Ma poi, chi l’ha detto che quella è l’età migliore? Chi l’ha detto che quelli sono gli anni più felici e spensierati? Io rammento un gran groviglio di budella e un’impenetrabile nebulosa mentale. Mi sento ancora in bocca, se ci ripenso, il sapore metallico e amaro del disagio che provavo a quindici anni: per come mi stavo trasformando dentro e fuori, per come credevo di essere e per come invece il mondo fuori di me mi percepiva. Non più girino ma non ancora rana, non più bruco ma ben lontana da essere farfalla. Un ibrido improbabile, un incrocio infelice: mezza bambina e mezza donna, gli occhi sgranati a cartone animato e la prima peluria nelle zone celate, la voce infantile e due chiodini imbarazzanti che spingevano sotto la maglietta costringendomi ad ingobbirmi per proteggermi dalla vergogna. La paura di perdere le garanzie e le sicurezze godute fino ad allora, l’istinto di buttarsi e la vertigine di cadere, la fame di esperienza e la preoccupazione di un’indigestione esistenziale. Stavo male. Poi magari in ascensore m’imbattevo nell’adulta di turno che guardandomi, invidiosa sospirava: “Ah, beata te che sei così giovane, beati voi che siete nell’età più bella…”. Mi montava addosso un astio, mi saliva in gola un acido: ma che ne sapeva, quella lì, di come mi si straziava la bocca dello stomaco per essere stata rifiutata da quell’amore che avrei giurato eterno, di come mi consumava la delusione per quell’amicizia che senza perché aveva voltato le spalle e cambiato strada, di come mi faceva sentire sola non vedere più un sorriso complice disegnato sul volto dei miei genitori, ma un ghigno giudice e sarcastico che mi mortificava e mi castrava? L’adolescenza è un mostro. Ma per i latini “monstrum” voleva dire “prodigio”. E infatti dopo un prodigio lungo più o meno un decennio, alla fine di una specie d’incantesimo, quasi uno scherzo di cattivo gusto, eccolo là: il rinascimento. La consapevolezza, imprevista e improvvisa, di aver spanto manciate di semi, finiti sotto terra, fango, merda, e lì rimasti sommersi e protetti, al buio, al caldo, fino al giorno in cui il germoglio ha spinto per sbillare, per uscire fuori, liberarsi, gridare.
Quella che sono oggi lo devo a quella che fui in quei giorni di tenebre e silenzio, di disagi e inadeguatezza, di contraddizioni e desideri.
Per questo ogni mattina, ora che sono adulta e faccio l’insegnante, quando entro in classe e me li vedo seduti davanti, gli adolescenti che mi sono toccati in sorte perché faccia un pezzo di strada accanto a loro, li guardo, li contemplo, me li studio con simulata distrazione, mentre cerco di tenere ben presente come mi sentivo quando ero uguale a loro e mentre provo ad aiutarli affinché la loro adolescenza sia una manciata di semi da buttare nella terra.

(“Si stava peggio quando si stava meglio”, pubblicato sull’ultimo numero di “Fuoribinario”, marzo 2011, dedicato interamente al tema dell’adolescenza)

Una potaègia a Bèrghem

25 febbraio 2011

Sabato 30 aprile incontrerò gli studenti di una scuola superiore all’interno di un progetto dedicato al “Piacere della scrittura”.
La scuola in questione è a Bergamo.
Ne consegue che, cogliendo la straordinaria occasione, mi regalerò un intero fine settimana nella città che per un indimenticabile quinquennio mi adottò.
Ne consegue anche che, appena sarò arrivata a destinazione, mi fionderò immediatamente in quell’indimenticabile colon intestinale che è la Val Brembana, dove d’inverno il buio arriva alle due e mezzo del pomeriggio e gli ultimi cumuli di neve si sciolgono ad aprile, ma dove la primavera è un’apoteosi policroma di olezzi e ti riappacifica con l’universo mondo. Cenerò con una banda di sciure che mi furono mamme, sorelle, amiche, consolatrici, confidenti. Rivedrò i loro figli che lasciai bambini e ritroverò fidanzati. Tireremo tardi, molto tardi, come facevamo ogni mercoledì, giorno canonico della nostra simbolica, minuscola, irrinunciabile rivoluzione libertaria. Dormirò in un letto che è già pronto da mesi.
E ne consegue pure che, per rendere l’occasione ancora più straordinaria, una delle due sere del week end andrò a cena con una classe che è stata mia per due anni. Quarta e quinta superiore, anni scolastici 1997/98 e 1998/99. Anagraficamente, io ruotavo intorno ai trenta. Loro erano diciottenni, tutti maschi, tutti belli, tutti buffi, coacervo di cazzate e voglia di ridere in continuazione come succede solo a quell’età imbecillona, quando andare a scuola è l’occasione quotidiana che il destino ti offre perché tu ti diverta e il gioco delle parti impone che tu ci vada, ma lamentandotene, salvo poi piangere lacrime amare una volta che ne sei fuori.
“Ragazzi -gli dico in questi giorni sentendoli al telefono alla spicciolata- cominciamo fin da ora a prepararci psicologicamente: rivederci dopo dodici anni sarà un colpo forte, molto forte”.
Loro mi liquidano sentenziando che potaegia mi conobbero, potaegia mi lasciarono, e potaegia mi ritroveranno.

They have a dream

24 febbraio 2011

Da quando frequento il corso di glottodidattica, il martedì sera torno a casa con la crisi aggrappata alle spalle.
Sei ore mattutine in classe, un pranzo con l’imbuto e, a partire dalla quattro, tre ore di corso. Dev’essere anche una questione di stanchezza, ne convengo.
Ma più che altro sono quei due là. Lui e lei. Alan e Franca. I facilitatori linguistici che gestiscono il corso.
Delicatissimi entrambi e con un approccio al proprio lavoro e (immagino) alla propria vita solo all’apparenza in punta di piedi: in realtà due capetoste mica da poco, integerrimi e radicali, impavidi e guerrieri, etici e puri, non conoscono la mezza misura. E se anche la conoscessero, la scarterebbero a priori. Perché loro sono tempesta e assalto, sono sturm un drang, sono acqua e sangue, carne e mente, sono praticità e utopia.
Loro hanno un sogno grande, immenso: l’intercultura. Un matrimonio in grande stile tra gli studenti italiani e la magnifica orda di studenti stranieri che ha preso d’assalto la scuola italiana in genere, quella in cui insegno io in particolare. Loro sognano lezioni in cui tutti arrivano a tutto pur percorrendo strade diverse, in cui l’integrazione ha la medesima dignità del mero apprendimento, in cui le regole della grammatica valgono come la felicità. Loro ci parlano di motivazione, di globalità, di analisi e sintesi, di riflessione, di rinforzo. E solo alla fine, di verifica. Loro pretendono che ci mettiamo in piazza, che ci giochiamo la faccia, che diamo tutto quello che abbiamo -tempo, tempo, tempo… più tempo possibile- ai nostri ragazzi. Che c’inventiamo lezioni con cui stupirli ogni mattina, che ce li portiamo mentalmente anche a casa, che da loro tiriamo fuori stupore entusiasmo meraviglia emozioni. Loro ci chiedono di metterci intorno ai tavoloni della sala professori e di buttare giù le nostre grandi idee che non sospettiamo di avere, senza litigare, senza irrigidirci, senza provare quei sentimenti astiosi che tanti colleghi provano gli uni per gli altri talora inspiegabilmente. Loro ci chiedono di fare di tutto affinché per i nostri ragazzi sia costruita una scuola nuova.
Una scuola che non c’è.
Per questo torno a casa con la scimmia della crisi aggrappata alle spalle. E mi sento inadatta. E mi sento fallibile. E mi sento impotente.
Ma loro hanno un sogno che mi piace tanto e anche solo per sognarlo insieme vale la pena di incontrarli ancora, ogni nuovo martedì che viene.

Asor Rosa per regalo

23 febbraio 2011

Ho passato dieci giorni chiusa nelle biblioteche e negli archivi a leggere epistolari e memorie, ho portato a termine quell’impegno importante, ho consegnato un lavoro che è piaciuto tanto a chi doveva giudicarlo. E’ stato come prendere dieci a scuola.
Così oggi mi sono fatta un regalo.
Un pomeriggio tutto per me, lontano dai tasti bianchi del computer e dal tepore consolatorio della casa. Lontana dal silenzio della sala delle consultazioni, dentro il rumore che fa la gente. Via, fuori, un pomeriggio per le strade a fare la vagabonda, a camminare con il naso verso il cielo. E all’orario canonico delle cinque e mezzo sono andata a ritirare il mio regalo appena arrivato alle Oblate dalla Capitale: un Alberto Asor Rosa in carne e ossa, coi baffetti e i capelli bianco latte e un golfino blu calato su una pancetta da anziano appena abbozzata. E’ venuto a parlarmi di una certa Assunta e di un certo Alessandro, la sua mamma e il suo babbo, il giorno e la notte, mistero del silenzio lei, miracolo della parola lui, incastonati tutti e due nella cornice del falansterio romano dove lui stesso è cresciuto.
Come se avesse saputo che un giorno il figlio ne avrebbe fatto un libro di memoria, suo padre gli aveva lasciato un quintale di materiale, perfettamente archiviato.
Per il critico letterario che ho amato di più ai tempi dell’università è stata un misto di piacere e dovere ridare vita -e stavolta eterna- a quelle carte, a quelle persone.
Per me, gustarmelo finalmente come scrittore dopo aver letto pagine pagine di teoria e di analisi, è stato il regalo migliore che potessi fare a me stessa, in un pomeriggio assolato, algido e beatamente egoista.

Nella stanza del prete

22 febbraio 2011

Con la scusa di presentare il mio ultimo libro alla comunità di genitori della parrocchia fiorentina di San Jacopino in Polverosa, sono entrata dopo trent’anni che non lo facevo nella stanza di un prete.
C’era profumo di cenci di Carnevale fritti e inzuccherati da poco dalla sua mamma, c’era la voce di un cane col nome della prima donna che mangiò la mela, c’erano libri nuovi e mobili antichi. C’era il pavimento a losanghe e greche colorate come piace a me, il quadro del povero d’Assisi con il viso affilato dagli stenti e l’occhio mite, una foto per ogni giorno da non scordare, quando divenni diacono, quando ero magro, quando ero parroco di campagna, quando incontrai Wojtila.
C’erano tutti i miei ricordi di ragazzina e più di tutti c’era quello di un giorno in cui, affacciata alla finestra del prete di allora, mi voltai verso di lui e gli dissi: “Oh, non guardarmi le mutande, eh”.
E raccattai sulla gota lo schiaffo che meritavo.

Quella cosa lì

21 febbraio 2011

Avevo ritagliato e messo via per loro l’articolo letto sul Corriere della Sera e firmato da Pierluigi Battista sull’ingiustizia delle parole, dedicato al libro di Stefano Bartezzaghi Non se ne può più.
“Vedete ragazzi, il noto linguista insiste sulla parità che la donna deve ancora raggiungere addirittura in campo lessicale. Il vocabolario italiano è pieno di espressioni che al maschile hanno un significato gradevole, simpatico e positivo e al femminile invece ne assumono un altro di ben diversa natura”.
E alla lavagna gli ho fatto un bello schemone.
Cortigiano= uomo di corte/ Cortigiana= quella cosa lì.
Uomo di strada= uomo del popolo/ Donna di strada= quella cosa lì.
Un uomo pubblico= un uomo in vista/ Una donna pubblica= quella cosa lì.
Un uomo facile= un uomo senza pretese/ Una donna facile= quella cosa lì.
Un intrattenitore= un uomo dalla conversazione divertente/ Un’intrattenitrice= quella cosa lì.
Un uomo disponibile= un uomo gentile e premuroso/ Una donna disponibile= quella cosa lì.
Un cubista= un uomo che dipinge nello stile di Picasso/ Una cubista= quella cosa lì.
Un passeggiatore= un uomo che cammina/ Una passeggiatrice= quella cosa lì.
Un uomo allegro= un buontempone/ Una donna allegra= quella cosa lì.
Un mondano= un gran signore/ Una mondana= quella cosa lì.
Uno che batte= un tennista/ Una che batte= quella cosa lì.

Si era partiti benissimo e dentro di me pensavo che quella che stavo facendo era insieme una lezione di grammatica, storia della lingua e costume.
A un certo punto, forse ispirata dalla reiterazione del sintagma “quella cosa lì”, la classe multietnica ha preso il sopravvento.
Io mi sono ritrovata seduta alla cattedra.
E loro si avvicendavano bellamente alla lavagna a scrivere “quella cosa lì” nelle loro lingue.
Albanese: kurve.
Rumeno: curva.
Filippino: pok pok.
Spagnolo: puta.
Cinese: ji nu (o, in alternativa, biaozi).

Ancora mi chiedo dove ho sbagliato.

Il prossimo anno

17 febbraio 2011

“Allora, per la prossima volta studiate Storia, fate quel lavoro scritto sul Quotidiano in Classe, rispondete alle domande sui Promessi Sposi e riguardate le notizie introduttive sulla Divina Commedia.”
“Profe, ma lei il prossimo anno resta o se ne va?”

Il tipico caso in cui dietro una domanda si nasconde (neanche poi tanto) una speranza.

So tutto

17 febbraio 2011

Peruviana, timida, introversa e un po’ insicura.
Occhi neri neri che scansano puntualmente i miei, perennemente ritardataria, dormigliona e pigra.
All’inizio dell’anno, ultimo banchino in fondo, cercava spicchi d’ombra dietro cui nascondersi.
Verso novembre, pur mantenendosi guardinga e sospettosa, aveva cominciato a uscire allo scoperto e a realizzare.
Dopo Natale ha avuto un leggero calo di profitto.
All’ultima verifica scritta di Storia ha inciampato in un’insufficienza e ha battuto una boccata in terra.

“Allora, ti sei preparata per l’interrogazione con cui rimediare quel votaccio?”
“Certo profe. Ho studiato: so tutto.”
“Eh, esagerata… piano ad allargare la bocca. Sono io quella che deve giudicare.”

Così l’ho verbalmente torchiata, facendomi aiutare anche dai compagni sadici e impietosi che, razzolando tra le pagine degli appunti, andavano alla ricerca della domanda con cui farla cadere, del particolare su cui farla scivolare.
Ma (oh!) quella sapeva tutto per davvero.
E, fingendomi contrariata e astiosa, in realtà tronfia di soddisfazione per il suo successo, l’ho premiata con un voto tondo e grasso come nemmeno lei forse s’aspettava.

Il bello del giorno dopo

16 febbraio 2011

Va un po’ sempre così: quando si torna da una gita, persino quando quella gità si è articolata nella città in cui si vive, ci si guarda con occhi differenti.
(sorrisone) “Ehi, voi!”
(sorrisissimo) “Ciao profe!”
(aria furbetta) “Ho portato il computer con le centottanta foto di ieri: alla terza ora vengo in classe per la lezione e le guardiamo!”
(boccone aperte) “Yeeeeah!!!”

E’ come se scattasse una confidenza nuova ed esclusiva, come se ci legasse insieme un filo visibile soltanto a noi. Chi c’era, è dentro; chi non c’era, è come se fosse tagliato fuori.
“Ma qui dove siete?”
“Siamo al Piazzale Michelangelo!”
“E qui?”
“Qui siamo lungo la salita che porta al Forte Belvedere! Sai che la profe abitava in questa casa? Guarda, l’abbiamo fotografata!”
“E qui?”
“Qui siamo al bar “Il Rifrullo” a fare colazione prima di attraversare l’Arno e andare in Santa Croce!”
“Perché? Perché? Perché non sono venuto?”

Di noi conosciamo particolari più personali, ci siamo guardati dentro gli zaini per confrontare i rifornimenti alimentari e spiati tra le fessure dei denti alla ricerca di un tarzanello di cibo rimasto incagliato dopo il pranzo.
“A proposito, del pranzo che mi dite, siete rimasti contenti?”
“Sì, molto!”
“La prossima volta che facciamo, torniamo lì?”
“Sì, però chiediamo di prepararci gli spaghetti!”
“Spaghetti al pomodoro?”
“Sì, tanti, tantissimi spaghetti al pomodoro!”

Trenta scoiattoli

15 febbraio 2011

Il meteo metteva pioggia e vento, tanto che ieri io e la collega accarezzavamo quasi l’idea di annullare l’uscita e rimandarla a data da destinare. Loro però seguitavano a sostenere che oggi sarebbe stata una magnifica giornata di sole e cielo azzurro.
Intuitiva lungimiranza orientale, spontanea perspicacia genetica, o rarissimo esempio di botta di culo? Boh.
Fatto sta che alle otto di questa mattina, se nella conca della città una nebbia grigia e ammorbata spingeva a sospettare il peggio, al Piazzale Michelangelo già s’intuiva che l’avevano azzeccata loro.

Abbiamo sceso le Rampe di Giuseppe Poggi, attraversato e ammirato il quartiere storico di San Niccolò, sostato in piazza Demidoff trattenendo il fiato davanti a una Firenze capovolta in Arno, attraversato quello che nel 1282 si chiamava Ponte Rubaconte, sfondato in piazza Santa Croce e conquistato panchine soleggiate, tagliato verso il Museo Galilei, riscavallato il fiume per essere deliziosamente accolti all’enoteca “L’Antica Mescita”, dove ingaglioffarsi di crostini neri toscani ai fegatini di pollo, coccoli caldi, fettunta d’olio novo, pappa al pomodoro, ribollita con verza e cavolo nero, salsicce e fagioli rifatti all’uccelletto al prezzo speciale per studenti cinesi di 10 euro tutto compreso. Per l’intera giornata ho avuto la sensazione di portare in giro trenta scoiattoli. Curiosi, attivi, scattanti, assetati di sguardi, passi, giri e ritorni. Incantevoli e incantati.

Tutto immortalato, ripreso, fotografato, filmato, immobilizzato, eternato.