Mille volte Roma. A Roma era un continuo andarci quando ero ragazzina. Sembrava che in Italia da vedere non ci fosse altro che lei. Il prete (con una certa prevedibilità) mi ci portò una quindicina di volte. La squadra di basket in cui (ehm) dal mio metro e sessanta militavo imbastì un durevole gemellaggio con l’Acqua Acetosa che mi fece ospite in casa di Simona e poi condusse lei a casa mia per diversi anni. Al quarto anno di Liceo ci organizzammo la gita di cinque giorni: la classe al gran completo e, a capo di tutti noi, il nostro più che amato professore di Filosofia, che prenotò una bettola d’albergo senza bagno in camera, ma a uno sputo da piazza Navona; che ci vietava di masticare patatine e ciringomme, ma regalò boccioli di rose a noi ragazze.

A Roma, il tempo. A Roma il tempo è sempre bello. Anche a dicembre, quando il freddo avvolge ma non taglia le gote. Venerdì scorso ci siamo arrivati sotto un cielo a ragnatela assai sospetto. Il pullman ci ha scesi a Villa Borghese: il luogo perfetto per una passeggiata in mezzo al verde, per un panorama aereo dell’urbe, per un pic nic coi prodotti portati da casa, per un torneo di calcio all’aria aperta in cui dare sfogo all’energia repressa nel viaggio e presentarsi poi alla cerimonia di premiazione rilassati, immobili e silenti. Tutto questo effettivamente recitava il programma pianificato nei giorni addietro. Affacciati al Balcone del Pincio, però, più der cupolone ci ha colpito er nuvolone: una massa estesa, gonfia, viola e minacciosa ci galoppava incontro. Il tempo di elaborare un pensiero semplice (“porcamaiala, non verrà mica proprio q…”) e quella già scaricava la sua ira fradicia su di noi.

Separiamoci. Restare uniti, procedere compatti, avanzare baldanzosi non è impresa da niente, quando si portano in gita venti animalini di quindici anni, convinti di potersi fare bellamente i cazzi propri: nello specifico, fermarsi davanti a ogni vetrina, farsi abbindolare dall’indianino venditore di rose, abboccare all’arabotto che noleggia biciclette a tre o quattro ruote, fermarsi a fare foto sceme. Diventa addirittura impossibile quando nel gruppo c’è la furbega di turno che, la sera prima della gita, ha visto bene di battere una boccata in motorino, sbraciolarsi il gomito, martirsi il ginocchio e presentarsi all’appello dell’indomani sostenuta da stampelle. Provateci, a puntare i gommini sui sanpietrini sguisciosi di pioggia. L’alternativa è solo una: separarsi. Un gruppetto con una profe, un gruppetto con un’altra. Il mio finisce dritto dentro un Mc Donalds. Vanamente mi abbandono a una predica ispirata e fondamentalista sulle scelte alimentari consapevoli: il gruppetto che capeggio non solo è felicemente consapevole di accingersi a mangiare merda, ma anche fermamente intenzionato a non rinunciarvi. E il salutare bendiddìo che ci siamo portati da casa?! Non dicono dove devo ficcarmelo, eppure a volte il pensiero urla forte più delle parole. Poi, quando mi vedono alla cassa padroneggiare l’ordine (“Un Mc Deluxe Menù con patatine e Coca grande, più salsa chetchup e agrodolce”) intuiscono che anche nel mio armadio si nascondono fantasmi inconfessati e per il tempo di un pranzo mi vivono come una di loro.

Come Anita e Marcello. Ci ritroviamo con gli altri sui marmi del capolavoro idraulico, sfondo di tante pellicole immortali. Chi di loro non l’aveva ancora vista sgrana gli occhi, chi l’aveva già fatto ripensa alla moneta lanciata quella volta e si convince che funziona. Se le foto che ci scattiamo addosso consumassero una parte di noi, torneremmo a casa dimezzati.

E’ tardi. E’ tardi per vedere qualcos’altro oltre il quadrilatero classico che si completa nella scalinata di Trinità dei Monti. E’ tardi per fermarsi dentro un caffè con la calma necessaria, tardi per fare qualche passo in più, tardi per smarrirsi nella città che eternamente rapisce e mai odora di rivisto. E’ tardi per procedere a passo di crociera, per sostare alla bancherella di occhiali tamarri, per farsi corteggiare da un cameriere fattosi sull’uscio del suo ristorante. Bisogna camminare in fretta: per questo buttiamo l’infortunata dentro un taxi e acceleriamo. Il pullman ci aspetta. I giapponesi pure.

Ventiquattlesimo Plemio Lettelalio. Al Ventiquattresimo Premio Letterario arriviamo tardi. I giapponesi ci hanno atteso oltre i tempi previsti, poi hanno deciso di iniziare senza di noi. Ci presentiamo in ritardo, ma almeno in silenzio. Nel tragitto ci siamo spogliati degli abiti inzuppati di pioggia e abbiamo indossato il cambio nascosto nello zaino: entriamo nel salone della cerimonia finale pettinati e rileccati che nemmeno il giorno della prima comunione. Sul palco i listoni del parquet risuonano tonanti quando, in ventuno, ci camminiamo sopra per raggiungere il microfono e leggere l’inesplicabile combinazione poetica detta del cinque-sette-cinque: l’haiku.

A ritroso. Tutte le classi collassano e se la dormono, nel viaggio di ritorno. E’ un postulato. Un assioma. Non si sa come, questa raccoglie dai pertugi corporei ogni smarrito residuo di energia ed esplode tra le ferree pareti del pullman. Ha dalla sua l’autista più buono, gentile, aperto e tollerante del mondo e le due insegnanti più bischere dell’istituto. Di Vasco si urlano le note di Rewind e Albachiara. Del Liga si sono perse le parole. Un assolo maschile e incazzato è riservato all’italiano medio degli Articolo 31. A te del Jova diventa A voi e ci viene dedicata. Why don’t you do right, già eternata da Jessica Rabbit, trova una seconda vita nella versione remixata e mi trascina in un ballo impudico, con ogni probabilità adesso in giro su you-tube.

Cosa hai tra le gambe?

29 maggio 2010

Questa mattina.

Verifica in classe.

Lo scorgo -curvo sul banco poiché altissimo- divaricare cautamente le ginocchia, abbassare la testa, calare una mano, ravanare in mezzo al cavallo del jeans.

Mi avvicino a lui con incedere lento ma sicuro, decisa a non apparire aggressiva, anzi mantenendo una calma di stampo tibetano.

Mi posiziono di fronte, gli punto addosso lo sguardo.

“Cosa hai tra le gambe?”

Egli solleva la testa: le guance rubiconde, la fronte imperlata, lo sguardo acceso d’astuzia.

“Quello che immagino abbiano tutti i membri della categoria a cui appartengo, professoressa.”

“Bene. Allora: dammelo.”

Lui si fruga in mezzo alle cosce, afferra il foglietto, solleva la mano, me lo consegna. E’ docile, rassegnato, abbandonato, pronto al martirio del compito ritirato, sbarrato di rosso e annullato.

Invece come Chichibìo si salva, grazie al gioco -doppio- della parola.

Ma che ci racconti?!

27 maggio 2010

“Sai, pensavo…”

“Dimmi.”

“… sarà adatta la fiaba che hai scelto di leggere oggi pomeriggio alle Oblate?”

“Ma quale, Cecino e il bue? E perché non dovrebbe essere adatta?!”

“Non so… mi sembra di ricordare che fosse un po’ violenta… specialmente nella parte iniziale…”

“Violenta?! Ma che dici?!”

Una donna faceva cuocere dei ceci. Passò una povera e ne chiese una scodella in elemosina. -Se li do a voi, non li mangio io!- disse la donna. Allora la povera le gridò contro: -Che tutti i ceci  nella pentola vi diventino figli!- e se ne andò.

Il fuoco si spense e dalla pentola, come ceci che bollono, saltarono fuori cento bambini, piccoli come chicchi di cece e cominciarono a gridare: -Mamma ho fame! Mamma ho sete! Mamma prendimi in collo!- e a spargersi per i cassetti, i fornelli, i barattoli. La donna, spaventata, comincia a prendere questi esserini, a ficcarli nel mortaio e a schiacciarli col pestello come per farne una purea di ceci. Quando credette d’averli ammazzati tutti, si mise a preparare il mangiare per il marito.


Vi aspetto in biblioteca, ore 17.

Casché!

26 maggio 2010

Uno è francese. Un altro svizzero. Un altro ancora argentino.

Il primo suona le tastiere. Il secondo la chitarra e diversi strumenti a corda. Il terzo cura la programmazione  di aggeggi elettronici.

Si chiamano Philippe Cohen Solal, Christophe H. Muller e Eduardo Makaroff.

Per scegliere un nome al gruppo musicale che nel 1999 avevano deciso di fondare, si sono ispirati al lunfardo, l’argot spagnolo utilizzato nelle città di Buenos Aires e Montevideo, originariamente usato come slang dai prigionieri delle carceri per non farsi comprendere dalle guardie. In pieno stile “lunfa”, che ama invertire l’ordine delle sillabe in ogni singola parola (per cui cabeza diventa zabeca e amigo gomìa), hanno trasformato il loro tango in gotan. E poiché il loro è un progetto musicale, mirato a imbastardire deliziosamente l’originaria purezza del tango con suoni inconsueti, a quel gotan ci hanno attaccato anche un project.

I Gotan Project questa sera sono a Firenze.

Non fanno che tre tappe in Italia (dopo Firenze, Milano e Roma) e non hanno che tre album da cui attingere per la loro esibizione.

Sono adulti, maschi, calvi e passionali.

Propongono una musica che stordisce i sensi e sveglia la voglia di fare all’amore.

Bah, tanto domani ho il giorno libero.

Ti leggerò una fiaba

25 maggio 2010

Quando ero bambina non vedevo l’ora di ammalarmi.

Sapevo che, per consolare i miei acciacchi fisici e rallegrare il mio animo attapirato dall’immobilismo obbligatorio, il babbo sarebbe tornato a casa dal lavoro con il regalo più appetibile e desiderabile di tutti.

Un libro di fiabe.

I miei studenti, leggendo questo post, mi daranno mentalmente dell’idiota.

Colgo ugualmente l’occasione per salutarli e ribadire che, per quanto incredibile e tendente alla follia possa apparire, la verità è esattamente questa: ricevere un libro in regalo era il massimo, per me.

Il babbo si fece da una parte e, seguendo con puntualità puntigliosa le tappe naturali della crescita (morbillo, rosolia, varicella, scarlattina, parotite, pertosse, orecchioni, quinta e sesta malattia), svuotò gli scaffali dell’unico negozietto del paese che insieme ai quaderni spacciava anche i libri e per questo era nomato cartolibreria.

Il suo preferito era Rodari.

Il libro dei mesi, Il treno delle filastrocche, Il libro degli errori, La grammatica della fantasia, Le novelle fatte a macchina, Le filastrocche in cielo e in terra, Il pianeta degli alberi di Natale, La torta in cielo.

Ultime (ma prime nel suo cuore) (e anche nel mio) Le favole al telefono. Che parlavano di questo po’ero babbo che per lavoro era costretto a stare lontano dai suoi figli e allora lui per attutire il reciproco patimento telefonava tutte le sere a casa e raccontava una favola diversa e così poi i figlioli andavano a dormire più tranquilli e avevano la sensazione di essere più amati. E il mio babbo un po’ ci si sentiva, come quel babbo del librino, e faceva bene, perché il genitore che racconta le novelle ai suoi bambini compie il gesto più rivoluzionario previsto dal suo ruolo. Perché un genitore che ha letto favole ai suoi figli non potrà mai essere dimenticato.

In più il mio babbo, come il babbo inventato da Rodari, era bravo anche a elaborare storie mai lette e mai sentite prima.

Suo cavallo di battaglia: “La novella della brioscia parlante”.

A distanza di anni e bilance mandate in tilt, credo fosse un metodo gentile e subliminale per esortarmi a un impoverimento della mia dieta quotidiana: andando ad agire direttamente sulla psiche femminile ed appellandosi al naturale senso di colpa di una matrice culturale storicamente cattolica, egli tentava di farmi desistere dalla frequentazione febbrile della pasticceria “Semplici” con la storiella di quella brioscia miracolosamente capace di provare sentimenti umani e di esternarli.

Fallì nello scopo poiché non dimagrii, ma stravinse nel processo di ammaliamento poiché fui rapita dalla vicenda della povera brioscina che tuttavia riusciva a scampare alla morte per masticamento grazie a un patto stipulato con l’ingorda bambina protagonista e la promessa di un dono eccezionale a lei riservato: un vassoio di briosce al giorno in cambio della salvezza.

Poi crebbi e m’innamorai di Italo Calvino.

Acquistai le “Fiabe Italiane” nella prestigiosa edizione dei Meridiani Mondadori, che ancora sfoglio e leggo a voce alta nelle notti più agitate e insonni.

Quindi diventai professoressa, entrai di ruolo alle scuole medie e condivisi il mio volume con i ragazzini che mi erano stati assegnati.

Insieme a loro elessi la mia fiaba preferita, che narrava un’avventura teneramente epica svolta tra cucine profumate e stalle puzzolenti, in compagnia di un bimbo minuscolo, una madre agghiacciante, un padre affettuoso, un bue maestoso e un lupo scoreggione.

Per questo tra due giorni esatti, giovedì 27 maggio, al “Festival della fiaba”, la rassegna organizzata dal Comune di Firenze in collaborazione con l’Università degli Studi, l’Istituto degl’Innocenti e l’Associazione Griselda, dividendo la scena con Mariella Bettarini, Carlo Monni e Lucia Poli, proporrò al pubblico presente, in lettura rigorosamente interpretativa, Cecino e il bue.

Dedicandola a mio padre, che mi avviò all’amore per la parola scritta, e ai miei ex studenti delle medie, minuscoli come ceci ma enormi nella passione che seppero risvegliare in me.

“Dì la verità: ma come si starebbe io e te a vivere in questo paesino!”

Lo dice ogni volta che ce lo porto; lo dice ogni volta che entra in piazza Cavour e si trova davanti l’effettivamente perfetta opera architettonica di Arnolfo di Cambio; lo dice ogni volta che vede un fondo adatto a farci il ristorantino che sogna da una vita; lo dice ogni volta che c’è una cena pronta, generosa e stuzzicante ad aspettarlo al sesto piano del palazzo più alto dell’aggregato urbano.

La risposta che ha da me è sempre la stessa.

“Male.”

Che poi io in realtà contro il mio paese non c’ho mica nulla. Anzi.

Ho sempre detto che l’è il più bello tra tutti quelli del fondovalle, il più prezioso a livello artistico, il più elegante, quello col centro storico più curato, i negozi più raffinati e la gente più simpatica e creativa.

D’altronde a Figline son cisposi, a Montevarchi son bottini. San Giovanni ‘un vole inganni: siamo i migliori.

Però hai presente un vestito stretto? Una maglina rientrata per via di una lavatrice programmata male? Un paio di mutande con l’elastico troppo in tirare? Un paio di calzini soffocanti?

Ecco. Uguale.

Eppure San Giovanni all’apparenza sembra uno di quei cappottini cuciti bene addosso: non fanno una piega, una grinza morta. Torna a pennello, perché ci trovi facile il parcheggio, ci fanno il mercato tutti i sabati mattina, ci cucinano lo stufato dalla ricetta segreta, ci organizzano le rassegne culturali, c’è movimento musicale, c’è una bella libreria caffè, c’è l’oratorio e la casa del popolo, lo stadio e il palazzetto. Io ci sono stata bene, finché ci sono stata. Però ho sempre saputo che me ne sarei andata. E forse era per questo che ci stavo bene. Perché a me l’idea di uscire di casa e incrociare tutti i giorni sempre la stessa gente mi leva il respiro; e l’idea di non essere trasparente ma anche troppo in vista mi leva la voglia di scendere le scale e buttarmi sulla strada. Eppure a San Giovanni le strade sono tutte belle, le piazze tutte rimesse a posto, i giardini pubblici sono tutti verdi e il fiume è azzurro come il cielo quando la nebbia finalmente si dirada.

La casa dove sono nata e cresciuta è come quelle persone che suscitano solo sentimenti forti ed estremi: o le adori o le detesti, senza vie di mezzo.

Il “cimbellone” uguale: quando lo tirarono su, negli anni Sessanta, c’era chi avrebbe pagato per buttarlo giù. E c’era chi pagò fior di quattrini per aggiudicarsi un appartamento panoramico.

I miei conquistarono il sesto piano: una straordinaria piccionaia da cui si dominava a trecentosessanta gradi tutto il contorno, dalla catena montuosa del Pratomagno al Poggio della Ciulla, dai bagliori di Firenze a quelli di Arezzo. Un belvedere da cui avere la maleducata eppur appagante sensazione di pisciare addosso al mondo.

Appollaiata sulla fioriera del terrazzo con la schiena verso il vuoto cosmico, ho passato infanzia, pubertà, preadolescenza, adolescenza e prima età giovanile a far paura al babbo simulando di andare di sotto, di buttarmi di tergo, di precipitare, mentre a lui dal panico si paralizzavano le gambe. Ho passato ore a salutarmi con gli amici da finestra a finestra, a lanciare nell’etere berci liberatori quando la tensione di un esame all’università mi tormentava, a contemplare le montagne rosa con la mamma, a spiare la vita di paese con mio fratello e a imbastire scherzi imbecilli insieme a lui. Come quel 25 aprile di non so che anno, quando prendemmo le grandi casse dello stereo, le spingemmo in terrazza, le puntammo sulla piazza sottostante e a volume dodici facemmo partire l’inno di Mameli. La mamma ci dava mano a sistemare l’accrocchio acustico. Il babbo era fuori con il cane Nello, udì la musica, ne intuì la provenienza, tornò subito a casa e ci trattò come pellai.

Ho guardato i comignoli delle case nuove, ripensato a come era più bella la vita quando sulla terra c’era anche la zia Lolly, seguito il volo delle rondini che tornano sempre, cercato con gli occhi il pratone di Renacci in mezzo ad alberi ed arbusti, immaginato quel gazebo in pietra con la rosa dei venti dove il babbo da ragazzo scrisse che “l’amore è come lo champagne, perché frizza in ogni cuore”, salutato con la mente il mio primo amore, seguito il sole scendere piano piano e poi scomparire come sempre dalla parte di Cavriglia, respirato il profumo di sambuco che a Firenze non si sente più, ascoltato il suono delle campane della Basilica che chiamavano al mese mariano e ripensato a quando ero bambina e la zia Gina mi ci portava tutte le sere, salvo poi, una volta uscite, tirare un rutto all’aria e dedicarlo, come poco cristianamente ma molto umanamente diceva, “a chi mi vole male”.

Avevo venticinque anni ed ero stata invitata a una cena interamente consacrata al peperoncino. Dovevo andarci per lavoro: dopo mangiato, mi aspettava infatti la stesura di un articolo da inviare al quotidiano aretino per il quale all’epoca scrivevo. La prospettiva che, per una volta, il piacere venisse prima del dovere diminuiva in me il disagio di affrontare da sola una serata in mezzo a tanta gente che non conoscevo. M’ero messa un vestito del colore della panna ricamato con perle grosse e piccine, abbottonato a doppiopetto tipo cappottino e accostato in vita, molto raffinato: parevo insomma quella che nelle mie zone d’origine è detta una “cittina ammodo”.

“Buonasera signorina, lei permette? Sono Beppe Piccioli, corrispondente Ansa per il Valdarno”.

Così strinsi la mano a quell’uomo bassino e (diciamolo) tracagnotto che tante avevo visto camminare avanti e indietro lungo il Corso. Da vicino, i suoi occhi apparivano ancora più piccini, mentre il suo naso sembrava perfino un po’ più grosso. Quel sorriso talvolta ironico, a volte beffardo, eppure dolce, non me lo sarei scordato più.

A tavola ci misero vicini.

“Che bellezza –esclamai guardandolo con insospettabile complicità- stasera si sgrana e si trinca!”.

Lui (me lo disse dopo) non si sarebbe scordato più queste parole che mi erano salite in gola senza che me ne rendessi neanche conto. Gli sembrava inusitato che una ragazza che non aveva visto prima, con la quale non aveva fatto mai parola e che all’apparenza dava l’idea di essere molto riservata si rivolgesse a lui tanto informalmente.

“Tu mi garbi!” dichiarò sgranando gli occhietti a spillo.

Iniziò così la nostra cena.

E iniziò così anche la nostra amicizia, che mantenne un’ambientazione giornalistica e professionale, ma che fu sempre pronta a cogliere lo spiraglio giusto, il pertugio sufficiente per una battuta in sintonia, per una rottura degli schemi che fa tanto bene al cuore perché ci fa sentire umani.

Questo mi ricordo più che altro, del mio amico Beppe. Che era umano. E che portava a spasso quella sua umanità carica di pregi e di difetti con delicato orgoglio, con soave leggerezza e con piglio deciso.

Un poco timido, eppure sicuro di sé, aveva la risposta pronta per chi si provava ad attaccarlo.

“Occhio: non possiedo una pistola, ma sono armato!” l’hanno sentito urlare più di una volta sotto il Marzocco o davanti al bar Fiorenza.

La sua arma era la penna.

La più potente, la più spietata, la più letale che sia dato di possedere a un essere umano.

:-:-:-:-:

Scrissi questo pezzo diversi mesi fa, quando venni a sapere che la figlia di questo famoso giornalista scomparso da poco stava lavorando alla realizzazione di un libro da dedicare interamente alla memoria di suo padre.

E glielo inviai.

Lei lo ha inserito nel volume che verrà presentato domani alle ore 18 nel Palazzo d’Arnolfo di San Giovanni Valdarno.

Dove nacque Masaccio.

Dove nacque Beppe.

E dove (assai più modestamente) nacqui io.

Il re è morto

19 maggio 2010

Difficile trovare, nella storia della poesia italiana, un re più brutto di lui.

Lungo lungo lungo, secco secco secco, stretto stretto stretto nei suoi completini pantaloneggiacchetta affusolati, appuntiti e spigolosi come lui.

E poi il naso appisciambocca, la pelle rugosa e stanca, i capelli sparati e bianchi, le sopracciglia a cespuglio innevato come quelle di don Abbondio nella notte degli imbrogli, la bocca come una ferita orizzontale, senza labbra, senza spessore.

Ma quanto spessore, nel suo carisma naturale.

Quanto spessore, nelle sue parole.

Fu il protagonista di un movimento che si oppose al neorealismo della prosa e all’ermetismo della poesia. Ruppe i coglioni, insomma. E come tutti i rompicoglioni, ebbe molti nemici. Io me lo immagino sorridere bonario, ai suoi nemici. Perché i coglioni non li rompeva mica per cattiveria: li rompeva perché gli veniva naturale, perché era più forte di lui. Perché aveva da dire, da comunicare, da criticare.

E i suoi nemici, pur detestandolo, dovettero ammettere che lui era tra i maggiori rappresentanti di quel rinnovamento letterario avvenuto in Italia negli anni Sessanta, che andava sotto il nome di “Gruppo 63″ e che si proponeva la rottura decisa con i modelli e con la tradizione.

Esordì nel 1956 con Laborintus. Proseguì con Opus metricum, Postkarten, Stracciafoglio, Fame di tonno, Scartabello, Segnalibro, Codicillo, Alfabeto apocalittico, Bisbidis, Senzatitolo, Malebolge, Corollario, Taccuinetto, Il gatto lupesco e una valanga di altri titoli (a mio parere tutti buffi) che fanno di lui uno dei più generosi produttori di versi.

Menomale ha scritto così tanto.

Pensa sennò peccato: ieri sarebbe morto, nell’ospedale di Genova, una delle più alte voci poetiche italiane che però avrebbe lasciato pochi libri all’umanità.

L’umanità esulta, invece, davanti al patrimonio culturale di cui Edoardo Sanguineti le ha fatto dono.

E piange, perché era ancora troppo presto per vedersi strappare dalle mani un signore della parola, della critica e della politica come lui.

Con l’umanità piange sua moglie, la donna che gli è rimasta accanto ogni giorno, dal 1953, quando lo incrociò casualmente per la strada e perdutamente se ne innamorò; la donna che lo ha seguito in tutti i frenetici viaggi che quel vecchio lungo lungo lungo, secco secco secco e stretto stretto stretto volle affrontare a tutti i costi, dopo che i medici gli diagnosticarono che non c’era più niente da fare, per i suoi aneurismi, e lui disse alla sua amata compagna: “Adesso sai che facciamo? Se mi invitano da qualche parte, noi, andiamo. Sempre.”.

Solo alla fine, invitato dalla Morte, è andato solo.

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.



La notizia li ha turbati

18 maggio 2010

Il Quotidiano in Classe, a noi, ci garba un monte.

Si tratta senza dubbio dell’attività settimanale più attesa dai miei studenti.

Essa prevede: a) mezz’ora di lettura individuale silenziosa e concentrata, durante la quale s’ode solamente il fruscìo che fan i fogli del giornale; b) confronto sussurrato delle notizie ritenute più importanti (“cazzo, la Fiorentina ha perso un’altra volta” o “maledetto Inter che quest’anno fa man bassa di vittorie” per esempio sono frasi non ammesse); c) dialogo con l’insegnante per l’individuazione della notizia su cui basare il lavoro scritto della settimana; d) accidenti maledizioni e improperi vari rivolti mentalmente all’insegnante, che se ne frega delle proposte e fa sempre quello che le pare.

“Profe, a questo giro mi sembra che, a parte la pubblicità delle mutande da uomo Dolce e Gabbana con Antonio Di Natale, Federico Marchetti, Domenico Criscito, Vincenzo Iaquinta e Claudio Marchisio (che ho già ritagliato e attaccato nella Comix), non ci sia nulla di particolare su cui impostare l’attività”.

“Mmmmmh…. fatemi pensare…”

“Nonò profe, ha ragione la Laura: a parte quei cinque bonazzi non c’è nulla.”

“Eppure… se state un attimo in silenzio e mi fate guardare bene…”

“Via profe, per una settimana saltiamo!”

“Zitti ho detto! E piuttosto andate alla pagina 33 del Corriere della Sera.”

Un cuore e due capanne?!”

Un cuore e due capanne è l’articolo in cui si analizza un fenomeno recente destinato, a dire dei sociologi, a diventare sempre più diffuso non solo in Inghilterra dove è nato, ma anche in Italia: quello dei LAT, i Living Apart Together.

“Leggiamo insieme: Se un tempo per amarsi bisognava condividere lo stesso tetto, non fosse altro che per una sorta di imperativo sociale, nel terzo millennio è roba superata. Buona solo per chi ha l’urgenza educativa di crescere figli piccoli. L’amore al tempo dei LAT è quello di chi ha una relazione sentimentale stabile ma non vive nella stessa casa. Il neologismo della sigla arriva dalla Gran Bretagna, dove per la prima volta è stato studiato il fenomeno. Oggi, dice l’Istat, seicentomila coppie italiane vivono così.”

“E allora?!”

“Come e allora?! In questo articolo si parla del mio ideale di vita di coppia! Finalmente il fenomeno viene studiato, analizzato e rivalutato alla grande!”

“Ma scusi profe, lei non convive da diversi anni col suo Fidanzato Belpelato?!”

“Certo, ma la mia reale intenzione non era mica questa.”

“Cosa?! E qual era, allora?”

“Era quella di vivere da LAT, appunto: insieme, felici, innamorati. Ma ognuno a casa propria.”

“Ma profe! Il suo fidanzato lo sa?!”

“Certo che lo sa: ci ha messo un anno a convincermi ad andare a stare a casa sua. Io non ne volevo sapere, stavo troppo bene nel mio seminterrato con giardino posteriore. Io abitavo dalla parte del centro, lui Diladdarno, il fiume ci separava, la bicicletta ci univa, la città ci accoglieva e ci permetteva di condividere solo i momenti di pura magia. ”

“Profe, ma lei è un mostro! Io non solo non avrei cercato di convincerla: l’avrei mollata!”

“Anch’io!”

“Anch’io!!”

“Anche noi!!!”

“Voi non capite…”

E così ho provato a farglielo capire, con la lucidità razionale dei miei quarant’anni, con la mia genetica tendenza all’indipendenza e alla libertà, con la mia interpretazione personale dell’amore.

Con la mia orazion pìcciola, in dieci minuti ne ho messi in crisi due su ventuno.

Il lavoro che mi consegneranno sabato, scritto dopo la lunga riflessione a cui necessariamente si dedicheranno a casa, convincerà gli altri diciannove, al momento vistosamente turbati.

Poi, da grandi, mi telefoneranno per ringraziarmi.

Dante in redazione

17 maggio 2010

“O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto”.

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto X

declamato dai giornalisti della redazione fiorentina del “Corriere della Sera”

nella giornata dei Cento Canti per Dante, Firenze, 15 maggio 2010)