Inviata quasi-speciale

29 giugno 2010

Soli, lasciando la luce accesa.

Siamo partiti due domeniche fa. Io e Micino, dico. Fidanzato Belpelato è rimasto a casa: lavorare il motivo ufficiale, godersela quello ufficioso. Da convinta sostenitrice degli innegabili vantaggi dell’amore a periodica distanza quale sono, è per ragioni specularmente analoghe che me ne sono venuta in Maremma: gli esami di maturità da una parte, il rigenerante isolamento solipsistico e creativo dall’altra. In una botta sola avrei evitato il caldo opprimente d’inizio estate e mi sarei dedicata in esclusiva alla me stessa più esigente ed egoista che, vivendo in coppia da sette anni, mi tocca un po’ trascurare.

Karen Blixen mi fa un baffo.

Del film “La mia Africa” quello che mi colpì di più fu il carico di bagagli da cui la protagonista pretendeva di farsi accompagnare durante i suoi spostamenti tra savana e deserto. Trovai la dipendenza di costei dall’oggettistica quotidiana (superflua agli occhi dei semplici) indice di progredita civiltà e di raffinata nobiltà d’animo. Nel deciso intento di imitarla, mi sono trasferita nella casetta agreste dopo aver quasi del tutto svuotato l’appartamento cittadino. Due valigie di vestiti, una valigia di sandali e borse, tre beauty di trucchi profumi e qualche maritozzo, due borse frigo di scorte alimentari, una sporta di alimenti per gatti, trasportino rigido da felini per il viaggio in auto, pet-zainetto morbido e avvolgente per le passeggiate a piedi, un borsone di libri per l’estate. “Ma dove vai con tutta questa roba?!” ha chiesto Belpelato assistendo imbelle al saccheggio domestico. Tzè, vado in Maremma nelle vesti di commissaria esterna di Lettere, io, mica in quelle della solita sbrindellata sbullonata sfaccendata vacanziera.

Preliminari.

Alla riunione preliminare d’insediamento della commissione apprendo che l’istituto di Santa Fiora, piccolo, numericamente esiguo, umanamente familiare e oltremodo accogliente è stato abbinato a una scuola di Grosseto centro. Distanza casetta agreste-Santa Fiora: 35 km. Distanza casetta agreste Grosseto: 40 km. Distanza tra le due scuole (da raggiungere, secondo il calendario degli esami, anche nel corso di una stessa giornata): 75 km.

Diamine!

Abusata espressione del parlato colloquiale locale, traducibile in “perdindirindina!”, “perbacco!”, “avoglia!” o (lievemente più volgare ma d’innegabile impatto comunicativo) “cazzo!”.

Vista la prospettiva di dovermi sciroppare la traversata quotidiana del territorio maremmano, semino “Diamine!” come fossero noccioli di ciliegia.

Delle escursioni termiche e altre maremmane diavolerie.

Mi si dirà che sono strega, mi si dirà che sono sfortunata, mi si dirà che me la sono gufata: fatto sta che arrivo, rimedio una serie di ventate ghiacce sul groppone e precipito nel gorgo della paventata bronchite. Nulla tuttavia mi ferma dal raggiungere i colleghi della commissione e di unirmi a loro tossendo indemoniata.

Prima prova.

E’ tutto diverso. Sono cambiati il nome (non più di maturità, ma di stato), gli scritti (non più due, ma tre), gli orali (non più due materie di cui una  scelta, ma tutte), il sistema di valutazione (non più in sessantesimi, ma in centesimi). E poi tutto quello che un tempo non c’era e ora invece c’è: le tesine interdisciplinari, i crediti, il bonus, la lode. Tutto è cambiato. Eppure è rimasto tutto uguale. Parlo di ansia da prestazione, di emozione. Parlo di mani sudate, di confusione mentale, di cervelli resettati e mnemonico black out. Di quella “notte prima”, che è ancora identica a come la cantava Venditti: “di lacrime e preghiere”, quando “tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto” e tu pensi “la matematica non sarà mai il mio mestiere”. Chini e concentrati sulle prove scritte, ho avuto modo di guardarli bene, questi ragazzi di una provincia diversa dalla mia: e ho visto che -vengano dall’antico paesino di minatori celebrato da Cristicchi o siano abbronzati dal sole della costa- pur così dissimili per stile, linguaggio ed esperienze da quella che ero io, mi somigliano tanto da avere il potere di prendermi per mano e riportarmi indietro di ventisei anni. Quando, preoccupata e fiera, andai incontro al tema d’italiano, ma prima passai dal bagno, perché la dissenteria nervosa è sempre stata la fida compagna delle prove importanti, allora come adesso. E infatti, pur nella diversità del ruolo che oggi rivesto, neanche questo è cambiato: l’attesa dei titoli mi ha gettata nel panico (e spinta al gabinetto) anche da commissario, esattamente come fece da candidata maturanda.

Ero assillata dalla mostruosa prospettiva di restare inchiodata in quella che ogni estate è eletta città più calda d’Italia: la mia.

Così, tanto per scherzare, nel modulo che obbligatoriamente tutti i docenti hanno dovuto compilare in vista degli esami di maturità, io ho scritto provincia: Grosseto, comuni: Santa Fiora, Castel del Piano, Arcidosso, e giù giù fino alla costa, partendo però dal Monte Amiata, nel nome del fresco che andavo bramando.

Sapevo un corno io che quella del 2010 sarebbe stata l’estate più umida e ghiacciata degli ultimi vent’anni.

Questione di una manciatina di ore, e parto per la montagna.

Se sarò fortunata, passeggiando per le viuzze arroccate del paesino dall’acqua bona, incontrerò Andrea Camilleri che proprio in quel luogo ha fissato la sua residenza estiva.

Se (come prevedo) sarò la solita sfigata di sempre, m’imbatterò in un’inconsueta e incalcolata bronchite fuori stagione.

Sex and the desert

19 giugno 2010

Tutto questo era terribilmente imbarazzante e lei lo sapeva bene.

Aveva quarantaquattro anni, era una professoressa di Lettere, scriveva libri, collaborava con una delle testate più prestigiose d’Italia e prima di andare al cinema leggeva le recensioni del film in questione.

E lo aveva letto, implacabile, denunciato nero su bianco, che questo faceva cagare.

Ma la voce della tentazione parlava più forte di quella di chi aveva stroncato la pellicola e -sussurrandoglielo all’orecchio- le ricordava che anche il numero uno era stato fortemente criticato, per poi travolgerla in una goduria acustico-visiva ed edonistico-sentimentale della durata di due ore, che successivamente le aveva fatto acquistare il dvd da guardare, guardare e riguardare fino alla nausea, ogni volta provasse il desiderio di due ore di amicizia al femminile, sesso gioioso, scarpe col tacco e una città con lo skyline più bello del mondo sullo sfondo.

A facilitarle la caduta in tentazione, poi, aveva accanto un uomo che adorava quella storia almeno quanto lei.

“E’ uscito il secondo film delle ragazze: dobbiamo assolutamente andare a vederlo!” le aveva detto un pomeriggio, rientrando dall’ufficio.

Prima di lui però era già arrivata l’amica del cuore, con un sms dal criptico testo (“SaTC io, te e Andrea?”) a cui lei aveva risposto precipitevolissimevolmente digitando in caratteri maiuscoli “E’ LA MIGLIORE PROPOSTA DEL 2010″.

Ed eccolo, il giorno stabilito.

“Come sto?” chiese al suo uomo presentandosi in salotto mentre lui bivaccava sul tappeto bianco azzannando triangoli di pizza davanti ai mondiali di calcio.

Per la grandiosa occasione si era vestita come la sua eroina. E poiché la sua eroina cambiava d’abito a ogni fotogramma, si era ispirata a una foto con cui ella era stata immortalata su “IoDonna”, l’allegato del sabato del Corriere della Sera: nella rubrica “Buccia di banana” firmata da quell’ingrata di Giusi Ferrè, l’attrice più stilosa (e magra) d’America veniva sgraziatamente tacciata d’ineleganza, ma lei se ne fotteva.

Nessuna aveva la classe di Sarah Jessica Parker, in arte Carrie Bradshow.

Per questo per la gloriosa serata aveva clonato il look di costei, scivolando dentro pantaloni morbidi e cascanti ripresi a polsino alla caviglia, era infilata dentro una casacca segnata in vita da un’alta cintura in pelle, si era arrotolata intorno al collo un foulard fashion, era salita su trampoli di dodici centimetri e aveva abbracciato una tracolla capiente.

Capello ricciolo e sciolto, e via.

“Insomma, come sto?” gli chiese ancora mentre lui la guardava dal pavimento.

“Sei… sei un po’…”

“Sono un po’…?”

“… sei un po’… come dire… americana“.

Non avrebbe potuto farle complimento migliore.

Baciò il gatto, si chiuse la porta alle spalle, salì in ascensore e s’inabissò di cinque piani.

Davanti al portone, in ballerine e canottiera fragola e panna, tripudio di paillettes di fiorucciana memoria, l’attendeva Elena.

“Chi ti paio?” chiese all’amica canticchiando l’immortale motivetto della sigla.

“Come ti sei conciata?” trasalì quella.

Ma lei estrasse dalla sporta la pagina strappata da “IoDonna” e gliela sventolò sul viso.

“Identiche sputate!” dové correggersi l’amica.

E partirono.

Andrea le aspettava davanti al Cinema Fulgor.

Bellissimo, raffinato, spiritoso e gay, Andrea era perfetto per la condivisione di quel film.

Si erano conosciuti a casa di un amico, durante una cena piena di invitati. Notandolo tra la folla, aveva avvertito una scarica ormonale assai corposa che l’aveva indirizzata a chiedere notizie dell’ospite sconosciuto, decisa a conoscerlo e (subito dopo) a corteggiarlo.

“E’ omosessuale e innamorato perso di Tomo” le rivelò qualcuno.

Tomo era il più bel giapponese mai passato per Firenze, veniva da Kyoto e, nonostante fosse più giovane di lei di qualche anno, dopo averla conosciuta si era convinto che fosse la ragazza perfetta per lui.

Si veniva a creare così la curiosa, ironica e crudele situazione per cui Tomo amava lei, lei amava Andrea, e Andrea amava Tomo.

Ai tre sfortunati non era rimasto che diventare grandi amici e andare insieme a tutte le feste, i raduni, i concerti e gli eventi di quell’indimenticabile estate priva di sesso.

Il tempo e la vita li avevano naturalmente allontanati senza che nessuno dei tre avesse per questo scordato il loro invisibile legame.

“Sono così emozionata all’idea di rivederlo!” confidò a Elena camminando in equilibrio sui Lungarni.

Lui le aspettava all’ingresso del cinema in completo grigio perla.

I capelli riccioli e cortissimi, il corpo magro e filiforme, gli occhi chiari e svegli, la bocca pronta ad allargarsi in un avvolgente sorriso.

Vedendole arrivare, estrasse l’i.Phone e fece partire la sigla del serial che segnò gli anni Novanta.

Davanti ai manifesti del film si scattarono foto fingendosi in gran confidenza con le protagoniste.

Una volta dentro alla sala, occuparono i posti migliori e attesero che la musica arcinota abbozzasse le prime note e che la sigla HBO annunciasse che, sì, “Sex and the City 2″ stava per cominciare.

Dopo i primi fotogrammi, i tre cominciarono tacitamente a chiedersi quando sarebbe finito.

La storia era improponibile, le cadute di stile innumerevoli, le ragazze erano diventate quattro babbione tirate, rifatte e inguardabili.

Stanford Blatch e Antony Marentino si sposano: alle loro nozze, fiera del cattivo gusto, partecipa anche una Liza Minnelli maschera di se stessa. Tra gli ospiti della pacchianata primeggiano naturalmente Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha: le prime tre accompagnate dai loro mariti John, Steve e Harry, la quarta nuovamente single, libera e sessualmente più esuberante di sempre. Tra Carrie e Mister Big c’è crisi: i due navigano nell’oro, hanno un appartamento da denuncia, non desiderano più niente e si annoiano mortalmente. Lei, almeno, che quando si sfila un vestitino nero nella speranza di ingrifarlo, nota che l’uomo rincorso per sei serie di telefilm guarda bellamente la tivvù. Lui sta benissimo come sta, bello spaparanzato su un divano da millemila dollari con le pantofole a portata di piede e il cicchettino nel bicchiere di cristallo. Miranda e Steve vanno un po’ meglio, ma lei è perennemente in corsa affannata dietro agli impegni di lavoro e lui passa più tempo con la vecchia governante Magda che con lei. Charlotte sclera dietro due bambine che le tolgono pace e intimità coniugale e teme che Harry sia attratto da quel grandissimo pezzo di gnocca della neoassunta tata. Ma ecco, dea ex machina, Samantha le trascina tutte e tre con sé in un’avventura supertrash ad Abu Dhabi, dove uno sceicco l’ha invitata promettendole una settimana di vacanza a zero spese, con maggiordomi personali, rolls-royce a piovere e sprechi a cadere.

“Odio doverlo ammettere, ma questo film fa schifo” si dissero i tre amici nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo.

Resistendo fino ai titoli di coda, si chiesero poi come avessero potuto, il regista, la produzione, o chi per loro, lavorare a una storia tanto bassa e volgare, privando un serial tv tanto prestigioso e innovativo di quella proverbiale carica di ironia, eccessi e misura che ne aveva fatto un simbolo d’intelligente modernità.

All’uscita notarono che, senza New York, Sex and the City non era altro che uno squallido deserto, convennero sull’unica scena da salvare (quella in cui Miranda e Charlotte ammettono la frustrazione a cui conduce la maternità), si promisero di rivedersi presto, stavolta per “La nostra vita” di Daniele Luchetti, si salutarono avviliti e si abbracciarono alla ricerca di un barlume di consolazione, che non arrivò.

Rientrata in casa, lei scese dai trampoli, vestì una tuta sbilenca, si deterse il viso dal trucco, accese il Mac e, sul suo blog, perché non trapelasse che a commettere quella terribile cazzata era stata proprio lei, scrisse un post in terza persona.

Ha preso il treno a Roma Termini ed è sceso a Firenze Campo di Marte.

E’ arrivato alla Scuola di Scrittura Mondadori, in Viale Manfredo Fanti, poco dopo le sei.

Jeans, maglia con la zip e giacca: tutto blu scuro, come il cielo su cui a fine serata si sono addensate nuvole gonfie prima di scoppiare.

Ha varcato il cancello che immette nel giardino e il portone che porta nel cortile con la sua faccia seria, un incastro felice di riservatezza e di pudore.

Gli sono state presentate tante persone, fatti tanti nomi, offerte tante mani da stringere.

Lui ha guardato nel fondo degli occhi di tutti.

Poi ha chiesto di sedersi, ha atteso che tutti fossero presenti, che Francesco Recami lo presentasse, e ha iniziato il reading de “La città dei ragazzi”.

Eraldo Affinati è un mio collega.

Ma solo pensarlo mi mette l’imbarazzo addosso, perché in confronto a quello che fa lui, a me sembra di non fare nulla.

Lui tutte le mattine entra in una scuola regolata da un autogoverno, dove viene eletto un sindaco e coniata una moneta locale, lo scudo. Lì non trova studenti come i miei, che dopo la lezione vanno a casa perché una casa ce l’hanno. Lì trova gli Ali, i Mohammed, i Francisco, gli Ivan. Hanno quindici, sedici anni. Vengono dal Maghreb, dal Bangladesh, da Capo Verde, dalla Nigeria, dalla Romania, dall’Afghanistan. Sono arrivati in Italia nei modi più strani, spesso per noi inconcepibili: a piedi, nascosti sotto i camion. Devono imparare a leggere, scrivere, trovare un lavoro e rendersi autonomi. Ma soprattutto avrebbero bisogno di crescere e diventare grandi.

Lì trova un fiume tumultuoso d’umanità lancinante di cui vediamo soltanto la foce, sui banchi di scuola, per strada.

E lui ha deciso di scoprire la sorgente, cioè i luoghi e le ragioni profonde che spingono questi adolescenti a lasciare case, lingue, madri e padri per sfuggire a guerra, povertà, miseria. Così, dopo aver conosciuto Ornar e Faris nella Città dei Ragazzi, la storica comunità alle porte di Roma fondata nel secondo dopoguerra dal sacerdote irlandese John Patrick Carroll-Abbing, li ha riaccompagnati in Marocco, al limitare del deserto, da dove due di loro erano partiti quasi bambini.

Questo viaggio nello spazio e nel tempo alla ricerca delle radici strappate, insieme alle storie degli altri ragazzi si è trasformato però, nella coscienza di questo autore umile e potente, in una drammatica riflessione sulla paternità, assente o presente, vera o posticcia, perduta o ritrovata, ed è stato capace di coinvolgerlo in prima persona facendogli intrattenere un colloquio sofferto e segreto col genitore scomparso, a sua volta figlio illegittimo, orfano e privo di guida.

L’ultima lezione presso questa neonata Scuola di Scrittura è stata ieri, è stata all’aperto, è stata bagnata dalla pioggia, è stata profondamente emozionante.

Arrivederci a settembre.

Il calabrone

14 giugno 2010

Dai finestroni spalancati del salone, spinto dentro dal vento caldo dell’estate, un calabrone mi entra in casa.

Ha la voce monotonamente medio-bassa della sua categoria, sempre identica a se stessa, incapace di variazioni, di minori vibrazioni, di abbassamento di scala sonora. E’ petulante, innocuo eppur minaccioso, perlustra le stanze, curiosa tra le mie cose, forse si adagia sulle lenzuola del mio letto per saggiarne l’odore, dolce per le creme che mi cospargo addosso alla fine di ogni doccia.

Non so dov’è perché non lo vedo.

E non lo vedo perché, da quando l’ho sentito entrare, mi sono rintanata nello studio socchiudendone la porta e rimanendovi nascosta dietro, nell’impaurita attesa di vederlo passare, lento, pigro, col suo volo di pause e ripensamenti, di sospetti e azzardi.

Dev’essere vicino, dev’essere sospeso in aria, immobile a mezza altezza, a studiarsi bene la situazione.

Perché è entrato dentro, se i fiori e le piante sono tutte fuori?

Non può essere attratto dalla pianta del fumo, quella con la radiciona alla base tonda e soda della noce di cocco, quella con le foglie a fili verdi lunghi e taglienti. E non può desiderare la kentia priva di aromi e di germogli, arida di chìcchero, noiosa e indifferente.

Non vorrà pungere il mio gatto!

“Micino! Pss… Micino! Vieni qua, Micino!” chiamo, perché si metta in salvo.

Ma lui non si palesa, e me lo immagino acquattato, la pancia pelosa aderente al marmo ghiacciato della stanza, a fingersi statua meditando il felino attacco. Lo so bene come fa, perché quando mi metto a quattro zampe capisce al volo cosa ho in mente e sta subito al gioco. L’eterno gioco della caccia. Quello stesso gioco che ora, in questo preciso istante, starà condividendo con l’intruso.

Non commetterà l’errore di catturarlo ficcandoselo in bocca e, nove su dieci, facendosi pungere la lingua, o il palato, o un labbro, o una gengiva.

Fece così anche il mio cane Nello, e quando si presentò al mio cospetto aveva il muso non più di un beagle bellissimo e aromioso ma di una bestia oscena resa sformata e mostruosa dall’effetto del veleno. Lo salvammo con una corsa contro il tempo, dall’unico dottore di turno quel giorno.

Non esce mica, questo calabrone.

Non si leva mica dai piedi, questo insetto a cui gli umani, pur terrorizzati dall’esiguità di un pungiglione, devono per forza far paura per le loro spaventose dimensioni.

Ma infatti: perché me ne sto chiusa nello studio? Perché non esco e mi paleso, mi metto bella eretta al centro del mio appartamento, del mio mondo? Ché questa casa è mia, mica sua. Ché qui quella che picchia sono io, quella che ha le mani filiformi però grandi, e per i casi d’emergenza una scopa dietro l’uscio.

Incamero un respiro, mi gonfio il corpo d’aria, acquisto volume, cerco d’ingrossarmi.

Creo un pertugio e c’infilo la testa, attaccata a un collo, prolungamento di un busto, da cui penzolano due braccia e da cui si diramano due gambe, concluse in due piedi scalzi dalle unghie smaltate di rosso fegato.

Seguo il ronzio e avanzo, vigilo d’intorno e veglio, deambulo lentamente e con diffidenza, con titubanza.

Infine la vedo, la bestiaccia.

E’ quadrata, nera nei contorni, colorata e luminescente nella parte interna.

Nel suo ventre, ventidue minuscoli omini corrono senza posa inseguendo una sfera che fugge e che fanno di tutto per raggiungere, colpire coi piedi e gettare dentro un rettangolo posto alle due estremità di un vasto spazio geometrico regolare e verde.

Una voce tenta di farsi spazio in mezzo a quel ronzio animale.

“Netta superiorità al momento dell’Italia, che forse solo a causa del maltempo non è riuscita a impedire il gol avversario ma che comunque ben verticalizza l’area di rigore…”

E d’improvviso capisco.

Non era di un calabrone, quel ronzio.

Ma di uno stadio di coglioni armati di vuvuzela, altrimenti detta lepatata, una trombetta affusolata d’inconfondibile ispirazione anatomica, che strapperei loro tanto volentieri dalle mani, per ficcargliela là, dove il nero di uno sfiatatoio si confonde con il nero di tutto ciò che lo circonda.

Per non sentirmi idiota

13 giugno 2010

Alla fine di ogni anno scolastico ci sono i famosi adempimenti da espletare.

Sistemare i registri personali (ossia controllare che tutte le assenze siano state correttamente registrate, sbarrare tutti gli spazi rimasti vuoti, datare e firmare pagina per pagina) e consegnarli.

Consegnare anche tutte le verifiche somministrate agli studenti in nove mesi di scuola, ben raccolte e chiuse con le sempiterne, intramontabili, insostituibili fascette opportunamente compilate (classe sezione, data materia, alunni assenti, firma del professore).

Scrivere i programmi svolti nelle singole classi, stamparli e farli firmare in duplice copia da tre studenti cadauno. Indi consegnare il cartaceo in segreteria.

Riempire gli statini con le proposte di voto da discutere in sede di scrutinio finale.

Diciamo che un po’ tutta questa roba qua mi risveglia una sorta di non sempre facilmente gestibile voltastomaco, ma insomma va fatta, e la si fa.

Il registro effettivamente è la dimostrazione della nostra presenza, del nostro lavoro quotidiano, ha un suo fascino, odori di settimane e mesi, impronte digitali tue e di tutti quei molesti ficcanaso adolescenti che hanno cercato di metterci le mani dentro. Ha una sua storia, che combacia alla perfezione con la nostra.

Le verifiche è giustissimo che restino negli archivi della scuola, sai mai che qualche studente rincoglionito (come me dopo il liceo) venga un giorno a ritirarle per portarsele tutte a casa in un attacco di nostalgia malata.

I programmi faranno comodo all’insegnante che ti sostituirà, se tu non dovessi più riavere il posto in quella scuola.

Gli statini velocizzano i tempi dello scrutinio e ti costringono a interrogarti a fondo sul voto che metti a ogni singolo ragazzo.

C’è un documento tuttavia su cui mi sento realmente presa per il culo. La relazione finale. Una lenzuolata di parole vuote, di espressioni preconfezionate, sterili, asettiche e spesso scopiazzate, scritte in burocratese atroce che mai nessuno leggerà. Prova ne diede l’esperimento sovversivo a cui si abbandonò un collega un anno fa: che lui abbia scritto la formazione dell’Inter per effettuare un controllo sui controlli è un fatto al momento non emerso.

Oggi, vista la prigionia domestica a cui la stesura dell’assurda documentazione mi relegava, ho deciso di essere sovversiva anch’io. Prima di tutto, col cavolo che scrivo una relazione per ciascuna classe. Una collettiva basta e avanza, mi sono detta. E poi, perché tutta questa freddezza di stile? Perché tutta questa formalità? E perché invece non un po’ di calore, di colore, di storia, di trama? Perché non dei personaggi veri, con nomi e cognomi, anziché i soliti numeri e i soliti sinonimi studenti/alunni/discenti, insegnanti/professori/docenti? Perché non un po’ di fantasia, di arte, di creatività?

La mia relazione è finita: ha un’introduzione, una conclusione e sette capitoli, tutti titolati. Ci sono discorsi diretti, commenti personali, drammatizzazioni, incisi, segni d’interpunzione disobbedienti, brandelli di poesia e soprannomi.

A scriverla ho goduto di elevate punte di piacere.

Ora spero che non la legga nessuno.

Senza parole

12 giugno 2010

Quello che ho provato stamani, ultimo giorno di scuola, l’ho scritto nel pezzo che il Corriere pubblicherà domani.

In questo spazio, oggi, lascerò che siano le immagini a parlare.

A Pietrasanta, da oggi fino a domenica sera, un crogiuolo di scrittori incontrerà il pubblico nei luoghi-chiave della città.

L’iniziativa porta il titolo di questo post e promette anticipazioni gustose sul libro a cui ciascun autore presente all’evento sta attualmente lavorando.

Trentasei autori in tutto.

Nomi grossi: David Grossman, Corrado Augias, Margherita Hack, Carlo Lucarelli, Giancarlo De Cataldo, Margaret Mazzantini, Niccolò Ammaniti, Licia Troisi, Andrea Camilleri, Mario Vargas Llosa, Paul Auster.

E poi quel nome che mi levò il respiro due estati fa con un romanzo che, con l’ironia inconsapevolmente sensuale del suo protagonista, minò alle basi il mio consolidato rapporto di coppia: Diego De Silva, l’inventore dell’avvocato Vincenzo Malinconico, di cui m’ero innamorata tanto da dimenticarmi, nel giardino della casa maremmana, sperduta nella pancia penzolante dell’amaca.

“Potremmo chiedere a tua zia, che ha una casetta proprio lì vicino, se ci dà le chiavi per il fine settimana: facciamo un po’ di mare e ci godiamo tutto questo bendiddìo. Che ne dici?”

Dice che sarebbe un’idea magnifica. Che me lo farebbe tanto volentieri, questo regalo di salsedine e letteratura. Che me lo meriterei, per quanto ho faticato nelle ultime settimane e per come ho retto bene senza (per una volta, graziaddìo) diventare tesa isterica e odiosa.

“E allora perché tutti questi condizionali?”

Perché la casa della zia è a pianoterra, ha il terrazzo che scende direttamente in un giardino che è vicino, troppo vicino alla strada.

“E allora?!”

E allora pensa se Micino da Scansano va a fare un giro e non ritorna, pensa se passa un’auto veloce e lo travolge, pensa se una bandaccia di gatti randagi lo accerchia e lo aggredisce.

Prendendo atto che con quel gatto è diventato più imbecille di me, gli do tuttavia ragione, ripiego la brochure pubblicitaria e abbandono docile l’idea.

Sono rimasta indietro

10 giugno 2010

Ci sarebbe da raccontare di queste ultimissime mattinate a scuola, di come si suda e si puzza a stare zipillati stretti in quelle aule che d’inverno tornan tanto comode per l’effetto bue/asinello ma con trentadue gradi accompagnano tra le braccia invisibili d’irripetibili eresie, di come tra noi ci si guarda in modo differente perché si sa che sono gli ultimi giorni, le ultime ore, che da lunedì non ci vedremo più per un’estate intera e chissà se ci rivedremo ancora quando tornerà settembre.

E ci sarebbe da dire di com’è stata suggestiva la giornata dell’altro ieri alla presentazione di un libro pensato, redatto e stampato anche grazie al nostro contributo di parole. Di come il parco di San Salvi emani puntualmente quell’energia potente mista di dolore e arte, di follia e misura, mai di disperazione, sempre di speranza. Di come, varcato il cancello e imboccato il dedalo di viuzze circolari, sia facile smarrirsi ma anche essere recuperati da facce distese, così diverse dai volti distanti che vagano in città col cuore a doppia mandata.

Ci sarebbe da proseguire con il racconto della festa fatta a scuola due sere fa per la celebrazione del glorioso ventennale dell’istituto. Al motto di “ognun porti qualcosa” è finita in prevedibile Eliogabalo style, con portate fantasiose, dolci policromi, bevande per i gusti di tutti. E al grido di “meno cibo, più cultura” si son lette al microfono parole boccaccesche ed elevate al cielo note verdiane e mozartiane.

E poi ci sarebbe da procedere con un’onesta catalogazione delle emozioni provate ieri sera alla Scuola di Scrittura Mondadori, dove ero stata invitata a tenere una lezione che ho preferito chiamare racconto, testimonianza, storia, avventura, tutto, ma non lezione, ché io le lezioni (semmai) trovo il coraggio di farle solamente davanti ai miei studenti pittoreschi e squinternati di quattordici o quindici, sedici o diciassette anni. Con loro sì che mi vengono bene, filippiche e occhiacci birbi, letture interpretative e voci strane, discorsi seri e battutacce, giochi di lingua ed epiteti (o epateti?!). Ma davanti a uomini e donne che aspirano alla pubblicazione di parole scritte, io, cosa posso dire, se non che la pubblicazione di parole scritte è la gioia più grande che sia data di provare, a chi la sogna? Cosa posso provare, se non un pudico senso di vertigine e inadeguatezza?

E infine ci sarebbe da concludere con la cronaca del pranzo odierno, consumato a suon di mozzarelle in via dei Tornabuoni per parlare in via privata con l’autrice accanto alla quale parlerò in pubblico luogo, tra una manciata di ore.

Insomma ce ne sarebbe, di roba da raccontare, per ridimensionare le ansie provate di fronte a prestazioni da tenere, e dirsi che -quando è agone- l’esistenza non può essere agonia. Ma pura energia.

Però mi fa un caldo assassino, sono stanca morta, ho un sonno cane, guardo il gatto sbraciolato sul marmo fresco della parte ombrata del terrazzo e non intendo fare altro che sbraciolarmi accanto a lui annientando ogni tensione e abbracciandomi stretta al relax, fino al tramonto.

Sassi nelle scarpe

9 giugno 2010

Mi scrisse una mail diverse settimane fa.

Spiegava di essere prima di tutto una traduttrice, poi un’insegnante di Storia Antica presso l’università americana di Firenze, e ora anche un’autrice.

Il suo primo romanzo stava per uscire e lei mi proponeva di presentarlo insieme, un giorno di giugno, in una libreria della città.

Accettai come si accettano quelle proposte che profumano di pelle quando ci batte sopra il sole.

Il giorno è domani, la libreria è la Edison in piazza della Repubblica.

Alle ore 19 Erika Bianchi presenterà il suo Sassi nelle scarpe.

Io sarò onorata e felice di sedere accanto a lei.