Il primo lustro

28 febbraio 2010

Sono già passati cinque anni dal giorno in cui la morte ci strappò via Mario Luzi.

Firenze lo ricordava oggi sotto l’Arco di San Pierino.

Io lo ricordo con le sue stesse parole.

Ai vecchi

tutto è troppo.

Una lacrima nella fenditura

della roccia può vincere

la sete quando è così scarsa. Fine

e vigilia della fine chiedono

poco, parlano basso.

Ma noi, nel pieno dell’età,

nella fornace dei tempi, noi? Pensaci.

Noi, domani

26 febbraio 2010

L’Antologia del biennio è divisa in sezioni e ogni sezione ha per soggetto il pronome di prima persona plurale.

Noi.

Attaccato al noi c’è sempre qualcosa di diverso.

Noi e la società.

Noi e la lettura.

Noi e gli animali.

Noi e gli altri.

Coi primini stiamo uscendo da una full immersion in Noi e l’amore, parentesi passionale e romantica, tenera e libidinosa, che ha scioccato i maschi (al momento digiuni e  inesperti), fornito alle femmine (che nel loro piccolo hanno cominciato a navigare) le conferme di cui erano in cerca, e divertito moltissimo la sottoscritta.

Sono usa concludere ogni sezione con la proiezione di una pellicola a tema.

“Profe! Domani allora si guarda i’ filme!”

“Certo, domani sospensione del culturale, ci si dà al ricreativo.”

“E icché si guarda, icché si guarda, icché si guarda? Giù, la ce lo dica!”

“No: sorpresa.”

“Macché sorpresa, profe! Venga via, ci dia un’anticipazione!”

“No.”

“Via profe, la ‘un ci faccia patire!”

“Sorpresa.”

“Profe, le su’ sorprese le ci terrorizzano… la ‘un ci rifilerà miha una mattonaha di quelle che garban solo a lei?”

“Spero di no e credo che il film di domani vi piacerà, perché i protagonisti sono un ragazzo e una ragazza che condividono una grande passione e che s’innamorano.”

“Ma icché l’è, Tre metri sopr’i’ cielo?”

“No.”

Amore 14?”

“No.”

Scusa ma ti chiamo amore?”

“No.”

“Ma almeno la ci dica se va a finire bene!”

“Non dico niente.”

“Ma a letto insieme ci vanno o no?”

“Non anticipo nulla.”

“Ma si vede qualche scena forte di movimento tra le lenzuola o l’è tutto uno sdorcinìo?”

“Prima vedrete, e poi ne parleremo.”

“Perché, la ci fa fare la scheda di homprensione, dopo?”

“Non ci penso nemmeno.”

“Ah, menomale… te lo rihordi alle medie cheppalle con quelle schede di homprensione? Maremma…”

“Tranquilli, niente scheda: solo chiacchiere tra di noi.”

“Strabello! Insomma, che filme l’è, profe?”

E’ un meraviglioso film d’amore e musica, la passione che avvicina i due ragazzi.

I due si conoscono per strada e percorrono insieme un pezzo di vita.

Sono poveri ma hanno un talento prezioso.

Scommettono tutto sul loro sogno.

Il loro sogno si avvera.

Finisce male.

E non si baciano nemmeno in un fotogramma.

C’è ancora la coda per andare a vedere Virzì.

Parlando con Elena Quinta mentre si aspetta che tocchi a noi, mi torna in mente Woody Allen in coda al cinema con Diane Keaton, nella scena eterna e magistrale di lui che s’incazza perché dietro c’ha quel tipo che s’imporvvisa critico cinematografico stroncando Marshall McLuhan e allora lui chiama in diretta McLuhan ad intervenire e controbattere. Quanto ci risi.

Nello stomaco ci sciaguatta un mohito (a me) e una birra media (a lei): ci aggiungiamo un caffè e cerchiamo un posto tattico per gustarci finalmente il film di cui si parla di più in questo momento.

Buio.

Quando la luce in sala si riaccende, ho il corpo che si sente confuso perché l’ho sottoposto per due ore a un’azione contemporanea di riso e di pianto.

La frase che mi sale alla bocca mi riconduce ai tempi in cui vivevo in famiglia e la sera guardavo un filmone con la mamma, io e lei da sole, in cucina con la porta chiusa. Si preferiva stare scomode (sulla seggiola di legno e paglia lei, col culo sulla tavola e le gambe incrociate a buddha io) e usare la televisione piccola, pur di godere della privacy indispensabile per l’espletamento dei nostri istinti primari: il commento perpetuo delle scene e il pianto a dirotto sul finale. Poi, sullo scorrimento dei titoli di coda, ci si guardava languide e ci si diceva: “Come ci siamo divertite!”. Divertirsi era piangere. L’equazione era perfetta e sempre identica a se stessa: più si piangeva più s’era in grado di pronunciarsi favorevolmente a proposito di un film.

“Come ci siamo divertite!” dico guardando Elena Quinta col mascara mezza gota, lei capisce il linguaggio di mia madre e conferma che sì, s’è divertita moltissimo anche lei.

Avevo letto mille critiche positive e le mie aspettative erano alte: questo mi preoccupava, perché quando ti aspetti tanto e dappertutto ti arriva l’esortazione ad andare a vedere Virzì perché ha fatto un capolavoro, ci vai coi piedi di piombo e la paura più grossa che hai è tornare a casa con la bocca amara. Qualcuno mi aveva messo in guardia da una certa retorica, da una lieve sdolcinatezza che mi avrebbe potuto impedire di dare un voto alto.

Il mio voto è alto. Altissimo. Come a tutti gli altri film di questo uomo che è sensibile e intuitivo come solo le persone ruspanti e calate dentro il mondo sono in grado di essere. Io la retorica (da vomito e denuncia) la sento nella canzone del Principe e di Pupo. In Virzì semmai ci sento i sentimenti. Parecchi sentimenti. Ma quanta noia danno, quelli. Si fa prima a fare i cinici, a fare i disillusi, a spazientirsi se qualcuno fa mostra di averne e li impressiona su una pellicola da mettere in commercio, a dare (con idiozia e cecità) di “beautiful” a qualcosa che con l’americanata non ha nulla a che spartire. Si fa prima a fingersi sprezzanti e superiori.

A me quella mamma svampita e leggera, maldestra e ingombrante è piaciuta tanto, sia nelle vesti di Micaela Ramazzotti che (anzi, ancor di più) in quelle di Stefania Sandrelli.

Quando dice ai sui figli “Ovvìa bimbi belli, si fa una hantatina” c’ho rivisto mia madre, quando si alzava presto la mattina per mettere le lenzuola a prendere aria alla finestra e all’aria ci buttava anche la sua voce che cantava “la prima cosa bella che ho avuto dalla vita è il tuo sorriso giovane, sei tu”.

Un film che ti fa fare pace con tutto il tuo passato, errori compresi.

Amore amore amore

è quello che so dire

ma tu mi capirai.

Troppa grazia

24 febbraio 2010

L’ho scritta la settimana scorsa, la notizia di quella graziosa orientale entrata in quella classe tutta maschile dove insegno Storia.

Occhi di mandorla, pelle di porcellana, voce di angelo, modi di bambola erano bastati per ammansire le venti belve pisellomunite.

L’unica minaccia era costituita dalla collega che, al grido di “poverina! bisogna salvarla!”, si era immediatamente attivata per far trasferire la ragazza in un’altra classe, che già ospitava una presenza femminile.

Analogamente e con identico ardore mi ero attivata anch’io per difendere coi denti la permanenza tra di noi di quella “dea ex machina” perfetta per conferire una svolta radicale al gruppo in fatto di educazione e gentilezza.

Stamani sono entrata in classe temendo di aver perso la mia battaglia e pronta a rispolverare modi truci da caserma pur di creare un clima da lezione.

Come potevo immaginare di trovarmi davanti a un miracolo?

La ragazza dell’altra classe ha personalmente chiesto di trasferirsi da noi: adesso siamo (con me) tre donne contro venti ragazzi.

Ho annunciato alla compagine maschile che ora (non numericamente, ma intellettivamente) siamo pari.

Hanno riso gentilmente assumendo in volto l’espressione di chi pensa: “birbantella!”

Se fossimo stati soli, cullati dalle note di un coro da stadio m’avrebbero probabilmente mandata affanculo.

Tutta la verità

23 febbraio 2010

“Profe, ha corretto la verifica di Grammatica?”

“Veramente no.”

“Come! Ancora no?!”

“Davvero, ve lo giuro.”

“Ma profe! Sono tre settimane che l’abbiamo fatta!”

“Eh, lo so.”

“Be’? Non ha altre giustificazioni da addurre?”

“Cosa debbo dirvi?”

“La verità, profe. Ci dica la verità, come ripete a noi di dire sempre: la verità!”

Ancora non capisco perché la verità li abbia così turbati: a correggere venti verifiche di natura tecnica, monotona, ripetitiva, a zero apporto creativo, mi vengono due palle come due cani a cuccia.

Detestando la noia, temporeggio.

Inviata speciale

22 febbraio 2010

In quanto sangiovannese purosangue per genesi e mangiatrice pantagruelica per vocazione, ieri sono stata inviata al Primo Palio dello Stufato organizzato dal Comune che ha dato i natali a Masaccio.

Che non vi passi per la testa di chiamarlo spezzatino.

Una vaga e solo illusoria parentela accomuna le due pietanze. Entrambe prevedono la riduzione a pezzi grossolani di quarti di manzo nella parte cosiddetta del muscolo. Entrambe impongono una cottura lenta e prolungata tirata su a romaiolate di brodo.

Ma la somiglianza finisce qui.

E qui entrano in scena mille segreti, molteplici aromi, aneddoti fantasiosi, personaggi immortali e, soprattutto, lui: il Pratesi.

Nessuno può vantare una confidenza con lo stufato alla sangiovannese se non ha mai frequentato Giorgino Pratesi e non ha annusato almeno una volta la misteriosa miscela di spezie che lui (e solo lui) ha creato e spacciato per anni ai camerlenghi storici degli uffizi e a tutti coloro che decidevano di cimentarsi nel piatto più popolare e raffinato della cittadina un tempo possedimento fiorentino.

Solo il naso di un sangiovannese vero riconosce, confusa nella carne, la miscela paradisiaca, afrodisiaca e stupefacente insieme delle spezie del Pratesi.

Solo il palato di un sangiovannese originale, che non abbia incroci con alcun montevarchino nemmeno nelle generazioni più remote, è in grado di assaggiare otto tipi di stufato, individuare il migliore e contribuire a condurlo alla gloria di un concorso.

Io l’ho fatto.

E per i lettori della rivista enogastronomica “Gola Gioconda” narrerò l’evento, svelerò i retroscena e porterò i buongustai dietro le quinte nel prossimo numero del periodico.

Non prima di aver tentato di sturare l’apparato digerente con bicchierate di acqua e bicarbonato solvay.

stufato

picchi

ciotoline

Aria di festa

19 febbraio 2010

“Bisogna assolutamente andare! Io, te e Micino da Scansano!”

“Scordatelo.”

“Ti prego!”

“Non ci penso nemmeno.”

“Maddài, è a due passi da casa nostra: torni dall’ufficio, ci prepariamo al volo, buttiamo il gatto nel pet-zainetto e andiamo!”

“Non contare su di me.”

“Non puoi ringambare su un’iniziativa così bella!”

_._._._

Invece ha ringambato, sicché alla Festa del Gatto organizzata dal Comune di Fiesole ci siamo andati senza lui.

Nei nuovi locali comunali di piazza Mino, presentata da Marina Alberghini (Presidente dell’Accademia Gatti Magici), è stata inaugurata la mostra di artisti fiesolani “Gatti Matti”, un’esposizione che raccoglie una serie di opere ispirate al felino.

Parallelamente, si svolgeva la conferenza “L’Egitto dal cuore felino”, tenuta dalla dottoressa Maria Cristina Guidotti, direttrice del Museo Egizio di Firenze.

Nella Sala Consiliare del Comune, nel frattempo, aveva luogo l’inaugurazione della mostra “Feles, felis” di Maurizio Rossi, che raccoglie nove acrilici su tela e sette collage, realizzati intorno alla fine degli anni Ottanta e dedicati all’animale di casa più sfuggente e talora inquietante del nostro quotidiano.

_._._._

“Accidenti come ci siamo divertiti io e Micino!”

“…”

“Ti sei perso un appuntamento di arte, storia e cultura!”

“…”

“Abbiamo imparato un sacco di cose sui felini: lo sapevi che il 17 è il numero del gatto perché unisce l’1 e il 7, una vita per sette!”

“…”

“E lo sapevi che il mese del gatto è febbraio, quello in cui sono nata anch’io?”

“…”

“E lo sai perché?”

“…”

“Perché febbraio è nel segno dell’Acquario, segno zodiacale degli spiriti liberi, intuitivi ed anticonformisti!”

“…”

“Praticamente io e Micino siamo uguali!”

“…”

“E tu hai l’enorme fortuna di vivere insieme a tutti e due!”

“…”

_._._._

In situazioni come questa, è abitudine antica e consolidata di Fidanzato Belpelato tacere la sua invidia, mostrare un simulato disinteresse e non rispondere alle provocazioni.

Finché c’è vita

18 febbraio 2010

“Non è morto”.

“Davvero? Sicura?”.

“Certo. Ascolta: fa le fusa”.

“Le fusa?!”.

“Anche i pipistrelli fanno le fusa, esattamente come il tuo Micino killer. E, come lui, le fanno quando sono felici”.

“Ma questo è ferito a morte, straziato e con un’ala smangiucchiata!”.

“Sì, però avvolto da questo canovaccio e al riparo dentro questa scatola da scarpe si sente protetto ed è felice”.

“Si salverà?”.

“Non ti prometto niente, ma farò tutto il possibile. L’ala purtroppo è molto rovinata, ma gliela ricucirò”.

“E se l’intervento dovesse fallire?”.

“Lo darò a quell’amica di cui ti parlavo”.

Ieri, dopo l’aggressione perpetrata da Micino da Scansano ai danni di Strello il pipistrello, ho cercato un rimedio alla tragedia che mi si veniva consumando sotto gli occhi.

Un filo di passaparola mi ha condotta in un bosco venti chilometri fuori Firenze, dove vive una giovane veterinaria specializzata in SOS Pronto Intervento Pipistrelli. Costei li accoglie, li cura, li opera se necessario, li depone nella nursery (casette lignee tra gli alberi) e li rimette in sesto prima di donare loro la libertà del volo.

Quando sfortunatamente fallisce e il paziente resta mutilato, lo consegna a un’altra veterinaria sensibile alla specie animale più aborrita dagli umani, che lo adotta definitivamente e lo tiene a vivere con sé. In casa. Cioè, dentro casa. Pare che la bislacca dottoressa condivida l’abitazione con una decina di pipistrelli diversamente abili a cui un ingrato destino vieta per sempre di tornare a volare.

Micino da Scansano (attonito e incredulo per essersi visto sparire dagli artigli un magnifico passatempo da trasformare dopo qualche ora in cena) è tuttora in punizione a interrogare se stesso sull’insospettato errore commesso.

L’ho strappato all’efferatezza della natura, l’ho adottato nella forma e nella sostanza, l’ho ripulito, sfamato, civilizzato, educato, in qualche modo persino acculturato. Gi ho spalancato libri sul muso, attribuito pensieri e ragionamenti umani. Ho scorto in lui -quando si ritira in solinga meditazione sul terrazzo, quando contempla cogitabondo l’orizzonte, quando fin troppo evidentemente disserta sul destino animale- evidenti sebbene fugaci posture da filosofo.

Ma insomma.

Micino da Scansano è pur sempre rimasto un micino trovato a Scansano e io avrei dovuto ricordarlo.

In quanto micino, è un selvaggio dominato dagli istinti.

In quanto da Scansano, è un maremmano mànfano e ‘gnorante.

Io c’avevo fatto caso, che ultimamente m’era andato in fissa con quell’angolino di terrazzo: non appena aprivo il finestrone, staccava la corsa, si arrampicava sullo scaffale addossato alla parete in fondo, rivolgeva lo sguardo alla grondaia e s’ipnotizzava così, gli occhi fissi su un punto indefinito, verso il quale tante volte avevo tentato di tracciare una traiettoria immaginaria, l’aria assorta, che neanche lo sdondellamento dei croccantini sapevano distrarre.

Alla domanda “Si può sapere cosa guardi?” rispondeva con un “miao” che non era il solito miao, semmai più uno “gnao”, o un “miaow”, qualcosa di più gutturale, sinistro, cavernoso.

Lo credevamo innamorato della gatta del sesto piano.

Lo immaginavamo intenzionato a replicare il gesto dello shakespeariano Romeo al grido delle immortali parole “con le ali dell’amore ho superato il muro, perché tutto ciò che Amore può, Amore osa”.

Balzellava in realtà un cucciolo di pipistrello invisibile agli umani ma fin troppo percepito dalla sensibilità felina.

Ne ha atteso il volo per giorni. Per settimane.

Oggi lo strano incrocio tra uccello e topolino s’è lanciato nel vuoto.

Ad attenderlo ha trovato due zampe artigliate e una boccata di denti a punta.

Sfiorata e fuga

16 febbraio 2010

In una delle due classi esclusivamente maschili di quest’anno, c’è un nuovo arrivo.

Una studentessa.

Voglio dire: una ragazza.

Ribadisco: ragazz-A.

Sesso: assolutamente femminile.

Una cinesina deliziosa dalle estetiche sembianze di una bambola porcellanata, delicatissima ed eterea, gentile e languida, che è entrata in aula, si è seduta al primo banco e ha sorriso ai suoi sgraziati compagni.

Costoro, inebetiti da tale adolescente femminilità, sono rimasti basiti e hanno perso la favella.

Poteva essere la salvezza dell’intero corpo insegnante e invece no: una collega ci s’è messa di mezzo e nel nome di “poverina, cosa ci fa questa ragazzina in mezzo a tanti bufaloni, spostiamola nell’altra sezione dove c’è un’altra femmina”, ha gettato la classe nel panico e me nella disperazione.

Sto imbastendo una raccolta di firme.

Sarà nostra.