Tre a-mici

16 marzo 2010

Gatto che mi guardi con occhi di vita,

chi hai là in fondo?

(Fernando Pessoa)

tre-a-mici

Vota il più antipatico

15 marzo 2010

Bene o male, a questo punto, la panoramica dei personaggi del Romanzo è fatta: è il momento di interrogare la classe in fatto di preferenze personali.

“Descrivi nel dettaglio il personaggio dei Promessi Sposi che ha suscitato in te sentimenti più astiosi di antipatia e risvegliato moti d’intolleranza di cui non credevi di essere capace. Questa è la tua occasione: infierisci su di lui”.

A correzione ultimata, debbo dire che la più massacrata è stata Lucia. Di lei si è scritto tutto: madonnina infilzata, gatta morta, fica fredda, femmina moscia, fintamente innamorata, incapace di passioni travolgenti, pavida e cacasotto, tonta e rompicoglioni, brutta, monociglio e vestita da imbecille, con quelle sue ballerine del cazzo.

Segue a qualche punto di distanza don Abbondio: ciccione di merda, vigliacco, venduto, pusillanime e avaro, bracciocorto, infamone, mangiapaneatradimento.

Qualcuno ha votato don Rodrigo (come si permette, come osa, birbone, perfido, arrogante), qualcun altro invece lo ha salvato (ma che dici: è il pezzo meglio, l’unico a dare una botta di vita a tutta la storia).

Una cosa è accaduta, che non m’era successa mai in tanti anni d’insegnamento: uno se l’è rifatta tutta con Manzoni e ha scagliato la sua ira interamente su di lui.

Raro ridere così tanto a far lezione.

Mine vaganti

14 marzo 2010

La cosa buona è stata non saperne niente, non aver letto neanche i nomi del cast, non conoscere la sinossi e non aver mai visto il trailer.

Andare così, alla cieca, in uno di quei pomeriggi uggiosi nonostante ci sia il sole e solitari nonostante sia sabato.

Allo spettacolo delle 18,15 ero convinta che sarei stata l’unica in sala.

Al “Fiorella” invece c’era mezza città. Considerando che la gioventù a quell’ora ciondolava tutta in centro, si intuisce che a riempire il cinema fosse la senilità cittadina, rallentata dalle vene varicose ma agevolata dallo sconto della loro tesserina azzurra.

Gli anziani al cinema sarebbero uno spasso, se io non desiderassi avere intorno il silenzio assoluto: commentano ogni scena, ripetono le battute che gradiscono di più, provano a indovinare cosa sta per accadere, lasciano il cellulare acceso e rispondono se suona.

Nonostante il brusio, i catarri e la distrazione, al cospetto dell’ultima prova di Ferzan Ozpetek ho goduto e mi sono riconciliata con lui dopo la mazzata di Un giorno perfetto.

Perché mi sembra ci sia tutto, in questo film.

C’è una Puglia di tavole apparecchiate, cibi colorati e maldicenze cattive, di interni maestosi e mare incantato, di espressioni in dialetto, piazze assolate e vicoli stretti. C’è voglia d’identità, paura della verità, incitamento al coraggio. La vita che resta anche dopo la morte, le persone intrecciate ai nostri destini. La nonna che ho avuto ma che non ricordo. L’amore di un uomo per un altro uomo. La famiglia che protegge e incatena, dà la vita e tarpa le ali. Frasi profonde che frullano in testa mentre torni a casa, riprese circolari da ipnosi affettiva, battute sagaci che rimandano indietro lacrime pronte a colare lungo la gota. Attori diretti in modo da farne artisti.

Perché è sempre il regista che fa l’attore.

Così Scamarcio non è più solo bello, Preziosi non ti fa più pensare a Vivere né a Rivombrosa, Lunetta Savino non ha più nulla a che fare con la domestica Cettina né Elena Sofia Ricci coi Cesaroni.

Ne vale la pena, se ciò che si cerca è uscire per quasi due ore dalla propria vita per entrare in quella degli altri, come solo un libro e un film ci aiutano a fare.

Sui giornalisti

13 marzo 2010

“E quindi, profe, lei è anche giornalista?”

“Mh mh.”

“I giornalisti sono tutti bugiardi.”

“Dici?”

“Sì: gonfiano le notizie.”

“Non è il mio caso: io preferisco gonfiare la faccia agli alunni impertinenti.”

Ovvediamo.

Più che un professore

12 marzo 2010

Oggi ho fatto con lui quello che i miei studenti fanno spesso con me: digitare su quello spione di google nome e cognome, e stare a vedere cosa scappa fuori.

Con lui è uscita una pagina di facebook con questo titolo scritto a caratteri cubitali:

IL MITICO SERGIO SAMMICHELI: PIU’ CHE UN PROFESSORE, UN VERO E PROPRIO MAESTRO!

Quello che nel mio primo libro ho camuffato dietro lo pseudonimo di Sergio Signorina è ora protagonista di uno spazio esilarante creato dagli allievi che ha avuto dopo di me… molto tempo dopo di me.

Esattamente come facevamo noi al Liceo Classico di Montevarchi, quelli hanno prima inzeppato i loro quaderni con le uscite verbali di quell’uomo geniale che si ritrovavano come professore di Filosofia e poi (poiché -a differenza nostra- potevano) hanno pubblicato tutto in rete.

Quello che ne è uscito è (per me) un salto indietro nel tempo lungo ventisette anni. Il vortice mnemonico mi ha strappato da sedia e scrivania per ributtarmi al banco del “Francesco Petrarca” nell’ora di Filosofia, quando il Sammi entrava, si sedeva, ci guardava storto simulando un vago disgusto di noi, e poi iniziava la lezione.

Le sue lezioni erano tutte ugualmente indimenticabili: impresse a fuoco sul cuore ritornano sistematicamente ad affacciarsi nella mente ora che faccio il suo stesso lavoro, sono un faro nel buio in cui brancola la scuola, sono la forza, l’ironia, la leggerezza con cui cerco di affrontare i miei studenti e di guardarli come ci guardava lui. Che si sforzava di rimanere serio e quando sorrideva faceva l’espressione di chi piglia per il culo. Ma noi lo sapevamo bene, cosa provava il Sammi per noi.

Il Sammi ci adorava.

Adorandoci, ci regalava perle, citazioni, adagi popolari, proverbi agresti, frasi non-sense e soprannomi.

“Senta un po’, lei, tipa da spiaggia…” disse un giorno.

Che diceva a me lo capii quando alzai il viso e vidi il suo, identico a quello di chi sta per dare di stomaco: lo indisponeva oltremodo la mia canottierina bianca a rombi rosa e lilla, da cui nulla traspariva ma che (a suo dire) mi trasformava in una bagnante svergognata e irrispettosa del codice scolastico.

“Ma se lei, signorina, anziché a San Giovanni Valdarno fosse nata in Russia e anziché Antonella Landi si fosse chiamata Alessia Papilova, ha provato a pensare a che persona potrebbe essere?” mi disse un altro giorno.

Tipa da spiaggia e Alessia Papilova divennero i miei nuovi nomi, che facevano tanto divertire le mie compagne.

Sergio Sammicheli ci regalò la filosofia, l’allegria, l’ironia e qualche fetta di merda. Però fatta con stile.

E come fece con noi, evidentemente ha seguitato a fare per anni, nelle scuole in cui è andato ad insegnare, in cui insegna tuttora, e in cui ha trovato ragazzi che lo stimano come lo stimammo noi, tanto da raccogliere ogni sua frase, scriverla sul quaderno degli appunti e poi, con l’arrivo di facebook, trascriverla lì, omaggio d’amore, memoria perpetua, grido entusiasta d’ammirazione forte al pari di quel “Capitano, mio capitano!”, se non di più.

Bravo, bravissimo, mio sempre caro professore.

A diciassette anni, in prima Liceo Classico, m’innamorai perdutamente del professor Sergio Signorina. Lui entrava in classe e, attraversandola, ogni volta diceva: “Buongiorno, signorine”. Nell’involontaria passerella che percorreva, se li sarà sentiti i nostri sguardi addosso? Se non li sentiva vuol dire che dormiva, perché l’ormone imbizzarrito di quindici femmine in età fecondabile non può passare inavvertito. Camminava un po’ ricurvo verso destra, aveva l’incedere di chi non ha mai fatto a corsa nemmeno il giro dell’isolato perché i suoi sono stati anni di studio matto e disperatissimo, e nient’altro. A noi però, contemplandolo, sembrava di avere davanti il Discobolo di Mirone. Appoggiati i libri in cattedra, si sedeva e, prima di prendere la parola, ci guardava. Io generalmente a quel punto iniziavo un processo di auto-liquefazione. Mi scioglievano i suoi occhi verdi mare, mi turbava il suo volto di uomo maturo, mi seduceva la sua bocca che parlava di esistenzialismo, eleatismo, pitagorismo, orfismo, e capivo sempre la stessa parola: erotismo. Di innamorarsi di un insegnante è capitato a tutti. La reazione che può scaturire da tale tragedia (perché di questo si tratta) è duplice: o l’innamorato si butta a capofitto sulla materia e smette di studiare tutte le altre, o il poverino si spappola i neuroni nella sempiterna contemplazione dell’oggetto amato. Io per esempio la seconda. Traducevo i carmi di Catullo perché mi impersonavo nel poeta innamorato, ma poi non si parlava di fare altro. Il mio andamento scolastico calò a picco per un quadrimestre. Nella pagella interperiodale Sergio Signorina mi ammollò un cinque iniquo. Come risvegliata da un sogno a suon di ceffonazzi, rientrai in me e iniziai a studiare. “Signorina, i miei complimenti” mi disse Sergio, quando conquistai il primo otto. Un pomeriggio, mentre scorrazzavo lungo i viali di circonvallazione col mio Ciao, mi fermai a un semaforo rosso. Sergio Signorina mi affiancò con la sua 127 crema. Ricordo che rimasi immobile, paralizzata anche davanti al verde. La fila dietro mi sclacsonò e la mattina dopo Sergio mi insultò davanti alla classe perché -sosteneva- non dovevo andarmene in giro col motorino se non sapevo guidarlo. Non capiva (quell’imbecillone) che l’amavo e che m’ero solamente emozionata. Non capiva che mi struggevo per lui e che quando lui parlava di Crisippo di Soli io mi sentivo mancare e quando lui spiegava Zenone di Cizio io mi consumavo nella passione. Dovetti aspettare il conseguimento della laurea universitaria per capire (quando Sergio Signorina mi portò fuori a cena per festeggiare, come avrebbe fatto con tutte le altre mie compagne del liceo) che l’uomo per me ero ancora ben lungi dall’averlo trovato. Il mio adorato professore –ora lo vedevo chiaramente- era anziano, gobbo, sui suoi occhi era sceso il velo senile della malinconia e il suo culo (con ogni probabilità) si era fatto flaccido e cencioso.

(da: Me Medesima, La Profe. Diario di un’insegnante con gli anfibi, Mondadori)

Vergogna!

10 marzo 2010

Nella classe dei primini ho attuato qualche variazione e alcuni ritocchi alla distribuzione dei banchi.

Quella che a inizio anno definivo Classe Diesel, infatti, ultimamente ha messo il turbo e, in fatto di cinguettìo borbottìo bisbiglìo ciarlìo e rumorìo, va come le schegge.

“Allora: tu lascia codesta postazione e trasloca in quel banchino lì, tu invece spostati laggiù, tu vai accanto a lui, tu accosto a lei. Voi rimanete pure lì che andate bene, voi invece separatevi che state sempre a ridere come le iene del Re Leone.”

E mentre con le dita lanciavo cenni in aria nello stile di Zubin Metha, andavano sentiti i battibecchi, le rimostranze, le polemiche, le apologie personali: “Ma io però non faccio confusione”, “Io non c’entro”, “Lei è crudele e ingiusta”, “Lei ce l’ha con me”.

L’ultima mossa l’ho lasciata alla genialata del giorno: il banco della vergogna.

“?!”

“Avendo voi adottato la struttura a ferro di cavallo ho deciso di collocare in mezzo a questo immenso spazio vuoto un banco solo, isolato, centralissimo: qui manderò chi disturba di più, chi non riesce a stare zitto e in questo modo distrae la classe impedendo a se stesso e ai compagni di seguire attentamente la lezione, chi eccede nel numero delle battute, chi non ha il senso della misura, chi esagera in ogni senso. Occasionalmente, ai compagni sarà concesso di lapidare chi occuperà il banco della vergogna con palline di carta.”

Altro che vergogna: c’è la fila.

Di chi è la colpa?

9 marzo 2010

Durante una di quelle che le mie alunne chiamano “lezioni di vita”, è saltato fuori l’argomento relativo all’approccio che i giovani di oggi hanno con l’esperienza sessuale.

Quello che si legge sui giornali, me l’hanno confermato loro stesse: moltissime ragazzine buttano al vento la verginità a dodici-tredici anni massimo, andando a letto con ragazzi molto più grandi di loro, vivendo quel momento come un giochino da raccontare poi alle amichette, già iniziate alle pratiche del sesso prima ancora di aver capito bene se la terra ruota intorno al sole o viceversa.

Mi facevano esempi concreti, mi raccontavano episodi reali, erano certe di quello che riportavano, avevano le idee chiare e soprattutto erano molto sconcertate da quello di cui mi mettevano al corrente, perché della prima volta e della sessualità loro hanno l’idea di qualcosa di prezioso da trattare con cura, attenzione e consapevolezza.

“Ma allora, se tante ragazzine fanno sesso così precocemente e così sconsideratamente, secondo voi di chi è la colpa?” ho chiesto alle mie alunne.

“Delle famiglie -hanno risposto secche, ferme, decise- la colpa è delle famiglie: che non sono presenti, che sono distratte, che non si dedicano abbastanza ai figli, che non trasmettono valori positivi, che sono allo sbando.”

Meditate, genitori, meditate.

Della donna

8 marzo 2010

Della donna ho le forme, la voce, i capelli. Ho il profumo, i pensieri, le contraddizioni. Le paure, le insicurezze. La forza, la sfacciataggine, il coraggio. Il retaggio, i ricordi, le zavorre. Ho lavorato, costruito, scelto. Ho sbagliato, chiesto scusa, mandato affanculo. Riso, litigato, urlato, mentito, ferito. Ho combattuto, ho incassato, ho vinto.

La mimosa mi piace almeno come essere donna: moltissimo. Per il giallo del sole, dei limoni, delle foglie d’autunno. Il pelo del pulcino, di un gatto appena nato, dei capelli in un bimbo lavato di fresco. La fragilità di un bicchiere sottile, della carta di riso, del guscio dell’uovo.

L’albero di mimosa nel giardino in Maremma è una grande femmina che accoglie, appaga, ripara, consola, ispira, nutre, abbraccia, addormenta, diletta, cresce, protegge.

Se dovessi rinascere, ch’io sia donna di nuovo.

Genitori e figli

5 marzo 2010

Prevedibile nella trama, nello svolgimento, nel finale.

Banale nel tratteggio del personaggi, nei dialoghi, nelle battute.

Inutilmente volgare nel linguaggio.

Deludente nell’interpretazione degli attori coinvolti.

Michele Placido non credibile nel ruolo di professore (di pressapochisti, ignoranti, rozzi e maleducati in quel modo ce ne sono pochi nella scuola, per cui viene da chiedersi chi diavolo volesse rappresentare) e in quello di padre (urlone, ottuso, superficiale e sordo alle lezioni provenienti dagli alunni).

Margherita Buy priva di sostanza nel ruolo di madre, perennemente insicura ed eternamente impegnata a non interpretare altro che se stessa.

Luciana Littizzetto inguardabile nel ruolo della moglie, fallimentare in quello della mamma, ridicola in quello dell’amante.

Piera Degli Esposti, che poteva funzionare nel ruolo della nonna ultraottuagenaria dal passato ribelle e burrascoso, dice tante parolacce da scollarsi dalla realtà per diventare un personaggio della fantasia.

Silvio Orlando funziona solo quando lavora con Nanni Moretti.

Una pellicola macchiettistica che scivola addosso senza lasciare traccia di sé, se non la fastidiosa sensazione di aver buttato via sette euro e cinquanta.

Come ha giustamente notato Elena Quinta, l’unica scena che si salva è quella in cui nessuno parla, e quello che si vede è solo un’orca bianca e nera che esce con un grande salto dalle acque di una piscina nel cuore della notte.

Quando ero ragazzina io, andava così.

Lui mi piaceva. E a lui piacevo io. Prima di tutto questa notizia faceva il giro degli amici e quando arrivava agli orecchi miei e suoi, era già passato un mese. L’avvicinamento era graduale e verbale. Ci si frequentava prima tutti insieme, in banda, e si consumava il pavé della Via Maestra strusciando i piedi in terra in su e in giù, incrociando le stesse persone a serate intere. L’avvicinamento fisico era lento, a volte proporzionalmente inverso al livello di attrazione: più ci si garbava, meno ci si avvicinava, per un misto di pudore e imbarazzo.

Poi, un giorno (ma potevano essere passate mille altre settimane), per certe leggi della fisica che non era dato di comprendere, ci si ritrovava accanto.

Di lì a poco, ci si sorprendeva soli, perché gli amici (tutti Cyrano senza il naso lungo) s’erano nascosti o avevano improvvisamente invertito il senso della “vasca” lungo il Corso Italia.

Nel suono ovattato che assumono i contorni delle cose quando ci si sente innamorati, chiara giungeva una domanda: “Ti vuoi mettere con me?”. Era lui che lo chiedeva a me, passandomi la patata bollente della risposta.

La risposta del resto era stata già da tempo meditata ed elaborata, come le parole da adoprare, scelte con cura e pazienza lessicale. “Sì”, dicevo infatti.

E la cosa era fatta.

Si stava insieme.

Il che voleva dire: ricominciare gradualmente a parlarsi, passarsi a prendere a casa, ma anche trovarsi direttamente in paese, continuare a stare con gli amici, ma preferibilmente appartarsi in pineta o nel viale Diaz per lunghe, passionali pomiciate.

Prima senza lingua.

Poi con.

“Macché, profe! Oggi non si fa mica più così!”

“Ah no?! E come si fa?”

“Oggi quando ci piace un ragazzo si spera che ci chieda di uscire. Se non lo fa lui, lo facciamo noi, per esempio mandandogli un messaggino con la scritta Tu mi garbi! Quando si esce, ci si bacia. Subito. E’ necessario, profe. E’ indispensabile. Perché solo baciando una persona si capisce veramente se quella persona va bene per noi e se ci piace davvero. A volte può capitare che ci crediamo innamorati di qualcuno, che ci piaccia da morire, poi però dopo averlo baciato non sentiamo nulla, anzi, improvvisamente non ci piace più. Per cui lei capisce bene che sarebbe un errore mettercisi insieme prima di essersi baciati almeno qualche volta. Così si esce e ci si bacia, si esce e ci si bacia, si esce e ci si bacia diciamo quattro o cinque volte, e solo allora ci si mette insieme. Il che non è scontato perché ci sono tanti ragazzi che ti fanno uscire e ti baciano, ti fanno uscire e ti baciano, ti fanno uscire e ti baciano, e poi si mettono con un’altra con cui nel frattempo erano usciti”.

Cosa li scrivete a fare, tutti quei libri sui comportamenti dell’adolescenza e sulla trasformazione dei tempi?

Parlare coi ragazzi vale molto, molto di più.