Tutta colpa della mutina

14 febbraio 2011

“Ecco qua le vostre verifiche di Storia belle corrette e riportate in strabiliante tempo record.”
“Grande profe! Io quanto ho preso?”
“Otto e mezzo: complimenti!”
“E io profe?”
“Sette più: brava!”
“E io?”
“Tu devi aver avuto una brutta mattinata: quattro e mezzo, mi dispiace tanto, ma non preoccuparti, ti chiamo presto per un’interrogazione orale nella quale potrai rimediare.”
“Profe, io?”
“Un seuccio schìo schìo: avresti potuto fare molto, molto meglio.”
“Profe, io invece quanto ho preso?”
“Tu avevi risposto a tutte le domande in modo assolutamente completo e approfondito. Avresti preso dieci, se non avessi toppato quel verbo avere.”
“Come sarebbe a dire?!”
“Sarebbe a dire che non hai messo la mutina alla terza persona: guarda, hai scritto ha senz’acca. Vergognati. Per questo ti ho tolto un punto e anziché dieci ti ho dato nove.”
“Ma profe! E’ un errore di distrazione! Andavo di fretta! Togliere un punto per un’acca mancante?! Lei è profondamente ingiusta!!!”

Ma infatti.
La prossima volta gliel’annullo e gli do zero.

Viva Skenderbeu

14 febbraio 2011

Ora di poesia.
“La Divina Commedia di Dante Alighieri è universalmente riconosciuta come un capolavoro poetico.”

Ora di narrativa.
“Il Romanzo manzoniano conserva intatta ancora oggi la sua innegabile modernità contenutistica e nel panorama letterario mondiale occupa un posto di rilievo tra i grandi.”

Ora di Storia.
“La teoria eliocentrica è stata elaborata da un celeberrimo scienziato di origine toscana: Galileo Galilei, che grazie al corretto uso del cannocchiale e ai felici calcoli numerici che ne conseguirono smantellò l’errata teoria geocentrica altrimenti detta aristotelico-tolemaica e liberò le menti umane dalle tenebre dell’ignoranza.”

Mano alzata.

“Prego, caro, dimmi.”
“Però profe, scusi eh, cheppalle: non si fa altro che parlare di italiani, italiani, italiani… ma che, i più bravi del mondo sono stati tutti vostri?!”
“Che ti devo dire, non è mica colpa mia se gli albanesi stavano appollaiati sugli alberi quando gli italiani producevano tutto questo ben d’Iddio!”

Al grido di “Viva Skenderbeu” m’ha fatto intendere che questa non me la perdona.

Se non ora, quando?

13 febbraio 2011

Nel 1868, al culmine dell’età risorgimentale, Gualberta Alàide Beccàri, nata a Padova da genitori di fede mazziniana, (anziché stare a piangere interrogandosi sul perché avessero scelto per lei un nome tanto impronunciabile) fondò “La donna”, primo giornale femminile di impegno politico e civile, attraverso il quale le donne fecero conoscere le loro idee, la loro poesia e le loro posizioni a proposito di temi come il divorzio, il diritto di voto, la pena di morte, l’educazione dei figli.

Vi si leggono parole da prendere ancora d’esempio: “Cosa vuole la donna moderna? Diventare ragione, senza perdere sentimento; diventare diritto, senza perdere dovere; diventare lavoro, senza perdere poesia”.

QUESTO POMERIGGIO, A FIRENZE, CORTEO CON PARTENZA ORE 14 IN PIAZZA DEI GIUDICI FINO A PIAZZA DELLA REPUBBLICA.

Decalogo

12 febbraio 2011

Come compito per casa, avevo dato da redigere un decalogo con tutte le regole imposte loro dai genitori.

“Bravi ragazzi, avete fatto proprio un bel lavoro: completo, accurato, dettagliato. Mi complimento con voi.”
“Profe, ora però tocca a lei: ci dica quali erano le regole a cui doveva sottostare quando aveva l’età nostra.”
“Io? Be’, io non potevo andare a studiare a casa dalle amiche perché non era reputato positivo per la mia concentrazione e il mio profitto scolastico. Potevo uscire nel pomeriggio, ma solo dopo aver svolto tutti i compiti, e comunque senza mai allontanarmi dalla Via Maestra del paese. Dovevo osservare rigidamente gli orari imposti. Non potevo restare a dormire da un’amica. Non sono mai uscita la sera dopo cena, né in settimana, né nel week end, e nemmeno nelle sere d’estate. Non sono mai stata mandata in vacanza da sola con il fidanzatino e nemmeno con le amiche. Agli adulti dovevo dare sempre del lei e non dovevo osare prendermi alcuna confidenza verbale. Mai chiedere qualcosa al babbo e alla mamma in presenza di altri. E i professori avevano ragione a prescindere.”

Nei loro occhi ho visto il medesimo stupore che potremmo provare al cospetto di un improbabile, anacronistico, definitivamente estinto incrocio tra un velociraptor, un triceratopo e un brontosauro.

Datemi i vostri cellulari

9 febbraio 2011

Con la classe monoetnica cinese ho aderito al progetto proposto dal Centro Turistico Studentesco “Andare a quel Paese”: la consegna prevede la pianificazione di un percorso turistico all’interno di una precisa porzione di città e la realizzazione di un prodotto finale che dimostri la conoscenza di storia, architettura e paesaggio da parte della classe partecipante.

“Allora, ragazzi, faremo tre uscite nella zona di Firenze che abbiamo scelto insieme: la prima sarà martedì prossimo. Ci troveremo alle 8,30 al Piazzale Michelangelo, che ognuno di voi raggiungerà in completa autonomia organizzandosi con i mezzi di trasporto pubblici. Da lì inizieremo il nostro percorso, che in questa prima occasione si manterrà all’esterno: una bella camminata lungo il triangolo cittadino che abbiamo pianificato, vivendo la città sulla nostra pelle, annusandone gli odori, contemplandone i colori, le sfumature, ascoltando la parlata dei locali, assaggiando le specialità gastronomiche del luogo. Mi raccomando: scarpe comode e, nello zaino, acqua, blocco e penna per appunti, macchina fotografica preferibilmente digitale e qualche cioccolatino con cui attutire i cali di energia. Siete pronti per questa magnifica avventura?”
“Sì!”
“Propongo adesso di far girare tra i banchi un foglio su cui ognuno di voi scriverà il proprio numero di cellulare. Intanto appuntatevi il mio.”
“Profe…”
“Dimmi, Ruifeng.”
“Perché dobbiamo scambiarci il numero di telefono?”
“Perché potrebbe succederci qualcosa, e avere tutti il numero telefonico di tutti ci aiuterebbe certamente.”
“Cosa potrebbe succederci?!”
“Per esempio potremmo perderci. Io in questo sono una professionista. L’anno scorso, accompagnando in gita a Roma una classe di venticinque studenti, riuscii a perderne dieci.”

Sgranano (come possono) gli occhi a mandorla, ridono, minimizzano: insomma, non ci credono.
Così racconto loro quello che non ho mai raccontato a nessuno e che all’epoca mi sono ben guardata dallo scrivere in questo blog per paura che il mio Preside di allora (che saluto caramente, ciao Giulio!) mi sgamasse.

“Eravamo stati convocati alla cerimonia di premiazione di un concorso poetico presso il Centro di Cultura Giapponese a Roma. Poiché saremmo stati tutto il giorno a zonzo per la capitale e saremmo andati alla cerimonia solo alle cinque del pomeriggio, avevamo deciso di portare negli zaini un cambio d’abiti conforme alla situazione: casual di giorno, elegantissimi e cilindrati per la premiazione. Ci saremmo cambiati in pullman, lungo il tragitto dal centro al Centro. Orbene, accadde che, proprio mentre ci dirigevamo al parcheggio dei pullman, i dieci che camminavano dietro a me deviarono per una strada secondaria senza che né io né tantomeno loro ce ne rendessimo conto. Quando me ne accorsi, quelli erano già tre quartieri oltre. L’orario della premiazione incombeva, non potevamo tardare. Aggredendoli verbalmente al telefono (ecco, vedete il vantaggio di avere i numeri di tutti?), imposi loro di arrangiarsi con i taxi e dissi che ci saremmo ritrovati al Centro Giapponese.”
“E arrivarono in tempo?”
“Arrivarono che la cerimonia era appena iniziata, solo che noi ci eravamo cambiati in pullman ed eravamo tutti belli eleganti. Loro invece si presentarono in versione diurna, disordinata e disimpegnata, tutti sudati e appiccicosi, coi vestiti sudici del giorno trascorso a zonzo per la città e a giocare a calcio a Villa Borghese.”
“E allora?”
“E allora si sedettero dietro di noi, nell’ultima fila, l’unica rimasta vuota. Sfruttando i nostri contorni corporei come paraventi, si spogliarono in diretta mentre la Presidente del Centro procedeva con le premiazioni, e indossarono il vestito buono con cui salire sul palco. Quando mi voltai verso di loro per lanciargli un’occhiataccia di rimprovero per lo smarrimento e il ritardo, li beccai tutti in mutande: fu uno spettacolo spaventoso e ancora qualche notte me lo sogno.”

Chissà cosa penseranno di me, questi cinesi.
Fatto sta che adesso ho la lista completa dei loro cellulari, so che niente di male potrà mai accaderci e sono certa che martedì inizierà la nostra splendida avventura.

La pelle di pidocchio

8 febbraio 2011

L’ultima fiaba calviniana inserita nel programma per la classe monoetnica cinese prima di avviare il percorso dedicato al mito e all’epica greco-latina, era “La pelle del pidocchio”. La conoscete? Io la trovo esilarante fin dal suo esordio. Scrive infatti Calvino:

C’era una volta un re che un giorno, mentre se n’andava a spasso lemme lemme, si trovò addosso un pidocchio. Pidocchio di Re, pensò, va rispettato. E invece di spidocchiarselo via, lo tenne da conto, se lo portò alla Reggia, e lo mise a ingrassare. Il pidocchio divenne grasso come un gatto e stava tutto il giorno su una sedia. Poi divenne grasso come un porco e lo dovettero mettere su una poltrona. Poi divenne grasso come un vitello e lo dovettero mettere in una stalla. Ma continuava a ingrassare e neanche nella stalla ci stava più, così il re lo fece macellare. Quando fu macellato lo fece scorticare, e fece inchiodare la pelle sulla porta del palazzo. Poi fece uscire un editto che chi avesse indovinato di che bestia era quella pelle, gli avrebbe dato sua figlia in sposa; ma chi non indovinava sarebbe stato condannato a morte.

“Avete capito tutti cos’è un pidocchio? Traducete pidocchio in cinese per i vostri compagni che parlano poco l’italiano per favore. E’ chiaro per tutti, insomma? Si tratta di quel minuscolo parassita odioso che si attacca alla cuoio capelluto per cibarsi di sangue umano.”
“Sì, ok profe, abbiamo capito, hanno capito tutti.”
“E ora, prima di procedere con la lettura della fiaba, ditemi: avete mai avuto i pidocchi?”
“Ma chi, noi?!”
“Certamente: voi.”
“Assolutamente no.”
“Come no? Non ci credo. Bugiardi! Bugiardoni!”
“Cosa dice, profe? Noi non abbiamo mai avuto pidocchi in vita nostra!”
“Ma non è possibile!”
“Certo che è possibile: noi non li abbiamo mai avuti.”
Lo dicono seri, lo ripetono fermi e risoluti, lo ribadiscono quasi offesi.
“Ma come sarebbe: vorreste dirmi che, tra tutti noi, li ho presi solo io?!”

E generosamente m’abbandono al racconto masochistico e leggendario di quando -biondissima adolescente dai capelli lunghi fin sotto le mele del culo, corteggiata dai ragazzini e invidiata dalle compagne racchie- al ritorno dal campeggio estivo mi ritrovai la testa sovraffollata di inquilini abusivi. E narro con fedeltà cronachistica il momento in cui, grattandomi nei pressi dell’orecchio destro, mi ritrovai incastrato tra l’unghia e il polpastrello quell’esserino nero lucido e sgambettante che prontamente incartai in un trinagolino di carta per portarlo dal veterinario. Senza risparmiarmi niente dico anche della grottesca situazione che si venne a creare in sala d’attesa, in mezzo a una ragazza che accompagnava il cane, una donna che portava il gatto e io che recavo il pidocchio nella tasca del giubbotto, affinché il dottore degli animali mi rivelasse l’identità dell’ospite indesiderato.
“Mi duole dirti che è un pidocchio e che ne hai la testa piena” disse scientifico.
Racconto di quando tornai sconvolta a casa e, vuotato il sacco con mia madre, nel giro di mezz’ora mi ritrovai la calotta cranica pulita come una mohicana e puzzolente di aceto come una zuppiera d’insalata.
I trenta cinesi ridono, ridono, ridono.

E finalmente, posti di nuovo davanti alla domanda iniziale, trovano il coraggio di confessare il mal comune, diventato all’improvviso un mezzo gaudio da condividere in perfetta letizia.

Adolescenza, che patire

7 febbraio 2011

Fuori binario, il periodico scritto, prodotto e distribuito dai senza fissa dimora di Firenze, ci ha chiesto di collaborare al prossimo numero dedicato in parte alla spinosa tematica dell’adolescenza.
“Allora ragazzi, forza: dobbiamo scrivere le nostre riflessioni su quello che dal mio punto di vista è il periodo più atroce di tutta l’esistenza.”
“Come profe, a lei non piacerebbe tornare alla nostra età?!”
“Più volentieri una morte prematura.”
“Ma come, non era felice quando era adolescente?!”
Poi, una volta accompagnati nella riflessione e illuminati sulle rogne tra cui sono costretti a districarsi quotidianamente (la perdita definitiva di tutte le agevolazioni dell’infanzia, il subbuglio emotivo che li divora dentro, l’amore lacerante e raramente corrisposto, l’amicizia e i correlati dolorosi tradimenti, la metamorfosi fisica che prende a tormentarli con brufoli sparsi, puzzo di piedi, cicli mestruali, barbetta incolta e peli superflui), hanno dato pienamente ragione a me e hanno scritto dei testi niente male.

Sveglia, Maremma

7 febbraio 2011

La Maremma sta ancora sonnecchiando. Sbillano però i primi germogli sui rami nudi. Si colora di verde vivido l’erba sul bordo strada. Il vento taglia il viso a fette. La stufa scoppietta grata di essere imboccata. Il gatto impazza di gioia primordiale e non scende dalla mimosa neanche per mangiare. Profuma l’aria, di rivoluzione.

Nemo propheta in patria

5 febbraio 2011

Se il proverbio latino dice il vero, oggi sono rovinata.
Dopo essermi testardamente rifiutata di presentare i libri precedenti nella mia terra natale, questo pomeriggio sarò alla libreria Fahrenheit 451 di piazza della libertà, a San Giovanni Valdarno.
Si comincia alle 18.
Non si sa quando (ma più che altro come) si finisce.
Come dice il mi’ babbo: speriam’abbene, ma i’ contadin l’auzz’i'palo.

L’appuntamento era alle 9,30 in piazza della Repubblica.
La meta era il Cinema Odeon.
Il film in programma la coproduzione franco-tedesca firmata da Rose Bosch Vento di primavera, con un incantevole Jean Reno e una camionata di encomiabili attori bambini.
L’iniziativa era proposta e organizzata dalla Mediateca Toscana, che desidera mettere a disposizione delle scuole il proprio patrimonio filmografico.
Le poltroncine erano davvero confortevoli.
La pellicola molto, molto scomoda.
E, proprio per questo, imperdibile.
La speranza è che, tra le lacrime in cui si sono sciolti, i nostri ragazzi abbiano percepito la fortuna di non aver vissuto quella parte della storia e colgano il valore di poterla apprendere, oltre che dai libri, anche da opere poetiche e strazianti come questa.