“Campé!”

29 dicembre 2010

A otto giorni -e che giorni- dall’ultimo post, magari ci s’aspetterebbe la cronaca di un cenone da vigilia, di un pranzone di Natale, o di un ritocchino degno di Santo Stefano. Invece -per l’eccezionalità dell’occasione, per l’abbondanza del materiale iconografico raccolto e per l’imprevista varietà di emozioni provate- io vorrei tornare con la memoria recente al pranzo consumato alla Città Imperiale in compagnia di una significativa rappresentanza della mia classe monoetnica orientale.

Sì, dico di voi. Dico proprio di voi, ragazzi coi capelli sparati e ragazze coi visi di bambola. Abbiamo fatto proprio bene a concretizzare un proposito nato per scherzo una mattina in classe e rinvigorito di settimana in settimana con conferme e promesse che solo io ero convinta non si sarebbero mai tradotte in azione. Abbiamo fatto proprio bene a prenotare un tavolo gigante nel più gigante ristorante cinese frequentato per le grandi occasioni dai cinesi veri, che ci festeggiano matrimoni, fidanzamenti e altre amene ricorrenze. E avete fatto proprio bene a estendere l’invito anche al professore più inconsueto, bislacco, atipico e misterioso di tutto l’istituto, quello che in sala insegnanti non fa un sorriso nemmeno a pagarlo ma poi nelle classi dà il meglio di sé, avete fatto bene a buttargli la proposta così, sulla cattedra, mentre lui restituiva le verifiche corrette. “Profe, viene anche lei oggi a pranzo con noi e la professoressa di Italiano?” Lui in realtà aveva un altro impegno, ma quando io gli ho sussurrato “Ora, dimmi te quando ti ritocca una cosa del genere” ha disdetto quello e prontamente accettato questo. Avete fatto proprio bene a correre sul luogo dell’appuntamento con due ore di anticipo per pianificare coi ristoratori il menù. Lo avete voluto solenne, sontuoso, pantagruelico, esagerato. “Come quando veniamo con i nostri genitori” ci avete spiegato quando siamo arrivati, stralunati e increduli di essere all’Osmannoro all’ora di pranzo con una classe di cinesi anziché a casa nostra per il primo pasto vacanziero consumato in santa pace. Io in auto, lui in motorino, sotto un cielo canna di fucile che sparava un’impalpabile umidità. Avete voluto una sala privata, esclusiva e luminosa, “Tutta per noi, così possiamo fare anche confusione”, voi, che la confusione non sapete neanche farla bene perché siete troppo educati. Avete fatto proprio bene, a ordinare piatti che un italiano in un ristorante cinese non osa neanche leggere sulla lista: straccetti di medusa con losanghe di maiale essiccato e caramellato, pollo a tranci con frutta cinese non identificata, gamberi al vapore e zampe d’oca, carne di maiale pressata e servita con frutta travestita da fiore, ostriche fresche al sapore di mare, triangoli di pasta fritta ripieni di carne su salsa rossa, gnocchi di riso con carne e verdure, zuppa di pinne di pescecane, cupola di maiale e bambù, patate dolci cinesi, mucca stufata con verdure miste, astice in insalata di mais, granchio al vapore, rombo gigante, verdure verdi e, per concludere, riso dolce guarnito di qualcosa che non si è capita ma si è apprezzata. Per bere, avevate scelto succo di cocco per tutti, esotico e lattiginoso come quando sudata me ne sorseggiavo a litri per le vie di Bangkok. Avete fatto proprio bene a portare il dizionario per tradurre gli indicibili nomi e insegnarci a dire “Campé!” al posto di cin cin, ad aprirci un po’ il cuore e raccontarci di voi. “Ma i vostri genitori, quando vengono al ristorante, mangiano in silenzio o parlano sottovoce?” “Macché sottovoce profe, quelli chiacchierano in continuazione, a voce alta, e ridono, e si parlano sopra, e si divertono un sacco!” “Ma voi con i vostri genitori di cosa parlate?” “Uh, per carità! Mio padre, quando gli dico che non voglio andare a lavorare, mi racconta ogni volta da capo tutta la storia della sua vita, di quando a quattordici anni cambiò regione e iniziò a faticare fino a quando si è sposato e con la famiglia è andato a lavorare in Spagna e poi si è spostato qui in Italia, e mi dice che noi giovani d’oggi siamo privilegiati perché abbiamo tutto e possiamo studiare e non ci mancano i soldi e non soffriamo la fame” “Ma voi, quando siete a casa, la guardate la televisione?” “Certo profe, io guardo sempre i film cinesi quando ho la nostalgia”. Ci avete osservati dai vostri bellissimi occhi a fessura mentre c’infrenavamo con le bacchette in mano, vi siete coperti il volto per la vergogna mentre tentavo di fotografarvi. Avete fatto girare il centro del tavolo grande e rotondo perché tutte le portate arrivassero a tutti. Siete stati dei padroni di casa eccezionali. Alla fine del pranzo, come veri signori, siete usciti passando davanti alla cassa e salutando cortesemente tutto il personale. A me che trasecolavo “Oh ragazzi, ma c’è da pagare!” con classe ed eleganza avete risposto “Abbiamo già pagato tutto noi, profe: lei e il professore siete nostri ospiti, i nostri genitori si sono raccomandati di fare in questo modo, come si fa con gli ospiti cari”. Ci avete lasciati così, ancora più stralunati e increduli di quando eravamo arrivati, e con in più un regalo ciascuno tra le mani, perché anche a questo avevate pensato. Prima però vi siete lasciati abbracciare e baciare (solo le ragazze però, i ragazzi neanche a parlarne), confutando in un istante la leggenda che vi fa schivi e indisposti al contatto con l’altro. Vi abbiamo guardati mentre, tutti insieme, andavate nelle vostre case, avvolti nel vostro mistero adesso un po’ meno misterioso. Poi, zeppi di cibo come d’emozione, ci siamo guardati noi due, io e il mio bislacco collega, mentre solo un aggettivo continuava a ributolarsi nelle nostre bocche. Incredibile.


Un tavolo per trenta

21 dicembre 2010

Quella di stamani, al sapore di uva del deserto sbucciata e mangiucchiata mentre davo voce a una fiaba di Calvino, è stata la nostra ultima lezione di questa porzione di 2010.
Ogni altra attività -dall’appello (che non è una passeggiata) alle spiegazioni, dalle verifiche scritte a quelle orali- è rimandata a lunedì 10 gennaio 2011.
Domattina ci vedremo all’assemblea d’istituto e alla festa organizzata da tutte le classi della scuola.
Gli auguri e i saluti finali però ce li faremo all’ora di pranzo, intorno a un tavolo girevole, davanti a una ventina di portate differenti, dentro il più grande ristorante di tutta la città.
Cinese, naturalmente.

Ma io tanto lo sapevo.
Lo sapevo benissimo che, per andare a recuperare la mia auto abbandonata venerdì scorso in viale Corsica angolo via Circondaria, il modo migliore era chiamare un taxi e farmici portare.
Mica per un discorso di comodità. Un autobus sarebbe stato più che efficiente e sufficiente.
Ma vuoi mettere l’alta, l’altissima probabilità di beccare un taxista pieno come un uovo di vicissitudini e avventure collezionate nell’infausta giornata della nevicata fuori misura che è scesa in Toscana e l’ha paralizzata? Vuoi mettere il gusto inenarrabile di beccarne uno simpatico e logorroico, disposto a spalancarti il cuore per narrarti episodi da assaporare nel tepore di un abitacolo al tramonto?

“Buonasera!”
“Salve! Indove si va di bello?”
“In viale Corsica a riprendere la macchina che ho lasciato lì da venerdì, per favore.”
“Eccone un’antra…”
“Eh, davvero.”
“Madonna ‘he giornata: la ummi faccia parlare.”
“No, come! Parliamone, invece: l’ho chiamata apposta!”
“To’, senti ‘hesta… la mi faccia sta’ zitto: ho ancora da ripigliammi dallo sciòcche…”
“O perché, io? Da viale Corsica sono tornata a piedi fino a dove è appena venuto a prendermi: un pomeriggio intero, c’ho messo.”
“Roba da pazzi.”
“Lei invece (eh! eh!) quante ore è rimasto in coda?”
“La ride, eh? ‘Scolti eh: io, quando ho cominciato a vedere i primi fiocchi, ho pensato: o ora o mai più. Intende’o dire di le’assi da ‘oglioni. Ma siccome so’ ccavaliere (l’urtimo, pe’lla precisione), ho pensa’o bene di passare da Santa Croce a ritirare la mia signora, che la ci lavora. Poi, ero lì, icché face’o: un glielo davo uno strappo anche al su’ principale, un uomo anziano? Come le dicevo, signorina, io so’ccavaliere. Sicché l’ho montati tutteddue e sorripartito. L’è stato lì, l’errore. A qui’ punto s’era bell’e blocca’o ‘gni’osa. A depositare i’ capo della mi’ moglie ce l’ho fatta, ma quand’ho preteso d’incamminammi pe’ Tavarnuzze, indo’ si sta di ‘asa, in punt’a un poggio, l’è inizia’a la tragedia: la mi’ moglie l’è torna’a a casa a piedi. E io so’ rimasto pe’ sei ore in coda lungo via del Gersomino. Oh! Ma sei ore!”
“Unn’è possibile!”
“Come unn’è possibile! La lo domandi a quella donnina che ho incrocia’o lungo la strada, tutta ri’operta di neve che la pare’a finta: la mi volea montare sopra a tutti i ‘osti. E io a digni: o signora, la un lo vede che so blocca’o in coda! Se la mi monta sopra, la mi de’e paga’ la ‘orsa, la un pretenderà miha che la faccia stare aiccardo senza pigliagni nulla! Perché, vede, io so’ccavaliere, ummela sento di frega’ la gente, tanti lo farebbero, ma io, l’è più forte di me: un ce la fo. Insomma, tonfa e ritonfa alla fine ce l’ho fatta e l’ho convinta e ummi monta’ sopr’ittaxi. La mi ‘apisce, sarebbe stata una spesa esosa!”
“Bravo, ha fatto bene…”
“Senta signorina, ma che strada la preferisce che faccia?”
“Boh, se non lo sa lei…”
“No, io lo dico pe’ lei: se ne pole fare più d’una: mi dica lei quale la preferisce. Io lo dico pe’ correttezza: magari io ne piglio una e a lei gliene garbava di più un’antra.”
“A me mi vanno bene tutte: magari scegliamo la più corta!”
“Vole che passi da via Masaccio o da piazza della Libertà?”
“Dove sarà meno traffico?”
“Icché la vole, signorina, a quest’ora i’ttraffico l’è dappertutto. poi con questa neve s’è ingarbuglia’o ogni ‘osa… bella figura s’è fatto in tutt’i'mmondo, eh?”
“Eh, insomma… abbastanza.”
“Io so ‘na sega… qui ci piglian peicculo tutti… noi ci s’avrebbe anch’i'ccoraggio d’essere orgogliosi d’essere italiani, eh, noi italiani, nàmbar uànne, e invece ci piglian tutti peicculo!”
“Purtroppo, sì, è proprio così.”
“Già ci pigliavan peicculo pella politiha, poi pell’ehonomia… ora ci mancava la neve! Fassi piglia’ peicculo pella neve però l’è immassimo! Oh, ma guarda te se questo rincoglionito mi fa passare!”
“Ha notato come la gente al volante diventi di un’arroganza inaudita?”
“Guardi, la ummi faccia parlare, la mi faccia sta’ zitto. Di gentile, aimmondo, un c’è rimasto che Firenze 10.”
“Firenze 10?! Occos’è?!”
“Come icché l’è?! E so’ io! Firenze 10!”
“Ah, la sua sigla… eh! eh!”
“Eh, la mi ride lei…”
“Lei è troppo simpatico. Ci fo caso ogni volta che prendo un taxi a Firenze: inciampo sempre in un taxista buffo!”
“Pefforza, o signorina, ma noi dire o non dire ci s’ha una marcia in più… che vole mettere un tassista di Firenze co’ un tassista di Milano? Anche a livello linguisti’o, via, e un c’è paragone: solo noi si ragiona in italiano, quegl’altri biasci’ano in dialetto!”
“Ma più che altro io vi trovo sempre tutti di buonumore!”
“Ma guardi che l’è la verità. Pella strada son tutti incazza’i. Io cerco sempre d’esse’ tranquillo.”
“Fa bene: con un lavoro come questo, altrimenti, la diventerebbe idrofobo.”
“Nonò, io ho preso scuola dal mi’ socero: lui son quarant’anni che fa i’ tassista, sempre ‘almo e tranquillo, un si scòte nemmeno se c’ha un morto ai piedi. Ovvìa, ci siamo quasi. Ma indo’ l’è di preciso questa macchina?”
“Esattamente all’incrocio tra viale Corsica e via Circondaria.”
“Ma indove, davanti a quella pasticceria bona?!”
“Esatto, proprio lì.”
“Eh, ma allora io ho capi’o perché lei la me l’ha piazza’a proprio lì la macchina: pe’ anda’ a mangiare una pasta da Marisa!!”
“No, massìe, con quella neve stavo a pensare a Marisa…”
“Mah, magari lei no, io però ora senta cosa fo: lascio lei alla su’ macchina e vo a fare una bella merenda!”
“Ecco, bravo. Faccia una bella pausa, che se la merita!”
“Eh, sì, se unn’avessi i’ colesterolo…”
“Ocché la c’ha il colesterolo così giovane!”
“Davvero! E mi s’è manifesta’o insieme ai trigliceridi! Ce li ho tutt’e ddue, la pensi!”
“Ma come mai? Qui i casi sono due: o la mangia come un tribunale o la beve come una spugna.”
“Bere?! Chi, io?! Ma che la scherza davvero, signorina? A me, se la mi dà una birra piccola e la m’appoggia a qui’ cassonetto, la mi ci ritro’a dopo tre giorni. Io ‘un bevo mica nulla. Peccaritàddiddìo.”
“E allora comemmai la c’ha il colesterolo, così giovane?”
“Macchélosò… dev’essere questa vita sedentaria… sempr’a sedere su quest’aggeggio… unn’è mica facile, sa… Eccoci arrivati: badala bellina la su’ macchinina, tutta lustra, la un c’ha nemmen un pelo di neve sopra: occhì gliel’ha puli’a?! Sarebbero diciannov’euro: me ne dia diciotto.”
“No, piuttosto, ne prenda venti, così il caffè da Marisa gliel’offro io.”
“Ma che la scherza davvero, signorina? Un se ne parla. Piuttosto: il caffè gliel’offro io.”

E così è andata.
Del resto, con Firenze 10, l’ultimo cavaliere, non poteva andare altrimenti.

Niente scuola

19 dicembre 2010

Pare che i miei studenti di quest’anno sfrùzzichino, nàzzichino e ciàccino più tra le pagine di questo blog che tra quelle dei quotidiani on-line. Ne approfitto per comunicare loro la decisione presa all’ora di pranzo dal sindaco di Firenze: domani scuole chiuse e tutti a casa.
Sì, salta la verifica di Storia.
No, non si interroga.
No, neppure si spiega.
E no, non si correggono nemmeno i compiti per casa.
Be’, chiaro, salta anche il controllo prenatalizio dei quadernoni.
Certo, spernacchiàtemi dietro tutti in coro in codesto modo, bravi.

Firenze d’ovatta

18 dicembre 2010

Si correggevano le domande sui Promessi Sposi quando da un cielo bianco e sospetto hanno preso a cadere le prime avvisaglie.
“Oddio nevica, che incubo ragazzi… da quella volta che persi il controllo della macchina e con il mio babbo rischiai di finire in un burrone lungo il San Donato ho il terrore della neve…”
“Macché, profe, tranquilla! Questo non è altro che nevischio!”.

Tempo due ore, e dalla Presidenza giungeva l’ordine di lasciare l’istituto in anticipo per questioni di emergenza meteorologica e stradale.
“Ma voi che fate, colleghe, prendete l’auto o la lasciate qui nel parcheggio?”
“Nel parcheggio?! Ma che dici! La neve è ancora fresca, non c’è alcun pericolo! Il problema è quando ghiaccia, ma vedrai che ancora si viaggia che è una meraviglia! Dai, fatti coraggio e mettiti in strada, ci vediamo lunedì!”

Sarà.

Cinquecento metri, e una rintronata in motorino finiva in scivolata dritta lungo la fiancata dell’auto in coda davanti a me.
Settecento metri, e un pullman slittava inutilmente trovando collocazione definitiva di traverso a viale Redi.
Un’ora e mezzo dopo, nel traffico paralizzato e nell’assenza totale di vigili urbani e soccorsi, la genialata: abbandonare l’abitacolo e avventurarmi a piedi verso casa lasciando che la tormenta m’ingoiasse.
Alla Fortezza volevo piangere.
In viale Milton volevo morire.
Alle Cure il tacco di uno stivale mi ha abbandonata.
A Campo di Marte ho creduto di vedere la Madonna.

Partita: ore 15.
Arrivata: ore 18.
Soste effettuate: tante quante le fotografie qui sotto.

I regali più graditi

14 dicembre 2010

Hanno bussato, hanno socchiuso la porta, hanno infilato le teste dentro e hanno smagliato un sorriso a tutti denti com’a dire: esatto, rossa, siamo qui proprio per te, esci un attimo che ti vogliamo qua nel corridoio per darti questo pacchetto.

Ma io ero presa dalla verifica somministrata nella mia classe, avevo molta fame e un po’ di sonno, ero nervosina e concentrata sul controllo dei copioni potenziali: per questo, invece di ricambiare il sorrisone e dire ehi-belli-entrate-pure, mi sono intirizzita come una vecchia zitella e (la bocca stretta a culo di gallina) ho strillato ma-come-vi-permettete-di-bussare-e-fare-irruzione-in-questo-modo.

Non sono alunni miei, li ho conosciuti e frequentati solo nei primi dieci giorni di scuola, quelle della cosiddetta accoglienza, quando nelle classi prime vengono fatti entrare solo i professori di Italiano e di Matematica, anche quelli di altre sezioni, tanto non si fa mica lezione.

Io invece la lezione l’avevo fatta. E gli avevo fatto scrivere un tema. E gli avevo dato qualche consiglio di scrittura. E avevo parlato con loro di musica e di passioni, di vita e di sogni. E siccome me l’avevano esplicitamente chiesta, gli avevo anche raccontato la piccola storia di una professoressa che amava tanto scrivere, che era divenuta blogger per caso, che un giorno aveva ricevuto una mail da una grande casa editrice con la quale le si proponeva di pubblicare un libro, e di come da quel libro ne fossero venuti di conseguenza altri due, e di come i sogni di quella professoressa si fossero avverati senza il bisogno di chiedere, arruffianarsi o vendersi.

Non sono questi, i regali più graditi della vita? Sì, lo sono.

Proprio come quello che mi hanno consegnato stamani gli studenti di quella classe non mia. Che non avevano niente da chiedere, niente per cui arruffianarsi o vendersi. Ma che con quel pacchetto volevano semplicemente dire che, come loro erano piaciuti a me, anch’io ero piaciuta a loro.

Un pensiero magnifico, in questi tempi di magra economica e sentimentale.

Chicche

12 dicembre 2010

Trovare scritte nelle verifiche che si vanno correggendo certe chicche di comicità assolutamente involontaria rende il pomeriggio festivo passato a lavorare meno pesante e più divertente.

Che Carlo Martello fermò gli arabi a Poirot e che Carlo il Calvo firmò il Capitolare di Quizze, però, è troppo anche per una disposta sempre alla risata come me.

Sì, geni della 2B, dico a voi: domattina ‘un vi fa freddo.

Sulla mensola arancione, solo uno dei due gatti presenti è vero, vivo, scemo di guerra (senza pensione), e si chiama Micino da Scansano.

Ricchi premi per i primi tre che forniranno la risposta giusta.

(scrivi a: scovamicino@concorso.it)

Metti che dal freddo che fa fuori non si riesca a stare per la strada.
Metti che uno struggimento alla bocca dello stomaco offuschi la visuale e comprometta l’uso corretto dell’attività verbale.
Metti che però i soliti locali da aperitivo di bassa qualità, accompagnato dal consueto beverone a tasso alcolico ormai insostenibile, siano venuti parecchio a noia.

Bene.

C’è, a Firenze, uno spacciatore di tartufi. E c’è (pensa te) dal 1885. Forse anche lo spazio è rimasto com’era più di cento anni fa, metà coperto a legno fosco e metà a specchi opachi. Con un colpo secco spalanchi la porta d’ingresso e una vampata di tartufo ti sequestra le narici. Passi dal bancone alimentare, ordini quei quattro-cinque panini al burro ripieni del tubero prezioso che solo secondo i blasfemi “puzza di gas”, quindi scivoli davanti al bancone enologico, chiedi un calice di bianco che s’intoni, infine punti un posticino al sedere e ti ci scaraventi.

Per il resto del tuo tempo, non avrai che da osservare la fauna umana in costante e regolare avvicendamento, contemplare gli arredi deducendo la miracolosa resistenza al tempo delle cose, porre a te stessa quesiti esistenziali fornendo risposte inedite e bislacche, guardare il tuo compagno di tavolino posando placida e arrendevole per lui.

Le correzioni

6 dicembre 2010

Nel correggere le cinquantasei verifiche di Grammatica somministrate alle mie due classi prime, e nel degustare contemporaneamente un paio di kiwi ridotti a dischetti su un piattino da dessert, è accidentalmente occorso che un dischetto verde e fradicio, scivolato via dalla forchettina che lo arpionava imprigionandolo, sia atterrato sul foglio protocollo di ignaro alunno producendo scia bavosa e iridescente che ora, se vivacizza lo sfondo altrimenti incolore, riduce l’ufficialità della prova e trascina la scrivente nella polvere di un’indiscutibile figura di merda.

Appellandomi proprio a quest’ultima, domattina tenterò di far capire allo studente l’urgenza fisiologica (leggi stipsi) che mi ha indotta al consumo reiterato, pur in attività lavorativa, di sì efficace e celere rimedio naturale.