Lezione d’amore

15 febbraio 2010

Lui e lei sono in classe insieme.

Lui è innamorato perso di lei.

Lei è fidanzata con un altro da due anni.

Lui se ne sbatte amabilmente le palle e continua ad amarla, cercarla, approcciarla, corteggiarla.

Lei è dolce, accogliente, gentile, ma ferma nelle sue posizioni.

Lui non ha alcuna intenzione di demordere.

Lei gli sorride comprensiva, quasi materna.

Lui pensa: ma quale materna e materna, io ti amo!

Lei pensa: mi dispiace, non posso corrispondere.

Lui allora va in uno di quei negozi zuccherosi e cari asserpentati e compra un cuore di vellutino rosso e dimensioni colossali, tutto imbottito di robiccia morbida, quasi antistress.

Lei tutto si aspetterebbe, ma non questo.

Lui sabato 13 non fa niente perché festeggiare in anticipo una ricorrenza porta male. Domenica 14 non può fare niente perché la scuola è chiusa. Ma lunedì 15 agisce.

Lei, ignorando del tutto la sorpresa a cui va incontro, entra in classe leggera e spensierata: sul proprio banco trova un pacco regalo enorme chiuso da fiocchi colorati e sigillato da un biglietto che parla molto chiaro.

Lui simula di non essere fisicamente in classe e fischietta ai passeri sull’albero di fronte alla finestra.

Lei scarta incredula il pacco e si ritrova faccia a faccia con il cuore immenso, rosso, palpitante e antistress. Lo ciàncica ben bene, ci affonda dentro le dita delle mani, legge il biglietto e con lo sguardo cerca lui.

Lui fischietta ancora fingendosi mentalmente assente.

Lei sorride, persa in un misto di imbarazzo e incredulità, piacere e dispiacere, gioia e dolore.

Lui si congratula tacitamente con se stesso.

La classe assiste imbelle alla manifesta scena.

Entra la profe.

La compagna di banco di lei si alza e urla: “PROFE! GUARDI QUA!”.

La profe, certa che artefice del regalo sia il fidanzatino di costei, commenta con un sintetico “chemmeraviglia!”, poi torna a compilare il suo registro, intenzionata a interrogare in Narrativa e fare un culo tanto sui Promessi Sposi.

La classe s’intromette, svela il retroscena arcano e sputtana sia lui che lei. Più lui che lei, comunque.

La profe sussulta, s’accerta della dinamica dell’episodio, fa un po’ di luce sull’accaduto, quindi capisce, coglie i particolari, mette insieme i dettagli, fa uno più uno e grida rivolta verso lui: “DAVVERO TU AMI LEI?”.

Lui, serafico, filosofo, compassato, ammette: “Sì”.

La profe, lungi dal farsi i cazzi propri, rivolta questa volta lei, domanda: “E ANCHE TU AMI LUI?”.

Lei, onesta, trasparente, abbastanza sintetica, precisa: “No”.

La profe gira lo sguardo su di lui.

Lui stringe se stesso nelle spalle e stira gli angoli della bocca com’a dire: “Che ci posso fare: la vita è infame”.

La profe, invasata dalla notizia, turbata dall’esito fallimentare del corteggiamento di lui, ma ammirata dalla costanza e dall’intraprendenza da lui dimostrate, rizza l’applauso.

La classe si sbuccia le mani.

Lei sorride lieve, i tratti angelici sul volto di madonna.

Lui con la mano chiede il permesso d’eloquio e propone: “Senta profe, visto che stima così tanto il mio gesto d’amore non corrisposto, potrebbe almeno cancellarmi quel 2 che mi ha messo sul registro in seguito alle dichiarazioni scritte nel tema sull’insegnante ideale?”.

La profe dice che potrebbe.

E infatti lo fa.

Come a quei tempi

14 febbraio 2010

Sampdoria-Fiorentina ieri sera, e faccio un salto indietro nel tempo recente e nello spazio prossimo: gli ultimi sei anni e una casa piccola nel quartiere più bello di Firenze.

Vivevamo lì, fino al marzo scorso. Ci abbiamo vissuto fin dall’inizio della nostra convivenza. E accanto a noi viveva il vicino di casa che ogni coppia vorrebbe avere.

Siccome pigolava sempre bussando alla porta per chiederci qualcosa che gli mancava (il sale, il pane, il vino, lo zucchero, la farina, un limone, una sigaretta, una sedia per l’ospite inatteso), ispirati anche da sua nonna ch’egli svenava, l’avevamo soprannominato Pìgola.

Il Pìgola è venuto ieri sera a cena nella nostra nuova casa con una bottiglia di rosso sottobraccio e i suoi stivaletti ai piedi con la gomma consumata che ora zoccolettano sul marmo come un tempo zoccolettavano sul cotto.

Ha narrato i suoi progetti lavorativi, confidato le sue nuove ricette di cucina low-cost da tempo di crisi, sparato qualche battuta ma non più a sfondo erotico-sessuale come quelle a cui ci ha sottoposto per anni, incurante della presenza di una donna, io.

“Stai bene rossa!” ha detto. Poi seguendomi in cucina ha afferrato per il manico la teglia come un pollo dal collo: vi sfrigolavano patate, salvia e rosmarino e ha fatto saltare tutto ciò che c’era dentro, spicchio d’aglio compreso, su bello in aria come solo i cuochi veri sanno fare.

Sorbendo una cucchiaiata di quella zuppa di verdure miste che gli ho sempre rifilato ma che ha sempre detestato, ha detto “mal che vada, ci farà bene”. Ha azzannato cosci di pollo con lo stile di sempre e ha sbattuto il suo calice contro il nostro, guardandoci dritti negli occhi perché a chi non guarda gli altri durante il brindisi toccano non so quanti anni di astinenza sessuale e non sia mai.

Alle nove ritte, da un campo d’erba mezza verde e mezza gialla, hanno dato il fischio d’inizio.

“Bene, ora puoi ritirarti” hanno detto all’unisono lui e Fidanzato Belpelato, intendendo con quel puoi un addolcito devi.

Con Micino da Scansano mi sono chiusa nello studiolo e ho scritto un capitolo nuovo, sorridendo al ricordo di tutti i capitoli che scrissi quando la convivenza in quaranta metri quadri c’incollava, la televisione s’imponeva, la privacy non esisteva, ed io ero felice anche in quel modo.

Memento Supertramp

12 febbraio 2010

L’anno in cui io mi laureavo, lui moriva.

Era nato due anni dopo di me, nello stesso mese in cui sono nata io: questo.

Era inquieto, profondo, sensibile, ribelle.

Era sognatore e pazzo.

Conclusi gli studi con il massimo dei voti, mollò la sua famiglia, mandò a quel paese le regole sociali, girò tutti i suoi risparmi (24 mila dollaroni) in beneficenza, appiccò il fuoco alla sua vecchia automobile (una Datsun gialla B210 del 1982), si equipaggiò (poco e male: una sacca di riso, un fucilaccio, un libro sulle piante commestibili) per attraversare l’Ovest americano completamente solo e penetrare nel cuore dell’Alaska.

Si era messo in testa di vivere nelle terre selvagge.

Into the wild.

Lontano dalla civiltà incivile, dal consumismo logoro, dalla secchezza emotiva.

Si accampò all’interno di un vecchio autobus abbandonato in una radura, che soprannominò magic bus.

Ritrasse la sua immagine sorridente con l’autoscatto, abbracciato al cadavere degli animali che inizialmente riuscì a uccidere per cibarsi.

Ma si cibò anche di piante, commettendo un errore che gli fu fatale.

Fu ritrovato morto e in avanzato stato di decomposizione dentro il magic bus: pesava 30 chili e si era cambiato nome.

Aveva viaggiato a piedi e in autostop, aveva incontrato gente curiosa, aveva letto molto e scritto tutto quello che provava.

La sua storia è nel libro che mi accompagna al sonno in queste sere, scritta dal giornalista reporter Jon Krakauer.

Ed è anche nel film in cui Sean Penn ha dato una magistrale prova di regia e intuizione.

Quando uscì nelle sale cinematografiche, credendolo la solita storiella avventurosa girata tra cascate e foreste, non andai a vederlo.

Quando l’ho visto, nel buio pesto di una notte piovosa, due mesi fa, ho capito che la storia di Christopher McCandless, il ragazzo che scelse di chiamarsi Alexander Supertramp, è la storia della ricerca famelica del significato della vita a cui ogni giovane dovrebbe preoccuparsi di arrivare, perché la vita non sia vana.

Tra gli appunti ritrovati accanto al suo corpo:

Nella vita quello che conta non è essere forti, ma sentirsi forti. E sei vuoi qualcosa veramente datti da fare e prendila.

La fragilità del cristallo non è una debolezza, ma una raffinatezza.

L’essenza dello spirito dell’uomo sta nelle nuove esperienze.

Non voglio avere soldi. I soldi fanno diventare prudenti.

La carriera è un’invenzione del XX secolo.

Vivere, soltanto vivere, in quel momento, in quel luogo, senza mappe, senza orologio, senza niente. Montagne innevate, fiumi, cieli stellati. Solo io e la natura selvaggia.

Ma l’ultimo che scrisse era molto diverso:

La felicità è reale solo se viene condivisa.

Tutto il mondo in miniatura

11 febbraio 2010

Solo le porte sono a grandezza naturale.

Tutto il resto sembra essersi ritirato a causa di un lavaggio a programma sbagliato in lavatrice.

Tutto è ridotto, diminuito, minuscolo, lillipuziano. Tutto finisce in -ino: l’armadino, l’attaccapannino, lo scaffalino, la seggiolina, il tavolino.

Non c’ero stata mai, dentro un asilo nido.

Cammino in mezzo a fiorellini sbocciati con precocità, incontro gruppi di anatrine dirette chissà dove, vedo famiglie di alberini in lontananza e mi s’infrenano tra i capelli farfalline a sfumature.

Quando arriva lui, a me sembra il più bello di tutti i bambini dell’asilo, del paese, della provincia, della regione, della nazione, del continente e del mondo.

Mi sembra il più simpatico e il più spiritoso, quello con la voce più argentina, con lo sguardo più vigile, la bocca più da baci.

E mi sembra che nessuno come lui sia abile e veloce e fare i puzzle, che nessuno più di lui abbia capito il linguaggio universale dell’amore, che nessuno estragga fuori dalle narici caccole più artistiche di quelle che estrae lui.

“Quella di che colore è?”.

“Zalla”.

“E quella?”.

“Vedde”.

A me sembrano le caccole più stupefacenti di quel mondo in miniatura.

Ma dev’essere perché è lui, lui e non un altro.

Ti invitano a una trasmissione televisiva che inizia alle nove di sera e finisce due ore dopo. Due ore di diretta. Ci vai in auto con un tuo amicollega giornalista che fuma mentre guidi e spalanca il finestrino dando il benvenuto ai cinque gradi e facendoli accomodare nell’abitacolo. Nello studio stringi la mano al presentatore, sorridi alla sua assistente che ha le cosce lunghe due volte le tue e sogna di sposare il calciatore della sua vita, incroci lo sguardo di un regista di teatro, riconosci il comico con cui dividesti il palco quella volta al teatro Dante, ti piace l’attrice che reciterà con lui sabato e domenica al Puccini perché è immediata, non cerca la scena a tutti i costi, non s’atteggia, e ti piace anche il musicista che suonerà con loro, perché ha il senso del tempo, della parola e della sintonia con le persone.

Scopri quando parte la sigla che il tema di cui si parlerà è l’amore.

A diretta e serata finite, viaggiando per fare ritorno a casa tua, una strana frase ti si affaccia in testa. La leggesti per la prima volta tanto tempo fa, ma non ci avevi più pensato. Ci ripensi addormentandoti, mentre chi ti dorme accanto cerca i tuoi piedi per imprigionarli ai suoi.

L’amore

non

esiste

per

renderci

felici.

Io

credo

che

l’amore

esista

piuttosto

per

misurare

la

nostra

capacità

di

sopportare

il

dolore.

A quei tempi, l’amore

9 febbraio 2010

Co’ dolorosi discorsi, e con le andate e venute che si son riferite, quel giorno era passato; e cominciava a imbrunire.

- Buona notte, – disse tristamente Lucia a Renzo, il quale non sapeva risolversi d’andarsene.


“Profe scusi, ma Renzo dove va?”.

“Renzo va a casa sua, a dormire”.

“Ma già che è a casa di Lucia, non potrebbe rimanere a dormire lì da lei?”.

“Tu bestemmi senza rendertene conto”.

“Perché?!”.

“Perché a quei tempi l’amore obbediva a regole e dinamiche del tutto differenti da quelle di oggi. Non vedi che Renzo e Lucia si parlano dandosi del voi?”.

“Va be’, ma prima o poi combineranno pur qualcosa”.

“Non prima di sposarsi”.

“Vorrebbe dire che…”.

“Vorrei dire che”.

“Ma io profe non mi riferisco a grandi cavalcate sotto le lenzuola, dico almeno dei bacini”.

“Neanche quelli”.

“Ma allora come facevano a capire se si amavano davvero o no, senza combinare nulla?”.

E qui ci vorrebbe Manzoni.

Ma quello quando serve non c’è mai.

Le domande di comprensione e approfondimento sui Promessi sposi (diciamocelo, amici) sono una palla.

Ma io non ci rinuncio mai, perché credo nel loro valore didattico, sono convinta che costringano i ragazzi a rileggersi da soli, nel raccoglimento delle loro case e nel silenzio delle loro teste, i passi che mi premono di più, quelli che fanno di Manzoni -checché se ne dica- un autore attuale.

Così ogni anno, capitolo per capitolo, me le invento sempre nuove, queste domande, e lo faccio proprio lì, in diretta, a lezione; non uso mai quelle del libro, rigide e immutabili, prevedibili e noiose. Tasto il polso alla classe e vado d’inventiva, schiaccio il piede sulle preferenze e le diverse sensibilità, aggiusto il tiro a seconda di chi mi trovo davanti.

Nel capitolo quarto si erge la poderosa figura di padre Cristoforo. Manzoni ce ne racconta la storia intera, dall’infanzia ovattata alla giovinezza amara fino alla maturità macchiata d’omicidio. La spannung del capitolo è l’incontro con l’arrogante signor tale lungo la stradina stretta che impediva l’inconciarsi di più persone e imponeva invece il rispetto delle regole di precedenza.

- Fate luogo.

- Fate luogo voi, – rispose Lodovico. – La diritta è mia.

- Co’ vostri pari, è sempre mia.

- Sì, se l’arroganza de’ vostri pari fosse legge per i pari miei. I bravi dell’uno e dell’altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori animava sempre più il puntiglio de’ contendenti.

- Nel mezzo, vile meccanico; o ch’io t’insegno una volta come si tratta co’ gentiluomini.

- Voi mentite ch’io sia vile.

- Tu menti ch’io abbia mentito -. Questa risposta era di prammatica. – E, se tu fossi cavaliere, come son io, – aggiunse quel signore, – ti vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.

- E un buon pretesto per dispensarvi di sostener co’ fatti l’insolenza delle vostre parole.

- Gettate nel fango questo ribaldo, – disse il gentiluomo, voltandosi a’ suoi.

- Vediamo! – disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e mettendo mano alla spada.

- Temerario! – gridò l’altro, sfoderando la sua: – io spezzerò questa, quando sarà macchiata del tuo vil sangue.

“Riscrivi il dialogo di sfida intercorso tra Lodovico e il signor tale prima dello scontro fisico, ma calalo nell’attualità espressivo lessicale e nel moderno sentire”.

- Lè’ati di costì.

- Lè’ati te: la precedenza ce l’ho io.

- Co’ parenti che tu ti ritrovi, ce l’ho sempre io.

- Sì, se a’ miei parenti gl’importasse una sega di chi sono i tuoi.

- Fammi passare, morto di fame, sennò ti fo vedere che bocciòlo gli fo a quelli come te.

- Tu dici una cazzata dandomi di morto di fame.

- La cazzata tu la dici te. E se tu fossi al mi’ livello, te lo farei vedere io, co’ un cazzotto e co’ i’ giubbotto, come va trattata la gente che dice le bugie.

- Bella scusa: va’ ‘ìa pirulino, tu se’ tutto chiacchiere e distintivo.

- Pigliate di peso questo rincoglionito incosciente e buttatelo su quella merda di cane!

- T’hai a venire!

- Bischero! Prima t’infilzo e poi spezzo la spada pe’ non portammi a casa il tu’ sanguaccio sudicio e puzzone.

Manzoni, oltre che attuale, è anche incredibilmente duttile e allegro, e dai ragazzi si lascia fare tutto.

Due giorni a nord

7 febbraio 2010

In viaggio. In viaggio ascolto  In viaggio dei CSI. Viaggiano i viandanti viaggiano i perdenti / Viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti, viaggia Sua Santità/ Consumano la terra in percorsi obbligati i cani alla catena / Disposti a decollarsi per un passo inerte più in là/ Coprono spazi ottusi gli idoli/ Clonano miliziani dai ritmi cadenzati/ In sincrono. Non si capisce dove vadano a parare? Be’, chi se ne frega. La musica, come la poesia, non deve mica raccontare e farsi capire nell’immediato. Quando ha evocato, ha bell’e fatto il suo. In viaggio fotografo quello che vedo dal finestrino del treno che, freccia rossa e velocissima, mi trascina a nord. Dal finestrino, non vedo altro che neve. La foto è tutta bianca. Bianca come Bianca, la mia compagna di banco del liceo Bianca di Savoia Aosta. Bianca come Bianca, la bambina bionda e bella della mia amica bionda e bella. Bianca come l’epidermide del personaggio femminile di quel libro che mi sono portata dietro nel viaggio. Bianca come la pagina su cui scrivo. Bianca come certe terribili notizie che ti lasciano bianca di paura. Bianca come Milano ieri.

Milano. Milano ieri era un lenzuolo bianco, un lampada bianca, un gelato tutta panna, il mio Mac, una parete in orizzontale, un orizzonte senza fine, un impasto denso di nebbia, foschia, fumo e neve. A Milano il sole è un cerchietto nel cielo, un anello lanciato in alto che non è più sceso, un bersaglio piccolo, una meta che non si lascia conquistare.  A Milano mi devo incontrare con il Gavi. Il Gavi è un amico più che caro. Col Gavi facemmo un pezzo di strada insieme e vidi dove viveva e come, dormii dentro il suo letto, mangiai il suo stesso cibo e parlai la sua lingua per una porzione di anno, tanti anni fa. Ora il Gavi vive lontano, occhi a mandorla e anelito d’Occidente, e un po’ è felice e un poco no, non ci vediamo più ma ci scriviamo sempre, la scrittura ci fece avvicinare, con la scrittura rimaniamo vicini. A Milano il treno si ferma, io scendo e coi miei capelli rossi sporco il bianco del contorno per andare incontro a lui che mi aspetta in fondo al binario.

Dove sei? “Dove sei?”. “Sono a casa, davanti al computer”. Il Gavi non aveva capito che l’appuntamento al binario era per oggi, non per domani. Per farsi perdonare, resta al telefono con me per tutto il tempo che avremmo dovuto spendere insieme davanti a una tazza di caffè a spalancare una valigia di parole. Un’ora e mezzo, e mi si scarica la batteria del cellulare.

Per Brescia. Sopra il treno per Brescia incontro una signora. Mi siede vicina e mi guarda come si guarda una figlia. Approfitto dei momenti in cui non mi guarda lei, per guardarla io. I guanti di pelle alle mani, il giaccone imbottito con la pelliccia al collo, il cappello caldo in testa, i capelli fatti di fresco per un’occasione. L’occasione è andare a far visita a sua figlia, che viene dal sud profondo ma vive a Brescia. E mi ricorda la mia mamma, questa signora, quando prese il treno e venne a trovarmi a Bergamo insieme al cane Nello. Viaggiarono vicini, un sedile lei e uno lui, e alla stazione c’ero io ad aspettarli per portarli nella mia casa da emigrante arredata però come una che ha messo radici. Mi faccio trentacinque minuti di viaggio sprofondata nella memoria di dieci anni fa, il treno taglia in due la bergamasca, una lunga analessi la mia mente. Com’ero giovane, com’ero fragile, e come sono stata forte, come ho fatto tesoro di tutto quello che ho vissuto in quegli anni. Ho immagazzinato tutto e mi porto sempre tutto dietro come una lumaca la sua casa.

Bergamo in corsa. Mi accorgo che attraversiamo Bergamo dalle cascine che vedo e mi ricordo di quella vicina a Bagnatica dove mi portavano spesso a cenare tra tavoloni e panche tutti insieme tra polenta e casoncelli. Mi torna in mente il portinaio argentino Daniel, la vecchia che mi affittò il bilocale in via Baracca, la sua badante spagnola che credeva nella reincarnazione, lo stadio da cui sentivo i gol, la strada che spaccava le montagne, gli uomini di cui non volli innamorarmi, le amiche che diventarono sorelle. Mi cascano lacrime lungo le guance ma do la colpa alla velocità del treno anche se i finestrini sono tutti chiusi e l’aria è immobile e calda.

Brescia e non me n’ero accorta. Stazioncina minimale, alberi a chioma quadrata, massaggi orientali, macellerie arabe, Brescia nebbiosa, Brescia multietnica, coppie miste che camminano abbracciate, giovani deportati nei centri commerciali, e una manifestazione contro il razzismo. Costeggio i binari dall’esterno, in tutto quel grigio sono grigia anch’io ma ho capelli rossi a fare da faro, tacchi larghi per rumoreggiare e farmi sentire che arrivo, taglio il centro in mezzo con un cappello in testa, sogno di sfilarmi gli stivali, fare la pipì, gettarmi acqua sopra il volto, telefonare a mio fratello, cambiarmi d’abito e andare a vedere cosa sta per accadere.

A pranzo col collare. Intanto accade che un prete mi viene a prelevare dall’hotel di lusso in cui risiedo e mi porta a pranzo fuori. Lo guardo e mi fa tenerezza. E’ giovane e voglio sapere la sua storia. Mi dice che l’amore per l’umanità è arrivato ancora prima di quello per Dio. Mi sta simpatico questo prete, ha gli occhi chiari pieni di speranza, ha tutta la fiducia che io ho smarrito in parte e decido che posso raccontargli il mio passato. Il mio passato è un gruppo di amici in salvo dentro le mura di uno spazio incantato lungo una strada abbastanza trafficata, un’oasi senza disturbo, un campo da calcio, due campi da basket, una sala per le riunioni, una cappella fatta in casa, una piccionaia per le prove del gruppo musicale. Il mio passato sono baci con la lingua sotto il melagrano e preghiere in cui credevo, Guccini e De Gregori, Finardi e De André, l’amicizia e l’impegno, la ribellione e la rabbia. Il mio passato è stato tanto bello ed è tornato a galla in ogni presente. E’ grazie al mio passato se tento di essere la professoressa che vorrei essere, se sono la persona che spero di non deludere, se ho la vita che mi sono costruita. Mescolo il racconto ai bocconi di tagliata che mangio per fare incetta di energia e reggere la conferenza che devo tenere di lì a poco.

Di lì a poco. Siedo al tavolone della Biblioteca dell’Università, parlo con un microfono davanti alla bocca, cerco gli occhi di chi mi presta orecchio, mi guardo intorno, leggo dal mio primo libro, leggo dal mio secondo libro, parlo del libro che sto per finire. Mi siede accanto una ragazza con la frangia corta e il viso dispettoso, la lingua lunga e l’animo gentile, la camicia come David Bowie e il borsone per il corso di taglio e cucito. Beve the allo zenzero e prepara da sola omogeneizzati per una bambina che sorride ininterrottamente da cinque mesi a questa parte. Scrive su BresciaOggi, scrive su Grazia, scrive sul blog, scrive sui libri. E quando l’incontro finisce, mi porta a camminare sull’acciottolato di quella città nera di neri e buia di buio, dove Desiderio lasciò la sua corona ed Ermengarda si lasciò morire per amore.

La delegazione bergamasca. Sono stanca, sono distrutta, sono affamata e sono morta. Ma la delegazione bergamasca non sente storie: salta in macchina e si fa un’ora di strada. Sono sei anni che non ci vediamo. L’ultima volta fu una Pasqua che io decisi di passare non con lui, bensì con lei: la delegazione bergamasca. M’inabisso a pianterreno dal mio settimo piano e la intravedo nella hall dell’hotel. E’ una foto sbiadita, uno tsunami di sensazioni rimosse, sono pizze fatte in casa e cene condivise, nottate a ridere e pomeriggi a sorseggiare caffè caldo, generosità senza misure e amore gratis. Tutto il passato me lo sento addosso in una volta e non so se ridere come a quei tempi o mettermi a piangere. Piango. Mi libero dalle tossine dell’emozione, piango e stringo corpi cambiati, piango e mentre mi sento stringere m’accorgo di non essere più quella. Ma poi mi dico che è meglio se ci rido su e così la delegazione bergamasca me la porto nella camera al settimo piano. Ci leviamo le scarpe e incrociamo le gambe sopra a un letto che sembra a quattro piazze, accostiamo il tavolino, svuotiamo il frigo bar, ci raccontiamo tutti i segreti e ci diciamo ti voglio bene, che fa tanto bene. E’ notte quando la nostra notte finisce e la delegazione bergamasca riparte per tornare in quella città a due piani, che per cinque anni fu anche mia.

Commiato. Resterebbe da scrivere di cosa si prova a svegliarsi la domenica mattina a Brescia senza nessuno che ci dorme accanto e c’imprigiona i piedi con i piedi, di com’è facile ascoltare il proprio cuore quando si sta due giorni da soli con se stessi, di come ci vogliono ogni tanto queste trasferte e queste immersioni nel pensiero, di quante pagine si possono scrivere anche a mano, di come nulla sia più importante del sentirsi al mondo e guardare il mondo in prospettiva. Di come sia inospitale la stazione di Milano coi lavori in corso, di come sia misteriosa la mescolanza obbligatoria a cui ci costringe il treno, di come sia difficile pisciare in equilibrio a cavallo di una Freccia Rossa.

Magari un’altra volta.



Un altro post

5 febbraio 2010

Insomma no, si diceva il Renzi.

Ora non me la ricordo, la percentuale precisa con la quale è diventato nostro sindaco a Firenze: cinquantanove e rotti, ma i rotti mi sfuggono in questo momento. Mi ricordo invece il giorno, perché faceva caldo e a me le palle avevano ripreso a girare con moto rettilineo, uniforme e vorticoso perché se c’è una cosa che odio è avere l’ascella pezzata, così poco femmina, così tanto scaricatrice portuale.

Era il 22 di giugno.

Renzi c’è chi lo applaude e c’è chi lo detesta.

Chi lo chiama Matteo Renzi e chi lo chiama Silvio Renzi.

Chi dice che finora ha lavorato bene e chi sostiene che è tutto chiacchiere e distintivo.

A me questo sindaco piace molto più di quello prima; al candidato con cui è andato al ballottaggio non oso neanche paragonarlo.

E’ giovane, è colto, sa parlare, è un po’ ruspante e un po’ elegante.

Cinque motivi, così, per cominciare, però mica da poco, perché io sinceramente al pensiero di avere un gallo ignorante come primo cittadino a rappresentarmi in Italia e in tutto il mondo mi sentivo male.

Mi sembra che questo invece si faccia vedere, stia a giro, incontri i cittadini, si faccia tirare la giacchetta, si faccia criticare, chieda pareri, si metta in discussione.

E mi pare che in quello che fa ci metta il nome, il cognome, la faccia, la pancetta e pure la lisca.

La squadra con cui lavorare se l’è scelta di persona.

Gli accrocchi e gli accordicchi mi sembra che non facciano parte della politica che intende fare.

Ha detto fermi! a certi lavori incommentabili voluti e cominciati dall’amministrazione precedente.

Ha eliminato gli ausiliari della sosta, aperto gratis una volta al mese il Palazzo Vecchio ai cittadini, semplificato la ztl, acquisito la Fortezza da Basso come sede espositiva del Demanio Pubblico; ha interrato la stazione tav sotto quella di Santa Maria Novella, ha abolito le ganasce fermandosi alla multa per chi dimentica l’auto nella strada da lavare, ha pedonalizzato il Duomo.

Lo riscrivo: ha pedonalizzato il Duomo.

Ma il Duomo pedonalizzato, dico, l’avete visto o no?

Tutti i martedì visita una scuola differente e sta una mattinata coi bambini e coi ragazzi. Butta via.

Senza esaltate illusioni, io lo sto a guardare.

Però mi piace che sia del ’75, che si sia laureato nel ’99, che abbia sposato una professoressa; mi fa sperare che la politica finalmente si svecchi e mandi in pensione quei babbioni che stanno ad ammuffire sulle poltrone ad aspettare di raggiungere la quota massima per andarci. Mi fa credere che un’altra Firenze si possa ancora costruire, una Firenze con le piazze piene di panchine su cui appoggiare il culo per mettersi a cianare col vicino sconosciuto, una Firenze dall’estate generosa d’eventi, una Firenze fausta agli artisti, aperta ai cambiamenti, diversa, innovativa, libera, accogliente, Firenze come Berlino, Firenze com’era.

L’altra sera è comparso alla libreria Brac mentre Riccardo Goretti leggeva le sue pagine. Jeans, polacchine marroni, camicia a righe bianche e celesti, giacchettina blu. Come faceva a non stiantare di freddo? S’è fermato sulla porta, s’è appoggiato allo stipite e ha aspettato, ascoltando.

Il Renzi c’ha questa facciotta da educatore dell’Agesci. Guarda nel vuoto e sembra un po’ intontito. E’ alto e la ciccia non gli manca, anche se alla tele sembra più grasso. Dal vivo ti viene da pensare che da quando è sindaco è insecchito. Non ha l’aria alla guardacomesonofascinosoìo che c’aveva Domenici; meglio così. E bisogna che lo scriva: sembra un po’ imbranato.

Poi però improvvisamente tocca a lui, si ritrova il microfono tra le mani e allora, addio.

Parla come un treno, parla sciolto, parla bene.

A me quelli che parlano bene piacciono. Analogamente, non riesco a digerire quelli che non sanno usare il congiuntivo e che col pronome relativo c’hanno leticato da piccini.

Renzi lo ascolti bene perché non è noioso e perché alterna il registro comico a quello tragico, dantescamente parlando. Intervalla la battuta alla riflessione, ti confida un segreto, dichiara che la canzone del suo cuore è One degli U2 ma che il primo vinile che ha comprato da ragazzo è stato la Lambada, ti racconta una ciana, schiaffa là una citazione colta, parla fiorentino con strascico rignanese e se vuole pronuncia benissimo la cì.

Alla Brac era uno di noi, un giovane e un vecchio, un babbo e un amico, un sindaco e un cittadino.

Io resterò a guardarlo.

Perché se c’è una cosa che detesto è chi giudica a priori, chi decide in partenza che non si fiderà, chi critica perché criticare fa più figo che provare a crederci, chi è troppo di sinistra per considerare chi non ha battuto la sua stessa strada.

I liked it

4 febbraio 2010

La verità?

La verità è che non ci volevo andare.

M’era montata addosso un’uggiolina sonnolenta, una fame nervosa, un nervosismo affamato.

Poi questo tipo qua che vive insieme a me certo non aiutava.

“Te la prendi se non vengo?”.

“E perché vorresti non venire?”.

“Mh, così”.

Mh così= Inter Fiorentina a casa del Pìgola.

“Me la prendo”.

Così è venuto.

“Però prima andiamo a mangiare qualcosina di scfizioso” negozia.

“Va bene” acconsento.

“E paghi te” ci prova.

“Non va bene” ci provo anch’io.

Vinco io.

Lascia un trentino dal vinaino in via de’ Neri, per dodici crostini, due polpette agliate e un paio di calici, rossi, caldi e incoraggianti.

Alla libreria Brac c’è l’organizzatore dell’evento, il presentatore del reading in cui sono coinvolta, i due scrittori che leggeranno insieme a me, musicisti vari e bravi, gente che mangia pastasciutta, qualcuno che sbevazza, un vecchino straordinario che aspetta fiducioso e gobbo, il cameriere con un cappello di lana nera delle dimensioni di un turbante indiano che schizza avanti e indietro come un lemure in allarme.

E ci sono due mie colleghe buffe e ridanciane.

“Se entro cinque minuti tu non fossi arrivata, ci si sarebbe levate dai tre passi” dicono, dichiarandosi un po’ imbarazzate dall’alto tasso di ggiòvani presenti.

In un attimo sale l’ansia anche a me.

Non c’avevo fatto caso, a tutti questi ggiòvani.

Un po’ perché l’anagrafe non è mai stata un mio problema, un po’ perché non ho gli occhiali e tra noi e loro non è che notassi tutto quel baratro psico-fisico, un po’ perché sul giornale c’era scritto che tre giovani scrittori avrebbero letto passi dai loro libri e uno di quei tre giovani… ero io (risate).

Mi sale l’ansia, si diceva.

Ero famosa, qualche annetto fa, per la maestria con cui riuscivo a tirarmi fuori da situazioni che non mi sconfifferavano. I miei amici, che mi avevano osservata cimentarmi nella raffinata performance svariate volte, riassumevano la mia strategia  in una simpatica espressione abbastanza sincopata: vortar’iccùlo e leàssida’oglioni (per i lettori stranieri: girare il deretano e puntare a lidi migliori). E lo facevo a una velocità tale, che il mio commiato assomigliava a una scomparsa in stile Majorana. All’inizio si mettevano a cercarmi. Poi capirono, e smisero di farlo, rispettando le mie scelte.

Ma ieri sera il presentatore cosa poteva saperne?

“Landi! Dove cazzo sei finita!” mi ha sibilato infatti al cellulare.

Io, abbandonata dal mio uomo per ventidue uomini (ventitré col Pìgola) che egli evidentemente preferisce a me, con la scusa di cercare uno sportello bancomat avevo optato per l’atto di vortariccùlo eccetera.

“Guarda che tra cinque minuti si comincia!”.

Quattro minuti dopo avevo un microfono davanti e un pubblico tacito di fronte che non so quantizzare, saranno stati centocinquant’occhi. Pigiati e umidi per il ributtarsi addosso l’acquolina inglobata sulla strada, cercavano di riscaldarsi con bicchieri di vino, suono di parole e alitate come già il bue e l’asinello.

Avevo scelto Boccaccio.

Perché era uomo, perché parlava alle e delle donne, perché aveva vivido il senso dell’umorismo e perchè gli garbava parecchio fare l’amore.

Ma più che altro perché visse con un’aspirazione dentro al cuore, un sogno grande, immenso, sfacciato e corposo, contro cui quel rimbecillito del suo babbo ebbe sempre da ridire: lo voleva uomo di banca, quando Giovanni non si vedeva altro che uomo di lettere.

Mi piace, la vita di Boccaccio. E ieri sera l’ho letta a tutti quelli che stavano a sentirmi.

Mi sono piaciuti, gli applausi che ho sentito a fine lettura. E ho detto grazie.

Poi è arrivato Matteo Renzi. E in quell’ora e mezzo di chiacchiera informale m’è piaciuto pure lui.

Ma questo è un altro post.