Ammalarsi, da piccina, era una festa tripla. Prima di tutto perché si materializzava il babbo con un Gianni Rodari nuovo di zecca tra le mani da gustarsi tra gli starnuti, le smoccicate, le coperte calde e la sudorina girocollo. Secondo perché Sgomèa per cena faceva la braciolina a friffrì ma col purè. Terzo perché arrivava lui: il Cave.

Il dottor Alfredo Cavezzuti aveva lo studio nella stessa villetta in cui abitava, in via XXV aprile davanti alle Case Fanfani, ed era una pallina d’uomo. Tondo nella forma e nell’essenza, della sfera rievocava anche l’armonia, la musicalità, la perfezione. Il nostro medico di famiglia, condotto come si diceva quando nella scelta lessicale si metteva una certa cura, era veramente uno di casa. Prima di tutto, a casa ci veniva, fisicamente. E, quando arrivava, ci rimaneva a lungo. Ti entrava in camera col passo rispettoso di un estraneo e allo stesso tempo confidenziale di un amico. Si affacciava dalla porta e i suoi occhi, già stretti di per sé, si chiudevano in un sorriso sornione che assomigliava tanto a una lieve presa di culo. Come se uno s’ammalasse per fare uno scherzo a lui, per avere la scusa di incontrarlo, per rompergli le scatole. Eppure le scatole a lui non le rompevi mai. O forse sì, tipo quando lo chiamavi la sera tardi, a buio, ma lui non te lo faceva mai sentire. Poi, una volta che c’era, era capace di rimanere seduto bordo letto anche mezz’ora. Era una sensazione deliziosa e consolante avere il medico in casa e potergli parlare con la dovuta calma dei tuoi problemi di salute senza l’ansia di far presto.

“Dottore! La guardi, come l’è rossa! -spiegava la mia mamma indicandomi stremata sotto le coperte- La c’ha la febbre a 39 da stamani!”
Senti raspar fra le macerie e i bronchi la derelitta cagna ramingando su le fosse e famelica ululando; e uscir del teschio, ove fuggia la luna, l’úpupa, e svolazzar su per le croci sparse per la funerëa campagna e l’immonda accusar col luttüoso singulto i rai di che son pie le stelle alle obblïate sepolture…” rispondeva lui placido e imperturbabile.

Il Cave aveva un debole per Foscolo. Per cui, di una visita (metti) di quarantacinque minuti, dieci riguardavano questioni prettamente mediche, per il resto la si buttava tutta in poesia.
Oltre a padroneggiare agilmente il Niccolò Ugo from Zacinto, il Cave alternava parole sue a terzine dantesche di eufonici endecasillabi. Tanto amava il sommo fiorentino, che s’era anche avventurato in una riscrittura del poema divino ricollocandolo in ubicazione valdarnese e rivisitandolo in chiave ancor più pungolata. Quasi quasi uno sperava di ammalarsi, per scoprire come procedeva.

Quando gli fu detto che m’ero iscritta al Classico, il Cave andò in brodo di giuggiole. Da allora, sollevando in me un’ansia da prestazione non indifferente, prese a interrogarmi puntualmente, per lo più in lingua greca, aggravando le mie condizioni di salute che quando avevo a che fare con lui erano già, evidentemente, cagionevoli.

La terza indomabile passione del dottor Cavezzuti, dopo la medicina e la poesia, era la caccia. Possedeva egli un setter depresso che teneva in uno spazio angusto sulla strada terminante in un casotto ligneo. Il cane risorgeva ciclicamente a ogni appuntamento col calendario venatorio e quando il Cave poi ti veniva a visitare ti intratteneva col racconto epico di gesta canine e umane insieme.

Se poi andavi tu allo studio da lui, allora meritava farsi il segno della croce. I tempi non erano lunghi. Erano morti. Ogni paziente metteva le tende dentro la stanza odorosa e pittoresca in cui il dottore ti riceveva. Mica uno di questi studi moderni e asettici in multiproprietà dei dottorini d’ora: no, un vero studio personale e vissuto, con un bagaglio d’anni e d’esperienza sul groppone capace di rassicurarti sull’attendibilità delle diagnosi. Fintanto te ne stavi fuori consumato dall’attesa del tuo turno stramaledivi la disponibilità del medico e la sfacciataggine del malato, poi però quando stava a te ti dimenticavi di tutti quelli che erano rimasti fuori, che s’attaccassero, eccheccavolo, rilassavi la mente, lasciavi andare la lingua, e via quelle lunghe chiacchierate di famiglia.

Quando divenni (ehm) sessualmente attiva, talune sedute cessarono di essere familiari e si fecero strettamente riservate: mi presentavo al cospetto del mio adorato Cave con la faccia colpevole di chi sta per assassinare il proprio padre o la propria madre e chiedevo, in completa umiltà e ridondanti sensi di colpa, una scatola di Trigynon. Lui allora mi guardava a occhini stretti e sorrideva, ma dietro quel sorriso ci vedevo un po’ di nostalgia, per la velocità con cui il tempo inesorabile scorreva, per la rapidità con cui da bambina m’ero fatta donna e andavo a farmi prescrivere la pillola della contraccezione consapevole.

Il Cave ci lasciò molti anni fa.

Ora a Firenze ho una dottoressa che, in un decennio, non ho mai avuto il piacere di vedere materializzata a casa mia nemmeno per questioni serie. Il nostro rapporto, a meno che non sia io ad andare da lei e a sottopormi a un consulto nel corso del quale ella non mi guarda neanche negli occhi, è esclusivamene telefonico. All’apparecchio però non ho il mai il piacere di parlare con lei direttamente: parlo sempre con tale Vincenza, la sua centralinista tuttofare, che risponde, chiede quale sia il mio problema, se lo appunta, e poi scende alla farmacia sotto lo studio a depositare quello che mi abbisogna. Ma si procede (intuibilmente) a intuito.

Questa mattina ha avuto luogo la nostra prima e ultima conversazione telefonica diretta: sosteneva che per prescrivermi una cura che mi guarisse dalla febbre era necessario che mi recassi al suo studio perché lei a casa mia per un’influenza, spiacente professoressa, ma non ci veniva neanche morta. A sostegno delle sue folli argomentazioni sosteneva che ormai tutti fanno così, anche i pediatri, che invitano i genitori a portare i bambini da loro, per non essere costretti ad andare loro a casa dei bambini malati. Che non è più Maometto che (profumatamente retribuito, n.d.r.) va alla montagna, ma la montagna (becca e bastonata, n.d.r.) che deve andare da Maometto anche con 38 e mezzo di temperatura. A me che replicavo facendole presente la mia impossibilità ad abbandonare la casa per via di una visita fiscale che mi sta pendula sul collo come già la spada a un certo Damocle, costei rispondeva generosa che, al verificarsi di tale sfigatissima casistica, ella stessa avrebbe posto rimedio compilando un modulo in cui documentare la mia presenza nel suo studio durante suddetto orario di visita. Poi chiaramente a me sarebbe toccato uscire di nuovo da casa per tornare in viale Santa Rosa al centro di medicina legale, respirando un’altra salutare boccata d’aria gelida del mattino (ufficio aperto al pubblico dalle ore 8 alle ore 9).

E’ stato quasi orgasmico, il piacere di dire a quella donna che mi cercherò un altro dottore. E che (anche se so bene che non esistono più) me lo cercherò uguale al caro, indimenticabile dottor Alfredo Cavezzuti.

Chi dorme

30 gennaio 2011

Lei, da Milano, chiamava e scriveva messaggi per sollecitare una risposta e sottoporre un’intervista.
Io, a Firenze, ronfavo sotto le coperte stesa e stordita dalla classica ricaduta influenzale.
Chi dorme (si sa) non piglia pesci.
Per questo ringrazio ancor di più la giornalista Annachiara Sacchi per avermi citata in un articolo, nella stesura del quale non l’ho aiutata affatto.

Fronte-retro

28 gennaio 2011

“Profe, lei da dietro sembra una di noi.”

Una frase del genere dieci anni fa mi avrebbe uccisa.
Oggi mi consola.
Ma se m’avesse detto che sembro una di loro “da dentro”, sarei stata più contenta.

Relativismi lessicali

28 gennaio 2011

“Capite ragazzi perché Lucia vuole assolutamente confidarsi con padre Cristoforo della prepotenza che sta subendo da don Rodrigo? Perché lei sa che padre Cristoforo non assomiglia affatto a don Abbondio, quel mollaccione, pavido e vigliacco! Lei sa bene che padre Cristoforo è un duro, uno che non ha paura di nulla, uno che non ci mette niente a fare (scusate la parolaccia) un casino esagerato per aiutare sia lei che Renzo!”

“Scusi profe: ma la parolaccia?!”

Peggio di Nanni

26 gennaio 2011

“Profe, qual è il suo film preferito?”

Avrei potuto rispondere Bagdad cafè di Percy Adlon, Kitchen stories di Bent Hamer, Mangiare bere uomo donna di Ang Lee. Avrei potuto dire Gatto nero gatto bianco di Kusturica, Volver di Almodovar, Arancia meccanica di Kubrick, Amici miei di Monicelli, Il viaggio della sposa di Sergio Rubini. Ma non solo: perché non ho citato C’era una volta in America di Sergio Leone, Mediterraneo di Gabriele Salvatores, La prima cosa bella di Paolo Virzì, Dancer in the dark di Lars Von Trier, Fanny e Alexander di Ingmar Bergman, Fratello, dove sei? dei fratelli Cohen, Before the rain di Milcho Manchevski, Once di John Carney, o Giù al Nord di Dany Boon? Perché non ho detto Into the wild di Sean Penn, uno dei film che mi fa più piangere e viaggiare? Ma poi, dico, avrei potuto snocciolare la filmografia integrale di Woody Allen, con cui di tanto in tanto sogno perfino di far sesso tanto la stima che ho del suo lavoro supera e annienta la repulsione fisica che ogni donna sana di mente prova nel vederlo.

“Profe, allora? Qual è il suo film preferito?”
Dirty dancing nella maniera più assoluta.”

Mentre mi ributolo tra le coperte con 38 e mezzo di febbre e cerco di dimenticare una risposta maldestra che pagherò cara in termini di stima studentesca, provo a darmi consolazione dicendo a me stessa che Nanni Moretti a questa domanda risponde puntualmente Flashdance.

E se domani

25 gennaio 2011

“Ragazzi, dico anche a voi quello che ho detto poco fa nella classe dei cinesi: mi sento malissimo. Così, se domattina non dovessi essere a scuola, saprete perché.”

Nel successivo brusio di sottofondo sarei pronta a giurare di aver distinto, in questo esatto ordine di apparizione, le seguenti oscure parole: “oggi”, “tutti”, “casa mia”, “rituale”, “danza”, “febbrone”, “cavallo”, “a 40″, “una settimana”, “in culo”, “verifica”.

Panacee d’Oriente

25 gennaio 2011

“Profe, tenga: questa è per lei, gliela regalo io.”

“Ommioddìo, cos’è?”
“Come cos’è?! Non vede l’immagine? E’ una zuppa cinese a base di cereali, buonissima sia calda che fredda!”
“Oh, grazie… grazie mille. Ma… perché me l’hai portata?”
“Perché sapevo che oggi si dovrà fermare a scuola per il corso di Glottodidattica, così ho pensato che questo poteva essere il suo pranzo. Vede? Basta togliere il tappo, sfilare il cucchiaio all’interno e mangiare!”
“Sei gentilissima, disarmante, davvero un amore. Non so come ringraziarti. Purtroppo, guardami tu stessa, mi sento a pezzi, tossisco, mi fa male la gola, ho le ossa rotte, mi dolgono le palle degli occhi e temo di avere qualche linea di febbre. A pranzo andrò a casa per stare un paio d’ore al caldo e misurarmi la temperatura.”
“Si sente male?! Allora deve assolutamente mangiare queste: tenga, gliele regalo, sono castagne cinesi, bollite e pronte per essere consumate, basta sbucciarle e mangiare la polpa interna, sono perfette per la gola!”

Vedo preclusa ogni via d’uscita.

Al lupo, al lupo

24 gennaio 2011

“Profe, ha corretto i compiti?”
“E infatti, il programma era proprio di correggerli, come vi avevo annunciato, ieri pomeriggio. Poi il mio compagno mi ha coinvolta in un pranzo al ristorante La baracchina, a Sant’Andrea in Percussina, presente?, nei luoghi dell’esilio machiavelliano. Abbiamo mangiato una paradisiaca zuppa di cipolle bianche e un pollo all’arrabbiata per il quale non è stato possibile rinvenire le parole adatte a commentarlo tanto era armonioso nei colori, equilibrato negli aromi e sublime nei sapori. Come dessert una zuppa inglese identica a quelle che preparava la mia mamma quando ero piccina e un vinsantino che era un giulebbe. Perché ci trovavamo proprio in quelle località amene, vi domanderete, e la risposta è presto detta: partecipiamo insieme a un concorso fotografico bandito dalll’associazione Leggere per, con la collaborazione di diversi Comuni toscani, tra cui quello di San Casciano. I vincitori di tale concorso riceveranno in premio un soggiorno di tre giorni a Parigi, in coincidenza con la Festa del Libro e delle Culture Italiane.”
“Sì, ma i compiti li ha corretti?”
“Infatti, dicevo. Dopo pranzo, via di corsa a fare le foto, che per regolamento prevedevano il ritratto di un soggetto umano che legge sullo sfondo del paesaggio toscano scelto. C’era un amabile solicino, ma che freddo faceva! Un ghiaccio marmato indiavolato rospo, reso pungente e insopportabile da un vento infido che arrivava prima all’osso che alla ciccia. Abbiamo fatto un centinaio di scatti, molti dei quali mossi per il tremolio delle mani, diciamo però che una decina di immagini sono venute decenti, per cui verso le tre e mezzo eravamo pronti per rientrare a casa e dedicarsi ognuno alle proprie occupazioni, Fiorentina-Lecce lui, i compiti da correggere io.”
“Oh, bene: quindi? Li ha corretti!”
“Be’, sulla via del ritorno, lungo la via Cassia, all’altezza del civico 39, in prossimità di un attraversamento pedonale regolarmente segnalato dalle strisce, abbiamo naturalmente rallentato per consentire il passaggio di un’allegra famigliola.”
“Sì, ma ora questo cosa c’entra?!”
“Eh, cosa c’entra, cosa c’entra. C’entra eccome, perché il ragazzo sullo scooter che avevamo dietro, probabilmente distratto dal bucolico paesaggio e certamente sprovveduto nella guida di un motoveicolo nuovo di zecca ritirato in concessionaria giusto il giorno prima, non avvedendosi della segnalazione luminosa di frenata in corso, ci è franato addosso, spaccando brutalmente il portellone posteriore della nostra C3 visiodrive color canna di fucile ritirata in concessionaria pochissimi mesi fa (maremma ‘mpestata). Il ragazzo, alla fine di un volo che lo ha catapultato in mezzo al manto stradale, illuso in un primo momento di non aver riportato danno fisico alcuno alla propria persona, ha successivamente realizzato di essersi aperto il ginocchio in due, la carne divaricata come una pesca divisa in mezzo e a bella vista l’osso, un osso bianco e pulito che rievocava con una certa insistenza quello del pollo poche ore prima succiato e rifrucato con accanimento certosino. Avrei potuto subire uno shock in pieno stile, con plateale svenimento, conseguente perdita di sensi e rianimazione grazie a un bocca-a-bocca auspicabilmente praticato dal mio fidanzato. Ma ecco la Polizia Provinciale, prontamente accorsa sul luogo, mi ha distratta confidandomi che nel camioncino trasportavano un cerbiatto ferito, da cui mi sono immantinente recata, abbandonandomi a una contemplazione animalesca che mi ha grazie a Dio salvata dal turbamento emotivo. Ma voi capite bene, scàmbiati i dati, riempi la modulistica, attendi l’ambulanza, saluta i genitori del ragazzo ferito, ringrazia le guardie, familiarizza coi Carabinieri, congèdati dal vicinato curioso e, non ultimo, butta tanti bacini al cerbiatto ferito, si è fatto il tramonto. A quel punto ero fisicamente provata e psicologicamente distrutta. Alla correzione dei vostri compiti (do per scontato che mi capirete) ho preferito un theino caldo, quattro biscotti e un libro d’amore da leggere sotto calde coperte.”

E’ tutto verissimo.
Ma i malfidati seguitavano a guardarmi per isbieco come si guarda chi tante altre volte ha gridato al lupo al lupo e ormai non viene più creduto.

Nì nài nài!

22 gennaio 2011

Ora di Narrativa.
C’è voluto del tempo, m’è toccato fare tante prove (tutte fallite, a partire dai testi di Pennac a L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono, passando per quel mattone di Dottor Jeckill e Mister Hyde di cui mi è sempre sfuggito il valore letterario), ma alla fine l’ho spuntata. O meglio, l’ha spuntata lui: Italo Calvino.
La sua raccolta di Fiabe italiane sbaracca, tra i miei alunni cinesi, che aspettano la storia del giorno con lo stato d’animo con cui s’attende un regalo.
“Grammatica o fiaba?”
“FIABA!”
“Articolo di giornale con clamorosa notizia cinese o fiaba?”
“FIABA!”
“Brano antologico su caldo tema adolescenziale o fiaba?”
“FIABA!!!”
Sicché ce ne siamo bell’e lette un’abbondante manciata, tra curiosi commenti conditi da consuete risate.

“Oggi vi leggo la fiaba intitolata Il palazzo delle scimmie.”
“Eheheheh… scimmie!”
“Sì, Fang Fang: scimmie. Sai cosa sono?”
“Oh, certo che lo so: ne abbiamo una in classe!”
“Una scimmia in classe nostra?! E chi sarebbe?”
“Lui!”

Lui (un carattere fantastico ma un profilo che in effetti vagamente rievoca) si gira, la incenerisce con lo sguardo e, con voce resa metallica dallo sdegno, sibila: “Nì nài nài!”
Tradotto alla lettera: “Tua (nì) nonna (nài nài)”.

Sarà stata un’illusione acustica, ma in lontananza m’è parso di sentir ridere anche Calvino.

A cose fatte

20 gennaio 2011

Ho saltato la cena per la tensione.
Ho tirato l’umido per arrivare in piazza Santissima Annunziata.
Ho sudato per l’emozione di vedermi davanti tanta gente.
Mi è venuto il mal di testa per la stanchezza di una mattinata trascorsa nelle classi, un pomeriggio impegnato negli scrutini e una serata dedicata a un incontro pubblico.
Ma, accolta con imprevista disponibilità e inattesa generosità, sono stata molto bene.

E al tavolone neanche un ciuffo di sedano si è materializzato.