Giorno ricco, mi ci ficco

30 aprile 2010

Svegliata alle sei e quarantacinque, mi coricherò di nuovo probabilmente domattina alla stessa ora, alla fine di quella che si preannuncia come una delle giornate più congestionate di questa nuova stagione.

Fare lezione a scuola.

Passare a ritirare la cuffia da Dante Alighieri e il cappuccio da Giovanni Boccaccio.

Tappa in erboristeria a far man bassa di passiflora.

Rientare a casa e dedicare giusto tempo e adeguate attenzioni a Micino da Scansano, mangiando in sua compagnia un pranzo sano, crudo e fresco.

Scrivere l’articolo per il giornale.

Scrivere il post per il blog.

Raggiungere la libreria Edison per l’incontro con Alessandro D’Avenia.

Rientrare a casa per consumare una cena seria evitando con sapiente arguzia il pur allettante assalto al bancone degli aperitivi.

Ripartire per il cuore della città, presa d’assalto (si prevede) da centomila nottambuli.

Raggiungere le Oblate, salire al piano alto, quello da cui sembra di toccare l’opera del Brunelleschi con un dito, trovarci i Manufatti Teatrali ad allestire la scena, entrare nel camerino posticcio con loro per gli ultimi accordi e l’ultimo bacio prima dello spettacolo.

E poi uscire allo scoperto, nuda d’emozione, per incontrare la mia città.

Comunque vada, sarò felice.

30 APRILE 2010

NOTTE BIANCA A FIRENZE

BIBLIOTECA DELLE OBLATE

via dell’Oriuolo, 26

SCRITTORI IN MUTANDE

lettura-spettacolo divertita

ispirata a

“Storia (parecchio alternativa) della Letteratura italiana”

primo spettacolo: 23:00

secondo spettacolo: 2:00

Quando ci va

29 aprile 2010

Da mezz’ora chiedevo una maggiore concentrazione.

Ma il caldo, il sole, gli ormoni, la primavera, gli amori. E poi la gita. Napoli, Pompei, Costiera Amalfitana, mir’o mare quant’è bello, scpira tanto sentimento.

Sì, però prima il dovere: l’Anno Mille, la rinascita, l’incremento demografico, l’ultima invasione barbarica, i Normanni, le campagne, la rotazione triennale, il vomere a versoio.

Gl’import’una sega del vomere a versoio, a quelli.

Quelli c’hanno in testa i tre giorni di goduria e libertà da spendere in Campania con la scusa di un vulcano che nel 79 dopo Cristo fece un gran casino e di un certo Plinio il Vecchio che morì perché era più curioso che prudente.

E così non c’è verso di acchiapparli. Hai voglia a fare schemi, raccontare la storia come fosse una novella, camminargli in mezzo ai banchi e tirar pappine tra cap’e collo.

E così rispolvero una delle mie frasi sempreverdi (“Badate che io a pregare non vado neanche in chiesa”), cito mio padre (“Occhio: chi non ha cervello abbia gambe”), vado a braccio con la fantasia (“Voi non avete mai visto il diavolo ballare”). A parte l’occhio acquoso, chiaro indice di mente vagante altrove, nulla.

E così alla fine m’incazzo.

Assegno venti pagine da studiare senza spiegarle e dichiaro ufficialmente attivo lo sciopero della lezione.

“E sabato verifica.”

“No! Profe! Come sabato verifica?! Noi si torna dalla gita venerdì sera!”

“Perfetto: prima di andare a letto studiate.”

“No, via profe… non faccia così…”

“Faccio così eccome.”

“Profe, ma il regolamento d’istituto prevede la sospensione dei compiti in classe e delle interrogazioni orali per il giorno successivo al ritorno dalla gita.”

“Certo, lo so bene: ma questo in un normale stato di quiete. Quello che stiamo vivendo, invece, è un palese stato d’emergenza disciplinare e io faccio quello che mi pare.”

“Profe, ma non può!”

“Posso.”

“Profe, ma secondo lei come facciamo a studiare?!”

“Prima di partire e appena tornate: basta e avanza. Se poi qualcuno dovesse avere bisogno di più tempo, porta in gita gli appunti e il libro.”

“Oh profe!!!”

“Oh profe nulla: così è deciso.”

La campanella che suona puntuale e solerte agevola la mia ritirata e, in una botta sola, mi consente un’uscita solenne dalla stanza salvandomi dal linciaggio.

La classe va in gita.

Sul registro resta scritto, in rosso e caratteri maiuscoli, che al ritorno li attende una verifica di Storia sul programma degli ultimi tre mesi compresa la lezione boicottata.

La classe torna dalla gita.

Mi presento in aula come da orario.

Mostrano facce scure, rattristate, mortificate e preoccupate.

Indifferente e fredda, reco in mano un fascio di fotocopie strutturate nel mio solito stile: scritte a mano, infiocchettate da cornici e fiorellini, personalizzate da frasi a effetto e l’intestazione roboante che annuncia al lettore che, sì, tràttasi proprio di verifica di storia, somministrata in data ics, alla classe ipsilon e contenente tot domande.

Quelle in questione, però, non chiedono notizie sul vomere a versoio, ma pongono quesiti relativi all’educazione da tenere in classe, al comportamento da adottare durante le lezioni, alla maturità che in seconda superiore bisogna saper dimostrare, alla correttezza con cui si ha il dovere di porsi nei confronti di chi è sempre corretto con noi, all’onestà con cui si devono risolvere i dissidi, le discussioni, i problemi e le difficoltà in genere, al desiderio che si deve provare a quindici anni di non essere più trattati da ragazzini, ma da ragazzi veri, degni di stima e di fiducia.

Attoniti e confusi, mettono a fuoco le parole, leggono in fretta tutto il foglio, non ci credono, lo rileggono meglio, si guardano intorno, sgranano gli occhi, strappano la bocca in un sorriso che solo le orecchie sono in grado di stoppare, e alla fine esultano.

Poi mi accorgo che, con la sorpresa di riappacificazione, sono arrivata tardi.

Nel registro di classe, nascosto tra le pagine, prima che arrivassi, avevano incastrato il loro personale e commovente gesto di maturità.

Brava eh

28 aprile 2010

Poi, dopo il tema di (quasi) fine anno, si fa fare il mega-questionario onnicomprensivo che (appunto) comprende oNNi cosa.

“Cos’è?” chiede quella che potrei indubbiamente definire una signora collega.

“Il questionarione finale, relativo a tutto il programma svolto finora.”

“Ma guarda bellino: fammi vedere cosa chiedi.”

“Beh, nella prima sezione intitolata Caccialverso scritto così, tuttattaccato, io do una decina di versi estrapolati da canti danteschi oppure da poesie studiate nelle ore di letteratura, e loro devono dire autore, titolo, parte dell’opera, parafrasare e contestualizzare.”

“Ah, però. E poi?”

“Poi vedi, c’è la sezione Dillocomellui, praticamente l’esercizio opposto, dove chiedo di scrivere alla lettera un’intera poesia o brani di canto dantesco che io propongo a parole mie. Per esempio qui chiedo tutto il sonetto Alla sera di Foscolo, o tutto In morte del fratello Giovanni. Oppure chiedo cosa risponde Virgilio a Cerbero e Minosse che vorrebbero opporsi al viaggio di Dante e loro citano a memoria vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare. Oppure domando cosa c’è scritto sulla porta infernale e loro riportano Per me si va ne la città dolente e così via fino a lasciate ogne speranza voi ch’intrate.”

“Accidenti, poi?”

“Poi c’è Who is who?, la sezione in cui si devono dare più notizie possibile sulle persone o i personaggi che propongo: vedi, qua ad esempio, Bettina, Becchina, Eustachio Degola, Dino Frescobaldi, Cesare Beccaria, Carlo Antici, Monaldo Leopardi e così via.”

“Ma senti senti… e poi?”

“E poi le date: nella sezione il cui titolo s’ispira a Battisti (Ricordati di non scordare) io propongo delle date e loro devono dire cosa è accaduto in questi anni, tipo: 1302, 1226, 1797, 1810, 1798-1837. Sono tutte date importanti, che vanno sapute a menadito come la propria data di nascita.”

“Capisco… c’è dell’altro?”

“C’è la parte dedicata alle figure retoriche: anafora, onomatopea, sinestesia, enjambement, sineddoche, climax, anticlimax, usteron proteron, prosopopea e via di questo passo. Io chiedo, loro spiegano esemplificando”.

“Ecco, appunto, esemplificando.”

“Già.”

“Brava eh.” commenta ammirata.

“Macché, figurati, sono sciocchezze…” mi schermisco timida.

“Nonò: brava e (permettimi) anche un pochinino troia” precisa, affinché mi sia chiaro ciò che pensa della verifica che sto per ultimare, fotocopiare e distribuire a una classe, che con altissime probabilità la penserà esattamente come lei.

Nel classico tema di (quasi) fine anno, quando si tirano le somme e si tracciano i bilanci di quello che poteva essere e che è stato, di quello che non si conosceva e che si è imparato, una ragazza col gene della sincerità abbastanza sviluppato ha scritto che, giunta a termine di questo percorso lungo nove mesi, sono due le persone che sente di dover ringraziare più di tutte le altre: Giacomo Leopardi, perché ha saputo dare voce ai suoi pensieri, alla sua solitudine, ai suoi dolori, ai suoi stati d’animo di adolescente, e la sua professoressa di Italiano, perché nessuno finora l’aveva mai fatta ridere così tanto a lezione.

E’ palese come a quest’ultima considerazione si possano dare due, non solo distinte, ma addirittura opposte interpretazioni.

Quarto incontro, oggi, di quel laboratorio teatrale a cui abbiamo aderito per l’integrazione linguistico-caratteriale della nuova alunna straniera. Che adesso guarda dritta negli occhi dei compagni, cammina eretta, e all’intervallo attraversa il corridoio senza accartocciarsi su se stessa a bozzolo. Che da quando ha ricevuto in dono una copia dei Promessi Sposi in lingua rumena si sente uguale a tutti gli altri e ride di don Abbondio come se lo conoscesse da tanto di quel tempo. Che quando il compito per casa prevede di scrivere una poesia usando precise parole (viso, cuore, ostacoli, morire) estrapolate da aforismi composti dai compagni stessi, come sputare in terra scrive versi universali che vanno bene anche per me e per voi.

Oggi però faceva caldo, in classe c’era puzzo di sudore, la condensa ai vetri si mescolava all’odore delle patatine fritte sgranocchiate all’intervallo e il pizzicore della primavera agitava il gruppo.

Nel cortile, abbracciati dai muri esterni dell’edificio a mattoncini rossi che è la nostra casa tutte le mattine, il cielo sopra il capo e i piedi sulle margherite, è stata tutta un’altra storia.

Sorridi di sapere

che il cielo non è un viso,

non ascoltare quello che il mio cuore vuole,

insieme possiamo superare gli ostacoli,

chiedere più nulla che essere mia per un giorno

e poi posso morire in pace.

Quello che aspetta me nei prossimi giorni sono prove tecniche, luci, aggeggi di scena, cavi, corde, registrazioni acustiche in sale insonorizzate, maschere bianche da teatro dell’arte, prova microfoni, sedie, sgabelli, leggìi, papere, risate, intoppi, buona la prima, meglio la seconda, costumi antichi, abiti d’epoca, coroncine d’alloro, cappucci trecenteschi, vecchie zimarre.

Quello che aspetta voi il prossimo 30 aprile, in occasione della Notte Bianca fiorentina, nel porticato panoramico della Biblioteca delle Oblate, per una lettura-spettacolo di un libro ironico sulla Letteratura Italiana dalle origini a D’Annunzio (primo spettacolo 23.00-24.00, secondo spettacolo 2.00-3.00), sono io.

PER SAPERNE DI PIU’

“Ragazzi!”

“Eh.”

“Ragazzi! Indovinate chi mi ha scritto una mail!”

“Mah… non sapremmo… vediamo…”

“Non indovinerete mai!”

“Beh, allora si fa prima se ce lo dice lei.”

“L’autore del libro su cui abbiamo fatto quel lavoro sul corpo! L’autore di Corpo, appunto! Proprio lui, Tiziano Scarpa!”

“Sé… ciao.”

“Come sé… ciao?! Vi dico che mi ha scritto Tiziano Scarpa, uno degli autori che amo di più!”

“E sentiamo: chi gliel’avrebbe data la sua mail?”

“Che ne so, l’avrà presa dal mio sito.”

“Ah, vero… E chi le dice che sia proprio lui e non uno che si è firmato col suo nome?”

“Me lo dice l’ironia della sua mail: ha scritto che è felice di riscontrare che un suo libro ha fatto incursione in classe e poi ha commentato che qualcuno potrebbe indicare il fatto come un sintomo del degrado della scuola italiana. Non può essere che lui!”

“Dai! Troppo forte! E lei cosa gli ha risposto?”

“Ancora non gli ho risposto, sto aspettando che mi passi l’emozione.”

“Profe, quando gli scrive, me lo saluti!”

“Ok.”

“Sì, anche da parte mia!”

“Ok, va bene.”

“Ecco, brava, anche da parte nostra!”

“Sarà fatto.”

“E già che c’è, profe, perché non lo invita qui a scuola, in classe nostra?”

“Mah… non credo che…”

“Sì, gli dice di venire qua una mattina, ma solo in classe nostra però!”

“Beh, chissà se lui…”

“Così si parla di Corpo e anche degli altri suoi libri, stando tutti in cerchio come quando viene Cesare e si fa teatro!”

“Ma sapete ragazzi, lui vive a Venezia, non lo so se…”

“Va be’, che ci vuole, prende il treno, viene qua, sta qualche ora con noi e poi va fare una giratina per Firenze!”

“A Firenze c’è già stato: per esempio quella volta che venne a Leggere per non dimenticare per fare la lettura interpretativa di Groppi d’amore nella scuraglia.

“Va be’, ma non avrà mica visto tutto tutto?”

“No, certamente, magari ha fatto tutto di corsa e non ha visto nulla…”

“Appunto: ora torna, sta tutta la mattina insieme a noi e poi nel pomeriggio fa un po’ il turista, la sera va a mangiare una bistecca, fa du’ passi per il centro… oh, al limite s’accompagna noi!”

Carissimo Tiziano Scarpa (intanto comincio a risponderti da qui), non farci caso: quelli, gli dai un dito, e ti prendono tutto il braccio.

Comunque, ecco, sì, insomma: noi siamo qui, se ti va di venire, una chiacchierata nell’intimità della nostra classe, un panino cotto e fontina all’intervallo, e se poi vuoi fare una giratina in centro, una bistecca a cena, un bicchier di Chianti, due passi in piazza della Signoria al tepore della primavera.

Grazie, davvero grazie per averci scritto.


Pare che Maurizio Salabelle, quando uscì il suo primo romanzo, non sapesse che faccia fare per la strada: se fosse andato a vedere in libreria gli sarebbe venuta la faccia di quello che va in libreria a vedere se è uscito il suo libro, e se non ci fosse andato, se avesse preso vie traverse e si fosse tenuto alla larga, lo stesso chi lo avesse visto avrebbe pensato “Guarda, quello è uno che ha una faccia che sta facendo la strada contraria a quella che porta in libreria perché vuol far finta che non gli interessa l’uscita del suo primo libro”.

A lei piacerebbe poter dire che condivide questo sentimento di vergogna, ma non è vero.

Lei è contenta.

Perché fino a quando non ha firmato il contratto con l’editore non ci ha creduto, e fino a che non le è arrivata la scatola coi libri non ci aveva investito nessun pensiero, nessuna energia emotiva. Quindi per lei questo è un regalo, non un mestiere. Perché secondo lei uno scrittore non è uno che ha pubblicato un libro. Paolo Nori, Maurizio Salabelle secondo lei sono scrittori, ed è bello che gli venga la faccia di quelli che si vergognano della loro scrittura, meglio quella faccia lì che un’altra.

Lei stamani doveva andare a lavorare, aveva gli studenti che la aspettavano in classe, doveva parlare di Pompei e mai momento fu più propizio, vista la nube che impolvera i cieli d’Europa. Le sarà venuta la faccia di quella che si concentra sulla sua lezione e in un angolo del cervello è felice perché oggi esce il suo primo libro. Forse glielo avrà detto, ai ragazzi, o forse no, ché tanto quelli non spiccicano una parola d’italiano e il suo libro forse non lo leggeranno mai. E forse quando sarà uscita da lezione avrà ceduto alla tentazione di andare in libreria a vedere, se c’era, e dov’era, e in quante copie.

Ma è più probabile di no. Perché se poi non lo avesse visto, se poi non ci fosse stato, le sarebbe venuta l’ansia.

Io il suo libro ce l’ho tra le mani: mi è arrivato per posta in anteprima qualche giorno fa e me lo sto gustando con la lentezza che si dedica ai libri che ci svegliano il piacere addosso per le similitudini azzeccate, le immagini evocate, i dialoghi credibili, le parole mai banali.

Lo leggerò due volte, la prima per sollazzo, la seconda per lavoro. E il lavoro, questa volta, non sarà di peso perché mi porterà in libreria e mi farà sedere accanto a lei per farle tutte le domande che quel giorno mi verranno in mente. Di lei per ora non so quasi niente: non ho mai sentito la sua voce e il suo viso l’ho visto solo in foto. Quello che so è che ha i capelli rossi e la capacità di incollarmi gli occhi alla pagina mentre la bocca mi s’apre al sorriso per l’ironia lieve che ci trovo scritta dentro, quello che so è che ha il nome di un fiore e il cognome di un colore.

Erika Bianchi, Sassi nelle scarpe, Dario Flaccovio Editore.

Corpo

17 aprile 2010

Vale la pena di farsi da parte per lasciare spazio alla voce di chi ha solo quattordici anni. Ma qualcosa di ameno da dire.

OCCHI

Mi è stato detto che, se catturo lo sguardo di una persona che riesce a coglierne la bellezza e le sfumature oro, quella rimane incantata. I miei occhi hanno una forma lunga e bella, che cattura l’attenzione. I miei occhi sono la mia anima, la mia anima sono i miei occhi.

Mi piacciono i miei occhi: sono verdi.  Sono uguali agli occhi di mio padre.

Gli occhi sanno dire ciò che la bocca tace. Sanno scrutare.

CAPELLI

Crescono, si tagliano e ricrescono: credo siano una delle parti alle quali si presta più tempo. Dispiace tagliarli, anche se sappiamo bene che ricresceranno. Hanno varie forme, si può giudicare qualcuno guardando i capelli, in qualche modo rispecchiano la personalità. Chi li ha lisci li vuole ricci, chi li ha ricci li vuole lisci,  lo specchio del modo di comportarsi dell’uomo: non si accontenta di niente e così passa tempo a piastrarsi o ad arricciarsi, perdendo minuti che avrebbe potuto usare in altri modi.

Arma di seduzione, quando una persona compie il gesto di toccarseli può essere indice di preoccupazione oppure di relax. Crescono, si accorciano, si toglie il loro colore per dargliene un altro. Ricci, lisci, corti, lunghi, possiamo dargli molte forme e molti colori diversi.

Sono una parte del corpo che ognuno ha la possibilità di personalizzare. Un buon modo per distinguersi dagli altri.

CERVELLO

Il mio cervello è così pieno di materia grigia che devo sfamarlo con molto cibo per farlo funzionare bene.

Il controllo lo ha lui. Sono in sua piena balia. La base di una fabbrica che assembla tutti i pezzi per formare un unico, grande organismo: io. Forse è l’unico capace di sistemare tutti i problemi. Tutto ciò che ho scritto me lo ha dettato lui.

MANI

Strumento per fare le cose. Dolci in una carezza, birbone in uno schiaffo, scherzose nel solletico. Un modo per divertirsi. Mi prendo cura di loro e penso che siano una specie di biglietto da visita. Mi metto lo smalto in base all’umore così mi possono rappresentare. Con le mani gioco a pallavolo, l’amore della mia vita. Con esse palleggio, il mio ruolo, che mi piace tanto e mi fa sentire la regista della squadra.

CUORE

Casa motrice del nostro corpo, da cui partono gli elementi essenziali per la nostra vita. L’amico più importante della nostra vita. Se batte, buon segno. Se la benzina finisce, so’ cavoli.

Ti sento dentro di me, ti disegno a modo mio ovunque, sei l’organo che trattiene dentro sé i miei sentimenti, le mie paure, le mie difficoltà. Mi trasmetti queste emozioni quando senti il bisogno di buttarle fuori, quando non ce la fai più a tenerle dentro, quando ti accorgi che devo in qualche modo espellere quel sentimento, quell’emozione, quella paura. Batti a seconda delle mie sensazioni, mi fai agitare e deconcentrare, arrossire e piangere.

Compagno fedele sempre presente, rullo di tamburi, tutti ce l’hanno in ogni momento, se si ferma il vuoto totale, la morte.

Lui che batte all’impazzata senza avvertirti, lui che ti fa fare cose fuori dall’umano, lui che fa sì che ogni giorno sia migliore (o semplicemente sia), che dà vita ad ogni essere umano. Nella testa di ogni persona è cuore=vita. Secondo me cuore=amore, felicità. Sarà che io credo molto nell’amore, nell’amicizia e in tutto quello che può legare due o più persone, sarà che quando voglio bene a qualcuno il mio cuore parla.

VISO

Il viso è la parte del mio corpo che ho guardato di più, ogni giorno mi capita di osservarlo: mi lavo il viso,  mi trucco, mi vengono i brufoli.

ORECCHIO

Il mio povero orecchio subisce il rumore dei miei cugini piccoli che piangono, il casino delle macchine che passano, mia madre quando si arrabbia, ma anche il battito del mio cuore. Il mio orecchio è nascosto, è rinchiuso come Fiona nel castello del dragone. Il mio orecchio ascolta tutti e non dice mai niente.

TESTA

La testa fa pensare bene prima di agire, fa imparare le parole più importanti, mi porta verso la strada più sicura, senza ostacoli, nel cammino verso la vita serena e tranquilla che ogni essere umano vorrebbe avere.

PANCIA

Ti faccio la guerra, sono pronta ad annientarti, ti odio perché una volta non c’eri e poi sei arrivata, inaspettata, incalcolata, improvvisa, sfacciata, inopportuna e brutta. Sei brutta. Una volta al tuo posto c’era un cucchiaio, una fossa che declinava armoniosa, liscia da accarezzare, bella da guardare. Un giorno il cucchiaio mi s’è rigirato cogliendomi di sorpresa, forse dormivo, forse leggevo, forse giacevo; sicuramente mangiavo. Non ti ho guardata per mesi, volutamente ignorata, non ti ho più accarezzata. Ma ora ti faccio la guerra, sono pronta ad annientarti, ti odio perché una volta non c’eri e poi ti sei allargata, sei cresciuta, hai dilagato, mi hai rubato lo spazio. Però questa volta saprò eliminarti, questa volta sì. Appena finito questo bigné.

(da un lavoro della mia 1B, ispirato all’omonimo testo di Tiziano Scarpa)

Vi ho portato Bianca

15 aprile 2010

In vista di imminenti e lunghe permanenze in terra di Maremma, porto Micino da Scansano dalle veterinarie.

“Ecco, da bravo, che ci facciamo un bel punturino e ci vacciniamo contro la leucemia felina brutta e cattiva!” dicono in coro e falsetto.

Ma lui non è mica fesso, lui è nato sopra un poggio, mica sotto un ponte, lui ha perso la mamma, mica il cervello, lui è una faina, mica un semplice gatto. Annusando odor d’inculata, soffia ad entrambe.

L’inculata in effetti arriva puntuale e prevista sotto forma di un termometrino sottile che comunque si sente, gli fa tirare un miao che sa d’imprecazione ma non gl’impedisce la solita generosa produzione di fusa, rumorose come scoregge.

Per consolarlo dell’umiliazione subita gli stiamo tutt’e tre intorno a parlargli da sceme, a fargli i versi più idioti, a gorgogliare onomatopee animali, inscenare agguati, produrre scherzi di ottimo gusto. Perché si riconcili con loro e smetta di tenergli il muso, le due dottoresse lo lasciano libero di scendere dal tavolo di metallo, di arrampicarsi sul mobile e risalire la scaffalatura passando dalla bilancia digitale, che segna (“uh, come ci siamo fatti grandi!”) cinque chili e trecentoventi grammi.

D’improvviso succede quello che in un ambiente medico non succede mai: la porta si spalanca senza permesso. Entra in lacrime la testa bionda di una ragazza, poi entra tutto il resto.

Tutto il resto è un grande cane, biondo come lei.

“Vi ho portato Bianca” singhiozza la ragazza.

La fanno accomodare nella stanza delle operazioni, lei adagia il grande cane su un tavolo freddo, scappa per strada, si accascia a sedere sul marciapiede, si nasconde dietro i suoi occhiali neri, ha la pelle arrossata di chi piange da ore, non guarda niente e nessuno, non gliene frega un cazzo di stare lì per terra a farsi guardare da chi passa, a farsi guardare da me, che d’istinto vorrei andarle vicino a toccarle una mano, a dirle che conosco quel dolore sordo che sembra esagerazione e mattana a chi non l’ha mai provato, che non l’ho mai scordato, che ci penso ogni giorno e che, se venisse un genio a realizzare un mio desiderio, chiederei di poter riavere indietro sano e vivo il mio cane, biondo come il suo.

I geni però (lo sanno tutti) non esistono.

Io non rivedrò mai più Nello.

Lei non rivedrà mai più Bianca, morta dopo poco su un tavolo freddo.