Voglio fare la modella

30 dicembre 2009

Onestamente, donne: dico a voi.

Avrete sognato, almeno una volta, almeno un minuto, magari mentre sonnecchiavate al torpore del casco dalla parrucchiera sfogliando quelle rivistacce odiose dove le donne sono tutte fiche, di essere come loro e di fare per una volta sola, per un solo giorno… la modella.

Io no, non l’ho sognato mai, perché sinceramente m’importa una sega. E poi, la dico tutta, il fisico da mannequin non me lo sono mai sentito addosso: tozzetta, inquartatella, bassottina, rotondazza, coscia tornita (troppo), fianco generoso (troppo), gamba lunga (poco). Insomma no, niente sogni da modella.

Io semmai, ecco, questo sì: io ho sempre sognato di vivere scrivendo e di fare della scrittura tutta la mia vita.

Poi invece, tempo fa, una mail: mi si proponeva di far da testimonial per una celebre ditta di piumini che, per il Duemiladieci, ha deciso di lanciarsi in una campagna pubblicitaria alternativa al solito bellocciame da rivista patinata. Largo, allora, alla presidentessa dell’Associazione Buddisti, largo alla giovane freeclymber agile come uno stambecco, largo al medico che lavora con passione, allo scultore di settantatré anni suonati che guarda alla vita con gli occhi di un bambino appena nato, alla produttrice di pastasciutta che prosegue l’opera avviata dai suoi avi, all’attore di teatro serio e tenebroso. E largo anche (permesso, sì, scusate, ops, mi perdoni, l’ho pestata) alla professoressa che ha visto il suo sogno di vivere (anche) scrivendo farsi realtà.

Cosa ci dice, accetta?

Cosa vi dico, accetto.

Accetto perché sono curiosa, perché non l’ho mai fatto, perché magari mi diverto.

Accetto perché le piume dei piumini sono d’oca, ma sono (assicurano) quelle che cadono da sole.

E accetto perché parte dell’incasso ricavato dalla vendita di ogni piumino va ai Medici Senza Frontiere.

Benissimo, allora martedì alle tre.

Ehm, bene, sì, ok, d’accordo… mart… martedì alle tre.

Martedì alle tre il campanello suona e al quinto piano si arrampica una folla di persone. Una troupe vera. Profèscional. Mica baubaumiciomicio.

Tre fotografi, una truccatrice, due registi video, due montatori, la copywriter e la Grande Capa. Tutti portano valigie, zaini, borsoni, treppiedi, aste e attrezzature.

Apre la porta Fidanzato Belpelato, intenzionato a non perdersi un fotogramma di questo inimmaginato pomeriggio sul set.

La Seventy House viene giudicata lochèscion assai idonea al servizio: le tende vengono spalancate, il finestrone appare in tutto il suo splendore di vetri puliti (per l’occasione) e di Firenze dietro, il tavolo bianco, sgombro e rotondo viene arredato di Hornby, Ammaniti, De Luca, Galimberti, Kerouac, Tabucchi, McEwan, Doyle. Anche due volumi di Landi buttati là quasi per caso, va’.

Il trucco si fa in mezzo al caos di McBook, fili, cavi e pennette: la pelle è uniformata, l’occhio valorizzato, la guancia spennellata, la bocca impomatata. I capelli, sempre (ommioddìo) rossi, appuntati, no meglio sciolti, no forse meglio un po’ su, no magari meglio giù.

Le luci puntate, i pannelli montati, le macchine da presa appostate.

Il piumino è indossato.

La posa è stabilita.

Lo scatto può iniziare.

Ma ecco, impercettibile e sinuoso dalla camera da letto, materializzarsi un felino bianco e grigio. Fa un ingresso sobrio eppur glorioso nel salone, guardandosi intorno e interrogandosi sulle misteriose cagioni di cotanto disordine in casa. In casa sua, voglio dire. Nel suo incontrastato regno di pace e silenzi, nel suo indiscutibile nido di meditazione e raccoglimento, nella sua tana segreta di certezze consolidate. Chi sono costoro, si domanda. E chi li manda, aggiunge. Ma più che altro: cazzovogliono?

La risposta piove dall’alto e ha la forma di due mani delicate e gentili di ragazza: esse lo afferrano, lo sollevano fino all’altezza di un volto mai visto prima d’ora che ora s’allarga in un sorriso, e lo piazzano sul tavolo accanto a quella professoressa grulla che per un giorno ha accettato di fare la modella.

“E’ lui, quello che mancava: ora è perfetto!” dice la voce a cui appartengono le mani.

Gli sguardi confluiscono sul trovatello di Scansano, gli obiettivi si concentrano su di lui, le assistenti fremono di gioia, la truccatrice gli semina addosso un paio di spazzolate al volo.

Quello che, appena sei mesi fa, era un grumulo di ossa stente, un parrucchino di pelacci ispidi, un paio d’occhi cisposi e uno stomaco disabitato, si ritrova a rubare -divo per un giorno- le luci di una domestica ribalta alla donna che lo strappò alla morte, lo nutrì con amore e lo curò (maremmatroia) a suon di decine e decine di euro.

Dopo due ore e mezzo di lavoro, il servizio viene dichiarato un successo: le foto ingrandite al massimo sul video dei due Apple mostrano un gatto incredibilmente fotogenico.

Micino da Scansano ora si scusa, ma è molto stanco: non rilascia dichiarazioni e rimanda la firma degli autografi a pausa post-prandiale, sonnellino pomeridiano e ronfata notturna ultimati.

Accenna un blando saluto con la zampa, questo sì: perché odia deludere i fans.

Boicotta il circo!

28 dicembre 2009

Uno sta un paio di giorni fuori città, poi torna e s’attarda in un pranzo in collina più lungo del solito, si distrae a scartare i regali,  ospita vecchi amici a una cena di pesce e cous cous.

E quelli ti montano un circo faraonico in città.

L’impatto è quello del cazzotto in un occhio: una quarantina di roulotte, camion giganteschi, antenne paraboliche, casottini. E poi, a caratteri sfacciatamente cubitali, circondata da lucine perché non sia mai che non la vedi, la scritta: Medrano, in questo caso.

In un lungo passo indietro, mi vedo tra i banchi della scuola elementare, il grembiule bianco con le cifre a punto in croce e il fiocco rosa sfatto e di traverso. Entrava il tipo a portare i volantini accalappiabischeri e io, in quanto bimba, un po’ bischera lo ero.

“Babbo mi porti al circo babbo mi porti al circo babbo mi porti al circo?”

Il babbo, al circo, mi ci portò una volta sola.

Provai angoscia, paura e tristezza.

Ebbi i brividi, i tremori e gli incubi notturni, che andarono a sommarsi a quelli causati dalla testa mozzata del cavallo nascosto in fondo al letto visto per errore in una sequenza del Padrino.

Mi annoiarono i clown e mi depressero gli animali equilibristi, addestrati e buffoni.

E non ci sono mai più tornata.

Non dentro, almeno.

Non allo spettacolo, intendo.

Ma fuori, tra le roulotte, in mezzo ai camion, tra i panni stesi ad asciugare, nei viottoli melmosi dell’accampamento itinerante: oh, sì.

In un passo indietro meno lungo di quello di prima, sono amica della Bobe. L’adolescente più intraprendente, temeraria, maleducata, ficcanaso e inopportuna incontrata in vita mia.

Tutto quello che non si poteva fare, si metteva in testa di farlo e convinceva me a farlo insieme a lei.

Il circo, come tutti i circhi, montava nei pressi dello stadio e lo stadio, si sa, non è mai nel cuore del centro abitato.

Allo stadio la gente c’è solo per la partita, i concerti, e il circo.

Allo stadio è buio e non passa quasi mai nessuno.

Io e la Bobe si sgattaiolava via dalla via maestra e attraverso stradine, viuzze e giardinetti comunali si arrivava nel grande piazzale silenzioso dove macchinoni, camion e case sulle ruote si erano fermati.

Lei cercava di cogliere la vita segreta dei circensi.

Io cercavo gli animali.

Forse con l’olfatto sarei arrivata alla gabbia dei leoni, e così inalavo, inspiravo, tiravo dentro aria, nel tentativo di distinguere la savana tra l’asfalto.

Forse con l’udito avrei riconosciuto la voce delle scimmie, il respiro degli elefanti, i sospiri annoiati delle tigri, e così tacevo e cercavo di non farmi battere il cuore.

Di notte, la testa sotto le coperte calde di casa mia, mettevo a punto il mio piano per la liberazione di tutti i prigionieri, sognavo di aprire le sbarre, di sussurrare via! via! andate via! e di restituire la libertà agli innocenti che l’egoismo cieco degli umani paralizzava in spazi mortificanti e angusti.

Non ho mai potuto guardare animali al servizio sciocco delle persone.

Non ho mai potuto sopportare la vista di una bestia usata.

Non ho mai potuto perdonare chi fa e chi va a vedere il circo con gli animali.

“Ma io ci vado per portarci i bambini!” mi dicono le amiche che si sono riprodotte e credono, nel nome del prodotto a cui hanno dato vita, di poter giustificare anche la scelta più imbecille.

Ai bambini (semmai) si spiega che strappare gli animali dall’ambiente in cui la natura li ha fatti nascere sarebbe come prendere loro e buttarli in mezzo a un lago di ghiaccio per il divertimento dei pinguini.

Ai bambini (magari)  si compra il dvd di un documentario planetario e si fanno godere davanti alla televisione.

Ai bambini (meglio ancora) si compra un biglietto aereo per il continente africano e gli si fa vedere come sono felici e goderecci gli animali in libertà.

Ai bambini (finalmente) si dice che usare altri esseri animati per il nostro egoistico sollazzo è innaturale e immorale.

E agli adulti che vivono di circo si scrive che lo facciano pure, ma che a dondolare su un trapezio, a fare piroette al centro della pista, a lanciarsi in salti mortali e ad attorcigliarsi in pose mostruose siano loro stessi, nell’espressione della loro piena e consapevole libertà.

La stessa che io invoco per gli animali, privi di parola (forse), ma non di sentimenti e sensibilità.

Cristo la tigre

24 dicembre 2009

E mi addormento come in un letargo, Dicembre, alle tue porte,
lungo i tuoi giorni con la mente spargo tristi semi di morte, tristi semi di morte.
Uomini e cose lasciano per terra esili ombre pigre,
ma nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre.

(Francesco Guccini, La canzone dei dodici mesi)

Party in redazione

23 dicembre 2009

La redazione è bianca, luminosa, popolosa e incasinata. I telefoni indemoniati, i fogli accatastati, le sedie semoventi, le facce concentrate, i monitor pieni di righe, spazi e caselle.

La redazione si affaccia sul fiume e gode ogni giorno del panorama che io sogno ogni notte perché è stato il mio per sei anni indimenticabili ed intensi: la porta di San Niccolò, il Piazzale Michelangelo, la basilica di San Miniato al Monte, il Forte Belvedere, l’Arno.

Fino a qualche tempo fa, per andare in redazione mi bastava attraversare il ponte. Ora ci vado con la macchina e ne approfitto per parcheggiare nel vecchio quartiere che mi accolse all’inizio della convivenza e rivedere le persone che fecero da sfondo a quella parte della mia vita più consapevole, fantasiosa e appassionata: i baristi del Rifrullo, il pizzaiolo Nicola, i gestori del Fuori Porta, l’Antica Enoteca all’angolo con la chiesa, l’edicolante infreddolito, la coppia di verdurai dalla lingua lunga, malevola e biforcuta, il cartolaio di fiducia tondo e buono come un bombolone alla crema, i pittori vanitosi, i corniciai curiosi, gli antiquari ladri che incrociavo tutti i giorni e che mi regalavano un sorriso.

La redazione esiste da diciannove mesi: è giovane, ma è solida e gode di un’ottima salute che si esprime in percentuali.

Per il suo compleanno e per Natale la redazione ci riunisce tutti, ci regala un discorso di due pagine che vuole gratificare e incoraggiare e ci offre prosecco, pandoro e panettone. Per me pandoro, grazie.

Per un giorno, i redattori si alzano dalle poltrone con le ruote, chiacchierano di argomenti leggeri, non pensano a Matteo Renzi e guardano nel viso i nomi con cui solitamente ragionano via mail. I collaboratori esterni varcano la soglia, si sentono degli ospiti, avvertono una punta di disagio e a volte non sanno cosa dire.

Io appoggio il culo sulla scrivania di colui che legge, impagina e titola ogni settimana il mio articolo chiamandolo pezzullo: stringo mani di cui leggo ogni giorno i nomi, smaglio sorrisi a chi mi guarda e dietro i capelli rossi non mi riconosce, dico poco perché a conti fatti sono timida e pure un po’ imbranata, bevo da un flùt e quindi vado a fare un giro in centro nel buio e sotto la pioggia, spiegando a me stessa che potrei stare un giorno senza mangiare, ma senza scrivere no.

Generale inverno

21 dicembre 2009

I neri all’entrata dei bar che si soffiano nelle mani messe a tubo, i vecchi sulle strisce pedonali che deambulano sul ghiaccio della notte come bambini con la merda al culo, le mamme ancorate ai passeggini con le borse della spesa, i ragazzi in bicicletta con l’iPod all’orecchio e il naso di ciliegia schiacciata che cola liquido chiaro, i piccioni perplessi per la penuria alimentare sui marciapiedi e nelle aiuole comunali, i cani col cappotto e le zampe intrise di pozzanghera, le piante che abbassano il capo e diventano flosce e mollicce, le macchine che ruttano, sbuffano, ansimano, ma non partono, i bambini con gli occhi sgranati fuori dai cappucci con la circonferenza di pelliccia, le mani viola, la punta dei piedi che sparisce, le guance tagliate a fette dalla lama del vento, le labbra schiantate.

Tutti ti detestano, generale inverno.

Solo io m’aggrappo alla tua divisa, mentre guardo con orrore all’estate scontata che fin troppo presto tornerà ad appiattirci e farci banali.

E ti dico: non ascoltarli, resta più che puoi.

Ordine e disciplina

18 dicembre 2009

Io detesto far supplenza in classi non mie e questo si sa. Però a volte tocca: accettare, ingoiare, firmare e andare.

“Buongiorno!”

“Buongiorno…”

“Scusate, in questa classe non si usa alzarsi in piedi quando entra l’insegnante?”

“Veramente… no”

“Male”

“…”

“Parecchio male”

“…”

“Oserei dire malissimo”

“…”

“Propongo di rifare la scenetta e ricominciare tutto da capo, con il mio buongiorno e la vostra alzata generale: ci state?”.

“?!”

Torno alla porta, esco dalla classe, chiudo.

Riapro, entro, smaglio un sorriso sfacciato.

“Buongiorno!”

(tutti in piedi, sorridendo –un po’ increduli- anch’essi) “Buongiorno!”

I ragazzi di oggi non hanno educazione quando gli adulti si scordano di insegnargliela.

Ma questo è solo il mio pensiero.

Panini ripieni

15 dicembre 2009

C’ho questa classe burlona che nemmeno se la sorbotti a suon di partacce e nocchini riesce a smettere di ridere e scherzare.

“Profe, posso uscire a portare al bar la lista dei panini?”.

“Sì, anzi guarda, già che vai prendine uno anche per me”.

“Certo profe, con cosa lo vuole?”

“Mah, non so, quali sono i ripieni?”.

“Cotto e fontina”.

“Mh, no, troppo pesante, non lo digerisco…”.

“Salame”.

“Mh, no, mi si ripresenta…”.

“Ovo sodo e maionese”.

“Mmmh, buono, ma la maionese fa ingrassare e poi mi sbiòccolo addosso di sicuro mentre lo addento”.

“Allora c’è l’hot dog”.

“L’hot dog alle undici del mattino?!”.

“O profe, allora non rimane che il vegetariano, con la mozzarella, il pomodoro e l’insalata”.

“Madonnina che panino triste… non posso mangiarlo, mi deprime solo parlarne”.

Si vede che, con queste obiezioni da principessa sul pisello, devo aver scatenato in loro un forte, irrefrenabile desiderio di abbandonarsi alla fantasia e, allo stesso tempo, di pigliarmi affettuosamente per il culo.

Così hanno sciorinato una gamma di combinazioni abbastanza inedite (cotto e unghie di maiale, crudo e ciocche di capelli, insalata e garrino di vecchio, tonno e foca, salame e giraffa, pomodoro e gazzella, fino al più moderno e futurista salsiccia piccante e plexiglass) che mi hanno fatto scordare per una decina di minuti che in realtà mi trovavo lì per Costantino, l’editto di Milano e il Concilio di Nicea.

Un paio di lezioni dopo, mentre l’Impero Romano d’Occidente andava giù, quelli proponevano “cotto e Stilicone”.

“Guarda! Stasera su Sky danno Camera con vista. Lo conosci?”.

A me, chiede se lo conosco.

A me, che prima me lo lessi dalle parole di Forster e dopo mi comprai la videocassetta.

A me, che poi partii per andare giù, al nord e me li portai entrambi dietro, libro e film.

A me, che quando mi veniva il magone per tutto quello che avevo lasciato e mi saliva in gola la malinconia della mia città andavo a letto e mi ci addormentavo.

C’ho dormito per cinque anni, con la signorina dal faccino tondo Lucy Honeychurch, con il bellissimo George Emilton e con quel coglione di Cecilio.

Le palpebre mi si facevano pesanti per il sonno ma io non mollavo e dicevo a me stessa mentalmente: ancora una sequenza, arrivo in piazza Santissima Annunziata e poi lo spengo.

Invece poi non lo spegnevo mai e l’alba mi coglieva con il sibilo frusciante della televisione rimasta accesa sullo zero.

In piazza Santissima Annunziata ci rivedevo me e il mio cane Nello a ciondolare sui gradini con il vento in faccia/ alzo le braccia/ pronto a ricevere il sole/ pronto a ricevere il sole. In quelle vie strette, storte e buìcce mi scorgevo e poi m’addormentavo, ma piangendo piano, e la mattina attorno agli occhi c’avevo le crosticine secche delle lacrime che non m’ero asciugata.

Chi cazzo me l’aveva fatto fare, di lasciare tutto e trasferirmi giù, al nord?

Poi a posteriori tutto riconquista un senso e la visione prospettica delle scelte esistenziali ce le fanno vedere per quello che sono state davvero: al bivio, aver preso un sentiero anziché un altro. Nient’altro.

Cosa sarebbe accaduto se fossi rimasta, se non fossi partita?

Firenze mi avrebbe sdegnata perché non avrei lavorato, la scuola statale sarebbe arrivata molto più tardi perché ai precari di allora toccava un iter più lungo e sfiancante, non avrei mai conosciuto gli alunni che ho avuto e che ho amato, non avrei mai incontrato Dora Miscoppiailcervello di Marsala, Maurizio Cespuglio di Mazara del Vallo, Laura Sensitiva di Barcellona, e il mio caro amico Giuseppe. Non sarei mai stata accolta nella comunità montana di Frasnadello e per me Anna, Vittoria, Daniela e Patrizia, che in un anno diventarono quattro sorelle, non sarebbero mai esistite.

Tra partire e non farne di nulla è sempre meglio andare e buttarsi nel gorgo della vita. Anche a costo di addormentarsi per cinque anni con le lenti appannate dai vapori di lacrime e di sospiri per le scene di un film girato nella città che ti manca così tanto da non farti dormire.

E poi riprodurre tutto quel vapore una sera di quindici anni più tardi, in una casa al quinto piano di Firenze, abbracciata ad un gatto e ad un uomo che allora non osavi neanche sognare perché ti sembravano un sogno troppo grosso per sperare di vederlo tradursi, un giorno, in realtà.

L’Antologia del biennio inaugura la sezione dedicata all’amore con la fiaba raccolta da Italo Calvino “La ragazza mela”, che narra di quel re e di quella regina assai depressi a causa di mancanza di eredi.

“Perché non posso fare figli, così come il melo fa le mele?” sospirava la regina.

Ora successe che alla regina, invece di nascere un figlio, nacque una mela. Una mela colorata come non se n’erano mai viste.

Il re la prese e la mise in un vassoio d’oro sul terrazzo.

Orbene, in faccia a questo re ce ne stava un altro, e quest’altro re, un giorno che stava affacciato alla finestra, vide sul terrazzo del re di fronte una bellissima ragazza bianca e rossa come una mela che si lavava cantando I feel good nananananà e si pettinava al sole.

Quando costei s’accorse che quel guardone la puntava con un rivoletto di saliva alla bocca, turbata si riscosse e rientrò nella sua mela.

Ma il re numero due ormai era fottuto: aveva raccattato una cotta clamorosa per la tipa e voleva a tutti i costi farla sua. Per questo attraversò la strada e andò a bussare ai suoi regali dirimpettai chiedendo alla regina di poter avere in dono da lei quella strafic… ehm, quella mela esposta sul davanzale del terrazzo.

“Non ci penso nemmeno -tagliò corto la regina- quella mela m’è costata bombardamenti ormonali e cure antisterilità, ho speso uno stonfo di quattrini e girovagato per tutte le cliniche del mondo: sarei una pazza se la regalassi a te”.

Poi invece, si sa come vanno queste cose, per non aver da litigare con il vicinato ella cedette e regalò al re numero due la figlia mela.

Egli era tutto un brodo di giuggiole e passava le giornate a contemplare la sua bella. Non la sfiorava nemmeno con un dito (il fesso) ma si accontentava di guardarla mentre lei si lavava le ascelle, si svuotava i condotti auricolari dalla marmellata, si smoccicava il naso dalle caccole e si pettinava quei capelli di seta.

Il caso però volle che questo re oltre che sfigato fosse anche bamboccione: viveva infatti ancora con sua madre, una matrigna stronza e invidiosa ma anche furba come una faina che non tardò a notare qualcosa d’insolito nel comportamento di suo figlio, ma me ne sarei accorta anch’io, perché quello stava ore e ore chiuso in camerina sua, sicché i casi erano due: o si ammazzava dalle seghe o (più probabilmente, visto che aveva passato da un bel po’ la fase onanistico-adolescenziale e andava per i trenta) nascondeva qualcosa di losco nella stanza.

Quando il re partì per la solita guerra che scoppia in tutte le fiabe, la regina cattiva si sfregò le mani pregustando l’incursione abusiva che di lì a  poco avrebbe fatto nella camera del figlio.

Solo che (oibò) non ci trovò nulla.

Se non (guardando bene) quella mela.

“Bah -pensò- ma se a tavola la frutta me la scaca sempre?!”.

Per cui, oltremodo insospettita, afferrò il coltellino a serramanico che portava in tasca e fece a pezzi il frutto, dal quale uscì immediatamente un fiume di sangue.

“Oddìo! -gridò la donna- Cosa ho combinato!”.

Eh, ciccia, cos’hai combinato. L’hai combinata grossa, lasciatelo dire. Ora quando torna il re te ne accorgi.

Ma il re alla guerra dormiva tra due guanciali, perché aveva lasciato le chiavi di camera sua a un servo fedele.

Il quale però, opportunamente drogato dalla stronza, s’era addormentato e aveva perso completamente i sensi.

Immaginarsi come ci rimase quando si riprese dal coma, andò in camera del suo padrone e trovò la mela fatta a fette e pronta per essere incastrata nell’impasto di una torta.

“Cazzo cazzo cazzo” era l’unica frase che riusciva a mettere insieme, facendo fare alla stessa parola da soggetto, da predicato verbale e da complemento oggetto senza stare lì a perdere tanto tempo con la consecutio temporum.

Poi si ricordò che (toh, che caso) aveva una zia fata. Specializzata (ri-toh, che caso) nell’incollamento di mele aperte in mille spicchi da matrigne stronze.

In un attimo la ragazza mela tornò intera, sana e intonsa. Semmai un po’ incerottata, ma meglio di nulla.

In quel mentre tornò il re dalla sua guerra.

“‘Scolta biondino -disse la ragazza mela, che non aveva mai spiccicato parola per tutta la fiaba- mi sarei un po’ rotta i coglioni di fare la mela e basta: che mi sposi te o mi accontento del tuo servo, che almeno lui una botta ogni tanto magari me la dà?”.

Il re capì che era il caso di quagliare, la afferrò alla vita, la coinvolse in un dinamico casché e le infilò venti centimetri di lingua in gola.

Chiaramente vissero felici e contenti, dopo un matrimonio da mille e una notte e dopo mille notti d’ispirazione sado-maso.

“Piaciuta, ragazzi?”.

“Mah, insomma profe… abbiamo letto di meglio”.

“Ma come! E’ proprio carina! Cosa non vi ha convinti?”.

“Le numerose incongruenze”.

“Ah sì? Tipo?”.

“Be’, difficile da credere che da una mela possa uscire una ragazza”.

“In effetti”.

“E che una ragazza possa rientrare in una mela”.

“Sì, forse”.

“E che in uno stesso paese ci siano due re”.

“Be’, infatti”.

“E che questi due re vivano proprio uno davanti all’altro”.

“Effettivamente”.

“E che la regina, dopo tutta la fatica fatta per avere una figlia, quantunque mela, accetti di darla via all’altro re”.

“Obiettivamente”.

“E che il re numero due non metta mai le mani addosso alla ragazza mela”.

“Eh, già”.

“E che la matrigna del re numero due viaggi con un coltellino in tasca”.

“Eh sì”.

“E che il servo abbia una zia fata specialista in mele affettate”.

“Ehehehe, questa in effetti è buona”.

“Insomma, questa fiaba non ci garba”.

“Bene, allora riscrivetela voi”.

“COSA?!”.

“Sì, riscrivetela voi: per la prossima volta in cui avremo Antologia”.

Nasce così la nota fiaba “Il ragazzo finocchio” dove si narra di un re e di una regina depressi perché non avevano un erede e di quando un giorno la regina partorì e dette ala luce un finocchio, un bel finocchio bianco e verde dalle foglie grasse e polpose, e di come il re di fronte affacciato alla finestra s’innamorò di lui vedendo che da quel finocchio usciva tutti i giorni un figaccione palestrato per fare due ore di pesi sul balcone, e di come però ci si mise di mezzo il servo eccetera eccetera.

Certi libri non invecchiano

12 dicembre 2009

Uscita di casa per raggiungere le Oblate e ascoltare Margherita Hack sul sistema solare ai confini dell’universo, ieri sera mi sono invece ritrovata al primo piano della Mel Books Store a stringere la mano a Enrico Brizzi e a parlare con lui davanti a un bicchier d’acqua nell’attesa che partisse l’intervista.

Veniva da Bologna a presentare l’ultima fatica: “La nostra guerra”, 632 pagine di storia vera e finzione letteraria ai tempi neri del fascismo.

Poiché mostrava un volto molto più maturo di quello divulgato dalla stampa ai tempi del suo esordio, gli ho detto “Sei cresciuto, eh!”.

Effettivamente siamo cresciuti tutti, da quel 1994 in cui Jack Frusciante uscì dal gruppo e Brizzi balzò in vetta alla classifica dei libri più venduti e letti dai giovani.

Era giovane lui, che non aveva neanche vent’anni, ed ero giovane anch’io, cazzo se ero giovane.

Quel libro mi commosse e travolse. Sussultai davanti all’uso anarchico della punteggiatura e allo pernacchia alle regole della sintassi. Brizzi osava. Brizzi scandalizzava. Brizzi mi divertiva da morire.

Lo feci leggere a molti miei studenti.

E, quando smisi perché mi era cominciato a sembrare un libro poco scolastico, vidi tante colleghe in assorbente esterno proporlo in lettura ai loro alunni.

Oggi Enrico Brizzi è a quota sette romanzi firmati da solo, una raccolta di racconti scritti a quattro mani, un’autobiografia non autorizzata del 1999, uno studio critico del 2006, tre racconti per scrittura e immagini e uno per bambini.

Oggi Enrico Brizzi è più stempiato, più vissuto, più magro e sposato con Cristina Gaspodini, che nomina nel corso della sua intervista e ringrazia in fondo al libro.

Oggi Enrico Brizzi cammina.

“Capite, ragazzi? Cammina a piedi!” spiegavo stamattina in classe ai miei studenti.

“Capirai! Perché, noi non camminiamo?” dicono loro insensibili e quasi strafottenti.

“Voi non capite: Brizzi è partito da Oxford ed è arrivato a Roma. A piedi”.

“Séééé, comenò”.

“E poi è partito da Roma ed è arrivato a Gerusalemme. Sempre a piedi”.

“Sìsì, certo”.

“E una volta ha attraversato l’Italia dal mar Tirreno all’Adriatico. Ancora una volta a piedi”.

“Ma certo, ci crediamo, profe…”.

Alle camminate dell’autore non hanno creduto, però il brano proposto dall’Antologia -tratto dall’archivio magnetico del vecchio Alex- li ha convinti come all’epoca convinse me.

“Prossimo libro in lettura per casa?”.

“Prossimo libro in lettura per casa!”.

Alla faccia di chi bistratta gli scrittori contemporanei e non accetta l’idea di una scrittura e di una letteratura in continua evoluzione.

“… Aidi?”

“Sì?”

“Domani, a scuola, quando ci vedremo, per favore, corrimi incontro. L’ho sperato tutti questi giorni e non è mai successo…”

“Accidenti, profe. Se qualcuno mi dicesse domani a scuola quando ci vedremo corrimi incontro, io impazzirei di gioia perché mi sembrerebbe una vera e propria frase d’amore” commenta sussurrando la ragazza in fondo a destra.

E infatti siamo in quella sezione che la nostra Antologia intitola “Noi e l’amore”.

Che (non lo dice anche quel film?) è una cosa meravigliosa.

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