Come ti chiami?

17 settembre 2010

Immaginavo tutto questo.

Infatti ero pronta a tutto.

Ero pronta a trovarmi davanti un Ji Xin Xin, uno Hu Cheng Bo, un Huang Rui Feng, una Lu Zhou Yu, una Zhang Lianmin, uno Zhou Xin Zan.

Poi però sono arrivata a lei.

“Come ti chiami?” le ho domandato.

Quando ha risposto “Sin Miao Miao” mi sono accasciata sulla sedia.

Il panico mi ha pervasa, il senso di resa onomastica ha avuto la meglio e l’ho ammesso platealmente.

“Mi dispiace, non ce la posso fare”.

Intenerita dal mio smarrimento, mi ha proposto di chiamarla Jessica.

Otto e venti prima campana

15 settembre 2010

“Bene, il quadernone da allestire per domani, i libri di testo da procurarsi quanto prima, i test d’ingresso che inizierò a somministrarvi dalla prossima volta… mi sembra di avervi detto tutto: avete qualche domanda da farmi?”

“Profe, lei c’è su facebook?”

Detto tra noi

14 settembre 2010

Ce lo dicevamo stamattina alla riunione per materia, sedute tutte insieme intorno allo stesso tavolo a pianificare il lavoro dei prossimi nove mesi, sommerse di fogli e libri di testo, un po’ con la ruga della concentrazione a mezza fronte e un po’ con l’ultimo strascico dei sorrisi estivi a denti bianchi sul viso abbronzato: ma perché, noi d’Italiano, insegnando la Letteratura, dobbiamo ammorbare noi stesse e i nostri studenti con tutte quelle menate di fabula e intreccio, di analessi e prolessi, e trova le macrosequenze di qua, e sottolineami le sequenze di là, e il punto di vista, e la focalizzazione, e il narratore interno, e quello esterno, e quello (addirittura!) onnisciente, e il discorso diretto, e quello indiretto, e quello indiretto libero… opperché queste opere meravigliose ed eterne non ce le possiamo gustare così come sono, semplicemente leggendole insieme ai nostri ragazzi, godendocele e facendole godere come si farebbe con un alimento buono, sano e cucinato alla perfezione, perché bisogna dividere, sezionare, smembrare e analizzare proprio qualcosa a cui magari l’autore ha dedicato un’esistenza intera affinché apparisse unito, omogeneo e amalgamato?

“Detto tra noi, non vi sembra che sia come se, davanti a un bel primo espresso e fumante, noi ci mettessimo a separare la pasta dal sughino, andando a cercare anche i pezzetti di soffritto?” ha chiesto una, a cui probabilmente l’ora (di pranzo) suggeriva gastronomiche e condivisibili metafore.

“E’ vero! Hai ragione! E’ proprio così!” abbiamo esclamato tutte, in un coro lubrificato da salivazione accelerata.

La lampadina dell’intuizione si è spenta subito dopo: abbiamo riabbassato le teste e su quelle carte che mai nessuno leggerà abbiamo scritto fabula e intreccio, analessi e prolessi, macrosequenze, punto di vista, focalizzazione e narratore.

Com’altrui piacque.

Tanto poi ciascuna di noi, quando entra in classe, si chiude alle spalle la porta, guarda negli occhi i ragazzi che le sono stati assegnati e (fortunatamente) fa come le pare.

Antipasto cinese

10 settembre 2010

“Senti, ma secondo te ce la farò con tutti questi studenti cinesi per classe?”

“Scherzi? Vedrai come ti diverti.”

“Dici?”

“Guarda che i cinesi hanno una comicità spiccata quanto inconsapevole.”

“Davvero?!”

“Ti racconto solo questa: l’anno scorso facemmo la prova antincendio, suonò l’allarme, tutte le classi abbandonarono le aule secondo il disegno previsto dall’istituto e si radunarono nel cortile esterno. All’appello mancava però uno studente. Uno studente cinese. Fu cercato con grande ansia da tutti noi.”

“E poi?”

“Lo ritrovammo all’Esselunga qui vicina: disse che si stava organizzando per affrontare le conseguenze della tragedia.”

Per tutti i Febo d’Europa

9 settembre 2010

Facevo il liceo quando mi abbonai a “Quattrozampe”.

Sbavavo per un cane che i miei genitori non volevano prendermi e che sarebbe arrivato nella mia vita solo molti anni dopo.

Così mi consolavo contemplando foto patinate di cani e gatti, facendomi una cultura su razze, caratteri, proporzioni e tipologie. E imparai tutto, altezze al garrese comprese.

C’era poi in quella rivista (che vent’anni fa era molto più bella di quella di oggi) una sezione speciale dedicata agli animali nella letteratura. Dall’Argo di Omero all’Argo di Svevo, passando per il Bauschan di Mann. E mi ricordo che adorai ancora di più quella materia che già amavo a scuola, quando m’accorsi che tra le sue pagine faceva posto anche ai non umani.

Nel numero di un mese in particolare l’autore ospitato era Curzio Malaparte.

Mi ci volle una settimana per arrivare in fondo al suo racconto, che attingeva all’autobiografia e raccontava la storia di Febo.

Capii immediatamente che non mi sarebbe bastata una vita per dimenticare quello che avevo letto. E seppi con assoluta certezza che quel racconto mi sarebbe tornato in mente spesso, con il suo rigurgito di dolore acido e sordo, per tormentarmi.

Oggi di più mi tormenta la notizia che, nel 2010, l’Europa di Strasburgo ha pronunciato il suo nuovo sì alla vivisezione. E che, in un continente che si dice civile, la pratica più belluina e vergognosa ha ancora radici forti, fronde abbondanti e germogli freschi.

Un giorno Febo uscì, e non tornò più. Lo aspettai fino a sera, e scesa la notte corsi per le strade, chiamandolo per nome. Tornai a casa a notte alta, mi buttai sul letto, col viso verso la porta socchiusa.
Ogni tanto mi affacciavo alla finestra, e lo chiamavo a lungo, gridando. All’alba corsi nuovamente per le strade deserte, fra le mute facciate delle case che, sotto il cielo livido, parevano di carta sporca. Non appena si fece giorno, corsi alla prigione municipale dei cani. Entrai in una stanza grigia, dove, chiusi in fetide gabbie, gemevano cani dalla gola ancora segnata dalla stretta del laccio del chiappino. II guardiano mi disse che forse il mio cane era rimasto sotto una macchina o era stato rubato, o buttato a fiume da qualche banda di giovinastri. Mi consigliò di fare il giro dei canai, chi sa che Febo non sj trovasse nella bottega di qualche canaio?
Tutta la mattina corsi di canaio in canaio, e finalmente un tosacani, in una botteguccia di Piazza dei Cavalieri, mi domandò se ero stato alla Clinica Veterinaria dell’Università, alla quale i ladri di cani vendono per pochi soldi gli animali destinati alle esperienze cliniche. Corsi all’Università, ma era già passato mezzogiorno, la Clinica Veterinaria era chiusa. Tornai a casa, mi sentivo nel cavo degli occhi un che di freddo, di liscio, mi pareva di aver gli occhi di vetro.
Nel pomeriggio tornai all’Università, entrai nella Clinica Veterinaria. Il cuore mi batteva, non potevo quasi camminare, tanto ero debole e oppresso dall’ansia. Chiesi del medico di guardia, gli dissi il mio nome. II medico, un giovane biondo, miope, dal sorriso stanco, mi accolse cortesemente e mi fissò a lungo prima di rispondermi che avrebbe fatto tutto il possibile per aiutarmi.
Aprì una porta, entrammo in una grande stanza nitida, lucida, dal pavimento di linoleum azzurro. Lungo le pareti erano allineate l’una a fianco dell’altra, come i letti di una clinica per bambini, strane culle in forma di violoncello: in ognuna di quelle culle era disteso sul dorso un cane dal ventre aperto, o dal cranio spaccato, o dal petto spalancato.
Sottili fili di acciaio, avvolti intorno a quella stessa sorta di viti di legno che negli strumenti musicali servono a tender le corde, tenevano aperte le labbra di quelle orrende ferite: si vedeva il cuore nudo pulsare, i polmoni dalle venature dei bronchi simili a rami d’albero, gonfiarsi proprio come fa la chioma di un albero nel respiro del vento, il rosso, lucido fegato contrarsi adagio adagio, lievi fremiti correre sulla polpa bianca e rosea del cervello come in uno specchio appannato, il groviglio degli intestini districarsi pigro come un nodo di serpi all’ uscir dal letargo. E non un gemito usciva dalle bocche socchiuse dei cani crocifissi.
Al nostro entrare tutti i cani avevano rivolto gli occhi verso di noi, fissandoci con uno sguardo implorante, e al tempo stesso pieno di un atroce sospetto: seguivano con gli occhi ogni nostro gesto, ci spiavano le labbra tremando. Immobile in mezzo alla stanza, mi sentivo un sangue gelido salir su per le membra: a poco a poco diventavo di pietra. Non potevo schiuder le labbra, non potevo muovere un passo. Il medico mi appoggiò la mano sul braccio, mi disse: “coraggio”. Quella parola mi sciolse il gelo delle ossa, lentamente mi mossi, mi curvai sulla prima culla. E di mano in mano che progredivo di culla in culla, il sangue mi tornava al viso, il cuore mi si apriva alla speranza. A un tratto, vidi Febo.
Era disteso sul dorso, il ventre aperto, una sonda immersa nel fegato. Mi guardava fisso, e gli occhi aveva pieno di lacrime. Aveva nello sguardo una meravigliosa dolcezza. Non mandava un gemito, respirava lievemente, con la bocca socchiusa, scosso da un tremito orribile. Mi guardava fisso, e un dolore atroce mi scavava il petto. “Febo” dissi a voce bassa. E Febo mi guardava con una meravigliosa dolcezza negli occhi. Io vidi Cristo in lui, vidi Cristo in lui crocifisso, vidi Cristo che mi guardava con gli occhi pieni di una dolcezza meravigliosa. “Febo” dissi a voce bassa, curvandomi su di lui, accarezzandogli la fronte. Febo mi baciò la mano, e non emise un gemito.
Il medico mi si avvicinò, mi toccò il braccio: “Non potrei interrompere l’esperienza” , disse, “è proibito. Ma per voi… Gli farò una puntura. Non soffrirà”.
Io presi la mano del medico fra le mie mani, e dissi, mentre le lacrime mi rigavano il viso: “Giuratemi che non soffrirà”.
“Si addormenterà per sempre”, disse il medico, “vorrei che la mia morte fosse dolce come la sua”.
Io dissi: “Chiuderò gli occhi. Non voglio vederlo soffrire. Ma fate presto, fate presto!”.
“Un attimo solo” disse il medico, e si allontanò senza rumore, scivolando sul molle tappeto di linoleum. Andò in fondo alla stanza, apri un armadio.
Io rimasi in piedi davanti a Febo, tremavo orribilmente, le lacrime mi solcavano il viso. Febo mi guardava fisso, e non il più lieve gemito usciva dalla sua bocca, mi guardava fisso con una meravigliosa dolcezza negli occhi. Anche gli altri cani, distesi sul dorso nelle loro culle, mi guardavano fisso, tutti avevano negli occhi una dolcezza meravigliosa, e non il più lieve gemito usciva delle loro bocche.
A un tratto un grido di spavento mi ruppe il petto: “Perchè questo silenzio?”, gridai, “che è questo silenzio?”.
Era un silenzio orribile. Un silenzio immenso, gelido, morto, un silenzio di neve.
Il medico mi si avvicinò con una siringa in mano: “Prima di operarli”, disse, “gli tagliamo le corde vocali”.

(Curzio Malaparte)

Prospettive

9 settembre 2010

Da tre che dovevano essere all’inizio, le mie classi di quest’anno che sta per cominciare erano diventate cinque. Una di quelle magie di cui faresti volentieri a meno, anche perché due classi in più, coi tagli e gli accorpamenti imposti da questo ministro, vogliono dire sessanta ragazzi (e centoventi genitori) in più.

Poi per fortuna si sono assestate sul numero quattro. Due prime, una seconda e una terza.

Delle due prime, una conta trenta (TRENTA) alunni.

Tutti (TUTTI) cinesi.

Naturalmente con livelli di conoscenza della lingua italiana assai diversificati (a. capisco tutto e rispondo, b. capisco tutto ma taccio, c. capisco poco e mi adeguo, d. forse capisco, e. nutro corposi dubbi su ciò che credo di capire, f. non capisco una mazza, g. voglio tornare in Cina).

Lèttomi lo scoramento in volto, due colleghe affettuose mi hanno detto: “Non devi assolutamente preoccuparti. I primi due mesi vivrai sotto shock. Poi inizierai a ingranare. Alla fine dell’anno ti scoprirai perdutamente innamorata di questi ragazzi e non vorrai trasferirti mai più”.

Male che vada, ci viene fuori un (altro) libro.

Una volta dicevi “Mi hanno rimandato a settembre”. E ti sentivi il ciuco di turno, anche se comunque sempre meglio del tuo amico che avevano bocciato.

Poi c’è stato un tempo in cui dovevi dire “Mi hanno dato il debito”. E ti sentivi come quegli adulti che comprano una casa e s’inguaiano con un mutuo trentennale a tasso variabile.

Oggi no.

Epoca d’eufemismi e circonlocuzioni, di fumo negli occhi e politicamente corretto, la dicitura esatta, oggi, è “Mi hanno sospeso il giudizio”. E ti senti ganzo, perché alla fine ti hanno solo lasciato lì, a penzolare nell’aria vuota e afosa dell’estate, affinché tu ti decidessi a infilarti nella zucca quello che puntualmente hai scansato in nove mesi di scuola.

Ma guarda bene: perché il succo cambia poco.

Se ti hanno sospeso il giudizio, esattamente come quando ti rimandavano o ti coprivano di debiti, vuol dire che durante l’anno hai fatto il lavativo in questa o in quella materia, giugno è arrivato quando meno te l’aspettavi e tu sei rimasto al palo come un bischero. Hai avuto l’estate sputtanata e le vacanze compromesse anche se non hai fatto nulla, anche se non hai aperto libro, anche se fuori con gli amici hai fatto lo sbruffone dedicando rutti e vaffanculo ai professori che non ti avevano salvato, perché il tarlo della coscienza sporca e quel settembre che a spada di Damocle ti penzolava sulla testa, non ti hanno fatto rilassare come avresti voluto.

E magari sei anche andato al mare, magari hai fatto anche il campeggio con gli amici, magari tutti i giorni andavi anche in piscina con la compagnia. Magari hai pure raccattato una figliolina e ti ci sei, diciamo in questo modo antico, fidanzato. Però di’ la verità: a quel conto in sospeso con me ci hai sempre pensato. E alle immagini del mare, del campeggio, della piscina e della figliolina si sovrapponeva sempre la mia, antipatica, odiosa, e guastafeste, a ricordarti “Ripassa i Promessi sposi!”, “Riguarda i brani dell’antologia!”, “Studia bene tutti i verbi!”.

In effetti, l’ammetto volentieri, hai studiato.

Me ne sono accorta appena ti ho visto, la settimana scorsa, a scuola. Eri serio, ma non terrorizzato. Mentre i tuoi compagni si buttavano al collo spudorati, tu il bacino e l’abbraccio di bentornato l’hai soltanto preso senza restituirlo. Perché il conto tra noi era sospeso. Perché tra noi c’era poco da sbaciucchiare.

Settembre andiamo, è tempo di rimediare.

Allo scritto ti ho piazzato lì una prova che mescolava insieme le tipologie su cui avevamo lavorato per un anno. Io e loro, dico. Tu mica tanto. Tu avevi sempre qualche scusa. Qualche impegno dell’ultim’ora. Qualche verità farlocca da rifilarmi.

Ti ho detto: fai finta d’intervistare Manzoni, scrivi una recensione del Romanzo, scegli un personaggio a tuo piacere e fagli i raggi ics, e componi un haiku ispirato a un paesaggio manzoniano.

E tu sei stato bravo, e mi hai fatto ridere tanto, in silenzio, tra me e me, mentre poi lo correggevo. Le domande a Manzoni centrate e furbe, le risposte che ti ha dato ironiche e generose, la recensione per il giornalino immaginario costruttiva e diretta, il personaggio vivisezionato con perizia da scienziato, l’haiku quasi commovente.

In riva al lago

il curato ogni giorno

monotonia.

E così, zuccone che non sei altro, hai finalmente rimediato. Il giudizio su di te non è più sospeso e anch’io mi sono liberata da tutte le catene.

Settembre andiamo, è tempo di ricominciare.