Sono tornata, e a Firenze

28 luglio 2010

Sono tornata, e a Firenze ho trovato i colori dell’Inghilterra. La solita luce pulita, il solito fresco da respirare, lo stesso cielo celeste di quando a Liverpool e a Bristol pioveva un’ora e poi il sole, faccia da prepotente, si riaffacciava.

Sono tornata, e a Firenze ho trovato una casa grande tutta da pulire, così per due giorni ho smesso i panni dell’emancipata che credevo di essere e ho rivestito quelli da massaia, lava, stendi, ritira, stira, riponi, spolvera, dai la cera, togli la cera.

Sono tornata, e a Firenze ho trovato una scuola nuova dove non ho mai messo piede ma che mi ha dato il benvenuto e mi ha detto ti aspettiamo il primo settembre, avrai una seconda e due terze.

Sono tornata, e a Firenze ho trovato Paulo di Lisbona, venuto a trovarci con la sua fidanzata dopo quattro anni precisi da un mondiale vinto con gloria e pochi giorni dopo un mondiale perso con ignominia.

Ora posso anche ripartire.

Cose di questi giorni

15 luglio 2010

Quanto tempo. Blocco della scrittrice? Panico da pagina bianca? Niente di tutto questo. Piuttosto: un gran daffare soffocato da un caldo immorale. Espletare incombenze, abbracciata a un ventilatore Marelli anni Settanta verdolino acqua di mare (sudicio), risolve? Se non risolve, aiuta. E così, tra ascelle pezzate e pelle unticcia, tra levatacce all’alba e pranzi da Canapino in piazza Dante a Grosseto, tra un elenco di nomi e una sfilata di giovani volti che mi si sono impressi in testa e che non dimenticherò (no, nemmeno te, Giovanni, che m’hai detto in faccia “perché a me, vede professoressa, Italiano e Storia, sinceramente, m’hanno sempre fatto schifo”), la maturità se n’è andata. No, non quella anagrafica. Eh, sì, magari. Quella scolastica. Ma allora sei in vacanza. Sé, ciao. Com’è questa storia che i libri, quando li scrivi, non finiscono mai? C’è sempre un’aggiustatina da dare, c’è sempre un ritocchino da apportare. Un’aggiunta. Un chiarimento. Una riordinata. Quello che hai scritto due mesi fa e che non ti piace più. Quello che hai scritto una settimana fa e che riscriveresti meglio. E allora sai che faccio, lo riscrivo. Ennò, dai. Basta. Chiudere. Chiudere tutto e mandare. Che c’è da andare in stampa. C’è da uscire. Ma io, feto intimidito, uscire, non voglio. Voglio restare dentro il buco, e non percorrere il corridoio nero alla fine del quale si vede la luce. Voglio restare ancora un po’ al buio. Che c’è anche più fresco. Come in casa d’estate, quando spalanchi tutto nella notte e prima che sia giorno chiudi. Semmai sai che faccio, salgo su. Faccio una capatina nella grande casa dell’editoria, mi fermo un po’, e poi torno. Lavoro al tavolo rotondo e bianco, vedo dal vivo e stringo in un abbraccio la redattrice che finora avevo solo immaginato e con cui mi ero solo parlata al telefono e scritta mille mail, conosco di persona la grafica e spio l’anteprima della copertina (bella, finalmente). Milano è una cappa. Milano è l’umido che si fa città. Milano è irrespirabile. (Ma perché, Firenze?) Milano, vista dall’abitacolo di un taxi gelido d’aria condizionata, è come New York. Splendida e metropolitana.