Io avevo dodici anni, lei due più di me. Io facevo la seconda media, lei andava già in prima superiore. Io ero bionda bionda, lei mora mora. Io ero parecchio tonta, lei era più che sufficientemente sveglia.
A ben guardare, venivano a mancare tutti i presupposti per lo sbocciare di un’amicizia profonda, solida e duratura.
Eppure lei è stata l’amica più sincera e affettuosa della mia giovinezza.

Tra le avventure di cui periodicamente ci rendevamo protagoniste primeggia quella legata alla ricerca delle zucche, per la quale occorreva una strumentazione minimale (nient’altro che una bicicletta modello Graziella e due voci squillanti) e che seguiva il seguente protocollo: una pedalava, l’altra si collocava ritta, in piedi sulla base rettangolare posta nella parte posteriore del mezzo di locomozione, le mani appoggiate sulle spalle della conducente, e via.

La destinazione era la campagna immediatamente limitrofa al paese in cui vivevamo, con particolare predilezione dei cosiddetti “borri”: Borro della Madonna, Borro delle Cave, Borro dei Barulli.

La missione mirava al rinvenimento del maggior numero di zucche, grandi sode e arancioni, da portare a casa e da vivisezionare per il rituale del travestimento e la parallela tostatura in forno dei semi interni.

Regola fondamentale della spedizione era convincere i contadini (tirchi per definizione) a cedere una zucca alle due adolescenti urlatrici, che tagliavano la valle al grido reiterato di: “CHI CE L’HA UNA ZUCCA DA REGALARE?”.

Mai ci capitò di tornare a casa a mani vuote.

Pronto soccorso A/R

29 ottobre 2010

Vedere gli studenti raddoppiare, da ventiquattro diventare quarantotto, osservare la stanza dilatarsi e restringersi in un battito di palpebra, quindi girare su se stessa e inusitatamente inclinarsi. Salire al primo piano, entrare nella stanza dei bottoni, chiedere e ottenere ancora prima di aver finito la richiesta il permesso di un’uscita anticipata. Salire in macchina e puntare dritta a casa nel tentativo -dall’esito mai scontato- di uscire indenne dalla promiscuità automobilistica a cui ti costringe la città nell’approssimarsi della pausa pranzo. Cercare un parcheggio, individuarne uno, entrarci di muso pensando poi di far manovra e infilarci meglio di culo, ma intravedere tra i raggi del sole un sospetto, inaspettato firmamento di stelle stelline e stellone, perfino una cometa diresti d’aver visto, tanta e tanto forte era la luce sprigionata. E angeli, arcangeli, serafini, cherubini, troni, tutti radunati nell’inatteso, celeste simposio.

In lontananza, sfumato, un suono. No, non di arpe, non di flauti, né di trombe. Un suono monotono e insistente, che da flebile e distante si fa sempre più becero e corposo: il suono violento dell’ambulanza.

Vi siete mai sparati un viaggetto sul camioncino urlante? Io m’ero limitata a farlo dentro i film, i telefilm, i serial americani ambientati in ospedale. Quattordici anni, quarta ginnasio: General hospital spopolava. Veniva subito dopo Sentieri, il mio preferito. Almeno fino all’avvento di Capital. (sospiro). Ma insomma: no, un viaggio in ambulanza da protagonista non l’avevo fatto mai. Il portinaio del palazzo ti guarda turbato e prima che il doppio sportellone gli si chiuda davanti alza il pollice come a dire forza. Tu la forza la usi tutta per non metterti a piangere come una cacasotto e tieni duro, sorridi ai barellisti come per tranquillizzarli. Uno ti si siede accanto, un altro si posiziona al volante. Ti hanno legata a salame stringendoti due cinghie all’altezza delle poppe e delle caviglie così almeno non sciambrotterai per l’abitacolo. Si parte.

Vantaggio numero uno del viaggiare in ambulanza: il traffico si apre per farti passare come già il Mar Rosso per far passare il capellone di Mosè. Se però uno è assordato dalla musica sparata a mille o distratto dalla conversazione telefonica via auricolare, di sirene basta metterne due. C’è da dire che due sirene fanno paura prima di tutto a chi viaggia a bordo. “Che succede?! Chi si è ferito?! Chi sta male?!” chiedo angosciata al barellista, il quale rassicura: quella che sta male sono io.

Vantaggio numero due del viaggiare in ambulanza: della tua città vedi solo le punte, spigoli di tetto, antenne, rami con foglie gialle, rami con foglie rosse, rami senza più foglie. E vedi uccelli: stormi e stormi di uccelli a farti sulla testa una coroncina di giro-girotondo/casca il mondo/casca la terra/ tutti giù per terra. Giù per terra mezza agonizzante ci sei te, ma va be’, non ci pensare.

In quell’ospedale c’ero stata solo quella volta che Elena Quinta ci aveva partorito il primo figlio. Per il resto, lo avevo sempre guardato lambendolo di fianco in autostrada negli infiniti anda-e-rianda a casa dei miei genitori e sfiorando ogni volta il materiale sferico a portata di mano per una forma di superstizione che induce ad aver paura, prima di buscarne.

“Meglio pisciare a letto, che aver bisogno dei dottori” è la raffinata massima che mio padre ama citare quando parla di malasanità. Mentre attendo che qualcuno venga a visitarmi, ho tutto il tempo per dargli ragione.

Di fianco a me, sul lato destro, giace un settantenne senza fissa dimora e alcolizzato il cui olezzo è un inedito mixage di vino, birra, piscio e sudore. Biascica tra sé in colorito romanesco e stramaledice la giovane assistente sociale che gli ha appena posto qualcosa come cinquanta domande, una più imbecille di quell’altra. Razzola con le mani sporche dentro numero tre buste di plastica che contengono la sua vita e sono la sua casa. Nomina più volte un figlio residente a Istanbul e supplica l’assistente sociale di cui sopra affinché non cerchi di rintracciarlo, per non disturbarlo.

Di fianco a me, sul lato sinistro, rantola una novantenne di sesso femminile e dai bronchi compromessi, che tossisce, agevola il distaccamento dei catarri dalle pareti gutturali, indi rielabora e impasta il bolo mucoso all’interno della cavità orale rimasticandoselo ben bene tra le gengive e i tre denti sopravvissuti all’ecatombe senile, prima di espellere la bomba batterica non so dove e non voglio neanche saperlo.

Di fronte a me, a una distanza indesideratamente ravvicinata, sonnecchia supino un ottantacinquenne pelle e ossa evidentemente tormentato dal caldo che, in cerca di refrigerio, abbassa il lenzuolo, abbassa la patta del calzone, abbassa la mutanda e solleva, tirandolo per la pelle del glande, un uccello centopelli in agonia. Quindi ne infila la testa mansueta e reclinata in un pappagallo di plastica e lascia andare la vescica, in uno ssshhhhhhh della durata di una ventina di secondi che viene diffuso nell’ambiente in un raffinato dolby surround.

Intorno a tutti noi, una quindicina di disperati come noi che osserva in un mutismo rassegnato l’andirivieni inutile e quasi ostile di due infermiere acide e sprezzanti, sorde a ogni richiamo, indifferenti a ogni minima esigenza, cieche davanti all’evidenza della loro bassa umanità.

Sopra a tutti noi, prigioniere di porte chiuse e finestre serrate, apatiche e stordite girano tre mosche nere, modello classico, da rocchio di merda su ciglio di strada.

Alle 17,30, dopo sette ore di un’attesa ingiustificata, disidratata per la mancata distribuzione di un misero bicchier d’acqua, incredula al cospetto dei meccanismi di un ospedale di una città del centro Italia, chiedo timida a un’aguzzina vestita di bianco se esista un luogo alternativo a quello maleodorante e miserevole in cui sono stata parcheggiata.

Poiché “Signorina, il pronto soccorso è questo: faccia poco la schizzinosa” è la risposta che ho da costei, scendo con cautela dal mio letto, torno dentro le mie scarpe, firmo il modulo di dimissione volontaria e mi levo finalmente dai coglioni.

Questa sera, Teatro Dante

23 ottobre 2010

Come mi piacerebbe. Come mi piacerebbe una mattina entrare in classe e, per una volta, buttarla tutta sul mangiare e sul bere. Per una volta (via i banchi!) imbandire una tavolata di cibi immaginari, stappare botti di vino profumato e far sedere i miei studenti a questo simposio mentale, in mezzo ai grandi della letteratura. Ché quelli, i poeti dico, non crederete mica che campassero solo di endecasillabi e terzine. Quelli (fatta eccezione per alcuni casi rari e isolati) sgranavano e trincavano di brutto. E frequentavano osterie. E s’ingaglioffavano spudoratamente. Certo, non si può mica andare a dirlo a giro. Figuriamoci poi a scuola! A scuola, i poeti li devi presentare come mostri sacri, aurei, intoccabili, irraggiungibili. Praticamente disumani. Invece quelli (per fortuna) umani lo erano fino in fondo. Fino alle viscere.

In principio fu uno magro
Se dovessi pianificare una lezione alternativa di letteratura, dovrei comunque partire da quello che –pur senza saperlo- l’ha iniziata. Perché non si può far sparire il latino e accogliere il volgare senza dire che fu lui il primo a usarlo in un testo scritto. Parlo del poverello d’Assisi, di quello che ragionave con gli uccelli e con il lupo di Gubbio, di quello che s’ignudò di tutti i suoi averi e dei vestiti stessi (in piazza, davanti al vescovo), di quello che scrisse la più bella lode a una divinità. Francesco. Certo, l’argomento cibo con lui mi prenderebbe veramente poco tempo: quello campava d’elemosina, rodeva pane vecchio ed era secco allampanato. Prima di convertirsi, però, le sue belle bettole le aveva frequentate anche lui e le sue randellate alcoliche non se le sarà fatte di certo mancare, in compagnia di quegli stessi amici, tutti ricchi come lui, che come lui di lì a poco sarebbero partiti per la guerra tra Assisi e Perugia. Solo che loro dalla guerra tornarono decorati. Lui invece tornò grullo, agli occhi del mondo. Santo, agli occhi della Chiesa. Poeta, agli occhi dei letterati.

Stupor mundi
Volendo parlare di goduria dei palati rimanendo intorno al Dugento, bisogna in tutti i modi scendere a sud, attraversare lo Stretto di Messina e approdare in Sicilia. Lì, un imperatore esotico e originale, frutto dell’incrocio tra popoli diversi, aveva fatto costruire una magnifica reggia. Si chiamava Federico II, era figlio di uno svevo e di una normanna, avrebbe dovuto governare dalle terre fredde del Nord, eppure disse: “Stateci voi a quest’addiaccio: io vo a vivere a Palermo!”. Alla corte siciliana radunò i più grandi cervelli del tempo, li assunse al proprio servizio come avvocati, notai e poeti, in cambio gli dette alloggio e vitto. Parecchio vitto. Si vociferava che in quella nobile magione succedesse di tutto: banchetti strepitosi all’insegna dei cibi più pruriginosi e al cospetto delle più belle danzatrici del ventre d’Oriente. Diventò così famoso per tutto ciò che combinava che cominciarono a chiamarlo “stupor mundi”. Hai capito, l’imperatore.

Altro che musone

Ma in Toscana? No, dico: se in Umbria le enoteche andavano per la maggiore e se in Sicilia c’era tutta questa rumba, cosa poteva accadere in una regione che in fatto di godimenti enogastronomici ha sempre avuto da insegnare a tutto il mondo? Be’, in Toscana… c’era Dante. E uno pensa: per carità, quel musone. Perché l’Alighieri se lo immaginano tutti così: muso a tinca, giramento di scatole fisso e avemmarie a tutta randa. Pochi sanno che invece a Dante piaceva un monte battere le vinerie della città, ritrovarsi lì coi suoi amici stilnovisti a ragionare d’amore, a stilare classifiche delle figliole più bellocce di Firenze, a leticare con quei puzzolenti della scuola comico realista come Cecco Angiolieri e Rustico di Filippo. A ridere con loro. Sì, Dante rideva. E per ridere a quei tempi, con i guelfi bianchi e i guelfi neri che si facevano la guerra, col pericolo di finire esiliati sempre in agguato e con le ragazze che non concedevano nemmeno un saluto per la strada, bisognava bere per forza. Dante infatti beveva. Facciamocene una ragione e, anzi, amiamolo anche di più proprio per questo.

Buongustaio per antonomasia
Certo però, il toscano più godereccio di tutti resta sempre quello che nacque in punta al cocuzzolo di Certaldo. Nella misura in cui amava la ciccia delle donne, Giovanni Boccaccio cedeva alle tentazioni della tavola. Molte delle cento novelle che formano il Decamerone sono lì a testimoniarlo. Uno che si abbandona alle gioie del sesso con quell’enfasi, non può che essere un buongustaio. Boccaccio amava senza riserve, senza misura, senza controllo, sena ritegno. Di pancia. Di brutto. Gli piaceva affondare le mani. Seni, fianchi, natiche, cosce: gli andava bene tutto, bastava trovarci roba. Uno così, vederlo a tavola, dev’essere stato uno spettacolo.

Il magnifico periodo
Fu però quando la storia si lasciò alle spalle il Medioevo religioso e bacchettone per inaugurare l’epoca moderna delle scoperte geografiche, dello studio dell’humanitas e della vita nelle corti signorili che il gusto di mangiare e bere trovò un vero appagamento. Fuori dall’autunno medievale, dove (si diceva) c’era stato un buio da paura, c’era un’infinita primavera, e sole, e fiori. Gigli, soprattutto. Perché è inutile negare: parlare di Quattro e Cinquecento significa parlare di Firenze. E se si parla della Firenze rinascimentale, uno solo è il nome che ci sale alla bocca. E’ un nome magnifico. Lorenzo de’ Medici imbastiva certe cene, allestiva certe feste, metteva insieme certi eventi che oggi a Firenze non s’immaginano nemmeno nei giorni di Pitti Moda. Nonostante fosse geneticamente privo del senso dell’olfatto, per questa roba qua (va detto) aveva naso. Egli contribuì a diffondere la moda di riservare attenzione all’apparecchiatura delle tavole: vasi, piatti, boccali, bacinelle, brocche, anfore, maioliche, tazze, mesciacqua: tutto si faceva produrre perché di tutto si riconosceva l’importanza per un’elevata qualità della vita. Per il banchetto delle sue nozze con Clarice Orsini arrivarono al Palazzo di Via Larga centocinquanta vitelle, quattromila fra galline e papere, pesci, cacciagione. Tra i primi piatti e i secondi si fece servire un sorbetto artigianale (invenzione fiorentina) estratto dalla famosa limonaia di Borgo Pinti, che all’epoca si dice contasse 3488 piante. Circolarono moltissime botti di vini nostrali e forestieri che Lorenzo generosamente distribuì al popolo anche prima di imbandire i veri e propri banchetti che si svolsero dalla domenica al martedì. Furono consumati 17 quintali tra dolciumi e confetti. E per finire i cenci (detti anche chiacchere, frappe o pampuglie) accompagnate al vin santo, anch’esso invenzione di queste parti. Lorenzo era magnifico per davvero: quando gli avanzava un po’ di tempo libero tra beghe politiche e impegni civili, scriveva. Tutti conoscono il suo “quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia”; pochi sanno che ne “I beoni” stilò la classifica dei più celebri briaconi di Firenze a lui contemporanei. O perché non mi chiamo Clarice Orsini e non sono nata nel Quattrocento?

Ipsa dixit

20 ottobre 2010

Nella scuola dove insegno, persiste (chiamiamola così per fare prima) l’occupazione.
Oddìo, per essere un’occupazione, lo è a tutti gli effetti. Occupata la palestra, occupata la succursale, occupate le aule del distaccamento. Che poi in questi luoghi avvenga qualcosa di significativo e interessante, che chi occupa gli spazi abbia anche la testa occupata da idee ben chiare e da messaggi da lanciare all’universo mondo, ce ne passa.
Democrazia vuole che, chi intende far lezione, possa farla in completa tranquillità, andandosi a cercare l’insegnante in sala professori e raggiungendo insieme un’aula vuota ove accamparsi e provare a compicciare qualcosa anche in assenza di tutto il resto della classe.

“Dimmi, tu perché hai deciso di restare estranea all’occupazione?”
“Perché non mi piace il modo, non condivido il metodo, non credo nel messaggio. Il mio messaggio è che la scuola è un’opportunità imperdibile, che una mattina di lezione vale più di una settimana di occupazione, che le proteste semmai si fanno il pomeriggio, scrivendo un documento da inviare al Ministero e non barricandosi dentro una palestra a ballare e smanettare la musica a tutto volume dalla mattina alla mattina dopo per sette, otto, dieci giorni. Arrecare danni materiali agli ambienti della scuola, insudiciare l’istituto o strabere fino a ubriacarsi, vomitare e collassare come è accaduto in certe scuole qui in città non è il mio modo per dire che non condivido le scelte politiche che un governo destina alla scuola. Preferisco studiare.”

Sembrano le parole di una sessantenne.

Invece me le ha dette un’incantevole ragazza di diciassette anni.

Questa sera, a Firenze

17 ottobre 2010

Lo seguo, lo canto, lo cito, lo stimo e lo amo da quando avevo sedici anni.
Credo di aver assistito a qualcosa come quindici suoi concerti.
Questa sera, a Firenze, canterà di nuovo per un pubblico che lo adora e condivide ogni minima frase da lui pronunciata (che nella maggior parte dei casi non si spinge oltre “Eeeeh… Ooooh…”).
Diciottenne, lo incontrai a Vienna mentre io ero in gita scolastica con la mia classe del liceo e lui rappresentava l’Italia in una rassegna europea di rock.
Di quell’imprevisto, miracoloso incontro, scrissi tutti i dettagli sul blog con cui nel 2005 mi affacciai timidamente in Rete, l’originale “Profe, mi giustifico!”. Il racconto era quello che segue qui sotto. Le foto a cui si fa riferimento nel racconto, seguono il racconto stesso, pubblicate per la prima volta in assoluto dalla sottoscritta (che in realtà dovrebbe censurarle per una questione di pudore, visto lo stato estetico in cui versava nei terribili anni Ottanta).

Si parla di qualche anno fa. Io facevo il liceo. Quinto anno, l’ultimo. Ad aprile, la gita scolastica. Destinazione: Vienna. Poichè trattàvasi di bassa stagione, ci fu possibile pernottare per cinque notti nel prestigiosissimo “Park Hotel Shoembrunn”.
La mia classe era esigua e per lo più al femminile se togliamo Andrea. Ci accompagnavano l’insegnante di Italiano e Latino, professoressa Coscialunga from Monte San Savino, bravissima e molto preparata, e l’insegnante di Greco, professoressa Gonno from Calabria (dove la preposizione semplice “con” suona appunto “gonno”), brava poco e preparata per nulla.
Noi eravamo garrule e gioiose come si è a diciotto anni, ma anche riflessive e un po’ seriose come ci aveva plasmate il liceo che frequentavamo e come ci aveva ridotte lo studio della filosofia del professor Sergio Signorina. Una bella gita da scavezzacollo era quello che ci voleva per riprendere coscienza del quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia.
La città che ci ospitava era, ahimè, stagionata, età media settant’anni, fredda nella temperatura e nell’animo, seppur artisticamente valida. A noi però era sufficiente uscire dalla provincia per respirare aria nuova e prendere consapevolezza dell’infinita ricchezza che avevamo davanti: una vita intera, tutta da vivere.
L’hotel, me lo ricordo ancora con spaventosa nitidezza, era meraviglioso. Una hall enorme ti abbracciava come ne varcavi la soglia, mentre, sulla destra, una gradinata stile imperiale conduceva al gigantesco ballatoio che girava tutt’intorno al salone principale. Di sopra, un bar dal bancone ligneo lunghissimo. Ai lati, angoli fumo con divanetti e poltroncione di pelle. Non so quante camere annoverasse quell’albergo, che si articolava su quattro o cinque piani ed era immerso nel verde, appena fuori dal centro cittadino. Le nostre camere erano spaziose, barocche, capienti e, dieci minuti dopo il nostro arrivo, bombardate a mano. Al pianoterra c’era addirittura una discotechina per le bande di studenti inferociti in gita scolastica come noi.
E infatti, fin dalla prima sera, le due professoresse ci buttarono in disco lavandosi le mani di noialtre adolescenti peggio di Pilato. Solo che questo localino aveva veramente le dimensioni di un circolino comunista di campagna ed era pieno zipillo di studenti romani che ballavano, sudavano e di conseguenza puzzavano.
“Esco a prendere aria -dissi io a una mia compagna- torno tra un po’”. E, attraversata la hall, inforcai la gradinata principesca.
La tiro così lunga perché, mentre salivo, vidi davanti a me, di spalle, il principe azzurro dei miei sogni. Costui saliva le scale come me e mi era di due o tre gradini sopra, affiancato da un tipo che non esitai a riconoscere. Ma non è di questo tipo che desidero parlarvi, bensì, ovviamente, del principe azzurro dei miei sogni.
Che era lui.
Vasco Rossi.
Io salivo la gradinata e lui col il tipo accanto, davanti a me. Il tipo accanto era Red Ronnie. Il quale, annusato olezzo di femmina, si voltò e pronunciò una proposizione oscena che mi rifiuto categoricamente di riportare quivi. Eppure tutto ero, fuorché erotica. Indossavo il solito paio di jeansacci scoloriti e sdruciti e una felpina bianca come il latte con Snoopy mentre arrostisce sul fuoco una salsiccia in compagnia di Woodstock. Niente di più casto, ne converrete. Eppure il sudicio disse una frase porca e il Vasco dei miei sogni si voltò guardandomi e sorridendo.
Fu, per me, come aver visto la Madonna. Assumendo l’espressione ebete dei giovani di Medjugorie e subendo la repentina essiccazione del cavo orale, pronunciai solo, monotona e cantilenante come un rosario mariano di maggio, la seguente frase: “Vasco, sei te? Ma sei proprio te, Vasco? Ma Vasco, sei te?” e così via, a sfumare.
Lui, devo ammettere più sintetico, confermò: “Ma zerto, sono io!” e mi invitò al bar di sopra a bere qualcosa di superalcolico. Io, che all’epoca non toccavo alcool né fumavo cicchini di nessuna sorta, mi ritrovai con una Lucky Strike (spenta) tra l’indice e il medio e una bicchierata di non so cosa alle labbra.
Il Blasco, di cui conoscevo ogni dettaglio biografico, conversava con me come se si fosse due amici di lunga data. Mi disse che si trovava lì a Vienna con tutta la band per rappresentare l’Italia al Festival Rock d’Europa. Nemmeno per la controcassa del cervello mi attraversò il pensiero di andare a recuperare le mie compagne in discoteca.
Quando due di loro mi vennero a cercare, mi trovarono sprofondata sul divano a fare della spicciola e disinvolta conversazione con Vascone, Massimo Riva e Maurizio Solieri. La fotografa ufficiale intanto scattava delle foto. La mia compagna di classe Maria Luisa, prima mi maledisse, poi estrasse dalla tasca la sua portatile e m’immortalò, sempre col cicchino spento in mano che ero uno spettacolino d’adolescente rincoglionita dall’amore.
Le immagini della fotografa ufficiale finirono, non chiedetemi perché, su Grand Hotel.
La mia reputazione in Valdarno crebbe smisuratamente.
Furono giorni memorabili, perché il Blasco, anziché andare in giro per locali a strabere, passò le cinque sere in albergo con tutte noi, a chiacchierare senza orario e senza misura.

Chiamate Roma 3131

14 ottobre 2010

Quando Roma chiama, io mi sento male.
Non per la città, per carità, che è l’unica per cui potrei lasciare il cofanetto d’arte che è Firenze.
E nemmeno per i romani, quelli poi, che come aprono bocca m’incantano per quell’inconsapevole musicalità (mallàssastà… mallàssapèrde… macchitoofaffà…) che riescono a produrre.
Io mi sento male quando Roma chiama da via Nomentana.
“Prenderà il treno delle 8:15, giungerà a Roma alle 9:20, salirà su un taxi 5750, dirà Dear e lì sarà portata. Due minuti prima di arrivare chiamerà questo numero di cellulare per dire sto arrivando, al cancello d’ingresso la verremo a prendere, la porteremo negli studi, trucco, parrucco, e poi andrà in onda, certo, in diretta, ma pochi minuti, no, non col conduttore principale, con la giornalista che lo affianca nella trasmissione, quattro-cinque minuti al massimo, non si preoccupi, stia tranquilla. La aspettiamo.”

Dice bene, dice… la aspettiamo.
A me intanto la notte prima mi sfilano davanti in sogno, tutte in fila, le domande più assurde che un conduttore televisivo possa fare e a cui un ospite non sia in grado di dare una risposta (tra le più ricorrenti, le tabelline del 6, del 7 e dell’8).
Il viaggio sulla prima classe della Freccia Rossa (dove mancavano soltanto le sigarette al mentolo) consola e incoraggia. Roma accoglie e abbraccia. Come sempre. Come ogni volta. Come quella volta che ero bambina e vidi l’omino bianco fare ciao ciao con la manina dalla finestra del suo studio. Come quella volta in gita con le scuole medie, e quell’altra col ginnasio, e quell’altra ancora col liceo. Come tutte quelle volte in cui c’andavo per giocare a pallacanestro contro l’Acquacetosa, o in pullman con il prete, o in auto con chi amavo, per poi affittare un tandem e viverla da dentro, Roma, che è un tappeto di sanpietrini grigi e un soffitto di luce celeste.

“‘Abbella signorina, ndò annamo?”
“Che mi sci porta peppiascere agli studi della Rai, in Dear?”
“Eccomenò… eheheh… quanto me piace sta parlata vostra…”
“Anche a me mi piasce tanto la vostra, sa? E Roma è l’unica scittà per cui potrei lasciare Firenze.”
“Davero?!”
“Davvero!”
“Ma guardi signorina, che qua a Roma è un caos… un casino… stamo sempre in mezzo ar trafico, ale code… l’aria puzza… troppa ggente… Le va un cafè? Ce fermamo in un baretto?”
“Non posso miha… c’ho da essere in Rai massimo a un quart’alle diesci!”
“Ma che va, in televisione?”
“Eh, sì, la ummicifaccia pensare, guardi…”
“Ma da chi va?”
“Da Mirabella, sce l’ha presente?”
“Ma che, a Elisir?!”
“Nonò, a un programma novo che fa la mattina, Apprescindere si chiama.”
“Hai capito…”

Che poi magari uno gli ambienti della Rai se li aspetta splendidi e luminosi, nuovi di pacca, stramoderni. Invece c’è quest’aria antica di tanto tempo fa, di trasmissioni che si sono intervallate, incrociate, sovrapposte, di gente che è passata, che passa, e passerà, nell’inarrestabile viavai della televisione.
A prendermi hanno mandato Marcello, un riuscito incrocio tra Pierfrancesco Favino e Antonio Banderas, un moraccione romanaccio dal sorriso scuro che come prima cosa mi offre un caffè. Accetto.
E’ mentre sorbisco che mi dà la notiziona: i minuti di diretta non sono più quattro-cinque, ma dieci-quindici. L’intervista non è più con la giornalista che affianca Mirabella, ma con Mirabella proprio.
“No, come!”
“Guarda che devi essere contenta!”
“No, come!”
“Ha voluto intervistarti lui, intende darti più spazio, è molto interessato all’argomento del tuo libro!”
“No, come!”
“Vieni, ti porto nella sala vips.”

Nella sala vips Vittorio Sgarbi parla (naturalmente a voce alta, spostandosi il ciuffo con la mano) dal televisore piazzato lì per seminare il panico emotivo dentro l’ospite inesperto.
“Antonella?”
“Sì…”
“Ciao! Benvenuta! Sono Silvia! Ci siamo parlate al telefono la settimana scorsa!”
Silvia, menomale sei arrivata, menomale sei venuta a incontrarmi, e mi hai stretto forte la mano, e mi hai parlato del tuo bambino di un anno e mezzo a cui hai dato un nome lungo, importante e foriero di tante speranze per il futuro, menomale mi hai detto di non stare lì da sola in quella deprimente sala vips e mi hai riportata nel casino di quella stanzina affollata, crocevia di un’umanità al lavoro che ti attraversa senza vederti, che ti guarda senza rendersi conto che a te il cuore batte all’impazzata. Silvia, menomale mi hai prestato la tua collanina, che ero venuta senza e mi mancava una rifinitura al collo.

“Ecco Alba! Ecco Alba E’ arivata Alba!!”
“Ma Giobbe? ‘Ndò sta Giobbe?”
“No, macché, ancora Giobbe nun ce sta, ha sbajato strada, è annato a Saxa Rubra.”
Menomale nella stessa puntata ci sono Alba Parietti e Giobbe Covatta.
Prenderanno tutto il posto loro e forse io non ci rientrerò.

“Autrice del libro Tutta colpa dei genitori, è insegnante da diciotto anni, che tradotto in numeri significa aver avuto millequatrocento allievi e aver incontrato circa duemilaquattrocento genitori. Diciamo che si è fatta quantomeno un’idea di quello che sono i ragazzi oggi e del loro rapporto con i genitori. E’ con noi…”

Ero con loro.
Toccava proprio a me.

Che domande

12 ottobre 2010

“Insomma a scuola c’hai l’occupazione…”
“Già.”
“Ma anche i cinesi occupano?”

Vedrai! Son cinesi, mica extraterrestri.

Reazioni

11 ottobre 2010

Dopo mezz’ora di assemblea il quadro appariva già ben delineato e le prospettive erano inequivocabili.
Lezioni sospese. Scuola occupata.
I ragazzi complessivamente esultanti. I professori tendenzialmente perplessi.

“Nooo, proprio ora che avevo avviato il programma…”
“Maledizione, proprio ora che stavo per iniziare Foscolo…”
“Accidenti, proprio ora che avevo fissato la verifica scritta…”

Solo io, tra tutti i colleghi, ho pensato “Porcatroia, proprio ora che avevo cominciato a memorizzare l’appello in cinese…”?

DomenicAnarchica

10 ottobre 2010

“Oggi mi sono svegliato anarchico -ha detto stamani l’uomo con cui divido la vita in questa parte di vita- Preparati: ti porto a Carrara.”

M’è venuto subito in mente quel Ceccardo Roccatagliata Ceccardi di cui scrisse e con cui ebbe a che fare il Viani della mia tesi di laurea. Gente povera e incazzata, mani ruvide e tempra scontrosa. Altro che quel baronetto del mi’ fidanzato, vestito di tutto punto, pettinato (questa è buona) e con le unghie pulite.
Il cielo che ci è venuto incontro mentre si risaliva la Toscana era una tela grigia tessuta da un ragno uggioso e contrariato. Quei cieli che senza occhiali scuri strizzi gli occhi e con le lenti da sole non ci vedi. Va be’.
Che gente, la gente di Carrara. Io credo tutti cavatori, a giudicare dalla misura degli arti superiori. Chi il cavatore non lo vuole fare, leva le tende, ché da quelle parti la montagna ti guarda in continuazione e ti chiama come le sirene con Ulisse, vieni, vieni quassù, vieni a prendermi, ma prima tagliami, fendimi, spaccami nel mezzo, se ti riesce, se c’hai le forze, se c’hai le palle.

“Lo sai che Carrara è un’isola linguistica?”
“Cioè, in che senso?”

Nel senso che ha questa peculiarità etno-linguistica, il dialetto carrarese appunto, un idioma appartenente al ceppo gallo-italico e posizionabile sotto la lingua emiliano-romagnola. E dato che l’area in questione è prevalentemente circondata a sud da parlate toscane, a ovest da parlate liguri e a nord da parlate lunigiane, è da considerarsi una vera e propria isola linguistica emiliana.

“Interessante.”
“Invece tu ti sei informato intorno al cibo?”

Porcamiseria, se s’era informato. Taglierini coi fagioli (“tajarin ‘nti fasóli”), tordelli (“tordedi”con ripieno a base di carne, mortadella, uova e spinaci), lardo di Colonnata (“lard d’ Kolonata”), tordellini in brodo ossia “cappelletti” (“capdeti ‘n brod”), sgabei, polenta servita con sugo di funghi e pecorino (“cazalà”), stoccaffisso (“stokafis”), polenta incatenata (“polenta ‘nkatnata”), trippa alla carrarina (“tripa”), torta di riso (“torta d’ ris”), frittelle dolci di riso (“frisòli”), focaccia dolce con uvetta e pinoli (“fugaza”), focaccia schiacciata di grano molto salata (“fugazina”), preferibilmente bassa e ben cotta mangiata con fichi, meglio se sono quelli piccoli e dolcissimi del vicino Montemarcello (“fiki d’ Montmarzè”), farinata ossia torta salata a base di farina di ceci (“calda calda” o “calda oh”), castagne bollite (“badoti” o “borgadedi”) carraresi (dolcissime, comunemente conosciute come carpanesi).
Va detto che dal ristorante “Roma” (battutissimo delle famiglie carraresi) non ci siamo alzati con la fame.

“Ora per digerire si fa il giro delle sculture esposte in città per la Biennale.”
“No, dai: portami a Colonnata, voglio farti vedere i luoghi della gita scolastica che ho fatto due anni fa con quella classe che mi piaceva tanto. E poi, ora che peso dieci chili meno, voglio rifarmi la foto accanto alla lapide dedicata ai fratelli anarchici morti per la libertà.”

Ma come si fa a mantenere la linea, a Colonnata? Quel mezz’etto che butti giù nella salita te lo ripiazza addosso la signora Mafalda dell’omonima antica larderia, che già al tempo della gita ci segnalarono come la migliore. Oggi al bancone c’è un giovane uomo, moro e sorridente, gli chiedo un dolce per merenda, mi consiglia il tiramisù e poi scopre che è finito, mi propone la torta di riso e me la dichiara favolosa, ne prendo un triangolone e compro anche un rettangolo di lardo da portare a casa. Ci sediamo fuori e l’aria frizza di montagna, il sole illude che il bianco della vetta sia davvero neve. Il giovane uomo deve ancora pranzare e infatti si siede al tavolino come noi, accanto a lui la signora Mafalda in persona, proprio lei, l’autrice di tutte le prelibatezze della larderia.

E non so come va il discorso, ma insomma il lavoro, insomma il marmo della montagna, il ristorante, le cene lunghe e chiassose che sboccano dentro la notte, “Come quella di iersera -ci racconta- con tutta la troupe del film che sta girando il mio figliolo”.

Il suo figliolo è il giovane uomo seduto accanto a lei. Per quanto gli pare di ricordare, dice di essere nato con il cinema in corpo, che delle cave e del marmo non glien’è mai fregato nulla, che da ragazzo ha chiesto di andare a stare a Roma per studiare da regista, che il babbo non ne voleva sentir neanche parlare, che la mamma ce l’ha mandato di nascosto e tutti i giorni per ingannare suo marito disfaceva e rifaceva il letto come Penelope con la sua tela. Che dopo tanti sacrifici e tanta determinazione qualcosa ha cominciato a muoversi. Che prima ha collaborato con Marco Ferreri nel Nitrato d’argento, poi con Francesca Archibugi nel Vento, quindi con Ferzan Ozpetek in Cuore sacro. Finché è arrivato quello che sognava da una vita, un film soltanto suo, un film che non t’aspetti, un film delicato, sottovoce, sorprendente, vincitore di diciotto premi, intitolato Il rabdomante.

Sì, il figliolo della signora Mafalda è proprio Fabrizio Cattani.