”.

“Davvero?”.

“Assolutamente il migliore”.

“Cosa ti dà questa certezza?”.

“Be’, per esempio ho un taglio di capelli meraviglioso”.

“Sì, mi piacciono molto i tuoi capelli, ma…”.

“E guardi come mi vesto: di classe, non truzzo o tamarro, ma misurato e armonioso”.

“Sì, ammetto che ti vesti bene e riconosco che il tuo look mi piace, però…”.

“E poi sono simpatico, dica la verità”.

“All’inizio mi stavi sullo stomaco e ti trovavo odioso, ma adesso sì, mi sei simpatico davvero, tuttavia…”.

“Per non parlare di quanto sono intelligente”.

“Dici?”.

“Come dico?! Profe, ho preso o non ho preso sei e mezzo a Storia?”.

“Sì, hai preso sei e mezzo a Storia, ma va anche detto che…”.

“E poi la musica che ascolto”.

“Perché, che musica ascolti?”.

“Minimal, profe. Minimal”.

“E cos’è ‘sta minimal?!”.

“Profe, la minimal è musica elettronica senza il tunz. E’ la migliore, si fidi”.

“Mi fido, però…”.

“E poi, profe, mi guardi: non trova che io sia bello?”.

Bellissimo.

Peccato per quella enorme faccia tosta.

L’ultima trovata ginnica di Micino da Scansano è salire sul bancone, da lì balzare sul frigo e quindi planare sul muretto separé che divide l’ingresso dalla sala, spostando i pesci di Paolo Emilio Gironda e provocando in me lo smarrimento che da sempre mi danno i quadri storti.

Una volta in vetta, contemplare le scene di vita familiare con uno sguardo compassionevole di pena per chi è rimasto a terra a ordinare impotente scendisubitogiùtestadiminchia.

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(grazie a Gaia per la foto)

Io, Marley e loro

24 novembre 2009

Decidi di iniziare l’anno scolastico partendo dalla sezione dell’antologia di Italiano dedicata al rapporto tra l’uomo e gli animali?

Fai bene. E’ irrinunciabile sensibilizzare l’animo dei ragazzi all’amore per tutti gli esseri del creato, specie in questi tempi di spietatezza e insensibilità.

Cominci dalle fiabe di Fedro ed Esopo per passare a Italo Calvino, quindi toccare Thomas Mann, attraversare Italo Svevo, leggere Stefano Malatesta, presentare Rudyard Kipling e quindi concludere con Alberto Asor Rosa?

Fai benissimo. La panoramica letteraria è ben costruita e servirà loro a toccare con mano una delle più inconfutabili verità: solo chi ama profondamente gli animali possiede l’animo sufficientemente nobile per afferrare il senso della vita e, eventualmente, dedicarsi all’arte.

A conclusione del piacevole lavoro di due mesi butti là l’idea di guardare insieme Io e Marley, il film di David Frankel che tu non hai mai visto (e neanche loro), tratto dall’omonimo best seller firmato dal noto giornalista John Grogan, in cui si racconta la storia della sua famiglia, ma più che altro del labrador a pelo giallo a cui viene dato come nome il cognome di Bob Marley?

Fai un errore colossale. Uno sbaglio gigantesco.

Perché quello che non sai è che la tua Classe Diesel è anche un autentico esempio di Classe Animalista. Nessuno, in quella classe, vive senza un animale in casa. Ciascun alunno ha come minimo un gatto. Come massimo, un mezzo parco naturale a conduzione familiare. E, appunto per questo, nessuno di loro è estraneo all’esperienza terribile e angosciante della perdita di un animale.

E’ stato tutto lì, l’errore.

Non aver previsto la tragedia emotiva che quel filmaccio americano avrebbe scatenato in classe nelle ultime due ore di un altrimenti placido lunedì mattina.

Un cane non se ne fa niente di macchine costose, case grandi o vestiti firmati. Un bastone marcio per lui è sufficiente. A un cane non importa se sei ricco o povero, brillante o imbranato, intelligente o stupido. Se gli dai il tuo cuore, lui ti darà il suo.

Di quante persone si può dire lo stesso?

La forcaiola

23 novembre 2009

Il giovedì sono libera dalla scuola e generalmente me la spasso.

Quello della scorsa settimana per esempio è cominciato a bordo di un autobus che mi ha accompagnata in centro facendomi gustare le vie più suggestive di questa città, che io considero il cofanetto urbano più bello del mondo.

Ma ecco, a una precisa fermata, vedo dal finestrino una chioma bionda a me assai familiare. Un cespone di capelli abbastanza indomabili e per questo ogni mattina diversi nell’acconciatura, nella piega e nella consistenza.

Insomma, la riconosco subito: è lei.

La mia alunna.

D’istinto sventolo una mano per farmi vedere ma all’improvviso ci ripenso e mi blocco ad osservarla.

E’ vestita come quando viene a scuola e ha sulle spalle lo zaino celeste in cui generalmente tiene i suoi libri.

Ma per andare a scuola è un po’ tardino e lei non ha affatto l’aria di chi sia intenzionato ad andarci: appare infatti guardinga e sospettosa.

L’autobus, oltretutto, va in tutt’altra direzione.

M’interrogo sul modo più idoneo in cui procedere e passo mentalmente in rassegna le varie opzioni: a. alzarmi dal sedile, riprendere a sventolare vigorosamente la mano e cercare di richiamare visivamente la sua attenzione; b. senza nemmeno il bisogno di alzarmi, cacciare un bercio dei miei chiamandola per nome e sputtanandola col conducente e i passeggeri; c. alzarmi in silenzio e raggiungerla quatta come un puma sedendomi accanto ed esclamando toh chi c’è.

Ma poi realizzo che ciascuna di queste ipotetiche mosse le causerebbe con ogni probabilità un colpo apoplettico con conseguente paresi totale permanente e quindi rimango buona buona sul mio seggiolino, le volto le spalle e m’immergo nella musica dell’iPod, optando per un pentolino di saggi, lungimiranti e discreti cazzi miei.

Risus abundat

22 novembre 2009

Una delle pratiche più difficili da espletare quando si è adulti in generale e insegnanti in particolare è mantenere viva la memoria dell’imbecillità che ci caratterizzava quando avevamo l’età dei nostri ragazzi.

Ai grandi, gli adolescenti sembrano una fornitissima fabbrica di cazzate e un generoso magazzino di idiozia.

A me gli adolescenti fanno spesso incazzare. Mi arrabbio se non studiano, se non obbediscono, se non sono abbastanza maturi, se combinano troppi guai, se si fanno del male da soli, se sono i primi a piangersi addosso, se non tirano fuori le palle e combattono per un ideale, se si sentono disillusi a quindici anni, se non pensano che di vita non c’è che questa e che, per questo, va vissuta fino allo sfinimento delle forze.

Ma se c’è una cosa di fronte alla quale io capitolo è lo spettacolo di adolescenti che ridono.

E non parlo di una risata modesta e contenuta nel tempo e nei modi.

Mi riferisco agli attacchi ingestibili e indomabili d’ilarità folle, sconclusionata e talora del tutto immotivata che colpiscono i ragazzi proprio nei momenti e nelle situazioni che glielo vieterebbero di più.

Per esempio a scuola.

Io li vedo benissimo e intuisco alla perfezione quando sono lì lì per tracimare.

Tipo, uno dice una scemata a caso. Non importa che sia una barzelletta di qualità o il racconto di un aneddoto particolarmente comico. Basta che sia. Un gioco di parole, un errore di qualcuno, uno sguardo storto, un odore strano, un rumore nuovo, un pensiero con sfumature di assurdità.

A volte basta anche che sia assolutamente niente.

E la pantomima parte.

Il narratore finisce di sussurrare la cazzata e l’ascoltatore prende coscienza della propria impossibilità fisiologica di non ridere. Ci prova, poverino. Ma è inutile: non ce la fa. Sicché lo vedi che comincia a sussultare, a far ballonzolare ogni membro del suo corpo, a ondeggiare come una crema portoghese, come una coscia cellulitica. Intanto cerca un vano tra la bocca e il naso per respirare senza fare uscire il riso che gli riempie già il condotto gutturale trasmettendogli l’imbarazzante e sconveniente sensazione di soffocamento, difficile da motivare al cospetto della professoressa.

“Che succede lì?”.

Mai chiedere chessuccedelì a un crocchio di adolescenti impegnati in una guerra contro l’attacco selvaggio di riso.

Meglio osservare di sbieco, senza farsi notare. Meglio godersi la scena alimentando in loro l’illusione di essere sufficientemente occultati e protetti dagli zaini dietro cui (inutilmente) si nascondono.

Io m’intenerisco, quando vedo gli adolescenti ridere come scemi.

Perché mi ricordo di quando ero bambina e la mia mamma mi raccontava che con la sua amica Aleandra le succedeva la stessa cosa, nella vetreria in cui lavoravano insieme, passando più tempo a prendere per il culo gli altri operai che a molare calici in cristallo.

E mi ricordo anche di quando ero adolescente io e con le mie compagne di banco era lo stesso, strozzate dai singulti, annichilite dal terrore di essere beccate, ubriache d’allegria pazza.

Forse per questo l’adagio popolare coniato dai romani “risus abundat in ore stultorum” mi è sempre suonato offensivo. Come si può dare dello stolto a chi ride di gusto, a chi non riesce a smettere di farlo, a chi nemmeno la paura funge da deterrente?

Quest’anno ho una classe che ride anche se si trova un cadavere tra i piedi.

Io la guardo col cuore pieno di ricordi e aspetto con pazienza che il riso sfumi da solo.

Quindi vado avanti e ricomincio a spiegare pensando a tutto il tempo che è passato da quando ero anch’io amabilmente scema come loro.

Profe, lei si droga

21 novembre 2009

Ogni classe che abbia nell’orario Italiano e Storia alla quinta e sesta ora, ci prova.

“Profe, ci riposiamo un po’? Siamo stanchissime”.

“Devo finire di spiegare”.

“Maremma profe, lei è proprio una secchiona”.

“Sono qui per lavorare”.

“Facciamo due chiacchiere, le va?”.

“Mi andrebbe, ma non posso”.

“Uffa profe, ma noi abbiamo i crampi alla mano a forza di prendere appunti: riposiamoci un po’”.

“Non possiamo”.

“Ma lei profe non si stanca mai?”.

“Mi stanco, ma cerco di non darlo a vedere”.

“Perché non ci racconta qualcosa di lei?”.

“Perché forse è meglio di no”.

“Profe, sa come me la immagino io nel pomeriggio? Completamente sbracata sul divano dopo tutte le energie che ha speso in classe”.

“Neanche per idea”.

“E cosa fa?”.

“Se non ho pranzato fuori lavo i piatti, do un paio di botte alla casa, scrivo, correggo, leggo, esco in bicicletta con il gatto nel cestino, mi incontro in centro con un’amica, vado a trovare un amico, vado in libreria, vado in biblioteca, vado a fare la spesa, non vado da nessuna parte, ozio, rifletto”.

“E poi?”.

“E poi torna dal lavoro il mio compagno e io vado a correre”.

“Tutti i giorni?!”.

“Quasi tutti i giorni”.

“Ma corre con il buio?”.

“Ora che c’è l’ora solare, certo, corro con il buio”.

“E non ha paura?”.

“Paura di che? Incontro decine di persone che corrono con me, non ho affatto paura, ho la musica del mio iPod a darmi energia e la sensazione di vivere nel ventre di una città che mi protegge”.

“E poi?”.

“E poi torno, mi faccio la doccia e mi butto nella serata”.

“Cosa significa esattamente?”.

“Significa uscire e andare al cinema, al teatro, a un concerto, o rimanere in casa, stappare una bottiglia buona e iniziare a preparare una cena per due, a volte per più persone se si aspettano degli ospiti. Significa stare in compagnia di chi si ama e cercare la sintonia della parola. Significa ascoltare musica bella e gustarsi l’istante”.

“E non crolla mai?!”

“Tendenzialmente, no”.

“Profe, lei si droga”.

I cinque minuti di pausa sono finiti, si ricomincia la lezione.

Ci sono donne

20 novembre 2009

Mi alzo dal letto, vado a fare la pipì e, prima di averla fatta tutta, scrivo e invio un messaggio che dice solo: “Eh! Eh! Eh!”.

Ridacchio tra me: sono contenta.

Tra due ore lei arriverà col treno da Bologna e trascorrerà con me tutto il tempo che aspettiamo e che ci promettiamo dall’ultimo incontro, durante il quale lei mi pose pubbliche domande e io pubblicamente le risposi.

Mi vesto comoda, mi vesto colorata, mi vesto allegra.

Prendo un antipasto di colazione in casa pensando a quella che, più tardi, consumerò con lei in un bar del centro con i tavolini fuori.

C’è il sole e ci sono venti gradi.

La giornata ideale per accogliere un’amica.

Prendo il 17 e arrivo a Santa Maria Novella mentre il suo messaggio annuncia: “Sono qui”.

Ma non faccio in tempo a leggerlo che due braccia m’incatenano e una voce mi sussurra “Ma dove vai?!”.

Lei è mora, lei profuma, lei è bella.

Lei è un vulcano, un’attrice di teatro, un fiume sempre in piena, un vento di passione, un pozzo di sapere, una cultrice della tavola, una lettrice, una contemplatrice, una che se non c’è musica si sente vuota, una che se non c’è scuola si sente monca, una che se non c’è Nina si sente in colpa, una che se c’è un giorno un po’ speciale da vivere lo vive tutto fino in fondo finché il capostazione insopportabilmente fischia che il tempo è scaduto, tutti in carrozza, allontanarsi dalla striscia gialla, si parte.

Ma prima di partire, lei acconsente a starti dietro e a farle tutte.

Fa conversazione, fa amicizia, fa acquisti, fa fotografie, fa regali, fa battute, fa confidenze. Fa ridere, fa pensare, fa interrogare, fa sfogare.

Sale in autobus, sale in macchina, sale in ascensore, sale al quinto piano, si affaccia dal terrazzo, abbraccia il gatto, mangia pasta e fagioli, arista e ceci e una pera glassata sporca di cioccolato nella trattoria dove io porto solo chi amo.

E quando il buio e  un treno se la portano via, a me rimane per tutta la sera nella testa il rimbombo dei nostri passi a tempo, l’eco delle nostre risate un po’ impudiche, il suono morbido delle parole che cercavo.

Ci sono donne perfette per andare al cinema. Ci sono donne fatte su misura per gli acquisti nei negozi. Ci sono donne con cui viene bene bisbocciare, oziare sul divano per ore, parlare di libri, ragionare di cinema, discutere di musica. Ci sono donne con cui ti scrivi sempre e che cerchi anche dopo tanti anni. Ci sono donne a cui è meglio non aprire mai il cuore, altre di cui sai che puoi fidarti. Donne che ti frequenterebbero solo se ti compatissero, donne che non riescono a frequentarti perché t’invidiano. Ci sono donne che ti annoiano mortalmente, donne che quando si riproducono smettono di essere nel mondo e d’interessarti, donne che si snaturano, che si svendono, che si dimenticano.

E poi ci sono donne come lei: donne per cui ringrazi Dio di essere una donna che merita l’amicizia di una donna come lei.