Se saremo ancora insieme

31 marzo 2010

“Il prossimo anno, se otterrò il trasferimento in questa scuola, scriveremo una lettera al preside affinché ci faccia rimanere ancora insieme…”

“Bono profe!”

“… una petizione vera e propria perché non ci dia solo due ore a settimana di Storia, ma anche tre ore di Italiano, così che in cinque ore si possa fare un lavoro completo e parallelo…”

“Valido profe!”

“… organizzeremo lezioni interessanti e attività curiose e originali per mezzo delle quali le due materie possano sposarsi al meglio e voi possiate avere una visione d’insieme…”

“Perfetto profe!”

“… e poi, sulla base del programma pianificato insieme, ad aprile ci spareremo una bella gita di cinque giorni, tutti soli, solo io, voi e una collega simpatica come quella che ci ha accompagnato nel tour mediceo mercoledì scorso!”

“Grande profe!!!”

Di fronte a tanto entusiasmo anche il più insensibile degli dei dovrebbe impegnarsi a compiere il miracolo.

Ho udito una mamma

30 marzo 2010

Secondo giorno di ricevimento plenario delle famiglie.

No, uno solo non bastava.

Mi si fa incontro una donna. Incede a passo sicuro. Sorride prima con gli occhi, poi con la bocca. Stende il braccio e mi porge la mano, con la quale afferra e stringe la mia.

Mi si siede di fronte.

Chiede notizie di suo figlio.

Suo figlio in classe si distrae e a casa non studia.

Cerco le parole giuste per comunicarle il mio stringato resoconto.

Nel cercarle, titubo un po’, temporeggio, tergiverso.

Nel frattempo biascico, distendo la bocca in orizzontale e creo due fessure laterali da cui lascio passare aria all’indietro, dall’esterno verso il cavo orale, aspirando piano.

Il linguaggio adottato dal mio corpo palesa il lieve imbarazzo che provo per la consapevolezza di procurare una delusione a questa mamma.

“Mi dica, professoressa…”

“Be’… ecco…”

“… come va il mio ragazzaccio?”

“Sì… infatti… ecco… vede…”

“Ah, ho bell’e capito: l’è maiala!”

“?!”

“Sìsì, ho capito: quest’anno son cazz’amari.”

Per un momento ho creduto di piangere come il babbo di ieri.

Ma di disperazione.

Ho visto un babbo

29 marzo 2010

Nel Codice Morale del Docente d’Italiano primeggia il Comandamento “non far leggere ad anima viva i temi le riflessioni e gli elaborati scritti dagli alunni, che devono essere protetti dagli occhi indiscreti dei colleghi a scuola e dei familiari a casa”.

Mi attengo sempre scrupolosamente alla regola, per il rispetto della quale non esito ad entrare in aperto conflitto col Belpelato, sorpreso talvolta a ciacciare tra le segrete carte scolastiche in cerca di romantici amarcord adolescenziali.

Ci sono dei casi, tuttavia, in cui cantare come un usignolo si fa palesemente necessario.

Casi come quello di oggi.

Ricevimento plenario delle famiglie. La scuola presa d’assalto. Le finestre spalancate. Le aule luminose e profumate di primavera. Il poggio a ridosso dell’istituto ridotto a tappeto di margherite e piscialletto. Mamme garrule. Babbi pazienti.

Tra i babbi, quel babbo.

Il primo che conobbi a settembre, che si candidò come rappresentante, e che fu eletto.

Il babbo dall’aspetto più signorile ed elegante, così serio da essere scambiato per musone, così gentile da sembrare fuori dal tempo.

Il babbo di cui lei parla spesso, che nomina a lezione se la lezione è un brano dall’antologia sulla famiglia, che analizza e su cui ironizza se l’articolo del Quotidiano In Classe mette a confronto i babbi di ieri con quelli di oggi.

Nel compito che chiedeva di assegnare un colore agli aspetti più significativi della vita, lei ha scritto: “Il babbo è tutto; tutti i colori del mondo li associo a lui. Il babbo è rosso perché lo amo. Il babbo è giallo perché trascorrere tempo con lui mi mette allegria. E’ lilla perché mi trasmette affetto. E’ nero perché mi fa arrabbiare da morire. Ed è anche bianco. Questo è il colore più importante di tutti, per me. Perché mi fa pensare che mi vuole bene, un bene immenso, di quelli veri e inestimabili. Il babbo è come un bel sogno colorato che vorresti non finisse mai”.

Oggi ho tradito il Codice Morale del Docente, ho estratto dalla borsa il pacco di verifiche, ho fatto scivolare fuori la sua e gliel’ho letta a voce alta.

E ho visto un babbo piangere di gioia.

Verifica notturna

26 marzo 2010

Ero anche andata a letto presto, ieri sera.

Le scuse erano: la primavera mi mette il sonno addosso, i primi tepori mi spezzano le gambe, ho voglia di leggere un bel libro.

La realtà era che volevo giocare alla tenda con Micino da Scansano. Roba che io infilo tutta sotto le coperte ma, assumendo postura seduta e collocandomi esattamente al centro del lettone, col testone vado a sollevare le coperte stesse conferendo loro l’aspetto di una tenda da indiani d’America. La luce filtra tra la trama e soffusamente illumina l’ambiente, in cui Fidanzato Belpelato cerca regolarmente di infiltrarsi con risultati nulli perché io e il mio socio peloso a quattro zampe attacchiamo chiunque tenti di insidiare il nostro nascondiglio.

Insomma si diceva che ero andata a letto presto: undici-undiciemmezzo. Per addormentarmi (sotto la tenda) una mezz’ora dopo.

Alle 3 virgola 14 in punto uno scossone mi ha svegliata di colpo: ero io.

Nel sogno (che mi vedeva vagante in terre deserte e riarse alla ricerca di acqua che placasse un’arsura probabilmente imputabile ai due branzini al forno della cena) spuntavano non si sa da dove due studenti della 1B col dito ritto (l’indice, non il medio) a ricordarmi “Profe, ma che l’ha preparata la verifica per domattina?”

No, non l’avevo preparata.

Così nel cuore della notte, i piedi freddi e l’alito putente, mi sono trascinata alla scrivania, ho acceso la luce, ho preso un foglio e ho preparato la verifica fissata per le prime due ore di questa mattina e relativa all’ultimo libro assegnato in lettura a casa un mese fa.

Bianca come il latte, rossa come il sangue.

Ispirata dal titolo, annebbiata dal sonno, folle di stanchezza e ripetutamente attaccata da un Micino da Scansano convinto che qualcuno fosse entrato nella tenda a violare la sua privacy, ho partorito una verifica a colori, inedita e originalissima.

E non mi sono più riaddormentata.

“Ma quale verifica a colori, profe! Non se lo ricorda che l’abbiamo rimandata a domani perché avevamo già fissato quella di Economia?”

Ma allora perché mi vengono a rompere le palle anche mentre dormo, dico io.

Un’aula a cielo aperto

25 marzo 2010

Per chi insegna Storia a Firenze, rinserrarsi nove mesi dentro un’aula a teorizzare guardando immagini nei libri può equivalere alla perdita di una grande occasione.

Via, all’aria aperta! Uscire, camminare, guardare, toccare! Percorrere le stesse strade sulle quali appoggiarono i piedi i Grandi che hanno segnato il Tempo, prima che venissero i piccoli ad inquinarlo. Pesticciare le stesse pietre su cui inciampò l’Alighieri, su cui sputò Cosimo I, su cui bestemmiò Cellini, su cui s’invidiarono Michelangelo e Leonardo.

“Insomma profe, che ci porta o no a fare quel giro in centro sulle tracce di Lorenzo il Magnifico?”

Ce li ho portati sì.

“Domattina all’otto, tutti qui!”

Tutti. Capirai: non son che dodici, in quella classe. Mi ci sono affezionata gradualmente, con il tempo, piano piano. All’inizio li guardavo male, non mi fidavo, confondevo i nomi, i visi. Ora riconoscerei le loro voci in mezzo a un mercato vociante, i loro jeans a cavallo basso e i loro occhiali da sole tamarrissimi e truzzi in una discoteca di diciottenni. Ora conosco le loro espressioni, interpreto i loro sguardi, so cosa li ferisce e cosa li incoraggia. Essere ignorati e ricevere fiducia, per esempio.

Per questo li ho portati in centro: perché capissero che non li ignoro e che mi fido.

E poi anche per quel bendiddìo che il centro regala a chi lo va a guardare.

“Guarda! Il McDonald’s!”

Inutilmente mi sdegno protesto e impedisco, vanamente mi oppongo minaccio e smuso: la colazione della prima mattina la vogliono fare lì.

“Ma il Mc Donald’s fa male!”

“Mmmmh, bono!”

“Ma in quegli hamburger c’è la cacca!”

“Mmmmmh, favoloso!”

“Ma non si può ingurgitare patatine fritte e ketchup alle nove del mattino!”

“Mmmmmmh, come non si può!”

Patteggiano: una colazione nel regno del globalismo alimentare in cambio di un pellegrinaggio composto e disciplinato attraverso i luoghi sacri del sapere cosmico.

Accetto.

Si mescolano agli abitanti di questa città già calda e luminosa: io intanto li massacro di foto.

“No, profe: ancora?!”

Ancora. Perché fotografare è per l’occhio quello che per la mente è scrivere. L’eternazione di un momento. Se non scrivo quello che vivo mi sembra di non aver vissuto. E ancora rimpiango quei due rullini smarriti alla fine di un’indimenticabile vacanza in Inghilterra, che ho dimenticato.

“Profe, ma questo puzzo icchéll’è?”

Questo puzzo è la città. Inebriante, stordente, mistico olezzo di concentrazione umana, fogne al limite dello straboccamento, cibo avanzato e alberi in fiore. La città puzza, perché la città ribolle. Tutto nella città è amplificato.

“Bada quella come l’è vestita a grulla: o indò la va conciata a quella maniera?!”

Nella città è vietato criticare, nella città si va vestiti come ci pare, l’eleganza è un punto di vista squisitamente personale, e il buffo si mescola al ridicolo, il pacchiano al discreto, il classico al creativo. Sei un provinciale, se in città distogli gli occhi dalla Bellezza per abbassarli a ciò che ti appare stonato. Perché nulla è stonato, tra i colori della città.

“Non siate provinciali.”

Un po’ lo sono, come lo si è sempre a quell’età in cui si comincia ad affacciarsi davvero alla vita e si va a giro senza il babbino e la mammina. Così vociano tra i vicoli, gettonano il solito trito labaro viola che da secoli garrisce al vento, si fanno notare dalle scolaresche in gita incrociate per la strada.

“Pizzichiamo l’uva, profe…”

Ecco, io ero rimasta a “buttare i bachi” (diffuso anche nella variante “pasturare”): scopro invece che quando si cerca l’attenzione di una fanciulla si pizzica l’uva, che rende l’idea.

Però ascoltano anche le storie, mentre pizzicano: condivido con loro quello che so di storia dell’arte, confido i segreti storici letti dentro tanti libri, racconto aneddoti che mi sono stati raccontati, riassumo capitoli che ho studiato e amato. E per come seguono, personalizzano e commentano, mi rendo conto che la Storia andrebbe sempre fatta per le strade, camminandoci in mezzo, mescolandocisi dentro e perdendocisi. Che solo così ti resta appiccicata addosso per la vita e non solo per il giorno odioso dell’interrogazione, quando te la scordi via via che la ridici all’insegnante e levi il peso dell’ingombro dalle cassette della memoria.

Quando ci salutiamo, sudati, appiccicosi, fotografati, i piedi gonfi, le ascelle pezzate, gli occhi ubriachi, le bocche slargate, ce lo diciamo.

“Come siamo stati bene, eh?”

“Sì, siamo stati proprio bene.”

E questo, per un’insegnante, è sempre il premio più prezioso. L’unica storia che conta.

Come disse John Locke

23 marzo 2010

L’ultimo giorno era ieri.

L’ultimo giorno per prendere la decisione da cui dipenderà il prossimo anno di lavoro, per riempire il modulo scaricato da istruzionepuntoit, per riempire quindici righe vuote corrispondenti a quindici desideri ordinati per intensità, per consegnarlo in segreteria smettendo di tenerlo in mano e di portarselo dietro per le stanze, cesso compreso.

Li ho portati a giro per quindici giorni, quei quattro fogli spillati insieme. Li ho portati ovunque, nascosti in borsa, come se i luoghi in cui mi recavo (la scuola, la biblioteca, il cinema, il teatro, il centro, il pub, il ristorante, la casa di un’amica, il bar dove faccio colazione) potessero darmi ispirazione e guidarmi nella scelta.

Scegliere di testa o scegliere di pancia?

La testa è logica, fredda e calcolatrice: ti dice di valutare le distanze, la benzina risparmiata, la comodità di poter dormire quella mezz’ora in più, l’ebbrezza di andare a lavorare in bicicletta, di andarci addirittura a piedi, di fermarti al mercatino rionale, comprarti una mutanda nuova prima di entrare in classe, fare una sosta al bar dove si fanno i cappuccini più buoni di Firenze. La testa è tutta ragione: per questo ti dice di ignorare quello che ti dice la pancia.

Ma eccola, la pancia: quel cucchiaio (concavo o convesso, a seconda del peso o dell’età) dove si attuano i processi della digestione e si dà voce agli stati d’animo. Perché quando la pancia duole, non vuol mica sempre dire che hai mangiato troppo, o male. Può voler dire che ti girano i coglioni e che la scelta che hai fatto (per dar retta alla testa) ti fa patire e torcere l’innocente budellame. Puoi risparmiare tutta la benzina che vuoi, pedalare quanto ti pare, dormire mezz’ore su mezz’ore in più. Ma quando ti svegli e scendi dalla bici, ti senti il magone alla bocca dello stomaco, anticamera della pancia, e capisci che hai toppato, che gli aspetti da valutare erano altri, le facce, le persone, i cuori, le voci, l’empatia, la simpatia, la parusia, la complicità, l’accoglienza, il sostegno, la collaborazione, l’energia, l’entusiasmo, la voglia di fare, la voglia di andare, la voglia di tornare.

Io quel modulo l’ho compilato e cancellato una quarantina di volte, sempre a matita.

Alla fine, tra pareti in cui respiravo protezione e in mezzo a facce che mi hanno fatto stare bene, ho ignorato i consigli della testa, ho lasciato parlare la mia pancia, e ho scritto (a penna) quello che dettava lei.

Peccato che, un po’ per tutti, ma per chi lavora nella scuola specialmente, “la maggior parte delle nostre decisioni e dei nostri ragionamenti non avviene alla chiara luce del giorno, ma nel crepuscolo della probabilità”.

Come disse John Locke.

Pour parler

22 marzo 2010

Nessuno direbbe che da ieri è primavera. Un lenzuolo sudicio di grigio nasconde il sole, che si vendica sgocciolando umidità: si mescola la pioggia al primo sudore della stagione buona e se in autobus non piango per gli urti gli scossoni le buche e i puzzi della promiscuità è solo per non far piovere ulteriormente sul bagnato. M’infilo invece due tappini bianchi nei condotti auricolari e sparo a tutta il mio iPod rosa femminuccia ripensando un poco a ieri.

Ieri era la Giornata Mondiale della Poesia e io l’ho celebrata sorbendomi al Teatro Odeon una lezione magistrale su “L’universo della Divina Commedia: Dante e le stelle” tenuta da Giorgio Stabile, professore ordinario di Storia della Scienza presso il Dipartimento di Studi filosofici ed epistemologici della Facoltà di Filosofia de La Sapienza. Mi piace quando assisto a interventi che capisco solo in parte. Mi piace perché torno a casa con due o tre parole da andare a controllare sul vocabolario e con qualche concetto da rimasticare meglio, per vedere di digerirlo. Gerarchia e ciclicità, terra acqua aria e fuoco, cosmologia biblica e cosmologia greca, lo schema perfetto che impone la sequenza destra-avanti-sinistra-dietro, la terra che si sposta per evitare di accogliere Lucifero lanciato a capofitto giù dall’Eden, il Paradiso Terrestre originario luogo riservato all’umanità, la differenza tra Ulisse e Dante (Ulisse procede per curiosità, Dante per un misto di ragione e fede, il primo viene inghiottito dal mare, il secondo arriva fino in cima), concetto di colpa, complementarità, escatologia. Nascita, Passione, Risurrezione, Ascensione. Esco e mi sento piena. Esco e mi sento sazia. Esco e sono pronta per ritrovare lui, ad aspettarmi tra gli scaffali di una libreria.

Ieri era il Primo Vere e io l’ho salutato in un locale sotterraneo umido muffoso e puzzolente che una volta si chiamava Mood e ora si chiama Doom. Andava in scena “Scie (di luce e di bava)”, un concerto per parole, un angolo di teatro trasformato in musica, un cammino su montagne di rifiuti da trasformare in comunicazione. Riciclati sul palco in maniera ecologica, alcuni tratti del nostro tempo mostrati attraverso l’uso di strumenti feticci e di maschere sanguinose e riconoscibili. Una musica pesante come un cazzotto fisso e reiterato alla bocca dello stomaco.

Ieri era giorno da star fuori e tirar tardi, e così si è concluso al Messicano di via Ghibellina con un “Vulcanito” e una “Enchilada Dolorosa” cadauno: sei peperoncini sul menu che, nella legenda, rimandavano a un piatto pressoché immangiabile per la piccantezza.

Infatti.

Babbi, mammi, o…

20 marzo 2010

Sono diventati gentili, teneri, attenti.

Si sentono finalmente liberi di manifestare il loro amore, di esternare quello che sentono, di piangere.

Entrano in sala parto, cambiano pannolini, scaldano il latte e si alzano la notte.

Accompagnano i figli a scuola, li aiutano a studiare, li sostengono nella crescita.

Sono i nuovi babbi, che qualcuno chiama mammi.

Se ne parlava ieri pomeriggio alla Biblioteca delle Oblate, dove Maurizio Quilici ha presentato Storia della paternità. Dal pater familias al mammo interloquendo con lo psicologo Giuseppe Sparnacci, il pediatra Paolo Sarti e il moderatore Simone Siliani.

Come un personaggio in cerca d’autore, il babbo di questi tempi è una figura in crisi.

Ma ben venga la crisi -sostenevano ieri i relatori- che basta guardare come se fosse un bicchiere mezzo pieno: non esistono più i padri severi e distanti di una volta, quelli a cui era difficile avvicinarsi, quelli che ti paralizzavano con un’occhiata, quelli che stabilivano le regole, mettevano i paletti e insegnavano l’educazione. Ben venga la crisi -dicevano- e ben vengano questi padri che vanno al parco coi bambini mentre le mamme vanno per negozi con le amiche. Ben venga la crisi che stravolge i ruoli.

“Mi ricordo di mio nonno -ha confidato all’auditorio Siliani- uomo tutto d’un pezzo che trasmetteva autorevolezza solo a guardarlo. E mi ricordo di mio padre, meno estraneo alla vita familiare, ma pur sempre restìo a lasciarsene coinvolgere direttamente. Ora che sono padre anch’io, mia moglie è la figura forte della casa e mio figlio quando parliamo mi dice senza problemi ma te proprio non capisci nulla, tu se’ grullo“.

Ascoltandolo, mi sono chiesta dove stia tutta la positività di questa metamorfosi storico-sociale, se poi il prodotto finale è un figliolo che dà di grullo al padre e che, in virtù della proprietà transitiva dell’uguaglianza, crede di poterlo fare con tutti gli adulti che incontra per la strada e che il suo padre-amico, tenerone, sbaciucchione e zerbinone, non gli ha insegnato a rispettare.

Io e la Manu ci dividevamo la classe nella scuola di lingua italiana per stranieri.

Saranno stati una quindicina: tutti giovani, tutti americani, tutti belli, tutti biondi e tutti ignoranti come ciuchi. I ragazzi entravano in classe con le ciabatte infradito e si strusciavano via le caciòle dai diti dei piedi mentre io spiegavo le eccezioni che confermano le regole. Le ragazze si presentavano a lezione coi postumi della sbornia, assumevano la postura languida di chi sta per accasciarsi sopra il banco e non capivano mai un cazzo.

La Manu entrava dopo di me, col delicatissimo compito di guidarli nella conversazione.

Ma gli americani, prigionieri della grammatica stupida che domina la loro lingua, hanno difficoltà tendenzialmente preoccupanti a capire l’italiano, restano basiti davanti alla nostra consecutio temporum, non vanno oltre il presente indicativo e in un mese di permanenza in italico suolo memorizzano solo bela ragassa, mi piasci tanto, no capisco, puoi ripeti per favore.

Nella pausa pranzo io e la Manu andavamo al bar.

“Maremma come son ceppi quelli!”

“Davvero, non capiscono una sega!”.

Per consolare la frustrazione estiva che ci faceva sudare senza ripagarci in soddisfazione professionale, fantasticavamo sulle sorti future della nostra laurea universitaria.

“Come vorrei insegnare Italiano agli italiani!” esclamavo io.

“Come vorrei fare l’attrice!” sospirava lei.

A me questa cosa che la Manu voleva diventare attrice faceva tanto ridere, perché io la vedevo tutti i giorni, era semplice, di una semplicità estrema pur nella sua bellezza naturale, sempre vestita stracciarola coi jeans a zampa d’elefante mezzi pesticciati e strapanati, le magline da figlia dei fiori, i capelli lunghi e spettinati, i braccialettini fatti a mano al polso, le unghie delle mani smangiucchiate, la bocca sempre larga nei sorrisi.

“Ma che dici Manu!”

E invece lei seguitava a dirlo, e degli attori sapeva sempre tutto, e delle attrici conosceva ogni particolare, e vedeva film in continuazione, e parlava sempre di New York.

Però siccome abitava a Scandicci e stava da dieci anni con il solito ragazzo, io credevo che a New York ci sarebbe andata forse un giorno insieme a lui.

Un giorno invece a New York c’è andata da sola, ci s’è trovata bene, c’è rimasta.

Ed è diventata attrice.

Compleanno amarcord

18 marzo 2010

Ama leggere, adora lo champagne e la sera prima aveva visto per la prima volta in vita sua quel film di Luc Besson in cui un sicario fascinoso si lega a una ragazzina a cui hanno sterminato la famiglia. Per questo ieri l’ho aspettato a casa tenendo tra le mani l’ultimo di Carofiglio, una bottiglia di Veuve-Cliquot Ponsardin e la pianta di Leon.

Lui, era tutto il giorno che pensava al ristorante giusto: tutto pesce a Viareggio? Cacciuccata a Livorno? Braciata di ciccia a Monte Morello? No.

Crostoni caldi croccanti e assortiti, tortina di verdure in fonduta e prosciutto crudo, dolce sbriciolone con pere e cannella al Fuori Porta in San Niccolò, il quartiere in cui abbiamo vissuto per sei anni, fino a un anno fa.

E per un dopocena di parole vino rosso e atmosfera, la casa del Pìgola, l’ex vicino con cui condividevamo il pianerottolo e l’allegra quotidianità.

Era un anno che non percorrevo la via che porta al Forte Belvedere, che non varcavo quel portone scortecciato, che non salivo quelle scale ripide e scivolose, che non vedevo quell’appartamento dove la luce è sempre soffusa e il tegame sempre fumante.

Loro brindavano.

Io mi smarrivo nei ricordi.