Sono giorni frenetici

15 aprile 2010

Prima ora. Teatro greco-romano, skenè, pàrodoi, pylones, pìnakes, paraskenia, theologeion, catarsi. Ritiro le relazioni, ricordo le scadenze, faccio il punto della situazione, rammento gli appuntamenti, esorto allo studio.

Seconda ora. Umanesimo, Rinascimento, dignità dell’uomo, pedagogia nuova, storia e politica, rivoluzione delle comunicazioni, corti, accademie, mecenatismo culturale.

Terza ora. Feudalesimo, signore, vassallo, omaggio, giuramento, fellone, economia curtense, pars dominica, pars massaricia, corvees, foresta, oratores, bellatores, laboratores.

Quarta ora. Spostamento fisico da una scuola a un’altra.

Quinta ora. Luigi XVI e Maria Antonietta, nobiltà clero e popolino, Maria Teresa, Robespierre, Marat, giacobini, girondini, sanculotti, se non hanno pane che mangino croissant, reggia di Versailles, Bastiglia, rivoluzione, ghigliottina, guerra.

Sesta ora. La felicità non esiste, Il sabato del villaggio, La quiete dopo la tempesta, pessimismo individuale, cosmico, eroico, scrivi un pensiero, commenta il verso, dimmi cosa ne pensi.

Pausa pranzo. Un tramezzino con l’uovo, un succo al pompelmo, totale 4 minuti e mezzo.

Ore tredici e cinquanta. Spostamento da una scuola a un’altra.

Ore quattordici. Consiglio di Classe IIB, recupero debiti, alzi la mano chi, con te come va, ho sei insufficienze, fanno confusione, mandiamo le lettere, lo sai che lui fuma, quello invece è bravo, sono dei lazzaroni.

Ore sedici. Consiglio di Classe IB, andamento didattico e disciplinare, controllo programmi, comunione aneddotica, torta alle pere, risate, gite d’istruzione, verifica dei progetti, accoglienza genitori, confronto, pareri, domande, sorrisi, promesse.

Ore diciotto. Spesa, rientro a casa, controllo posta elettronica, apertura pacchi postali, telefonate, Palazzo Vecchio, Notte Bianca, Porticato delle Oblate.

Ore venti. Preparazione cena, cous cous con verdure, per lui anche del formaggio e due pomodori insalatari, fragole e crema, caffè e un biscotto.

Ore ventitrè e venti. Letto fresco e profumato da rinnovare, libro nuovo e appassionante da inaugurare, leggo trentaquattro pagine senza rendermi conto, dico basta voi due di fare casino, di là c’è la lotta di un uomo contro un gatto, rituale serale che non fa male, squilla il telefono, direttrice notturna che non dorme mai, chiama per darmi notizia così bella che quasi quasi mi metto a dormire per sognare in anteprima quello che presto avverrà.

Ha il nome da maschio, viene dalla Romania, è arrivata a febbraio, non parla italiano, è timida, chiusa, blindata, è imbarazzata, si vergogna, ha paura.

E’ stata inserita nella mia classe: che intanto si ambientasse, socializzasse con la lingua e i compagni, provasse a seguire il ritmo delle lezioni, si sintonizzasse col tempo di questa nuova scuola, guardasse in faccia i suoi professori, senza che nessuno di noi pretendesse di interrogarla, che il suo fosse solo ascolto, ascoltare e basta fino alla fine dell’anno, un anno di prova, prima dell’estate e dell’anno vero che per lei giunge solo a settembre.

Nel primo mese è stata affiancata da un’assistente tutta per lei, che le sedeva accanto e le bisbigliava piano una sorta di traduzione di quella storia contorta tra un certo Renzo e una certa Lucia, le raccontava con altre parole la storia dei Greci e le loro leggende, le trascriveva enigmatiche frasi da analizzare e di cui lei doveva soltanto memorizzare più vocaboli le fosse possibile, quanti più gliene entrassero in testa, sempre di più e più velocemente.

Poi è rimasta sola, seduta di banco accanto a due ragazze gentili con il gene dell’accoglienza in dotazione abbondante. Ma il dispiacere a vederla lì, malinconica e muta, mi si piazzava all’imboccatura della pancia e mi faceva sentire in colpa: colpevole di non farmi capire, colpevole di non poterci parlare, colpevole di tenerla appoggiata e passiva come un vaso di fiori, solo da guardare.

Dopo una riunione con alcune colleghe, l’illuminazione.

Il deus ex machina ha il nome assegnato dagli antichi Romani a tutti gli imperatori.

Cesare è laureato in Filosofia dell’Educazione, è attore e regista teatrale, ha fatto di questa passione materia di studio e oggetto della sua professione. E’ la persona perfetta perché la ragazza con il nome da maschio entri davvero dentro la classe, inizi a parlare, a capire, a muoversi senza vergognarsi, a rilassarsi quando le si dice una frase, una parola sola, affinché inizi a guardarci senza tenere bassi gli occhi.

Il laboratorio di teatro è iniziato da due lezioni.

E già mi sembra che lei non sia più come prima.

E già tutti loro sono persone diverse.

Un magma informe che medita, che si ascolta il corpo, che va alla ricerca del battito del proprio cuore e ne prende coscienza come una prima volta. Un gruppo che sa stare in silenzio più di quanto credessi, che riesce a contare senza parlarsi sopra, che mette in gioco il tempo, il coraggio, la voce, la faccia, l’amore: tutto ciò che si ha, a quell’età.

L’avevo sempre guardato da fuori, dal marciapiede, quel ristorante sopraelevato con la stella di David illuminata nella vetrina. Non m’ero mai soffermata ad appiccicare il naso al vetro e scrutarne gli interni, perché l’impressione che avevo era di violarne i religiosi segreti, apparire inopportuna a clienti e gestori, essere indelicata. Poi, insomma, anche quei poliziotti, quelle guardie militari a presidio della Sinagoga confinante, diciamo che mi mettevano un po’ d’ansia addosso, così tiravo dritta e m’infilavo nel labirinto del quartiere di Sant’Ambrogio tra fumi di lampredotto e panini alla porchetta.

Dicevano che era caro, carissimo, quasi inavvicinabile.

Di ritorno dal centro, diretti in piazza D’Azeglio a riprendere l’auto, ci fermiamo a guardarlo e trovo il coraggio di incollare gli occhi alla vetrina. Ci vedo vapori a contrasto col freddo di fuori, tavoli e sedie di legno essenziali, gente seduta rilassata e allegra, un vecchio vestito di chiaro a servirla, un bancone arrotondato costellato di foto: Grossman mi guarda, Oz mi sorride, Yehoshua mi invita ad entrare.

Entro con lui: libri da consultare, menorah sugli scaffali, Pagine ebraiche da sfogliare nell’attesa delle portate. Ordiniamo tabulèh, hommos, tahina, babà Ganush, caponata giudea, falafel e brik al formaggio. Beviamo birra fredda e the caldo. Faccio tappa in bagno e piscio con Woody Allen che s’attarda sulle mie mutande calate al ginocchio timidamente ridendo. Mangiamo benissimo mentre un Kafka pensoso ci spia dentro il piatto.

Paghiamo una cazzata e usciamo pensando già di tornare, da Ruth’s, in via Farini, 2/a.

Giornata ideale

11 aprile 2010

Piove, fa freddo. M’affaccio in terrazza e sbatto in un’imprevedibile aria d’inverno, il vento è una sega alla gola. Finestre da serrare, coperte da riesumare, coi calzini ai piedi e al collo una pezzola. Alzarsi dal letto alle undici e mezzo, uscire a far colazione all’ora di pranzo, mi fa un cappuccino e mi dice “alla Consuma la notte scorsa è nevicato!”, comprare i giornali e ritapparsi in casa, strappare articoli dai settimanali come Nanni Moretti, bere caffè neri e fumanti da alternare a tisane alla frutta, mordere fragole intere, sbucciare un kiwi verde pistacchio, far girare Pandit Ravi Shankar a volume gentile, chiamare il gatto svenuto nella cesta imbottita.

Ieri era l’estate scontata che aspettano tutti.

Oggi è la giornata ideale per scrivere e, nelle pause, leggere le pagine intime di un autore che amo.


Nel momento culminante mi scappa una battuta e lei ride a bocca aperta, mescola le convulsioni dell’orgasmo a quelle della risata. Poi, affettuosamente, mi dà dello scemo. Perché scemo? Non è contenta di vivere due felicità dentro lo stesso spasmo? La battuta mi è venuta spontanea, non l’avevo preparata, ma forse ha ragione lei, non bisogna mettere limguaggio, concetti, umorismo dentro quegli istanti, si rischia di spiritualizzarli: si dà una forma a ciò che dovrebbe essere scioglimento e liquefazione. Io, di mio, tenderei al fondamentalismo emozionale, cerco il punctum assoluto, la fusione nucleare dove far implodere simultaneamente pianto, riso, godimento, consapevolezza della mortalità ed esperienza del niente. L’estasi, insomma. A quanto pare, qualcosa di simile lo producono le droghe e i videogiochi. Senso di frustrazione al pensiero che le mie armi sono un corpo, un’anima, un apparato sessuale e qualche spiritosaggine, di contro a industria chimica e tecnologie avanzate.


Ai fornelli con Simone

10 aprile 2010

Così orgoglioso da sconfinare in una simpatica forma di presunzione, così narcisista da rubare l’inquadratura al cibo che sta preparando, biondo tonico tatuato e sodo, la bocca smerlata la lingua sciolta e la mano lesta. A parecchi sta sulle palle. Io lo vado a cercare ogni giorno.

Lo trovo sul Gambero Rosso Channel di Sky, in un programma che ha per titolo la tripla ripetizione del suo nome: Io, me e Simone.

Arruolato e immediatamente scaricato dall’Isola numero 7, questo giovane chef toscano tutte le sere alle undici e dieci mi regala una ricetta da urlo che appunto in diretta sul mio quadernino riservato all’ars culinaria.

Che poi a dirla tutta, se c’è una cosa che detesto sono le trasmissioni dove s’insegna a cucinare: lente, noiose e farcite di canzoncine idiote, presentatrici imbranate e chiacchiere amarcord (la mi’ mamma così, la mi’ nonna cosà). Macchissenefrega della tu’ mamma e della tu’ nonna, facci vedere ‘sta ricetta e sta’ un po’ zitta.

Lui, invece.

Lui intanto arriva in cucina vestito da passeggiatina in centro: sportivo ma rileccato, comodo ma modaiolo. Entra, e già mi sembra di sentire il profumo di una doccia recente. Entra, e già mi scappa da ridere. Rido, perché la colonna sonora del suo programma è un rock martellante e reiterato fino all’ossessione, una schitarrata distorta con cui si sintonizza per il taglio del cipollotto da destinare al soffritto.

Lui non ha che una ventina di minuti scarsi per metterti a tavola e ogni volta lo fa con la grazia maschia che rende un uomo ai fornelli (lo notava la Allende ai tempi di Aphrodita) erotico senza saperlo.

Questa sera, ai miei graditi e inconsapevoli ospiti, servirò il Piatto Ricco di Simone: a) ridurre a dadi di media grandezza un petto di pollo prima tagliato a strisce e immergerlo in una crema fredda di latte, curry e curcuma, lasciando il composto in frigo per qualche ora; b) preparare del cous-cous facendolo rigorosamente tostare in padella prima di aggiungervi l’acqua calda e coprirlo affinché gonfi e cuocia; c) cucinare dei friggitelli ridotti a dischetti fini insieme a dello scalogno, unirvi zucchine a julienne, pomodori sammarzano privati della buccia e far andare tutto a fuoco medio per un quarto d’ora; d) preparare una salsa fredda mescolando yogurt greco a pezzetti micro di cetriolo e menta tagliata all’ultimo momento perché non s’annerisca; e) estrarre dal frigo i cubi di petto di pollo macerati nel latte, infilzarne quattro o cinque alla volta in uno spiedino e cuocere in teglia; f) unire il cous-cous ormai pronto ai friggitelli e compagnia varia, razzolando bene prima di creare delle piccole torte per mezzo di formine tubolari.

Il piatto si presenterà così: una cupola geometrica di cous-cous e verdure speciali, due spiedini incrociati dai profumi d’Oriente e dai colori dell’oro, una cacata di salsa verde chiaro che farà pensare contemporaneamente alla Grecia e a un bel Mohito, che nessuno impedisce di servire in parallelo.

Perché scrivi?

9 aprile 2010

Alla fine di un dedalo antico e ristrutturato li ho trovati. Erano in quindici, singoli e singolari. Erano silenziosi, (ansiosi?), curiosi, misteriosi, smaniosi. Di lui ho pensato che fosse un po’ imbarazzato, dalla lavagna elettronica e bizzosa, dall’auditorio nuovo ed ignoto, dal fare lezione senza esser lezioso. Poi si è scaldato e ho sentito comunicazione anche nell’interruzione, nel procedere a voce sommessa, titubante solo all’apparenza, nell’ammettere che a scrivere c’è una gran solitudine. Ho preso appunti e imparato, perché sempre s’impara. M’ha convinta il confronto, il mettersi in gioco, lo spogliarsi di tutti del pudore delle proprie parole, l’accettare che un evidenziatore strisciasse la nota azzeccata ma anche quella sgraziata. Mi ha rapita la più trita delle domande: perché si scrive? Per sentirsi una levatrice, per la memoria e la commozione, per la gioia e per il dolore, per il puro piacere, per plasmare un cosmo originale, perché un demone mi sveglia di notte e mi costringe a farlo, perché è come droga, follia e malattia, perché è una condanna, per amore della bellezza.

Per vivere due volte anziché solo una.

Sono iniziate a Firenze, nella splendida villa del Cinquecento in viale Manfredo Fanti, le lezioni della Scuola di Scrittura di Mondadori Education, dove è stato accolto -dopo selezione accurata tra tanti scritti arrivati- un ristretto numero di partecipanti che ha iniziato il percorso seguendo la prima lezione di Francesco Recami.


Torno a correre

8 aprile 2010

Sostengo il passo, seguo la strada, giro intorno, incrocio sguardi, saluto gli ignoti, sorrido ai cani, devio improvvisa, conto le buche, scanso le merde, abbandono le braccia, respiro forte, mi smoccico il naso, guardo un po’ il cielo, mi batte il cuore, mi frizzano i muscoli, mi brucia l’inguine, mi ballano le tette, m’illudo leggera, mi spingo oltre, ritardo il ritorno, ritrovo quel viso, mi perdo nei dubbi, ripenso a quel giorno, prendo appunti mentali, cambio canzone, alzo il volume, scordo la fame, mi scorre il sangue, divento rossa, sudo ma godo.

Ricominciare

7 aprile 2010

Dopo una settimana di risvegli biologici infrenati tra gambe zampe code lingue grattine ciocche rosse e teste glabre, colazioni domestiche in mutande baby-doll e calzettoni coi gommini antiscivolo, spedizioni lento pede casa-edicola-casa per i periodici e i quotidiani, passeggiate in bicicletta, giardinaggio sul terrazzo, aperitivi in piazza, cene lunghe da sconfinare nella notte, bossa nova a sussurrare dallo stereo, polvere sulla radiosveglia ridotta all’inattività e al mutismo, ricominciare è dura.

“Profe! Il libro che ci ha dato da leggere per Pasqua è stupendo! L’ho divorato in due giorni, non avevo mai letto un libro tanto bello!”

Ma basta una frase così per ritrovare il pizzicorino di un lavoro che anche dopo diciassette anni sa stupirmi.

La Maremma ha due volti

6 aprile 2010

Uno di sole e colori, di casa e mimosa, di cielo, di erba, germogli.

Di gatto nascosto nel verde.

Di stemperato tramonto lungo una strada che porta alla cena e quindi alla notte.

mimosaecasa

cieloegermogli

erbaegermogli

nellerba

tramontomaremma

Uno di umida nebbia e freddo nelle ossa, di cieco guardare, sicuro smarrirsi.

Di foto sfocate, di chiese stinte, valigie rifatte e viaggi all’indietro.

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Ma, con due volti o uno solo, sei sempre quella e sei sempre nostra, Maremma.

Anda e rianda

2 aprile 2010

PREPARATIVI.

E’ dai primi di febbraio che non riprendo la Freccia Rossa, il treno ad alta velocità che da Firenze ti porta a Milano in un’ora e quarantacinque minuti. Siccome l’appuntamento è per il primo pomeriggio, parto a mezzogiorno. E siccome parto a mezzogiorno, mi regalo una mattinata di lentezza e tempi allungati. Per esempio, appena Belpelato esce e va al lavoro, m’allungo più che posso nel lettone e butto due bacini all’aria come richiamo per Micino, il quale immediatamente abbocca, balza su, sbadiglia, mi dà una raspata ruvida di lingua sul braccio sinistro, e poi s’allunga come me. Ha fatto sua la consuetudine già appartenuta al cane Nello, il quale era solito giacere accanto a me sul letto assumendo la mia identica postura e incastrandosi con me al millimetro. L’abbracciatino si dilata dalle otto alle nove, momento in cui scoperchio le lenzuola e mi lascio scivolare coi piedi sulle ciabatte di cencio. Esatto, quelle del tessuto delle pattine, i rettangoli di stoffa che le mamme esaurite di una volta ci facevano indossare quando davano la cera ai pavimenti. In bagno coccolo me stessa per un’altra ora. Alle dieci sono pronta: lavata e vestita. Ma al treno mancano due ore: torno a letto.

COMPAGNI DI VIAGGIO.

Scegliendo di viaggiare in treno, scelgo di stare al gioco della sorte. La sorte a questo giro mi mette accanto sei compagni di viaggio che, nel tragitto, ho tutto il tempo di studiare.

Tricotillomane: Tricotillomane, giovane donna lievemente sovrappeso ma dagli occhi bellamente azzurri, fa Firenze-Bologna-Milano a arricciolarsi tra le dita e tirare verso il basso la solita ciocchetta di capelli che le parte da dietro l’orecchio sinistro, senza mai fermarsi, senza mai cambiare. Con la mano libera, invia messaggi forsennati al telefonino e chiama qualcuno in continuazione. La Tricotillomane di lavoro fa l’organizzatrice di mostre, eventi, robe così, e ci tiene parecchio a farlo sapere. Se così non fosse, eviterebbe di mettere al corrente dei suoi cazzi tutti noi.

Alitone: Amico e collega di Tricotillomane, Alitone sale a Bologna, si siede di fronte a lei e di fianco a me. Purtroppo. Come attacca a parlare (naturalmente di lavoro), il sonetto di Rustico di Filippo mi risuona in testa: Ovunque vai, conteco porti il cesso. Mentalmente, improvviso tra me una parafrasi riadattata e colgo l’occasione per ripassare il testo trecentesco, d’incredibile attualità.

Fantasma Formaggino: Sulla quarta poltroncina dovrebbe sedere il proprietario dello zaino che occupa quel posto e che puzza di formaggio. Suddetto proprietario, tuttavia, non si materializza se non a fine corsa, per estrarre un fagottino di stagnola e consumarne il contenuto: panino allo stracchino.

Apple Boy: Alto, giovane, aitante, elettronico e multimediale, Apple Boy viaggia in compagnia della sua compagna (v. sotto alla voce Cruciverba Girl) ma in simbiosi col suo Mac. Che tra parentesi è identico al mio e suscita in me profonda nostalgia da lontananza. Apple Boy guarda certamente un film che, data la posizione speculare alla mia, ignoro del tutto. Egli alza gli occhi solo per fornire qualche soluzione a Cruciverba Girl e per lanciare rapide occhiate accompagnate da teneri sorrisi a Omino (v. sotto sotto alla voce Omino).

Cruciverba Girl: Alta, meno giovane, strariccioluta e settimanenigmisticadipendente, Cruciverba Girl di tutti i presenti è l’elemento meno interessante. Sarà che io al massimo i cruciverba li faccio per agevolare l’evacuazione pigra e dopo uno anche se non ho espletato chiudo tutto e vado via, ma quelli che passano le ore a fare parole crociate mi sono sempre parsi grulli.

Omino: Eccoci al personaggio-chiave del vagone. L’Omino è un bambino di (io credo) dieci anni che si comporta come un uomo fatto. Viaggia da solo con uno zaino bianco e blu zeppo di roba e divora con disinvoltura un libro di un milione di pagine. Con la gambina piegata sull’altra e il libro appoggiato sopra, l’Omino assume e mantiene l’atteggiamento serio di chi viaggia su treni di prima classe e sa che deve comportarsi bene nel rispetto degli altri, che gli altri in genere non hanno. Il cellulare lo tiene silenzioso e risponde piano quando se lo sente vibrare addosso. “No mamma, non credo di essere ancora a Milano” dice mentre il treno è fermo a Firenze. Apple Boy lo guarda e quasi si commuove per la tenerezza. Anch’io mi spenzolo per osservarlo: questo bambino educatissimo, silenzioso, maturo e responsabile è il figlio che avrei voluto avere, se avessi voluto avere figli.

MUSICA.

Bisogna che mi decida a dare una rinfrescata ai contenuti dell’i-Pod. Ché Nada va bene, Cremonini mi piace, Vasco lo adoro, Boccherini mi mette bene, Allevi mi rilassa, Einaudi m’agevola il pensiero, Jova mi foga, Mozart m’imbenzina. Ma insomma, dopo un po’.

CHE TEMPO FA.

“Ma a Milano che tempo fa?” chiedo prima di partire a chi mi sta aspettando. “E’ un po’ grigiognolo e freddino” è la risposta. Il sole sparisce all’altezza del Mugello. A Bologna c’è un certo malumore atmosferico. A Milano le nubi sono gonfie e hanno il muso lungo, sono arrabbiate e per l’insofferenza voltano le spalle ai viandanti mostrando un groppone costellato di gobbe. Come metto il capo fuori dalla fascistissima stazione, un diluvio m’avviluppa. Salta l’ipotesi di raggiungere un localino per mettere qualcosa sotto i denti, opto per il salto del pasto e per l’arrivo anticipato nel luogo convenuto.

TAXI!

Il taxi su cui salgo è il numero 206. Ripasso i numero di questa giornata: 1 il giorno, 4 il mese, 10 la carrozza, 36 il sedile. Troppi numeri pari. Mi portano sfiga. A me piacciono il 13 e il 17. E i gatti neri. Sarò mica una strega? L’uomo alla guida non spiccica parola nemmeno per chiedermi “dove?”. Sono io infatti che, entrando, dico: “Segrate”.

IL LUOGO CONVENUTO.

Il luogo convenuto sorge su un’immensa piana di verde ed è immenso anch’esso. Lo progettò l’architetto brasiliano Oscar Niemeyer, distribuendolo su tre padiglioni giganteschi e arcati e circondandolo di un suggestivo specchio d’acqua dove d’estate s’attardano oche e germani e intorno al quale sculettano pavoni e zompettano coniglietti nani. La prima volta che lo vidi mi fece impressione. Oggi mi fa emozione. La prima volta che ci venni mi guardavo intorno inebetita e non sapevo cosa rispondere al casottino da cui un addetto mi chiedeva dove fossi diretta. Oggi mi godo la burrasca al riparo del vetro ed estraggo dalla borsa un documento pronunciando il nome del mio editor.

I CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA.

Il mio editor lavora al quarto piano e questa volta non scende neanche a prendermi. “La aspettano” mi dicono al pianoterra rilasciandomi un tesserino con il mio nome e il mio cognome già stampati. La prima volta che m’arrampicai in questa maestosa piccionaia la testa mi girava, guardavo tutto e non vedevo nulla, le gambe mi si piegavano un po’ in avanti e fino all’ultimo continuai a credere che ci fosse un errore, che ci fosse un inganno, che fosse uno scherzo. Fidanzato Belpelato era rimasto ad aspettarmi in piazza del Duomo perché “non vorrai mica fare la bambina tonta che si fa accompagnare?”. Oggi sono venuta da sola, cammino da sola, faccio tutto da sola, procedo piano, osservo tutto, moquette marone, pannelli verdi, divisori a labirinto come in quel film di Tati. La gigantografia di Saviano mi guarda, il viso dolce della ragazza rossa di D’Avenia mi sorride, la foto di Guccini mi fa canticchiare Non so che viso avesse. Il mio editor, la sua capa e i suoi colleghi mi aspettano a un tavolo bianco e rotondo come quello di casa mia. Non posso dire di sentirmi come mi sento a casa mia, però mi sento bene. C’è un pacco di fogli scritti, su quel tavolo bianco e rotondo. Li ho scritti io. Loro li commentano, li voltano, li sparpagliano, se li passano. Passa una segretaria e mi porta un caffè. Ripassa e mi offre un ovetto di cioccolata. Io accetto. Accetto tutto, perché sono le quattro, non ho pranzato e lo stomaco me lo sento più giù delle ginocchia. Si parla di un titolo. Si parla di una copertina. Si parla di una data di pubblicazione.

PIOVE, MADONNA COME PIOVE.

Due ore e mezzo dopo sono fuori e piove a scatafascio. Piove e non me ne frega nulla, piove e sono contenta, piove e sorrido, piove e mi sento leggera, piove e non ho più neanche fame, piove e tremo dal freddo, piove e gli mando un messaggio, piove e sento che tutto ciò che desidero fare, ora, è tornare subito a casa per abbracciarlo, incastrando anche il gatto dentro quell’abbraccio.