Poesia e diversità

8 giugno 2010

Bandirono un concorso di poesia.

Scaricai il bando e lo portai in classe.

Leggemmo il tema del concorso e decidemmo di partecipare.

Loro scrivevano, io visionavo.

Loro consegnavano manoscritti su foglietti, cartacce, pagine a protocollo, ad anelli, strappate dal ventre dei quaderni, io aprivo una cartella del Mac e ci buttavo tutto dentro.

Selezionammo, spedimmo e incrociammo le dita.

Ma la Giuria -davanti a versi, rime e figure retoriche, suggestioni, stati d’animo e cuori spalancati- ci ripensò e disse: anziché eleggere un solo vincitore e mortificare gli altri, perché non si raccoglie tutto il materiale in un volume, si propone alla poetessa Alberta Bigagli di prefarlo e si dà alle stampe?

Il libro viene oggi ufficialmente presentato presso il Centro Culturale dei Chille della Balanza, al fresco del parco di San Salvi o (in caso di improbabile maltempo) nella stanza che accolse l’artistica follia di Dino Campana.

Come si dice

5 giugno 2010

“Profe scusi, ma come si dice: epìteto o epàteto?”

Se questa domanda non dovesse stupire abbastanza, c’è sempre quella che ha fatto il giro della scuola.

“Profe scusi, ma io ancora non ho capito: si dice consonante o consolante?”

E adesso, che il fine settimana abbia inizio.

E pensare che mi stava pensiero.

Roba che infatti, quando verso mezzogiorno in cielo s’è scatenato l’inferno, ho sperato che l’incontro pubblico saltasse e che ci telefonassero per dirci: ragazzi, tutti a casa, si rimanda. O meglio ancora: nulla, via, ‘un si fa più.

Il meteo però quando serve non ti aiuta mai: eccolo là, il solleone, irrompere e squarciare l’orizzonte giusto quell’oretta prima del dibattito in piazza. Il cielo si spalanca in un azzurro terso, l’asfalto s’asciuga in dieci minuti e a me mi tocca montare in macchina e imboccare per Sesto Fiorentino.

In quella malefica via Reginaldo Giuliani l’anno scorso c’ho schiacciato nove mesi di su e giù tutte le mattine e c’ho fatto pure un incidente, a scuola finita. Conosco (e conseguentemente detesto) tutte le botteghe, i semafori, le fermate degli autobus, la forma delle case, le terrazze coi fiori e quelle senza, i kebabbari, i barrettini, l’istituto farmacologico, i supermercati: la coda è perenne, in quella strada, la macchina non scorre nemmeno a pintarla, sicché l’unica è guardare il panorama. E il panorama non è che muri, e insegne, e mattoni, e cemento. E puzzo. Parecchio puzzo di tubo di scappamento. Lunga come il budello che abbiamo attorcigliato nello stomaco, via Reginaldo Giuliani -a srotolarla- sbocca in piazza Dalmazia, alla fine di una claustrofobica strettoia. Da lì in poi, si ricomincia a vedere Firenze e si respira.

Ieri però devo essere sincera, si respirava parecchio bene anche a Sesto.

Io dico che era l’effetto di quelle inspiegabili alchimie che, tra persone riunite per dovere in un determinato luogo, scattano molto raramente. Cosa c’entro io con un assessore, un docente universitario, un bassista e il direttore di una radio? Ma proprio nulla.

Come ci stavo bene, invece, a sedere in mezzo a loro, a parlare di linguaggi comunicativi, di nuove tecnologie, di social network.

Davide Calenda è giovane, alto, affabile e preparato. Dove erano i docenti in questo modo, quando all’università ci andavo io? Questo ragazzo del 73 insegna presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Firenze sviluppando la sua attività di ricerca nei due ambiti relativi al ruolo di internet nella formazione dell’identità sociale e politica dei giovani e al ruolo degli attori individuali nei processi di policy making e di cambiamento istituzionale.

Domenico Camardo ha le deleghe del personale, dei servizi demografici, dell’innovazione, dell’informatica e delle comunicazioni. E’ molto contento di trovarsi per una volta fuori dal palazzo anziché dentro. Per palesare e ufficializzare l’insperata sensazione di godimento, prima allenta, quindi sfila del tutto e mette in tasca la cravatta.

Marco Bachi è il bassista dell’arcinota Bandabardò, quel gruppo musicale di Firenze che io andavo sempre a vedere in concerto quando vivevo a Bergamo. Uno, perché quei ragazzi scatenati e saltanti mi facevano provare l’illusione di essere a casa. Due, perché i miei studenti stravedevano per loro. Tre, perché dopo il concerto ci si ritirava su un prato lungo il fiume a suonare il jambé ripetendo a squarciagola i ritornelli più famosi. Per arrivare all’appuntamento con gli interlocutori sufficientemente preparata, ho digitato nome e cognome, e sono stata ad aspettare. Dice il suo profilo biografico, nel sito della band: “Contrabbassista e bassista elettrico, solare ma permaloso, pelosissimo e bisognoso del contatto fisico con chiunque mi circondi. Amo tutta la musica, dai Sex pistols a Debussy, con un amore viscerale per i Police e Beethoven. Sono l’anima contabile della Bandabardò e proprio nei rapporti con fatture e commercialisti riesco a sfogare tutta la mia pedanteria repressa. Nel 1997 mi sono diplomato al conservatorio e (Banda permettendo) da allora collaboro con molte orchestre di musica classica. Da un paio di anni sono pervaso da spirito agreste: nelle pause di lavoro da tour o registrazioni mi si può osservare in canottiera e stivali a spaccare legna e a dare il ramato ai pomodori del mio campo. La massima felicità per me è suonare il contrabbasso nudo nel bosco”. M’aspettavo di vederlo arrivare al dibattito in piazza al massimo in mutande. Arriva invece con un paio di jeans scoloriti e stropicciati, una bella camicia a quadri fresca solo a guardarla, un paio di comodissime All Star, e una capocciata di capelli castani scuri, lunghi, morbidi e mossi da appoggiare dietro l’orecchio tanto poi si sciolgono di nuovo. Ha lo sguardo dolce, buono e curioso delle persone sensibili e intelligenti. Ha la voce chiara e una lisca appena accennata.

Leonardo Sacchetti è il direttore di Nova Radio, la frequenza di quando viaggio in direzione scuola e non ho voglia di sorbirmi la solita merda sentita e risentita, di quando ho voglia di una musica che non ho mai ascoltato prima perché nessuno passa mai. Ha la pelle liscia, il sorriso riservato, fa domande chiare e dirette, modera la chiacchierata con modi pacati e trasmette a tutti noi lo stesso approccio disteso all’argomento e agli altri.

E quando l’applauso dei presenti annuncia che l’incontro è finito, davanti a un buffet esclusivo e generoso le sensazioni appena provate nell’informalità formale dell’iniziativa istituzionale si concretizzano e si confermano davanti a un bicchiere di prosecco fesco.

“Non bevo più da tre mesi” dico a Marco.

“Ah, davvero? Io invece ho smesso di fumare per l’ennesima volta” risponde lui.

“Il segreto per smettere definitivamente è dirsi che non ricominceremo mai più, che la nostra rinuncia è per sempre” teorizzo con fare da maestrina odiosa.

“Mh, per sempre e mai più sono espressioni che non mi appartengono” confessa.

“No?” domando in attesa di conferma e chiarimento.

“No, e non dovresti importele nemmeno te: quello che conta è la misura, non il divieto” dice.

Mi convince all’istante, afferro un flut e me lo faccio riempire al bordo.

Torno a casa felice e con il vento in faccia. Se non dovessi gestire il volante, alzerei anche le braccia (pronta a ricevere il sole).

Panacèa

3 giugno 2010

La scuola con tutti gli incartamenti (leggi: scartoffie) di fine anno, i pacchi delle ultime verifiche da correggere, le interrogazioni definitive e illuminanti, le riunioni per materia, i collegi dei docenti, i libri di testo, i programmi da scrivere stampare e far firmare, le ipotesi di spartizione delle classi per l’anno scolastico venturo.

Le collaborazioni coi giornali, il pezzo lungo dedicato alla Maremma che quella rivista ti ha commissionato.

Le apparizioni pubbliche appena fatte e quelle che stai per fare (una giusto tra una manciata di ore, a fianco di un docente universitario, del direttore di Nova Radio e del bassista della Bandabardò), che ti danno sempre tanta ansia e ti levano sonno e respiro.

Quella lezione difficile e importante da tenere nella scuola di scrittura prestigiosa, di fronte alla quale ti senti tanto piccola e inadeguata.

La quotidianità domestica su cui vigilare e da mandare comunque avanti per non essere presa di peso dai lanìccioli e condotta in un involontario tour dell’appartamento.

Alla fine chiama l’editor da Milano e dice: “Scrivi, che ti passa”.

E ha ragione lui: solo china sui tasti bianchi del tuo Mac a lavorare al libro che stai limando ritrovi la calma, la serenità.

E te stessa.

Al mondo da un anno

2 giugno 2010

Sono nato un anno fa e rimasto orfano dopo pochi giorni.

Ho vagato tra “aspri sterpi e folti” finché due mani umane mi hanno prima sollevato verso il cielo e poi appoggiato sopra un cuore.

Mi sono guardato troppo intorno e ho preso la congiuntivite.

Ho mangiato troppa pappa e ho beccato la cacaiola.

Però non ho mai pianto, perché sono sicuro di essere al sicuro, perché non mi sento mai solo e non ho paura più di niente.

Mi sono lasciato fare tutto, dalle coccole ai vaccini.

Ho fatto fusa spontanee dal primo sentore vago di felicità.

Dormo in ceste imbottite, disteso sulla scrivania, spalmato sul marmo delle mattonelle, abbracciato a lei nel letto.

Ozio sul terrazzo e domino una città intera.

Esco con lo zaino, vado in bicicletta, entro in automobile.

Gioco col serpente, con il topo, con la palla, coi calzini, con la carta.

Mi nascondo nelle borse, nei sacchetti, negli armadi, tra i giornali e le lenzuola.

Non passa mai un giorno senza che mi senta felice.

Sono al mondo da un anno e, dall’alto di un muretto, con la mia zampa lunga, lo saluto.

Tecnicamente sarebbe la mia zia, ma io così non l’ho chiamata mai.

Ha solo sei anni più di me e m’è sempre parsa una ragazza.

C’imparentammo quando io andavo al liceo e lei stava per laurearsi all’università.

Zio Antiquario, sempre in giro per i mercatini dell’Europa, passò da Vienna, la vide, e se ne innamorò.

Lei era alta, bionda, e studiava Lingua Straniere. Tra quelle presenti nel suo curriculum c’era anche l’italiano, il che favorì tra loro la comunicazione. Ma forse sarebbero finiti insieme anche senza parlarsi. Del resto si sa: nell’amore, meno si perde tempo a cercare di capirsi e meglio è.

Dalla loro unione a distanza nacque una delle bambine oggettivamente più belle della terra. Ma anche delle più difficilmente gestibili. O, più probabilmente, ero io che non ci sapevo fare ed ero l’inguaribile allergica ai mocciosi che sono adesso.

Negli anni, io e sua madre siamo un po’ invecchiate e lei è diventata uno splendore di fanciulla, che è uscita con cento centesimi dalla maturità artistica e col massimo dei voti dal Polimoda di Firenze. Crea modelli e li realizza con la creatività spontanea della stilista. Li propone a un mondo in crisi economica che li apprezza molto e li paga poco. Ma lei è una dura, non si abbatte e piuttosto che rinunciare ai propri sogni ne coltiva di più grossi.

Oggi ci siamo trovate tutte e tre insieme intorno a un tavolo rettangolare, bianco e circondato da bambù del ristorante giapponese Hoseki.

I sogni sembrano molto più realizzabili, davanti a una tazza di tè verde, una ciotola di zuppa di miso e un piatto misto di sushi e sashimi.