Grata e commossa

30 settembre 2010

Rivisto e corretto

30 settembre 2010

Se ci sono dei libri che detesto, quelli sono i cosiddetti stupidari.
Cioè quelle raccolte e raccoltine di errori, papere e strafalcioni tirate ora da questa, ora da quella categoria.
La scuola in questo senso offre un contributo spontaneo e generoso a chi desideri pubblicare un volume senza in realtà scrivere alcunché di proprio pugno e intascando soldi facili.
Se avessi aspirato a questo, in diciott’anni di insegnamento avrei pubblicato un’enciclopedia, peraltro in fieri, ossia in perpetuo aggioramento, con l’ultima voce registrata fresca fresca al ritorno da ogni lezione.
Tipo quella di ieri.

“Nel 1827 Manzoni si stabilì a Firenze perché voleva…”
“Io! Io! Io!”
“Prego.”
“Inzuppare il pane nell’acqua!”

Se non vede, non crede

29 settembre 2010

“Profe, la mia mamma non crede che lei scriva libri.”
“Ah no? E come mai?”
“Perché dice che una che fa la professoressa non può scrivere.”
“Che strana convinzione…”
“Infatti è quello che le ho detto io, mostrandole anche il suo sito in cui si vede il suo lavoro. Lei però non ci crede. Dice che non è possibile, che non può essere.”

Gentile signora, quando vuole, sono qua: l’aspetto per conoscerla, stringerle la mano e regalargliene una copia autografata.

Come un lutto

28 settembre 2010

Se fossi una persona normale, sarebbe una festa.
Invece è come un lutto.
L’ultimo di una serie di cinque.

Il primo.
Avevo nove anni ed ero perfettamente in grado di intendere, volere e provare sentimenti.
E infatti, io, l’amavo.
Lei era piccola, comoda e verde.
Era un’utilitaria prodotta dalla casa tedesca NSU e il suo numero di targa era 40619.
Il suo nome era Prinz.
Lo so: tutta l’Italia sosteneva che portasse una sfiga colossale, seconda solo a una 127 bianca carica di suore.
Ma lo confesso: mio padre ne aveva comprata una.
E io (confesso anche questo) l’adoravo.
Sarà che venivo da un’infanzia precaria consumata a bordo di una Cinquecento in cui stavamo stretti, scomodi e zipillati.
Per cui la Prinz mi apparve come un salotto. Un’aia. Un piazzale in cui allungare le gambe, mettermi comoda e godermi il viaggio stampando fumetti di fiato sul vetro posteriore e imprimendo messaggi prima che il vapore si dissolvesse.
Lei, destriero dal color di bile diluita e stinta, ci condusse ovunque. Perfino a Torino, dove pare ancora se ne parli.
Fu effettivo membro della famiglia dal 1968 al ’75, quando il babbo annunciò: “Domani si va a ritirare l’auto nuova”.

L’auto nuova era una Fiat 128 rosso fegato.
Come la vidi, provai un epidermico fastidio.
Ogni volta la guardavo, mi tornava in mente la bucolica Prinz dagli occhi rotondi e ottusi, e il cuore mi si strangolava da solo in petto.
Continuavo a rivedere la solita scena di quella sera che col babbo l’avevamo parcheggiata nel garage e lei ci era venuta dietro piano piano.
Nella mia mente di bambina e nella mia concezione del mondo, quello era un raro misto di amore, dedizione e fedeltà.
Che ne sapevo, io, che il babbo s’era scordato di tirare il freno a mano?

Della Fiat 128, detta Centoventottina, non mi innamorai mai.
Saranno stati i sedili in pelle nera, su cui d’estate mi si appiccicavano le cosce sudate.
Sarà stato il volante scarno rigido e lucido, che temevo scivolasse dalle mani di chi la conduceva.
Sarà stato il cambio, un ferro lungo e algido con un pomello imbelle, privo di carattere e personalità.
Sarà stato il colore, che rievocava l’immagine di una bestia al macello sgozzata di fresco.
Però alla fine m’affezionai anche a lei e quando il babbo una sera del 1994 annunciò: “Domani si va a ritirare l’auto nuova”, qualcosa alla bocca dello stomaco s’incrinò.

L’auto nuova era una Giulietta Alfa Romeo altezzosa e tamarra, intirizzita e dura da guidare. Di lei mi venne spontaneo sospettare dal suo primo sbucare dalla curva che immetteva in piazza.

Io però, quattro anni prima, avevo già ricevuto in dono la mia prima macchina personale, regalo di una laurea che ancora non avevo conseguito anche se mancava poco.

Sulla mia Fiesta 1100 nera dagli occhi di gatta ho vagabondato, girovagato, bisbocciato, pernottato, e nazzicato.
Soprattutto nazzicato.
La Fiesta per me è sinonimo di Nello, il cane beagle che mi viaggiò accanto occupando il sedile del passeggero e che me la distrusse con accanimento certosino per punirmi delle ore in cui ce lo lasciavo dentro per andare a far lezione ai miei studenti bergamaschi.
La Fiesta è il ragazzo dai capelli lunghi all’odore di Linetti che ci ho amato al chiarore della luna.
La Fiesta sono le scampagnate, gli esili, i ritorni. I pensieri, le autoanalisi, i sensi di colpa.
La Fiesta la consumai alle barbe, trascurando di curarla, procrastinando a una data che non giunse mai ogni sua minima manutenzione.
Essa mi regalò tutta se stessa, imparando a viaggiare anche senza olio.
Dieci anni e duecentoventimila chilometri dopo, il babbo una sera annunciò: “Domani ti porto a ritirare l’auto nuova”.

Arrivò in questo modo quasi defilato e sussurrato, nell’anno 2000, la Yaris Toyota, grigia come i miei occhi quando è inverno, futurista al pari di una metropoli giapponese, gazzella nella ripresa, cammello nei consumi, rinoceronte nella resistenza.
Accogliente e generosa, ha gioito nell’ospitare animali e nell’agevolare traslochi.
Non ha mai tradito.
E’ stata molto, molto amata, in ciascuno dei duecentomila chilometri percorsi.

Nei prossimi giorni partirà per la Romania dove l’aspetta il culo caldo di un uomo senza volto.

Alla guida di un’auto nuova, il cielo sulla testa, l’illusione della serra intorno e una carrozzeria di luce ad abbracciarmi, la penserò vecchietta e acciaccata, probabilmente delusa, certamente affranta per un addio che, come a me, le suonerà prematuro, sebbene a ben guardare non lo sia.

La scrittura è un antipasto

24 settembre 2010

“Quando scrivete, qualsiasi genere scriviate, ricordatevi sempre che l’incipit è importante, importantissimo. Anzi: fon-da-men-ta-le.”
“Cosa è incipit?”
“L’incipit è l’inizio. Viene generalmente indicato con questo termine ereditato dalla nostra lingua antica, il latino: conoscete il latino?”
“No.”
“Va bene lo stesso, voi intanto memorizzate questa parola e fate tesoro di quello che vi dico: curate in particolar modo l’incipit dei vostri lavori scritti, capito?”
“Perché incipit così importante?”
“Vedete ragazzi, voi dovete mettervi nell’ottica del lettore, che nel vostro caso sono io. Immaginate la scena: adesso voi scrivete il vostro primo tema dell’anno, alla fine delle due ore io ve lo ritiro, prendo il mio bel pacchetto e me ne torno a casa. Giusto?”
“Giusto.”
“Ecco. Oggi, subito dopo pranzo, mi spaparanzo sul divano e…”
“Cosa è spaparanzo?”
“Spaparanzo è mi metto comoda, mi rilasso, mi abbandono, chiaro?”
“Chiaro.”
“Insomma, mi spaparanzo sul divano e inizio a leggere i vostri scritti. Lascio che la prima lettura sia passiva, senza correzioni, senza penna rossa in mano. Lascio che sia piacere puro. Capite quello che intendo?”
“Capisco.”
“Capisco.”
“Capisco.”
(ripetere per altre 27 volte)
“Bene, benissimo. Ora. Se i vostri temi hanno un inizio… come posso dire… moscio…”
“Cosa è moscio?”
“Moscio è poco frizzante, poco energico, poco interessante, ok?”
“Ok.”
“Ok, se l’incipit è moscio, secondo voi, potrò io essere incuriosita, spinta a proseguire, vogliosa di andare avanti nella lettura? O piuttosto mi annoierò alla terza riga, e mi verrà la capaccina di sonno (capaccina è quando ti cade il mento sopra il petto e ti addormenti di sasso) e…”
“Eheheh! Capaccina…”
“… e non vedrò l’ora di togliermi di torno queste correzioni, ma meno avrò voglia di andare avanti col lavoro e più il lavoro mi rigonfierà tra le mani?”
“Eheheh! Sìsìsì, quello!”
“Infatti, quello. Allora io vi dico: curate in particolar modo l’incipit dei vostri temi. Che è una specie di carta d’identità, come l’aspetto esteriore delle cose, il primo impatto. Che non è tutto, certo, ma va curato. Immaginate di andare al ristorante: ordinate antipasto, primo, secondo e dessert, e mentre aspettate l’arrivo della prima portata, pregustate con la mente i magnifici sapori che state per assaggiare. Poi il cameriere vi serve l’antipasto, voi lo assaggiate e…”
“Oh… come vorrei un antipasto di serpente!”
“Chi ha parlato?”
“Io professoressa.”
“E cosa hai detto?!”
“Ho detto che vorrei tanto un antipasto di serpente come quello che ho mangiato due anni fa in un ristorante di Pechino.”

Il mondo è bello, perché è vario.

Insegnare è meraviglioso, perché la scuola è piena di ragazzi come questo.

Il veggente

22 settembre 2010

“… perché voi, ragazzi, dovete credere nei vostri sogni, investire nelle vostre aspettative, lavorare sodo per realizzare le vostre speranze!”

“Mh, non ne vale la pena profe, tanto i sogni non si avverano mai e la vita non è che delusione…”

“Ma cosa dite? Non voglio sentirvi pronunciare queste frasi! Queste frasi sono per gli adulti che si sono arresi, per i grandi che hanno abbassato la testa, ma voi!.. Voi…”

“Eh, sì, noi… noi i sogni non ce li abbiamo: il fatto è questo.”

“Ma perché no?! Non immaginate mai cosa potrebbe essere la vostra vita quando sarete cresciuti, quando non sarete più ragazzi ma uomini? Non vedete mai voi stessi con gli occhi del futuro? Non avete idea di quello che vorreste diventare?”

“Ma perché, scusi, lei alla nostra età cosa sognava?”

“Io sognavo di scrivere. Sognavo di diventare una giornalista e una scrittrice.”

“Davvero?! Lo sa, profe? Ce la vedrei!”

Nottata da cani

21 settembre 2010

Ieri sera a Striscia la notizia Ezio Greggio ha ufficializzato quello di cui io ero ancora all’oscuro: Willy, il trovatello strappato al canile da Enzino Iacchetti e diventato inconsapevole, compassato e amato personaggio televisivo, è morto.

E ce l’aveva in effetti quel muso a vecchino, un po’ scolorito, un poco spento, l’occhio nebuloso, l’energia esaurita, quel modo casuale di stare sul bancone delle veline, impermeabile a risate e applausi, atarassico davanti alla telecamera che sembrava lo zoommasse per succhiargli l’anima buona e ingrandirla a beneficio emotivo degli spettatori.

E me lo dicevo sempre tra me e me, questo canino camperà ancora du’ minestre, poro canino, guarda lì come l’è stanco. Sembrava che la vita del tempo precedente al giorno della salvifica adozione lui non l’avesse vissuta, ma subìta. E pareva che gli avesse lasciato segni di fame dolore sete e solitudine sul pelo e anche sui baffi.

Per cui sì, certo che me l’aspettavo.

Eppure vedere quell’uomo piangere in diretta per la morte del suo cane m’ha strappata dal presente di un rilassato dopocena e rispinta in fondo a sei anni fa, quando la vecchia con la falce in mano si approfittò della mia momentanea distrazione e venne a rubarmi Nello.

Così me lo sono risognato per una notte intera, quel canone un terzo giallo, un terzo bianco e un terzo nero, disegnato coi colori vividi di un cartone animato, che di giorno era una bomba di vitalità corse leccate agguati e inseguimenti lungo l’Arno e di notte mi dormiva accanto e mi abbracciava -nel collo un ventaglio di grinze, sulla testa due orecchie a braciola di vitello- convinto di essere il compagno della mia vita.

Cosa che infatti era.

(da sinistra: Nello -tre anni- e la Landi -all’epoca trentenne-)

L’accoglienza

20 settembre 2010

Nei primi dieci giorni di scuola, detti “dell’accoglienza”, è vietato iniziare il programma e, ovviamente, interrogare. Al contrario, bisogna intrattenere gli studenti, metterli il più possibile a loro agio, mostrargli i luoghi-chiave dell’istituto (palestra, laboratori, gabinetti) e tranquillizzarli.

A me sinceramente, dopo tre lezioni dedicate a Manzoni e al suo intramontabile Romanzo, l’estrazione a sorte della prima vittima (pur effettuata al suono di rulli di tamburo simulati da quaranta mani che battevano sul banco e un coro che gonfiava in un crescente “oooooooooh….” culminato in un “… oollé!”) e il bombardamento di domande a cui l’ho gentilmente sottoposta, è sembrata la migliore delle accoglienze che potessi riservarle.

Siamo a scuola, mica in un albergo a cinque stelle.

E lasciami studiare

19 settembre 2010

“Usciamo?”
“Mh…”
“Andiamo a fare due passi in centro?”
“Mah…”
“Ti va un cinema?”
“Bah…”
“Un aperitivo?”
“Anche no…”
“Ma insomma, si può sapere cosa c’hai da fare?”

La storia della Cina è lunghissima, ingarbugliata, maledettamente complessa. Al momento sono solo alla dinastia Song. Sì, la polvere da sparo, la stampa e la bussola sono state inventate. Ma non è che l’inizio. E domattina i trenta ragazzi dagli occhi a mandorla mi aspettano alle prime due ore.

Wò ài nì mèn

19 settembre 2010

Non saprei ridire con precisione com’è andato il discorso.

Fatto sta che io sono entrata, loro si sono alzati come gli ho detto di fare il primo giorno e hanno detto buongiorno, ho provato a sorridere mentre rispondevo buongiorno anche a voi, poi mi sono seduta per firmare il registro, quindi ho estratto la lista dei nomi e mi sono rituffata nell’incubo dell’appello.

E forse è stata proprio quella richiesta d’aiuto che ho espressamente lanciato per l’esatta pronuncia di quei nomi inusitati, a mettere in moto i misteriosi ingranaggi per una delle più coinvolgenti lezioni che mi sia capitato di fare da quando insegno.

Una lezione incrociata.

Una lezione-scambio.

Una lezione-regalo.

Un do ut des nato spontaneo, incalcolato, quasi miracoloso.

“Non ci riesco. Abbiate pazienza, ragazzi. Non ci riesco. Come diavolo si pronuncia la ics, in cinese?”

Mi hanno detto di non preoccuparmi, di stare tranquilla, di guardarli bene e di ascoltarli, che la ics per loro è un musicale e armonioso incrocio tra la esse e la zeta con un accenno di ci, una cosa del tipo sztc, che ce la potevo fare, che se loro hanno imparato a dire la erre, accidenti, io potevo imparare a dire la ics.

Senza che me ne accorgessi, la lezione d’italiano è diventata una lezione di cinese: due di loro si sono alzati, hanno raggiunto la lavagna, col pennarello apposta hanno scritto le vocali e i quattro modi per pronunciarle, perché in Cina la “a” non è mai una semplice “a”, ma può avere quattro toni, continuo, ascendente, discendente poi ascendente, e discendente breve, e si simboleggiano con un’asta orizzontale, un accento grave, un accento a “v” e un accento acuto.

“Provi, profe.”

E così mi sono ritrovata a gorgheggiare suoni che nemmeno sotto la doccia quando sono felice, e non mi vergognavo nemmeno, e mi lasciavo andare mentre quei sessanta occhi già stretti di suo si stringevano sempre di più per ridermi in faccia il loro divertito stupore.

“Brava, profe.”

E mi hanno detto che la lingua cinese prevede in tutto 415 sillabe, che ci sono decine di alfabeti diversi, che il cinese parlato non prevede flessioni né differenziazione del genere, che i verbi non hanno tempi ma che si usa sempre il presente aggiungendovi una parola che dice tempo fa, anticamente, ieri, domani, in futuro, che nella grammatica ha maggiore enfasi la sintassi che la morfologia, che nella lingua scritta si utilizzano gli ideogrammi, un sistema ingegnoso di simboli che disegnano l’idea di oggetti, verbi, cose astratte, e che ognuno li può leggere con una propria fonia tanto il significato non cambia.

Mi sentivo stordita come quando si fanno quei sogni assurdi in cui accadono eventi inspiegabili e innaturali, ma mi sentivo anche grata, di quell’accoglienza delicata e gioviale che facevano loro al posto mio, di quelle porte che mi stavano aprendo affinché mi avvicinassi con maggiore fiducia, e mi lasciassi anche un po’ andare, e fossi rilassata e aperta com’è la gente in Italia.

“Pensate questo degli italiani?!”

“Certo profe: in Cina professori severi e cattivi, lezione nove ore no riposare mai, in Italia simpatici, spiritosi, lezioni divertenti.”

E allora, poiché la prossima settimana andremo tutti insieme in centro per imparare a muoversi con autonomia in città tra autobus e monumenti, ho provato a contraccambiare la loro preziosa lezione con un viaggio mentale nel cuore di Firenze, dal suo ombelico in piazza della Repubblica ai simboli dei due poteri, la politica e la religione, e ho cercato di trovare i nodi in cui la storia nostra s’incrocia con la loro, per esempio in quelle stoffe fiorite di provenienza orientale con cui Benozzo Gozzoli ritrasse i Medici nella Cappella di Palazzo Medici Riccardi.

Li guardavo scrivere tutto sui loro quadernoni appena inaugurati e fare domande, e ridere al racconto della storia dei Bischeri, e meravigliarsi di fronte ai segreti del Corridoio vasariano, e interessarsi come a volte neanche gli studenti fiorentini sanno interessarsi, e nella bocca dello stomaco mi si diffondeva una sensazione di caldo, e nella testa un ronzio di piacere, e nel cuore uno strano senso di gioia originale.

“Come si dice ti amo?” ho chiesto

“Wò ài nì” hanno risposto.

“E, per esempio: poniamo che io, un giorno, in futuro, tra parecchio tempo, abbia voglia di dire a voi la stessa cosa, insomma, sì, di dirvi così, che vi amo. Come dovrò dire?”

“Wò ài nì men.”

Ieri avevo fissato un colloquio col Preside per chiedergli di cambiarmi classe, per supplicarlo di darmene una di soli italiani, per convincerlo del fatto che non ero capace di combinare qualcosa con trenta cinesi, che non ero pronta, che non ce la potevo fare, che non ne volevo sapere.

A quel colloquio non ci sono più andata, perché ci voglio provare.