Crin fulvo

29 novembre 2010

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,/ crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto…
“Scusi, profe.”
“Dimmi, caro.”
“Cosa vuol dire crin fulvo?”
“Come spiegavo poco fa introducendo questo sonetto, nelle prime due quartine Foscolo descrive se stesso dal punto di vista fisico: ci dice infatti che la sua fronte è solcata, come colui che pensa in continuazione, ci dice che i suoi occhi sono incavati e concentrati, che le sue guance sono scavate, che il suo aspetto è comunque coraggioso…”
“Sì, ma crin fulvo come si traduce?”
“Ci sta descrivendo i suoi capelli: il termine crine indica appunto la chioma…”
“E fulvo che colore è?”
“Esattamente come il mio.”
“Ah, ho capito: arancione!”

Benvenuta al Sud

28 novembre 2010

Premetto
Che poi a dirla tutta non avevo neanche tanta voglia. Di mettermi in viaggio, di rinunciare al riposo del fine settimana, di lasciare a casa l’uomo e il gatto con cui divido la casa e la vita, scendere tutta l’Italia volando con un tempo bestiale, pioggia, pioggia, pioggia, un’incessante pioggia uggiosa e petulante, un freddo umido e scomodo di quelli che si sta bene solo in casa con le ciabatte ai piedi, fare scalo a Roma per cambiare aereo, atterrare in una terra che non vedevo da oltre dieci anni e di cui non sentivo la mancanza. Duepalle: metti la roba in valigia, calcola il peso del trolley perché all’andata voli con Alitalia ma al rientro ti tocca Ryanair, combina i colori, pensa a un cambio di scarpe, e l’ombrello ce lo metto?, certo che ce lo metto, anche il cielo verrà giù, al Sud. A Pisa lui rimane al di là del gate, a me mi risucchia la fila che mollemente spinge verso il nastro su cui riverso le mia borsa e le mie tasche. E’ tutto regolare: mi posso imbarcare.

Volare, oh oh
Volo e mi viene sonno, volo e mi viene fame, volo e mi scappa la pipì, forse anche la cacca, o forse no, è solo l’ansia che mi prende prima della prestazione. Volo e correggo le verifiche degli studenti, e mi sembrano tutte fatte male, non vedo altro che errori, e segno, sottolineo, una riga= errore medio, due righe= errore grave, e scrivo voti bassi e brutti, e m’innervosisco perché per la correzione ci vuole la concentrazione, che non trovo. Mi attira il cielo, mi rapiscono i nuvoloni neri e gonfi dentro cui l’aereo s’infila a capofitto, mi distrae l’ala dell’aereo che vibra. Accanto ho un giocatore della squadra nazionale di pallavolo, un pezzo di ragazzo con la fede al dito che legge una rivista di tecnologia e intanto butta un occhio ai miei giudizi sul foglio protocollo: “Spunti interessanti (ma poco sviluppati) nel contenuto; morfologia e sintassi da denuncia”. Sorride sornione e io intuisco che non può farlo per via dell’ultimo modello dell’iPhone.

Tutti giù per terra
A terra stringo una mano calda e guardo dentro due occhi scuri. E’ Gioacchino Tavella, il libraio che mi ha invitata in Calabria, la persona che mi scrisse una mail dicendo il tuo libro mi piace: verresti a presentarlo qui?, e a cui io senza neanche pensarci risposi: accidenti, vengo sì. A terra i nuvoloni grassi e lividi si sono dissolti e hanno fatto spazio a un cielo d’estate. Venti gradi e sudorina. Luce tersa e voglia di abbassare i finestrini. A terra, con le radici ben profonde e le foglie belle verdi, sfilano aranci gravidi sul bordo della striscia d’asfalto che porta in centro. Nel colpo d’occhio cerco il ricordo di quella terra di cui i miei genitori, come la videro, s’innamorarono tanto da comprarci una casa sebbene io e mio fratello ne bocciassimo l’idea e caldeggiassimo piuttosto l’acquisto di un rudere toscano da ristrutturare e da raggiungere in dieci minuti comodi di macchina. Frugo nella memoria tra quelle lontani estati in cui accettavo di spararmi settecentocinquanta chilometri per andare al mare. Mi ascolto il cuore per sentire cosa mi racconta, ma lui tace intento a guardare questa nuova Calabria che non conosce perché non la ricorda. Gioacchino intanto guida, mi parla di pale eoliche e strade smottate, di un mare bellissimo deturpato ogni giorno da una striscia di merda che lo attraversa puntuale e sprezzante, di quanto sia gratificante e allo stesso tempo avvilente possedere oggi una libreria, di quanta passione ci hanno messo lui e suo fratello per fare di un negozio di libri una libreria viva e vivace che resista all’agonia della cultura e al trionfo dei centri commerciali che vendono libri appena usciti e già scontati del quindici per cento dirottando la gente dal centro alla periferia.

Proprio come me l’aspettavo
Il secondo viso di Calabria è quello della blogger con cui mi scrivo da cinque anni e che non ho mai visto di persona. Catepol viene a prendermi in albergo e ha tutto quello che m’ero immaginata, riccioli biondi e occhialini azzurri, sorriso aperto e iniziale imbarazzo, accoglienza spontanea e un marito gigante. Non mi sento agitata, non mi sento delusa, mi sento rilassata e tranquilla perché lei è la conferma di impressioni provate in tanto tempo di frequentazione virtuale e in dialoghi di parole inretite. Ci prendiamo sottobraccio, attacchiamo a chiacchierare e imbocchiamo il corso principale di questa città calda e luminosa in cerca della libreria dove parleremo insieme di quello che ho scritto nel mio libro dalla copertina verde lavagna.

Più che una presentazione, una festa
La libreria Tavella, nata nel 1985, rappresenta da allora il punto di riferimento culturale di intellettuali e studiosi della città. Da qualche tempo la sede si è trasferita in via Crati, una traversa del corso principale di Lamezia, e occupa uno spazio di 240 metri quadrati dove i libri ti guardano in faccia appena entri e ti dicono: siamo qui, prendici e fai come se fossimo tuoi. La libreria ha i colori del pistacchio, della crema e della rosa, il profumo inebriante della carta stampata, i commessi sorridenti, lo spazio per i bambini e un salone centrale e vetrinato che Gioacchino e Pierluigi aggiustano, scombinano, risistemano e arredano a seconda dell’ospite che aspettano di volta in volta. L’organizzazione di incontri con gli autori è l’attività in cui i due fratelli credono di più e che conseguentemente curano con attenzione particolare, nonostante tutto sembri remare contro questo modo nobile ed elevato di intendere il lavoro. In tempi di pressappochismo dilagante e di superficialità sgraziata, Gioacchino e Pierluigi cercano, nel pubblico che chiamano e nel prodotto che vendono, le persone. E persona mi sento infatti, non semplice autrice, da quando sono stata prelevata all’aeroporto e portata in questa terra che -più che accogliere- abbraccia. Perché ci sono mille modi d’imbastire una presentazione: puoi individuare un luogo roboante che faccia impressione, puoi scegliere un moderatore noto che faccia audience, puoi buttarla sul solenne, sul quotidiano, sul formale, sul familiare. Se a ragionare con l’autrice mettete una blogger coi riccioli biondi e gli occhialini azzurri e una professoressa di Filosofia coi capelli rossi e l’arte del parlare, se in un angolo della libreria piazzate un pianoforte a cui siede uno studente del Liceo Linguistico di Lamezia dalle mani di farfalla, se intorno a lui come a cornice collocate dei suoi compagni che partecipano a un progetto musicale e sono pronti a cantare canzoni eterne, se per l’evento coinvolgete i docenti delle scuole e i genitori degli studenti, se la serata non è un monologo e neanche un dialogo ma un coro d’interventi, opinioni, citazioni poetiche, brani a memoria, omaggi personali, racconti di memorie, condivisione di convinzioni e dubbi, be’, allora ditelo. Ditelo, che non avevate preparato la presentazione di un libro, ma… una festa.

The unforgettables
Indimenticabile Michela Cimmino, professoressa passionaria, donna vulcanica, pozzo di immagini e parole.
Indimenticabile Salvatore Perri, studente liceale istrionico e coraggioso, che sogna di diventare professore.
Indimenticabile Giovanni, che da bambino si sedette per fatalità a un pianoforte e scoprì che le sue mani lunghe ed eleganti andavano da sole lungo l’ebano e l’avorio della tastiera.
Indimenticabile il signor Alberto, centouno anni, non vedente, che novantacinque anni fa per andare a scuola attraversava campi e pruni, che ha studiato con amore e riposto fiducia nella cultura, che non si perde mai una presentazione in libreria, che conosce a memoria la Divina Commedia ma pensa che Dante sia un gran paraculo.
Indimenticabile Anna Cardamone, docente ma in questo caso soprattutto mamma, avvolta da un tailleur azzurro per difendere la categoria e ironizzare sui professori inadatti, incapaci e imbelli.
Indimenticabile Marisa, la splendida moglie di Gioacchino, che contempla il marito con gli occhi della stima, oltre che dell’amore.

Non di soli libri
Ma siccome non di soli libri vive la donna, arriva l’ora in cui bisogna pensare ad affondare il dente.
A Villa Donna Mazza di Lamezia mi dimentico in una cena da perdita istantanea dei sensi.
Al ristorante Go’ di Pizzo Calabro, all’indomani, m’inabisso in un’orgia di portate dai sapori più arrapanti e sconosciuti, cinque tipi di peperoncino, bottarga artigianale, fritture ittiche e vegetali, crostoni al pesce, spaghetti alle vongole veraci, e una chitarra pizzicata dal proprietario, che già visse e lavorò a Firenze, collaborando con Angelo Savelli di Pupi e Fresedde, e che oggi promuove e difende la sua terra a colpi di qualità gastronomiche e morali.

E’ l’ora dell’addio
La domenica sera arriva a bordo dell’auto che mi accompagna all’aeroporto. “Sull’aereo, a quell’ora improbabile, ci sarete tu e il pilota…” ipotizza mio fratello chiamandomi da casa. Sull’aereo, a quell’ora improbabile, ci siamo invece io, il pilota e cento studenti universitari che lasciano la loro regione per venire a studiare nella mia. Nei trolley riserve alimentari e libri di testo, sulla pelle il caldo del sole di questo fine settimana generoso, negli occhi la malinconia di chi parte e la curiosità di chi esplora, di chi va oltre, di chi vuole conoscere, sapere, patire, gioire, e poi ritornare in una terra bella come un bosco immenso, piena di impegno sociale e di contraddizioni, popolata da pochi ma potenti indegni che sciupano il lavoro di tanti onesti e inquina una reputazione in potenza altissima e signora.
E così sono di nuovo in volo: volo e mi scappa la pipì, volo e mi scappa da piangere, volo e finisco di correggere le verifiche dei miei studenti, che mi sembrano tutte fatte bene.
Finché atterro e mi ribagna la solita pioggia uggiosa e petulante, mi attacca il solito freddo umido e scomodo di quelli che si sta bene solo in casa con le ciabatte ai piedi, mi abbraccia l’uomo rimasto al di là del gate, e al di là del gate puntualmente ritrovato ad aspettarmi per portarmi a casa tra le zampe di un gatto bianco e grigio, caldo e peloso.

Domani a quest’ora

19 novembre 2010

Domani a quest’ora sarà tutto fatto: il volo aereo Alitalia fino a Lamezia Terme, il trasferimento in un hotel di cui ancora ignoro il nome, l’incontro fisico con Catepol, la blogger con cui chatto e lollo da cinque anni ma a cui non ho mai stretto la mano, la presentazione del mio libro nella libreria che mi ha invitata, il confronto orale con un pubblico che spero folto, accogliente e affettuoso come sa esserlo la gente del Sud.

Posti in piedi

17 novembre 2010

L’avrei voluto guardare in faccia, dal vivo, questa sera, al Palagio di Parte di Guelfa, lo scrittore di cui per anni mi sono chiesta: ma insomma, mi piace o non mi piace, mi convince o non mi convince? Il giardino di cemento, beh, Cortesie per gli ospiti, mh, Cani neri, mph, Espiazione, bah, Sabato, uhm, Chesil Beach, sì però, Bambini nel tempo, per carità non riesco a finirlo mi sento morire d’angoscia.
Finché un giorno mi cascò tra le mani L’inventore di sogni e decretai: sì, Ian McEwan mi piace un monte.
Perché chi sa scrivere per i ragazzi, sa scrivere per tutto il mondo.

Però a guardarlo in faccia, dal vivo, questa sera, al Palagio di Parte Guelfa, c’erano cinquecento persone.
E a me non è rimasta che la piazza, umida, buia, affollata di delusi come me.

Pel me involtini plimavela

16 novembre 2010

Nel programma di prima superiore figura il testo normativo.
Detto anche regolativo, questo tipo di scrittura stabilisce una serie di prescrizioni o istruzioni con lo scopo di indicare al lettore come deve comportarsi oppure le cose da fare (obblighi, regole) e da non fare (divieti) per raggiungere un obiettivo. La funzione prescrittiva è detta anche persuasivo-conativa, in quanto l’attenzione è centrata sul destinatari, il quale viene “convinto” ad agire in un determinato modo.
Si possono avere testi che mirano ad avere un risultato pratico (il montaggio di un giocattolo, la preparazione di una torta) ma anche forme più complesse per regolamentare giochi sportivi, aspetti della vita civile, amministrativa, giudiziaria (il codice della strada, il regolamento di un condominio). Le norme in tal caso hanno carattere di obbligatorietà e chi le viola è punibile con una sanzione.
Il lessico, in questi testi, fa uso di termini specifici (burocratico-giuridici per le leggi e per i codici, tecnico-scientifici per le istruzioni d’uso di elettrodomestici, macchinari, posologia di un farmaco e via dicendo).
Lo stile è oggettivo e privo di commenti personali.
La sintassi è costruita attraverso periodi brevi e frasi coordinate.

Insomma, una palla mostruosa, se non ci s’inventasse qualcosa di originale.

“Propongo, come compito per casa, la stesura di una ricetta tipica del vostro Paese, scritta a modino sia nell’elenco degli ingredienti che nella descrizione del procedimento, dove sceglierete se ricorrere all’uso dell’infinito o dell’imperativo, va bene?”
“Va bene plofessolessa.”
“E, per chi vorrà osare e cimentarsi, caldeggio la realizzazione pratica di tale ricetta, con parallela presentazione in classe del prodotto finito, da consumare insieme ai compagni, va bene?”
“Va bene professolessa!”

Va bene un corno.
Alle dieci di questa mattina, per non offendere nessuno, ingurgitavo involtini primavera, ravioli al vapore ripieni di carne e verdure, un’inguardabile torta ai fagioli rossi (nome in codice: hong dou bing) e degli improponibili panini dolci all’uovo con la faccia di coniglio (nome in codice: tu zi bao) di cui omaggio i lettori con la foto che allego sotto affinché sia chiara a tutti la fatica che dura di questi tempi un’insegnante di Italiano.

Che mi trovavo in quel posto per presentare il mio ultimo libro me ne sono scordata nel momento in cui sono arrivate le prime persone.

Nel pieno della serata, seduta a un tavolo troppo grande per me, in una sala sproporzionata rispetto alle mie aspettative, tra le mani un libro dalla copertina verde lavagna, accanto una relatrice di pathos e di grinta, ho guardato davanti e ho capito che tra quella gente era riassunta tutta la mia vita.

Il babbo e la mamma. La nascita, l’inizio, l’origine e l’uovo. La mia casa solida e pulita, la mia famiglia unita, o tutti o nessuno, i miei pomeriggi infiniti, la scoperta traumatica che Babbo Natale e la Befana erano una menzogna detta per amore, i giornalini di Topolino, gli animalini di plastica della mia fattoria, il Lego rosso, la stanza enorme e vuota  dove gironzolare con la biciclettina.

Il fratello. L’esplicita richiesta fatta per averlo, maschio mi raccomando, e con quel nome lì, che ho voluto io. Contemplarlo per mesi, cambiargli il pannolone, dormirgli accanto e guardargli le mani a pugno agitarsi nel sonno. Le scuole elementari dalla zia Lolly, i compiti fatti insieme nel pomeriggio, le classifiche dei condòmini del palazzo, il vecchino più ganzo, il signore più gentile, la donnina più stronza, il ragazzo più strullo, il più brutto, il più odioso, il più buffo. Le fasi della merenda, fase burro e acciuga, fase pane vino e zucchero, fase pomodoro stropicciato sul pane, fase Saccottino scaldato nel forno, fase Nutella e mascarpone, fase Nutella e burro, fase yogurt agli agrumi di Sicilia. Le notti fonde a raccontarci i segreti, la mia prima volta, la sua prima volta, le scoregge sul cuscino, i balli sulla scrivania, i pomeriggi sul letto a guardare la libreria.

Il sacerdote dell’adolescenza. Gli anni tra oratorio don Bosco e campeggio Gastra, la conoscenza di sé, il sogno e il bisogno che Dio ci fosse, la voglia di cambiare il mondo, i suoi capelli già bianchi, il suo dente scheggiato davanti, le sue mani che potrei disegnare anche ora, le sue prime lezioni di Latino, rosa rosae rosae, laudo laudas laudavi, il suo cane Titti, la sua camera stipata di libri e di ragazzi uguali a me, anni Ottanta e non sentirli, i boschi, la natura, il sole dentro la vita. Finché, un giorno, il buio per il suo trasferimento. Quando anche Dio smise di esistere e io in chiesa smisi di andarci.

Gli amici dell’adolescenza. Chitarre e basket, muscoli e sorrisi, baci senza lingua, baci con la lingua, mani intrecciate, lettere di colori e profumi su una carta che ora nessuno acquista né usa più.

L’amica dell’università. I suoi capelli rossi, il nostro esame di Geografia Economica a casa sua, il nostro esame di Storia Moderna a casa mia, le pastasciutte al sugo della mia mamma, i dolci alla crema della sua nonna.

Gli amici della Casa del Sorriso dove andai a vivere dopo l’addio alla casa natale. Il primo bicchiere di vino, le notti davanti al fuoco, la mancanza di agio e di soldi, la certezza di essere ricca davvero in mezzo a cani gatti gente sconosciuta musica in aria lago di nutrie tramonti mobili e muri scortecciati che sembrava venissero giù.

La collega napoletana incontrata negli anni di Bergamo. Le mattine al liceo, i pranzi al cinese, le notti nello stesso letto a chiacchierare fino all’alba. Le cene toscane, le cene partenopee, gli amici comuni, i dolori uguali. La voglia di andare, il bisogno di stare, l’istinto di fuggire.

Il preside della scuola in cui ho lasciato quel pezzo di cuore e i colleghi di tutte le scuole da cui sono passata e che non rivedevo anche da dieci anni. Il mio preside di adesso, le colleghe che conosco da soli due mesi e con cui me la dico che non mi pare vero.

Gli amici incrociati nella Rete che mi fa da anni prigioniera volontaria. Persone che hanno preso il treno a Milano, a Siena, a Bologna, a Roma, ad Arezzo, e sono venuti a Firenze nel peggior giorno della settimana, sotto una pioggia scrosciante e un cielo di ragno e di piombo.

Gli amici dell’età consapevole e matura, quelli cercati con perizia, riconosciuti tra mille, voluti con forza, mantenuti con impegno, quelli a cui non vorrei mai rinunciare, che amano e si lasciano amare come a ciascuno di noi riesce, pieni di limiti e colpe come siamo, ma siamo così, e soprattutto ci siamo.

Gli studenti che ho avuto, gli studenti che ho. Guardarli e perdermi nei loro occhi di luce e futuro, abbracciarli e annusare il profumo del passato, ascoltargli le voci e non ritrovarci i timbri noti, se non fosse per quel lessico a noi familiare che usano ancora, e basta un nome (Capperucci) per ridere insieme come quel giorno in cui il Capperucci chiamò a scuola per dirci che avevamo vinto, e basta un nomignolo per rivederli com’erano e non saranno mai più.

La mia suocera e la zia acquistata, anche se non sono sposata. Due donne ironiche e tolleranti, aperte e accoglienti nei confronti di una nuora che nuora non vuole diventare, che preferisce scrivere libri che cucinare, che non è disposta a cambiare per farsi accettare, che va accettata com’è punto e basta.

L’uomo con cui divido la vita, in questa parte di vita. I suoi occhi di ghiaccio a guidarmi dalla prima fila, le sue mani solide a spezzare cioccolata per tutti, il suo mazzo di fiori allegro come lo è sempre lui, la sua testa perfettamente rotonda piena di idee e intuizioni, il suo cuore capace di perdonare, quel suo essere insieme, come mi hanno fatto notare in una definizione cucita addosso a lui, gran gentiluomo d’altri tempi e cialtrone.

Parlavo dentro un microfono e quasi non seguivo il mio stesso discorso, distratta e attratta da tutta la vita che mi scorreva davanti e dagli argentini “zia!” che mio nipote tirava nell’aria mentre la sua mamma mi veniva incontro per un abbraccio tutto nuovo e atteso.

Ci vediamo alle 18,30

10 novembre 2010

“Io vengo per farle le boccacce mentre parla.”
“Io vengo perché il titolo del libro mi garba troppo!”
“Io perché dopo c’è da bere.”
“Ecco, ma di preciso cosa, profe, alcolici?”
“Io porto anche due mie amiche, posso?”
“Io arrivo con mezz’ora di ritardo.”
“Io prima di venire mi sparo un po’ di shopping in centro!”
“Io non posso venire, la mia mamma non mi manda perché che lei scrive libri non ci crede.”
“Profe, il mio babbo è di quelli severi come piacciono a lei, infatti il pomeriggio non mi manda fuori e così neanch’io verrò.”
“Profe, io vengo, però lei mi deve salutare con nome e cognome dal microfono.”
“Profe, ma bisogna fare i seri o si può fare un po’ di casino?”
“Profe, ma non verrà mica pure il preside?..”
“Profe, ma dopo icché si fa, indò si va?”
“Profe, ma domattina però tutti giustificati, vero?”

Finalmente!

9 novembre 2010

“Profe, ha corretto le verifiche?”
“Ma sei scemo?! Che cosa le domandi?! Le abbiamo fatte solo ieri! E’ la profe, mica Dio!”

Oh, finalmente qualcuno che capisce qualcosa.

I ragazzi storcignano il naso se gli dici che all’ora dopo si fa “Il Quotidiano in Classe”: quasi quasi preferirebbero andare avanti con la Grammatica.
Non conoscono il nome dei giornali più distribuiti e letti in Italia. Per loro “Il Corriere” è quello “dello Sport”. Per loro “La Repubblica” è la forma di governo che nella Roma antica sostituì la monarchia dei cosiddetti sette re. Per loro “Il Sole 24 Ore” è un titolo astruso e abbastanza idiota che oltretutto non fa neanche rima. Per loro le edicole potrebbero anche chiudere. Anche per i loro genitori, a quanto ti raccontano.

“E invece mi dispiace per voi, ma oggi v’invito ad aprire i giornali che ho distribuito. Cominciate a razzolare tra le pagine, da soli, guardate un po’ se c’è qualcosa che vi cattura.”

Li cattura (ancora) la vicenda di Sarah Scazzi, è stato lo zio, no è stata la cugina, io gli darei l’ergastolo, io no, la pena di morte. Li cattura la Fiorentina, che domenica gioca a mezzogiornemmezzo, orario di merda (in effetti). Li cattura il meteo, domani così così, domenica diluvia, vai, ti pareva, poi magari lunedì un sole che spacca le pietre e noi qui serrati in classe. Li cattura l’oroscopo, sagittario bene, ariete una tragedia, pesci trova l’amore, capricorno corna a tutto spiano.

Alla pagina 13 della cronaca nazionale appare la foto di un uomo: il viso paffuto, l’incisivo un po’ sporgente e storto, lo sguardo incredulo.

“Lo conoscete?”
“No.”
“E’ il nostro sindaco, il sindaco di Firenze.”

Una esclama “Ah, sì, Napolitano!”, uno la rimbecca “Macché Napolitano!”, un altro spiega “Guarda che Napolitano è il Presidente della Repubblica, mica il sindaco di Firenze!”, dieci stanno zitti, quindici berciano “E’ Matteo Renzi!”.
Ma, detto questo, di Matteo Renzi non sanno altro.
Ignorano la vicenda del primo cittadino, l’anno di nascita, dunque l’età, l’origine geografica, la storia personale, la formazione, il cursus honorum. Non lo hanno mai sentito parlare di rottamazione, non sanno da che parte sta: è di destra o di sinistra? Boh.
Non sanno cosa sia quella cosa che si chiama “Prossima fermata Italia” e che parte proprio il giorno in cui noi leggiamo il quotidiano in classe, della Leopolda sanno solo che ci organizzano le feste e che ogni tanto ci fanno dei concerti.

“Di cosa si scandalizza, professoressa, a noi la politica non interessa, i politici sono tutti ladri, ultimamente anche puttanieri, vista Ruby? viste le escort?, noi semmai diamo un’occhiata al telegiornale quando siamo a casa, ma i giornali no, non li leggiamo, e i politici no, non li ascoltiamo.”

Già. Di cosa mi scandalizzo, professoressa che non sono altro, se i ragazzi non leggono più i giornali, se la politica per loro è qualcosa di ostile da cui guardarsi bene, se dalle leggi non si aspettano altro che inculate, se dell’esistenza dei sindacati ignorano perfino il senso, se la gestione del loro Paese è l’ultimo tra i loro pensieri? Di cosa mi scandalizzo, povera professoressa illusa, se le ragazze curano più la pelle del cervello, se i ragazzi guardano più il portafoglio dei libri che hanno nello zaino?

“Ma a voi non dà fastidio vivere in un mondo come questo, non fa dolere la testa e lo stomaco sentirvi impotenti davanti a un panorama che non vi tiene in considerazione e sputa su di voi? Non vi viene voglia di capire, voglia di informarvi, di farvi un’idea personale, di coltivarvi un’opinione, di durare fatica, di non passare da fessi, di non farvi fregare? Non vi viene voglia di spaccare tutto, di fare la rivoluzione, di dire di no?”

Eh lo so, Maria Stella, tu non vuoi che si porti la politica dentro le aule, tu ci vieti di parlare, di esporci, di pronunciarci. Ma io non ce la faccio, è più forte di me. Io bisogna che glielo dica, ai ragazzi, quello che ho studiato e quello in cui ho sempre creduto: nessun uomo può essere a-politico. Nessun uomo può far finta che gli altri uomini non esistano, e non abbiano idee, e non dicano parole, e non facciano cose. Per cui, sì, Maria Stella, io a questi ragazzi gliel’ho detto, di andare alla Leopolda, di andare a informarsi, di andare a guardarlo in faccia dal vivo il sindaco di Firenze, classe 1975, diploma liceale classico, laurea in Giurisprudenza, detto “il rottamatore”. Gliel’ho detto, che per poter scegliere bisogna conoscere, che per poter criticare bisogna avere consapevolezza, che per fare la rivoluzione bisogna scendere sulla strada. Che per vivere, e non limitarsi a esistere, bisogna mettersi in gioco.

Paragoni

6 novembre 2010

I cinesi belli sono ancora più belli degli italiani belli.

E’ la teoria elaborata di recente e sostenuta con pathos vivace dalle studentesse della mia classe multietnica in cui ha avuto la sventura di finire anche l’asiatico coi capelli color melanzana, il fisico da fotomodello e il sorriso di chi finge di non cogliere il senso delle plateali allusioni di quelle sfacciate.

“Profe! Smetta di fare la bacchettona e dica la verità: non lo pensa anche lei?”

Smetto di fare la bacchettona e dico la verità: lo penso anch’io.