… bisogna affidarsi ai rimedi delle streghe.

Nella fattispecie:

- strizzare un limone e far colare il liquido in un pentolino.

- aggiungere al succo una cucchiaiata rigonfia e filacciosa di miele di castagno.

- mettere sul fuoco e portare a quasi-ebollizione il composto tenendo però la fiamma moderata.

- far cadere a pioggia abbondante peperoncino in polvere di provenienza calabra e di aggressività mefistofelica.

- girare per amalgamare bene il tutto.

- ingurgitare caldissimo evocando mentalmente un rosario di coloratissime eresie.

“Profe! Perché io non ho ricevuto nessuna mail dall’Istituto Giapponese di Roma?!”

“Che ti devo dire… si vede che non sei stato selezionato per la finale del concorso.”

“Maccome! Non è possibile! Se li ricorda o no gli haiku con cui ho partecipato da solista?”

Me li ricordo sì, me li ricordo…

La neve fredda,

gelide sensazioni:

vai, sciogliti.

Aria di mare

onde contro gli scogli

squali nel mare.

Inverno ghiaccio

gli orsi dormono sodo

(resto nel letto).

Cadono fiocchi,

la strada è gelata:

salto la scuola.

Ciliegio in fiore:

“E’ arrivato l’amore!”,

dice il mio cuore.

Estate allegra,

osservo le nuvole,

passo col rosso.

Alberi in fiore.

Sto insieme al mio amore:

carne felice.

Stelle cadenti

nel solstizio d’estate

pelo patate.

Perso l’amore,

spezzato il mio cuore,

tanto dolore.

La sabbia calda

il bagnino affogato

mare agitato.

Mi sarebbe bastata anche la gioia di guardarli lavorare alla stesura di haiku intimi e alla realizzazione di immagini paesaggistiche a cui allegarli.

Mi sarebbe bastata la soddisfazione di scorgere il furore creativo ribollire nel sangue di due studenti in particolare, che hanno voluto partecipare con dieci poesie personali, oltre che con le dieci scritte con la classe.

Mi sarebbe bastata la felicità solitaria di quel giorno alle Poste Centrali, quando ho spedito i quattro pacchi contenenti un lavoro che io per prima giudicavo importante e prezioso.

Mi sarebbe bastato l’appagamento di pubblicare nella sezione SCUOLA del mio sito i due filmati che ne sono stati tratti.

Però, insomma, vuoi mettere la goduria di essere in finale addirittura con due classi?

PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA HAIKU

bandito dall’ ISTITUTO GIAPPONESE DI CULTURA

via Gramsci 74

ROMA

CERIMONIA DI PREMIAZIONE

venerdì 28 MAGGIO 2010

ore 17,00

Più potere alla fantasia

10 maggio 2010

Lo rifilo ogni anno. E ogni anno funziona.

La prima volta lo somministrai alla fine della lettura di un romanzo pubblicato da Sellerio, prefato da Piero Calamandrei e scritto da Marcella Olschki: s’intitolava Terza liceo 1939, era autobiografico e raccontava i ricordi dell’autrice ai tempi della scuola fascista. Un centinaio di pagine appena, ma di una delicatezza rara.

Poiché la Olschki lo aveva scritto da vecchia, io imbastivo per i miei alunni un tema di fantasia ambientato nell’anno in cui essi avrebbero avuto un’ottantina di anni e chiedevo loro di immaginare il casuale ritrovamento di una foto di classe, proprio di quella classe, la classe di cui facevano parte nell’anno in corso.

Sempre mi sono ritrovata tra le mani dei piccoli capolavori, che puntualmente ho premiato con voti molto alti per il livello di fantasia, creatività e poesia.

Ora, sebbene trovare in vendita quel libro sia praticamente impossibile a causa di mancate ristampe, verso la fine dell’anno scolastico amo proporre la stessa traccia, fattibile anche senza aver necessariamente letto il testo.

All’ultimo compito dei primini mi sono presentata così con la magica traccia.

Anno 2076: hai ottanta anni. In un pomeriggio ozioso sali in soffitta e ti metti a rovistare tra le carte conservate dentro un vecchio baule. Improvvisamente salta fuori la foto di classe dell’anno scolastico 2009-2010. La mente ti riporta a quei tempi lontani, quando eri un ragazzo e non immaginavi cosa sarebbe stata la tua vita.

“Profe, nel tema posso esprimermi in toscano come farebbe un vecchino di ottant’anni?”

“Certo che puoi: è il tuo tema, puoi fare tutto. Anzi, osa e sarai premiato.”

Oioi la mi’ schiena… “Amore, sono in soffitta a riposarmi!”. Ma guardate voi se un vecchietto come me deve salire delle scale di legno per trovare un po’ di pace. L’idea di mettere queste scale a chiocciola l’è stata della mi’ moglie, accident’ammé e a quando l’ho sposata. “Francesco, lo sai che non sopporto che parli in toscano!” Allora un tumm’avevi a sposare! Si sa tutti che voi milanesi c’avete la puzza sotto il naso. Mamma mia, ma come mi venne in mente di sposare Giulia D’Acrosto? Odiosa come le piattole. Però almeno l’era ricca, e a quei tempi mi bastava. Ma… o quello icché l’è?! Bada, oh, il vecchio baule di casa… o chi ce l’ha messo sott’i’ letto?! Rossella! Rossella! “Eccomi, signore”. Menomale ci s’ha la governante… “Senti bellina, che me lo tireresti fori quel baule, che appena la mi’ moglie sorte ci voglio dare un’occhiatina?”. “Certo, signore.” “Ecco, brava, ora lasciami un pochinino solo peppiacere.” No! Bada che storia! Dentro c’è tutte le cose della mi’ gioventù, di quando andavo ai’ liceo! “Nonno! Nonno! Sei in soffitta? Nonno!” Ecco, finalmente è arrivato l’unico motivo per cui vale la pena di stare ancora in vita, Francesco Junior, il mi’ nipote, nato dall’unica figlia che s’è avuto, Sara: odiosa come la su’ mamma, ma in fondo l’è sempre la mi’ figliola. “Nonno! Cos’è quello?” “Questo è un baule, guarda: c’è tutta la mi’ roba del liceo!” “E questa, nonno, cos’è?” “Questa l’è la foto di classe di quando andavo in prima liceo.” “Ma come una foto, nonno? Le foto sono tridimensionali e questa invece è tutta piatta!” “Ora sono tridimensionali, ma nel Dumiladieci l’eran fatte così…” “Ganzo! E te quale sei?” “Io sono questo in fondo. Vedi, anche a’ mi’ tempi c’erano parecchie comodità, ma no come quelle d’ora, per dire: i robot non esistevano.” “Tempi duri, eh nonno?” “No, perché a noi ci bastavano i comodi che ci s’avevano. Semmai ci s’aveva da pensare alla politica, che l’era tutta un casino. Lo sai che presidente del Consiglio l’era un certo Silvio Berlusconi, i’ nonno di Angelo Berlusconi, il presidente di ora?” “Davvero? E come l’era quel presidente, nonno?” “L’era un bischero: prometteva, prometteva, prometteva, ma alla fine ‘un lo sapeva nemmen lui icché prometteva!  L’era anche furbo, se si trattava di guadagnare. Alla fine però uno di sinistra (lui era di destra) lo prese in pieno con la macchina e morì! Fine dolorosa. La sua.” “E la tua classe, nonno, com’era?” “La mi’ classe l’era la meglio. Ci rimproveravano tutti perché ‘un si studiava né bene né male: si pensava solo a divertirci! Però l’ultimo mese, giù tutti a studiare per non essere bocciati!” “E a te ti bocciarono, nonno?” “Meglio non parlarne, Francesco… meglio non parlarne. Poi sai, io so’ bell’e vecchio e ummi ricordo più nulla. Anzi, l’è meglio se ora vo a riposarmi..” Ma pensa te icché ho ritrovato… “Amore, sono tornata! Sono a casa!” Rièccola, quell’odiosa… buonanotte a tutti.

Ecco, per esempio, io questo ragazzo spero che si metta sotto a studiare parecchio in quest’ultimo mese: bocciarlo mi dispiacerebbe proprio tanto.

Durante un chiaro pomeriggio d’autunno ero seduto su una panca in mezzo a piazza Santa Croce. (…). Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito.

L’autore di queste parole nacque in Grecia. La sua mamma si chiamava Gemma, il suo babbo Evaristo. Aveva anche un fratello che si chiamava Andrea Alberto, appassionato d’arte come lui.

Mentre suo fratello studiava pianoforte, lui s’iscrisse al Politecnico di Atene e intraprese lo studio della pittura.

A Parigi i due fratelli si ritrovarono, intrecciarono le loro conoscenze e le loro esperienze, e si affacciarono al mondo.

Lui al mondo propose la pittura metafisica e dai suoi quadri, nel decennio compreso tra il 1909 e il 1919, cominciarono a emergere piazze tagliate da ombre illogiche, popolate da manichini col volto vuoto, arredate da colonne e timpani d’ispirazione classica e chiuse da muri misteriosi, al di là dei quali sventolano vele di barche e si percepisce l’infinito.

Il mondo lo pagò poco, come quasi sempre accade a chi vale tanto.

Firenze gli dedica una mostra generosa, forse grata di essere stata da lui riconosciuta ed eternata come l’origine dell’inesplicabile enigma.

E siccome sono rare le mostre strutturate con criterio e guidate da gente competente, direi che questa, sì, questa va vista in tutti i modi.

“Con il preservativo, spero.”

Non comincia proprio così il film proiettato questa mattina a scuola all’interno del Progetto Intercultura, ma insomma diciamo che quando David e Constance si scambiano questa battuta la vicenda non è che all’inizio.

Ce lo siamo goduto nella penombra dell’auditorium, qualcuno sgranocchiava patatine, qualcun altro spippolava di soppiatto al cellulare, la maggior parte seguiva l’intricata, appassionante, imprevedibile e assai triste storia raccontata da Alan Parker e interpretata da Kevin Spacey.

“Mi butterei nell’Arno, per quell’uomo” mi hanno sentita sospirare a un certo punto tra me e me.

“Profe! Ma è troppo vecchio per lei!”

Pischelli.

Squilla il telefono: vai tu?, no vai tu, vado io?, sì vai tu.

Vado io: pronto?

E’ quella che, se io e lui fossimo regolarmente sposati anziché coppia anagraficamente abusiva, per legge risulterebbe essere mia suocera. Non a caso, per gli inglesi mother in low.

“E’ un po’ che non ci si sente, volevo sapere come va.”

Sicché le dico la verità, cioè che va tutto bene, anzi benissimo, anche se sono sempre di corsa, o forse proprio per questo, perché questo vivere pieno di scadenze, ritmi serrati, appuntamenti ed eventi mi piace, mi piace davvero tanto, mi sento viva, fantasiosa e attiva, e più ne faccio e più me ne vengono in testa, e meno dormo e meno dormirei, e un giorno di ventiquattro ore non mi basta e mi ci vorrebbero giorni da quarantotto.

Poi rammento che è con una quasi-suocera che sto parlando, con una donna di settantacinque anni che per un marito e tre figli lasciò il proprio lavoro, la propria libertà, la propria vita.

“L’unico rammarico, semmai, ecco, è quello di non riuscire a star dietro alla casa come forse dovrei…” dico assumendo l’espressione più umile e contrita che mi riesce, e passo in rassegna tutte le mie mancanze quotidiane: sbattere i tappeti dai peli di Micino da Scansano, passare il folletto tutti i giorni, spolverare la mobilia, lucidare i vetri, tenere in ordine la cucina, organizzarmi con la spesa, tenere il passo della lavatrice, stirare i panni senza accatastarli nascosti nell’armadio.

“Ricordati solo una cosa…” sentenzia lei.

E io mi aspetto una serie di anatemi: ricordati che una donna la si riconosce dalla casa, che una donna è tale solo se ti fa calzare le pattine per varcare la porta d’ingresso, che una donna la si giudica spalancando il suo frigo e sollevando il coperchio dei suoi tegami, che una donna cambia le lenzuola una volta alla settimana, che una donna pulisce tutti i giorni il bagno.

“…chi tiene troppo lo straccio in mano -conclude invece lei- è poco intelligente.”

Giustificata, consolata, riscattata, emancipata e parecchio appagata, rimetto il culo sul divano e torno a leggere il mio libro.

Perché non studi?

5 maggio 2010

“Ragazzi, io sinceramente noto in voi un calo del desiderio.”

“Come, scusi?!”

“Mi sembra che negli ultimi mesi abbiate meno voglia di studiare.”

“Mah, a dirlo a lei, ce n’abbiamo sempre avuta poca.”

“Non è vero: all’inizio dell’anno eravate più attivi, interessati e volenterosi.”

“Mah, sarà parso a lei, profe.”

“E ve ne fate pure un vanto?!”

“Non è questione di vanto: è la verità.”

“E quali sono i motivi che vi tengono lontani dai libri? Ci avete mai pensato? Proviamo a parlarne un minuto insieme.”

“Per me le donne.”

“Per me la primavera.”

“Per me gli amici.”

“Per me gli allenamenti.”

“Per me nulla: semplicemente a studiare piglia troppo male, via profe, dica la verità, era così anche per lei quando era giovane come noi!”

Ma allora ero scema io, che a quell’età studiavo tanto volentieri, e m’innamoravo dei poeti, e mi lasciavo avviluppare dagli intorti filosofici, e ci rimuginavo anche da sola mentre portavo il cane a pisciare, e mi preoccupavo dei compiti e delle interrogazioni, e capivo che il mio destino me lo stavo costruendo in quel momento, con quelle rinunce e con quei sacrifici, e intuivo che meno ignorante fossi stata e più felice mi sarei sentita, e percepivo che avrei avuto una vita consapevole solo se mi fossi fatta il culo così su quei libri dove erano scritte le uniche verità a cui vale la pena credere.

E mi sentivo tanto fortunata e privilegiata.

Povero Mecenate

4 maggio 2010

Lo giuro su tutto quello che ho di più caro: nell’ultima verifica di storia, alla domanda che chiedeva etimo e significato del termine “mecenatismo”, uno studente ha scritto le seguenti parole: “Il mecenatismo è il fenomeno secondo cui il Signore Gesù Cristo chiamava in Paradiso i poeti e i letterati offrendo loro vitto, alloggio e protezione e lasciandoli tranquilli affinché pensassero a scrivere e basta”.

Quell’eretico scriteriato, tra un viaggio mentale e l’altro, deve aver captato per aria la parola “signore” (dalla sottoscritta effettivamente pronunciata in relazione a Federico II di Svevia), ha dedotto che il signore in questione altri non potesse essere che l’ignaro nazareno, c’ha incollato insieme altre parole svolazzanti (poeti, letterati, vitto, alloggio, protezione), ha sostituito la corte di Palermo con un più consono Paradiso e ualà: il 3 è servito e l’appuntamento a settembre fissato.

Però pensa bellino se Gesù Cristo lo facesse davvero.