Riassunto

31 gennaio 2010

Mi sono svegliata alle sei e quarantacinque come se dovessi andare a scuola.

Sono rimasta sotto le coperte per godermi ancora il caldo e dare un ordine ai pensieri che m’inzeppavano la testa.

Ho mosso la punta del piede sinistro perché il gatto mi sentisse e saltasse dalla cesta sul lettone per giocare insieme a me.

Tra agguati, fusa e baci con lo schiocco, il rumore è stato tale che l’uomo che mi dorme accanto, tra il sonno, ha biascicato o dormite o vi levate dalle palle.

Ci siamo levati dalle palle.

Mi sono fatta il caffè, mi sono fatta la doccia, mi sono fatta tre pagine mentre il gatto contemplava l’orizzonte spalmato e muto sulla scrivania.

Quando l’uomo che mi dorme accanto e che ci aveva detto o dormite o vi levate dalle palle si è alzato, ho chiuso tutto e mi sono vestita per uscire insieme.

Il gatto è rimasto in casa a chiedersi perché noi sì e lui no.

Perché noi siamo andati a Viareggio a mangiare il pesce più buono del mondo da Giorgio.

Da Giorgio ci andiamo solo per le occasioni eccezionali.

Da Giorgio ci andammo per la prima volta con il Samu e la Sarina.

Da Giorgio mi ritrovai sul piatto un anello col diamante.

Davanti a me sedeva un uomo che piangeva.

A me prese un attacco critico di riso e mancapoco mi faccio la pipì addosso.

A Viareggio oggi era freddo ma c’era tanto sole e non tirava il solito vento che porta via i capelli.

A Viareggio oggi è cominciato il Carnevale e anche gli adulti avevano la maschera e il costume.

Ho visto famiglie intere travestite.

Mamma tigre, babbo tigre e un tigrotto in passeggino.

Mamma orsa, babbo orso e un orsacchiotto per la mano.

Mamma burlamacca, babbo burlamacco e un burlamacchino con il cappello più grosso di lui.

Gruppi di giovani a tema.

Anziani disinvolti con la parrucca rasta in testa.

Clown disabili in carrozzina.

Ho camminato sulla passeggiata, ho attraversato la pineta, ho corso sulla spiaggia con le braccia a forma d’aeroplano.

Il mare d’inverno non è solo un film in bianco e nero visto alla tv.

Il mare d’inverno ti sequestra gli occhi e te li rende indietro solo quando li trascini via di lì.

Il mare d’inverno ti mette un sasso sul cuore e te lo fa pesare dieci volte di più.

Il mare d’inverno ti fa rivedere le scene di tutta la tua vita.

Un po’ ci ridi, un po’ ci piangi.

Ho preso la fotocamera e ho immortalato nuvole, onde, barche e lui.

Ho preso i tacchi degli stivali e ho fatto buchi sulla sabbia.

Ho preso un bastone e ho scritto un numero sul bagnasciuga.

Una canzone mi rimbombava nella testa.

Quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due.

E tu cosa fai stasera?

30 gennaio 2010

“Profe che bellezza: tra dieci minuti si esce e fino a lunedì non ci si rivede!”.

“Grazie ragazzi, in effetti è un piacere anche per me. Cosa fate questa sera?”.

“Noi andiamo al ristorante cinese e poi al cinema”.

“Noi  a una festa di compleanno”.

“Io a letto alle nove perché dalla partita torno distrutto”.

“Noi in pizzeria per la classica pomodoro, mozzarella, salsiccia e fagioli rifatti all’uccelletto”.

“Noi ci ritroviamo alla panchina dei giardini e poi vediamo”.

“E lei, profe?”.

Io uscirò verso le cinque, andrò in via Cavour e, nei locali della Galleria di Palazzo Medici Riccardi, visiterò L’essere alla moda, la mostra di abiti dal Medievo ai giorni nostri realizzati dagli studenti dell’Istituto per la Moda e l’Abbigliamento “Lucrezia Tornabuoni”, farò un salto in libreria a prendere un libro per me e un cd per lui, quindi m’incontrerò con la mia amica Claudia che non vedo da tempo e verso le otto prenderò un aperitivo al Rex in via Fiesolana. Forse cenerò fuori, o forse no. Di certo il dopocena lo dedicherò alla scrittura di un nuovo capitolo del mio libro.

Infatti eccomi qua, l’unica cogliona in casa mentre tutto il mondo è fuori.

C’è speranza

28 gennaio 2010

Che poi alla fine ieri sera l’aperitivo s’è fatto anche al Kitsch in piazza Beccaria. Un locale ibrido, dove children e babbioni danno l’impressione di poter condividere il medesimo spazio senza che nessuno si senta in imbarazzo per la presenza altrui. Non impazzisco per quel posto, non mi piace più (e comunque m’è piaciuto sempre poco) rimediare gomitate intercostali, sentirmi gente appiccicata che mi respira addosso, farmi il piattino di assaggi su cui hanno distribuito sputazzi, peli, forfora e capelli tutti quelli passati tra i vassoi prima di me.

Ma soprattutto sopporto sempre meno stare ad ascoltare giovanilistiche cazzate.

“L’anno scorso, quando dovevo scegliere a quale facoltà iscrivermi, ero in crisi nera”.

“Davvero? Perché?”.

“Perché non sapevo dove andare. Il fatto è che mi piaceva tutto e tutte le facoltà avevano aspetti che mi affascinavano profondamente. Non capisco questa gente che si iscrive a caso all’università, senza provare una vera curiosità per gli studi che si avvia a fare. Non capisco questi ragazzi che escono dalle superiori e non sanno coniugare un verbo. Non dico mica che uno debba essere scrittore, ma Dio mio!, coniugare un verbo! Io sono stata a lungo imbarazzata nella scelta: volevo fare Lettere per studiare la poesia, la linguistica, la storia, volevo fare Lingue per conoscere e comunicare, volevo fare Veterinaria per poi svolgere un lavoro che sono certa amerei, ma mi piaceva anche Giurisprudenza per tutto quello che implicava, Economia e Commercio perché mi sento predisposta. Alla fine ho scelto Medicina, per il desiderio di svolgere una professione in cui ci si dedica completamente al bene degli altri”.

Chi parlava avrà avuto vent’anni. Chi ascoltava, uguale. Un tavolo di quattro o cinque children.

Io e la mia amica, babbione al tavolino accanto, i padiglioni auricolari dilatati come paraboliche, la bocca allargata in un sorriso ebete, le lingue ferme per non perdere neanche una parola, s’è pensato che, finché nei locali dell’aperitivo avranno luogo conversazioni come questa, in Italia c’è speranza.

C’è stato un tempo in cui Virzì lo conoscevano solo a Livorno.

Poi ce n’è stato un altro in cui lo conoscevano in tutta la Toscana, perché di questa terra ruvida e diretta lui incarnava il paradigma.

Erano tempi in cui, se chiedevi a giro per l’Italia ma te, Ovo sodo, lo conosci?, la risposta che ti sentivi dare era no.

Virzì era di nicchia e i pochi che lo conoscevano ne andavano pazzi, perché nessuno come lui sapeva raccontare il puzzo del porto, la vita nei cortili in mezzo ai condomini popolari, com’è musicale quel dialetto strascicato, come patiscono gli adolescenti negli anni del liceo e com’è bello innamorarsi di brutto e trombare fitto fitto con chi si ama.

Uscito da poche settimane nelle sale cinematografiche d’Italia, La prima cosa bella piace a tutti in tutta Italia: se ne leggono ovunque recensioni osannanti, si parla di capolavoro di malinconia struggente e intelligente ironia.

“Bisogna andare assolutamente a vederlo e bisogna andarci insieme!” dico a Elena Quinta, la donna con cui mi sposerei se fossi omosessuale e di cui mi limito invece ad essere amica da quindici anni, cioè da quando lei si fidanzò con un mio amico e io ebbi la fausta ventura di conoscerla, poi loro si lasciarono ma insomma questo è un altro affare.

Elena Quinta è l’amica preziosa, perfetta per uscire la sera. Di fianco a lei, pur essendo in due è possibile sentirsi le quattro  di Sex and the City perché lei è un po’ Charlotte, un po’ Carrie, un po’ Miranda e pure un po’ Samantha anche se non sembra. Elena Quinta ha due figli ma non ha dimenticato che si può parlare anche d’altro e che la vita è vita anche oltre l’adorata prole.

Così inizio ad agitarmi quando vedo che s’avvicinano le sette e lo scrutinio della IIB m’inchioda ancora a scuola. Infilo la mano nella borsa e alla cieca digito sul cellulare F-O-R-S-E-N-O-N-C-E-L-A-F-A-C-C-I-O-P-E-R-A-P-E, dove A-P-E sta per aperitivo. Ché il programma era: 19 e 15 Caffè Sant’Ambrogio per sbevazzare e murare con qualche crostino, Cinema Astra per la proiezione delle 20 e 20.

Ma il Consiglio di Classe si scioglie in tempo, la strada è completamente sgombra, passo da casa per un rapido cambio, scendo per strada allo squillo convenzionale, salto nell’auto della mia amica e mi tuffo con lei nella città che ci spacca le mani per il freddo.

Che Virzì non è più di nicchia ce lo dice la coda che si allunga serpentina in piazza Beccaria e a noi fa parecchio piacere per lui, ma col cavolo che stiamo fuori a bubbolare nell’attesa di un posto magari in ultima fila in mezzo all’umano carnaio che (l’esperienza insegna) spesso al cinema bisbiglia, parlotta, sgranocchia e rumoreggia, quando addirittura non fa squillare il telefonino e (orrore) risponde.

E quindi?

E quindi si va in culo a tutti, si rimanda Virzì a data da individuare, s’imbocca Borgo la Croce e si va sempre dritto, vai lisce così per via di Pietrapiana, piazza de’ Ciompi, Borgo Albizzi, il Corso, via de’ Calzaioli, piazza della Repubblica. Si parla del nostro amico gay che ci fa sangue, del nostro ex rivisto dopo anni per caso all’Esselunga, della nostra vita sessuale, del libro che ci ha tenute sveglie in queste ultime notti, della Gelmini, di Tremonti e Berlusconi, delle buche sulle strade di Firenze, di come va il lavoro a scuola, di sai vado a vedere Travaglio a teatro, di guarda belle quelle scarpe domani vengo a comprarle, di quasi quasi mi faccio rossa anch’io.

Caffè (e dolcino) da Gilli, libreria Edison, miracolosamente semideserta, dove Maurizio, completamente libero, si mette a nostra totale disposizione.

“Vogliamo dei libri da cui straripino emozioni che ci travolgano tanto da non farci dormire”.

Torniamo a casa con La vita, non il mondo di Tiziano Scarpa, Nelle terre estreme di Jon Krakauer, Cecità di Josè Saramago, Bella gente d’Appennino di Giovanni Lindo Ferretti, Lezioni di nuoto di Lynne Hugo e Anna Tuttle Villegas.

E ora a letto, per una notte insonne di parole, respiri, colore e calore.

C’è post@ per me

26 gennaio 2010

Scrivono dopo un anno, scrivono da casa, scrivono collettivamente.

Raccontano cosa succede in classe, scendono nell’aneddotica, si soffermano sul particolare, narrano di vicende epiche pomeridiane.

Profe, Tizio e Caio giocavano insieme all’allenamento di calcio, Tizio ha tirato una pedata al pallone ma anziché il pallone ha beccato Caio, e lei dirà, va be’, ma Caio è agile, si sarà spostato, no? E invece no, profe: Caio è rimasto lì come un citrullo, ha preso in pieno il pedatone, s’è abboccato a terra e ora giace in ospedale con il radio che se ne va a giro per i fatti suoi.

Scrivono come parlano, scrivono come mangiano, scrivono senza dare retta alla sintassi e facendo pernacchie all’ortografia: annunciano che verranno a trovarmi nella scuola nuova appena ci sarà un occasione e non ci mettono l’apostrofo, anticipano che potrebbe essere un Martedì e me lo scrivono con la maiuscola, gli viene il lampo di genio e ipotizzano magari si fà forca, con l’accento.

In casi come questi bisognerebbe fare i duri, rimanere impassibili, mettere a tacere il sentimento e ordinare: finché non mi scriverete una mail priva di errori non osate presentarvi al mio cospetto.

E invece non aspetto altro che riabbracciarli e sbaciucchiarmeli ben bene stampandogli l’impronta del rossetto sulle gote lisce.

Subito dopo, corprirgli quei testoni di nocchini e dargli di asini, ciuchi e caproni.

Denti, ufo e gabbiani

25 gennaio 2010

Torno adesso da una più che capillare pulizia ai denti.

Laser, raspino, spatolina, uncino, bicarbonato, pasta bianca e insomma tutto il kit per fare del mio cavo orale un giardino fiorito e profumato come l’Eden.

La dottoressa è stata brava: ho perso poco sangue e poco tempo, in un’ora era tutto finito, mi sento come nuova.

Unico punto debole di questo nuovo status, le fessure interdentali che sensibilmente avverto con la punta della lingua e in cui mi viene spontaneo indugiare e baloccarmi perché mi sembrano dantesche “ruine”.

Il che è nulla, paragonato al disdicevole sputtazzamento involontario di saliva che mi vedo decollare dalla bocca mentre parlo: è tutto un simpatico svolazzo di gabbiani, merli, cicogne e unidentified flying objects che non riesco a gestire né coordinare.

Praticamente impossibile pronunciare (senza colpire e affondare) una frase banale come “SilenZio ragaZZi, smettete di fare i caZZoni e anZi fate attenZione alla SpiegaZione”, tra le più gettonate nel corso della giornata scolastica.

Saranno entusiasti i miei studenti, domattina.

Visto, preso e… steso

24 gennaio 2010

“Meooow… fffffh…”.

“Miao!”.

“Chi sei, tappo?”

“Sono Micino da Scansano! E voi chi siete?”

“Noi siamo i padroni di tutta la collina: ce l’hai il permesso per girellare, correre e pisciare su quest’erba?”

“Be’, questo giardino è mio e quella casa è del mio Amico e della mia Amica, i due umani che mi hanno adottato quando sono rimasto senza mamma”.

“Non è vero: questo giardino è nostro e in quella casa non c’è più di nessuno ormai da cinque mesi”.

“Ma che dite amici! Sembra di nessuno perché noi tre d’inverno abitiamo a Firenze e veniamo qua solo a primavera e in estate, ma vi dico che è mia, mia e della mia famiglia umana!”.

“Be’, a noi  non ce ne frega un cazzo, né di te, né della tua famiglia umana”.

“Perché dite così? La mia famiglia è simpaticissima: il mio Amico è un tipo originale, privo di capelli ma dotato di humor, la mia Amica è un po’ grulla, ma è buona e adora gli animali. Venite, vi porto a conoscerla, vedrete che vi darà una bella ciotola di pappa”.

“Non vogliamo la tua pappa: vogliamo il tuo giardino”.

“Be’, amici, il giardino mi dispiace, ma non ve lo posso dare. Però potrete venirmi a trovare ogni volta che vorrete e io vi ospiterò: correremo insieme sull’erbetta e ci arrampicheremo sulla grande mimosa”.

“Non siamo tuoi amici e non abbiamo bisogno di essere ospitati da nessuno perché qui è tutto nostro, dal più fine filo di erba all’ultimo tronco della tua fottutissima mimosa”.

“Ehi, ma perché siete così astiosi? Siete proprio sicuri che sia tutto tutto vostro?”.

“Tutto tutto”.

“Ma anch’io sono nato qui! Sapete, la mia mamma ci dava ancora il latte quando da un certo giorno in poi non è più tornata alla tana da me e i miei fratelli. Io sono uscito per primo allo scoperto perché c’avevo un buco nello stomaco che mi sembrava di svenire, sicché mi sono affacciato dai cespugli e non ci crederete! Proprio in quel preciso istante sono passati quei due, Amico e Amica. La macchina s’è inchiodata, loro sono scesi a corsa, mi hanno sollevato in alto, mi hanno avvolto in un asciugamano, mi hanno portato in questo giardino, in questa casa, e da allora non ci siamo più lasciati”.

“Uh, che storia lacrimosa… credi di muoverci a compassione?”.

“Niente affatto amici, vorrei solo farvi capire che la vita è tutta una sorpresa, che l’amore universale esiste, che gli umani sanno voler bene e che, sul modello della fratellanza e della sorellanza, anche noi dovremmo rendere reale l’animalanza”.

“Animalanza?! Ma di che diavolo vai blaterando, microbo?”.

“Sono microbo perché non ho ancora compiuto un anno: le mie due veterinarie mi hanno fatto virtualmente nascere il 2 giugno. E’ un giorno scelto per convenzione, a occhio, in onore della Festa della Repubblica”.

“Virtualmente?! Veterinarie?! Convenzione?! Repubblica?! Ma che lingua parli?! Di’ un po’, non è che fai il fighetto di città e cerchi d’intortarci con i paroloni?”.

“Mannò ragazzi, perché siete così sospettosi? Rilassatevi! Io sono un buono!”.

“Ah sì? E, senti un po’, Buono, non è che sei anche un po’ gatticciòla?”.

“Gatticciòla?! In che senso?”.

“Nel senso che profumi come un mughetto”.

“Oh… questo! Questo è il profumo della mia Amica: ambraliquida dell’erbolario. Siccome lei mi si strofina sempre addosso e mi copre di bacini, mi viene questo pelo profumato qua: vi piace?”.

“Ehi, ma per chi ci hai presi?!”.

“Non drizzate subito il pelo, tranquilli, dico così, per conoscere un po’ i vostri gusti, per parlare: per esempio, quale musica preferite?”.

“Musica?!”.

“E sulle pagine di quali giornali vi piace più addormentarvi?”.

“Giornali?!”.

“E su che tessuto vi fate meglio le unghie?”

“Tessuto?!”.

“E qual è la vostra pappa preferita, pollo, manzo o croccantini Prescription Diet linea i/d contro la formazione dei calcoli renali?”.

“Ci prendi in giro?”.

“Ma perché sospettate! Io voglio esservi amico! Così quando a primavera ricomincerò a venire qua più spesso, usciremo insieme. Andate in biblioteca?”.

“Biblioteca?!”.

“E in bicicletta dentro il pet-zainetto?”.

“Bicicletta?! Pet-zainetto?!”.

“Avete amici cani? Io per esempio ho legato molto con un certo Bach, una specie di bassotto nero a pelo ruvido. Certe risate!”.

“Amici cani?!”.

“Ma insomma, cosa fate dalla mattina alla sera?”.

L’hanno messo nel mezzo e gliel’hanno fatto vedere, cosa fanno loro dalla mattina alla sera: sorbottano ben bene i gattini urbani e civilizzati, acculturati ed educati, socievoli e raffinati come lui.

E lui, rientrato d’urgenza in città, ripreso possesso del suo appartamento panoramico, disteso sul divano in tela bianca, la testa sui quotidiani di stamani, la pancia sazia di Prescription Diet linea i/d contro la formazione dei calcoli renali, ancora non se n’è fatto una ragione e conserva sul muso un’aria incredula e attapirata.

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(nella foto: un provato Micino da Scansano)

Bada a come parli

22 gennaio 2010

“Profe, scusi: si dice ceto sociale?”.

“Certo che si dice”.

“E incremento demografico?”

“Naturalmente”.

“Scusi ancora profe: posso scrivere disparità economica?”.

“Puoi eccome. Vai tranquillo”.

Mentre rispondo allo studente attanagliato dal dubbio lessicale, noto uno dei compagni visibilmente spazientito e gli chiedo quale sia il suo problema.

“Nulla profe, mi dà noia che faccia tutto questo puzzo pe’ du’ parole. Ma che ‘un se lo ricorda che viene dalle Sieci?! Che bisogno gl’ha di fare i’ raffinato a questo modo?”.

Al che l’altro sobbalza, freme, si tinge di rosso e replica: “Se è per questo, te tu vieni da Dicomano (‘un so se rendo…), un paese che si chiama come un verbo (dico) e un sostantivo (mano), che ti sembra i’ nome pe’ un paese furbo?, voglio dire, dico e mano, non lo so, più imbecille di così…”.

Mancapoco vanno alle mani.

Dico.

Tu chiamale se vuoi

20 gennaio 2010

“O profe! Ma insomma! E’ in ritardo!”.

Sì, ero molto in ritardo.

La lezione al mattino, la parrucchiera all’ora di pranzo, la riunione nel primo pomeriggio, la tappa a casa da Micino per la dose di pappa e di liscini sulla groppa, sui gotini, nel frontino, sul pancino.

E, sul più bello, la voce della coscienza.

Non andare, dammi retta, resterai delusa, ti amareggerai, anche perché non ci saranno solo loro, ci saranno anche quelli che vorresti non dover mai rivedere, ma che ci vai a fare, magari li chiami, ti fai mettere da parte il libro, te lo fai spedire, ma non ci andare, è anche tardi, lascia perdere, non lo dici sempre pure tu, mai tornare indietro, mai rifare gli stessi passi, mai tornare a ripensarci.

Ma, sul più brutto, la voce di Fidanzato Belpelato.

Cosa?! Non ci vai?! Sei pazza? Preparati e corri in Regione, in quel libro ci sono anche i tuoi ragazzi e ci sei anche tu, ci sono le energie che ci spendesti, il tempo che ci dedicasti, le persone che ti aiutarono a realizzare quel lavoro, ci sono i tuoi ricordi e devi correre a difenderli, il coordinatore dell’incontro è il direttore del giornale su cui scrivi ogni settimana, i ragazzi saranno contenti di riabbracciarti, non deluderli, frégati degli altri, mettiti carina e vai in Regione!

Così ho preso l’autobus in corsa e nel tragitto ho ascoltato Glen Hansard e Marketa Irglova in When your mind’s made up che carica e pacifica con l’universo. Tra le buche e i sussulti mi dicevo che, sì, era giusto andarci e che se fossi rimasta delusa in qualche modo avrei incassato e avrei fatto tesoro anche di quello come di tutto quello che ho incassato in quella scuola dove l’amore più incondizionato si andò a scontrare col dolore più ruvido e amaro.

In piazza San Marco sono scesa perché Matteo Renzi ha chiuso al traffico la zona Duomo, e sugli stivali a tacchi alti mi sono fatta via Cavour, e al civico quattro ho rallentato, e ho varcato il portone, e il cuore mi si era spostato al centro dello stomaco, e magari non c’era nessuno, e magari c’erano tutti, e magari non era ancora il tempo per rivedersi, e magari non c’era tutta quella voglia di abbracciarsi, e magari erano tutti troppo cresciuti, e non si ricordavano più niente, e magari non volevano più che li sbaciucchiassi li sfottessi li guardassi e mi perdessi nei loro occhi giovani e puliti, e mi sarebbe preso male al cuore, e mi sarei pentita di essere ancora così sciocca alla mia età, e mi sarei rimproverata di non aver proprio imparato niente dalla vita, e sarei tornata a casa con un libro tra le mani che mi avrebbe ricordato un brutto giorno, e…

“O profe! Ma insomma! E’ in ritardo!”.

E invece tutto era rimasto come lo lasciammo.

Nati nel 1994

19 gennaio 2010

Si incontrarono una mattina di settembre di cinque anni fa.

Alcuni si vedevano per la prima volta, altri si conoscevano già da molto tempo.

Lei se li trovò davanti all’improvviso e sentì che l’avrebbero cambiata.

Trascorsero insieme ogni giorno dei tre anni successivi.

Impararono a convivere nella stessa stanza, discussero per le questioni più disparate, litigarono ferocemente, negoziarono trattati di pace, si fecero scherzi pesanti, si scrissero parole d’amore, memorizzarono tutto su Dante Alighieri e aderirono a un bel progetto sulla shoah.

Il loro lavoro divenne un filmato che partecipò a un concorso, che finì in una mostra e che adesso diventa un libro di storia.

Il libro verrà presentato questo pomeriggio alle ore 16, presso l’Auditorium della Regione Toscana, in via Cavour numero 4.

Loro si incontreranno di nuovo.

Alcuni hanno continuato a vedersi con regolarità.

Altri non si sono più sentiti da quella mattinata afosa e stanca di fine giugno di due anni fa.

Lei ha mantenuto contatti epistolari e telefonici e qualche volta in occasioni eccezionali ne ha incrociato qualcuno.

Non ha mai smesso di pensarli e di ammettere con se stessa che, sì, l’hanno cambiata per sempre, insegnandole un altro modo di fare scuola, un altro modo di innamorarsi degli alunni.

Sarà un pomeriggio di memoria.

E, per una volta, quella dei loro tre anni insieme avrà la precedenza su quella degli ebrei.

Si ricorderanno com’è stato bello essere stati scelti a casaccio dal Fato e pigiati insieme nella stessa classe.

Si ricorderanno che se il Destino avesse battuto vie diverse, la loro vita non sarebbe stata quella.

Si ricorderanno i pianti e le risa, i successi e le batoste, i profumi e i soprannomi.

Impavido, Bellicapelli, Melatiro, Errhemoscia, Mestruata, Ancoranò.

E la loro Profe, che li adorò.

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