Genitori, che fatica!

18 gennaio 2011

Il primo appuntamento dei tre previsti dal programma si è svolto mercoledì scorso alla presenza della psicoterapeuta e scrittrice Maria Rita Parsi, autrice del volume “Manuale anti-ansia per genitori”.

L’incontro finale sarà tenuto mercoledì della prossima settimana dal pediatra Paolo Sarti, autore di vari libri tra i quali “Neonati malEducati. Un vuoto educativo pieno di premure”.

La serata di mezzo avrà luogo domani e avrà come ospite una professoressa coi capelli rossi e con la faccia tosta che ha firmato un testo dal titolo urticante di “Tutta colpa dei genitori”.

Chi volesse andarla a sentire, foss’anche per tirarle un sedano dal gambo ammosciato, trova qui le informazioni logistiche necessarie.

Buona domenica

17 gennaio 2011

Un cielo (miracolosamente) sgombro dalla sempiterna nebbia, policrome bandiere volanti, rulli di tamburo misti a spari di cannoncino rinascimentale, araldi e madonne in broccati e velluti, Palazzo d’Arnolfo e il Palazzaccio, la Pieve, San Lorenzo e Maria Santissima delle Grazie, un mercato d’oggetti scaduti e desueti, facce che non vedevo da trent’anni e non riconoscevo.
E poi quell’odore.
L’odore dello stufato disseminato per le strade, disteso nelle piazze, gonfio, unto, invadente, etnico, misterioso e così familiare da chiudere la gola. Odore di casa, di spezie, di mamma, di tempo. Odore di odori, di soffritto, di brodo di zampa di vitello, di sugo colloso. Odore di fuga e ritorno, di voglia di cancellare e ricostruire, di emanciparsi, di non accontentarsi. Di leggere tanto, conoscere tutti, sapere, vedere. Odore di sfida alla vita, di scommessa a me stessa. Nego, ma non rinnego. Parto, ma sono sempre qua. Invecchio, e m’illudo d’essere ancora la ragazza che ero.
I Saloni della Basilica all’ombra della quale divenni quella che sono, la finestra del prete, l’abbraccio del sindaco che ha gli anni che ho io, lo sguardo liquido dei commensali noti e sconosciuti, sazi e storditi.
Candele, applausi, responso.
Vincono due donne.
Le stesse di un anno fa.

“Pronto?”
“Profe?”
“Oh! Senti chi c’è! Ciao tesoro!”
“Profe, come sta? Tutto bene? Ma è in classe?”
“Ti pare che risponderei al telefono, se fossi in classe? Sono a casa: quest’anno ho il sabato libero! Ma tu piuttosto, non sei a scuola?!”
“Ehm, no profe… veramente siamo in centro a Firenze…”
“Come siamo?! Con chi sei?”
“Gliela passo, profe: provi a riconoscerla dalla voce…”
“Profe!”
“Non ci posso credere: sei tu?!”
“Sì, profe, sono proprio io…”
“Come stai carissima? Che bello sentirti dopo un anno! Sento tanto la nostalgia di te e di tutta la tua classe, mi mancate immensamente e vi penso tutti i giorni… Ma… scusa… che ci fai in centro con lui, di sabato mattina, invece di essere a scuola?”
“Ehm, profe… abbiamo fatto forca!”
“Forca?! Brutti delinquen… aspetta! Ma perché proprio voi due insieme?”
“Eh, profe… aspetti, glielo ripasso, così glielo dice lui.”

Lei l’anno scorso stava con un altro. Bella come si può essere belle (se si è belle) a quindici anni, ossia sfacciatamente bella, con occhi che disarmano, corpo che calamita, movenze che ubriacano.
Lui si struggeva e al cambio di ogni ora e all’intervallo ogni scusa era buona per entrare in classe sua, avvicinarsi a lei e tentare di attaccare il discorso. Un po’ la prendeva in giro, un po’ provava a inretirla in chiacchiere e proposte, giocando le sue ingenue e ahimè fallibili carte di diciassettenne annientato dalla passione.
Lei, divisa a metà per un anno scolastico intero, aveva combinato anche qualche incidente diplomatico, qualche pasticcio relazionale, insomma, certi casini da paura occasionalmente culminati in minacce, sfide all’ultimo guanto e qualche scazzottata del fine settimana.
Secondo il parere di tutti noi, pubblico involontario di quella riscritta Iliade con una novella Elena e un moderno Paride per protagonisti, l’imminente estate avrebbe saturato ogni bollore e scritto la parola fine ancora prima dell’inizio. Non avevamo calcolato la costanza. Avevamo dimenticato la determinazione. Avevamo sottovalutato il coraggio, l’ardire, l’ostinazione. Avevamo trascurato… l’Amore.

“Insomma profe, veniamo a casa sua così le raccontiamo tutto, va bene?”
“In realtà sto uscendo per andare a fare la spesa in Sant’Ambrogio con il mio compagno, ragazzi: vi raggiungiamo noi in centro e facciamo colazione tutti e quattro insieme, che ne dite?”

Eh, lo so.
Lo so che, in quanto insegnante, avrei dovuto condannare la forca dei miei due ex studenti, cazziarli a modino ed esortarli a ricontattarmi in un momento scolasticamente più lecito.
Ma era uno splendido sabato mattina, il sole era alto e caldissimo in mezzo a un cielo trasparente, piazza della Repubblica gremita di fiorentini paciosi e rilassati era la cornice perfetta per riabbracciarsi dopo che un trasferimento forzato ci ha separati per sempre, il Caffè Paszkowski il luogo più romantico e indicato per andare oltre i ruoli e per un’ora, un’ora sola, considerarsi “amici”.

Chissenefrega della privacy

14 gennaio 2011

“PROFE!!!”
“Dimmi caro.”
“MA HA PARLATO DI ME SUL BLOG!!!”
“Sì, hai visto?”
“L’HA VISTO IL MIO BABBO STAMANI MENTRE, COME OGNI MATTINA, FACEVA COLAZIONE LEGGENDO I SUOI PEZZI!”
“Ma senti che carino…”
“Però… o profe…”
“Però cosa?”
“NON HA SCRITTO IL MIO NOME!”
“Be’, l’ho omesso nel rispetto della tua privacy.”

Al che s’è messo a borbottare qualche cosa di molto simile al titolo di questo post.

“Passò un lupo affamato, vide i cavalli sbuzzati e ne fece una scorpacciata. Cecino era ancora là nascosto nella pancia di un cavallo e il lupo lo ingoiò. Così se ne stette nella pancia del lupo e quando al lupo tornò fame e si avvicinò a una capra legata in un campo, Cecino di là dentro si mise a gridare: -Al lupo, al lupo!- finché venne il padrone delle capra e fece scappare il lupo. Il lupo disse: -Come mai faccio queste voci? devo aver la pancia piena d’aria!- e cominciò a cercare di buttar fuori l’aria per di dietro.”

(“Eh! Eh! Eh! Il lupo ha scoreggiato!”)
“CHI HA PARLATO?”
“…”
“CHI E’ STATO?”
“… io, profe.”
“Fang Fang! Non ti vergogni? Una ragazza bellina come te che dice il lupo ha scoreggiato! Per punizione, alzati in piedi e fai l’analisi del verbo!”
“Ma profe!..”
“Niente ma: analizza!”
“Ehm… voce del verbo scoreggiare, prima coniugazione, modo indicativo, tempo passato prossimo, terza persona singolare.”
“E se fosse stato un passato remoto?”
“Scoreggiò.”
“E se fosse stato un futuro anteriore?”
“Avrà scoreggiato.”
“E se fosse stato un congiuntivo trapassato?”
“Avesse scoreggiato.”
“E se fosse stato un condizionale presente?”
“Scoreggerebbe.”
“E un gerundio passato?”
“Avendo scoreggiato.”
“E un participio presente?”
“Scoreggiante.”

Innegabilmente linguacciuta, ma effettivamente preparata.

O si mangia la minestra

13 gennaio 2011

“Stasera per cena minestrina di carote, patate e zucchine frullate.”
“Non ho mica ammazzato nessuno! Vestiti strana: si va in centro e ci s’accoda alla rumba serale di Pitti Uomo.”
Che uomo.

Andate tutti a quel paese

12 gennaio 2011

Io e la collega di Scienze (docente creativa ed entusiasta che già ebbi modo di apprezzare quando, una decina di anni fa, la incontrai in un altro istituto) abbiamo coinvolto la classe monoetnica cinese in un concorso organizzato dal Centro Turistico Studentesco.
L’iniziativa, cofinanziata dal Dipartimento per le Politiche giovanili – Presidenza del Consiglio dei Ministri, prevede il coinvolgimento di giovani di sette province italiane: Roma, Milano, Firenze, Napoli, Lecce, Bologna e Torino. L’idea è quella di portare nella scuola, attraverso il principio del learning by doing, la cultura del viaggio, sia per ragioni connesse alla scoperta e alla conoscenza di paesi e culture diverse, sia per motivi legati all’istruzione. Nella pratica, si tratta di partorire un progetto turistico originale che ruoti intorno alla nostra città e che sfrutti, sposandole, le materie che insegniamo.
Questa mattina la rappresentante del CTS è venuta in classe a illustrare i termini del concorso, a preparare gli alunni al lavoro che dovranno svolgere da ora a maggio, e ad annunciare che il primo premio prevede una gita di una settimana in una capitale europea per l’intera classe partecipante. Nel contempo, ha anche rivelato il titolo dello stimolante concorso: Andare a quel paese.

Sinceramente non avevo mai visto nessuno più desideroso di andarci.

Sulla casella di posta elettronica segnalata in questo sito ricevo ogni giorno diverse mail. A tutte do una risposta. Coi miei tempi, ma la do.
Scrivono insegnanti, presidi, nonni, genitori, studenti universitari, presidenti di associazioni, giornalisti, semplici lettori, passanti casuali.
Un giorno ha scritto Cecilia. E ha scritto di avere sedici anni, di andare al liceo linguistico, di mostrare qualche problemino con la matematica ma di adorare la letteratura. Ha anche scritto di quando, nella libreria della sua città di mare, s’imbatté casualmente in un volume che carpì il suo sguardo adolescente: una copertina bianca, un registro di scuola sullo sfondo, una matita rossa (per gli errori leggeri) e blu (per quelli gravi) da professoressa e un orsetto orbo con una campanella all’orecchio sinistro. Poi ha raccontato di quell’altro libro che catturò la sua attenzione: un Dante Alighieri ritratto nella sua posa convenzionale (un profilo dall’umore evidentemente compromesso) col tutino da Superman e un titolo a promettere i segreti dell’intimità dei letterati. Infine ha ammesso di aver comprato e letto anche un terzo libro, copertina verde ardesia e una scritta in gesso bianco che attribuiva l’intera colpa ai genitori. Ha aggiunto parole di gradimento. Quindi ha salutato e ha firmato col suo nome.
Dopo aver ricevuto una risposta, Cecilia ha scritto ancora. Per raccontare del suo stupore e della sua contentezza, dell’incredulità e della gratitudine.
Ne è partita una corrispondenza simpatica e discreta, più generosa da parte sua che da parte mia, ma analogamente affettuosa. Cecilia a volte torna da scuola e mi racconta dell’interrogazione in Italiano, imbastisce indovinelli per farmi intuire il voto, narra episodi divertenti, imbarazzanti, talora amari.
A dicembre Cecilia butta là la notizia di un progetto a cui la sua famiglia pare interessarsi: un viaggetto di tre giorni in terra toscana. Una toccata e fuga che faccia base a Pisa, di cui sua madre (insegnante come tutto il resto della parentela) è da sempre innamorata e che contempli anche (chissà) una giornata (o anche mezza) a Firenze. Per cui, nel caso, cioè, sì, insomma.
Rispondo che nel caso, cioè, sì, insomma, certo che ci incontriamo per conoscerci personalmente davanti a un bel theino caldo.
La tre giorni arriva e Cecilia, in compagnia della mamma e della sorella, sbarca a Pisa.
La sera stessa, mi propone per iscritto un giorno preciso (l’indomani?) per l’incontro, che io accetto.
Propone perciò alla mamma di raggiungere Firenze l’indomani.
La mamma di Cecilia però ha altri progetti: vorrebbe per esempio (e proprio l’indomani) andare a Lucca.
“Ma possiamo andarci dopodomani!” si oppone inquieta Cecilia.
“Be’, possiamo andare dopodomani anche a Firenze…” osserva placida la mamma.
“No! A Firenze bisogna andarci assolutamente domani!” s’infiamma sempre di più la ragazza.
“Ma cosa dici?! Firenze non scappa mica: sta sempre là. Per cui domani andiamo a Lucca e dopodomani a Firenze!” stabilisce la mamma.
“Ti dico di no! A Firenze bisogna assolutamente andarci domani!” s’impunta testarda Cecilia.
“Ma cosa c’hai a Firenze, un appuntamento?!” la canzona sua madre.
“Sì” ammette la figlia.
La mamma ride, sgrana gli occhi, guarda la ragazza come si guarderebbe un’impunita divulgatrice di frottole, quindi “E con chi?!” domanda.
“Con la profe, quella dei libri”.
La donna ride ancora di più, esclama “Sì, figurati, certo, come no!”, ironizza, prende in giro quella ragazzina e intanto seguita a guardarla, nel timore che abbia preso a costruirsi fantasie strane finendo per crederci, addirittura.
“Ti dico che domani ho un appuntamento con la profe: mi aspetta alle undici davanti al Duomo”.
Inutilmente la mamma di Cecilia cerca di convincere sua figlia dell’improbabilità della faccenda asserendo mille considerazioni, portando cento ragionamenti, cercando di preparare la giovane figlia a una delusione: figurarsi se quella profe là verrà davvero, chissà dove sarà in questi giorni di vacanza, ma poi anche se fosse a casa sua, pensa se verrà a incontrare proprio te.
L’indomani l’accompagna davanti al Duomo, però strada facendo le ribadisce che, nella vita, anche le delusioni possono aiutare a crescere, basta non farsene rattristare troppo, basta saper reagire col sorriso.
Davanti al Duomo, Cecilia, cappello di lana arancione, occhi sognanti, sorriso spalancato, si guarda intorno alla ricerca ottica di quella profe coi capelli rossi che va a scuola, scrive su un blog e da un paio di mesi risponde alle sue mail.
Quando quella profe si materializza davanti a lei, Cecilia (generalmente timida, introversa, insicura e tenera come un riccio che attraversa una strada trafficata) le si lancia addosso abbracciandola stretta, stretta, strettissima.
Il resto si consuma al caffè della libreria Edison, fra the bollenti, camomille di curiosità, bioches al cioccolato, regali verbali e omaggi di carta stampata.
“Non avrei mai creduto mia figlia capace di progettare a mia insaputa un’avventura simile” ammette la mamma della ragazzina.
La quale, flemma inglese e lingua pronta, citando Walt Disney come fosse Bertrand Russell, chiosa: “Se puoi sognarlo, puoi farlo”.

Giornalino d’istituto

5 gennaio 2011

Di giornalini d’istituto m’è capitato di vederne molti, in vent’anni che faccio questo mestiere. M’hanno sempre convinto poco. Se erano gestiti dai docenti, avevano il taglio adulto e distante dallo spirito reale dei ragazzi; erano insomma la versione teorica di un giornalino scolastico inesistente, la sua idea astratta. Perfetta, ma non credibile. Formalmente ineccepibile, però dupalle. Se invece erano gestiti solo dagli alunni, o tracimavano nel retorico, o sconfinavano nel trito. Il copincolla imperversava e l’ovvietà regnava sovrana.
Così mi sono sempre detta che, se un giorno avessi fatto parte di un giornalino d’istituto, avrei tentato di tutto perché il pensiero dei ragazzi ne fosse il nucleo centrale, ma allo stesso tempo la mano degli adulti non ne rimanesse esclusa. Avrei cercato di mettere insieme la voce degli studenti e quella dei professori. Avrei inventato rubriche fisse perché tante tematiche fossero affrontate, da quelle immediatamente più appetibili a quelle apparentemente più noiose che però si possono anche raccontare in maniera meno pesa. Avrei esortato i collaboratori a scrivere con l’intento di incuriosire, di prendere, di affascinare. Gli avrei detto di osare. Di rinunciare ai limiti del “mi vergogno”, perché ci si deve vergognare a fare il male, non a scrivere quello che si pensa. Di diventare amici di quel documento word nuovo e quindi vuoto, e di riempirlo con pensieri sensati, ragionati, ma anche immediati e freschi.

Nella scuola dove insegno da due anni, il giornalino d’istituto non esisteva. C’ho pensato per un anno, zitta zitta, da me sola. Poi a settembre ho buttato giù uno schema e l’ho girato alle mie colleghe. “Bellino!” hanno detto. Sicché s’è scritto un progetto vero e s’è mandato al Preside. “Bellino!” deve aver pensato anche lui, visto che ce l’ha approvato. E “Bellino!” forse lo avranno detto anche gi altri professori, perché il progetto è passato al Collegio dei Docenti ed è entrato dentro il Pof. “Lo coordini te, però!” m’hanno detto tutti. Un modo come un altro per dire: “L’hai voluta la bicicletta? O pedala.”. Ma del resto, tra tutti i progetti che girano nelle scuole, questo è quello che m’appassiona davvero.

In questi due mesi sono arrivate 45 cartelle di materiale per una gamma variegata di argomenti: gemellaggi linguistici in rappresentanza di tutte le etnie presenti nella scuola; recensioni di libri, film e novità musicali; Firenze com’è e come la vorrei; giochi di matematica e articoli sulla crittografia; pezzi sullo sport e la forma fisica; sulla cucina multietnica e locale; professori che intervistano gli alunni; alunni che fanno domande personali ai professori; ragazzi che si spalancano il cuore e lo fanno parlare in versi poetici; giovani che si lanciano in commenti a fatti di politica; stranieri che vivono in Italia ma che ci raccontano come si vive nel loro Paese; docenti che intervistano gli organizzatori dei Colloqui Fiorentini; altri docenti che raccontano di quando i Colloqui Fiorentini li hanno vinti; consigli di educazione ambientale; perfino la custode che ci spiega perché ha deciso di tornare a scuola anche di sera, per prendere il diploma che non ha.

Le uniche intrusioni da parte mia si sono limitate alla correzione di piccole bombe ortografiche e di qualche discorsino a cui mancava un puntello sintattico per restare in piedi. Il resto è tutta roba originale, nostra, loro. Lo finisco d’impaginare e mi viene da dire “Bellino!”, mentre spero che poi, quando lo vedranno, lo dicano anche gli altri.